Un negozio. Una panetteria, ad esempio. Una coda di gente fuori dalla porta d’ingresso, perché tutti non ci stanno. Va avanti così per giorni e poi per mesi. Allora un bel giorno il panettiere annuncia che farà entrare solo venti persone, quelle che sono i suoi clienti da una vita. Tutti gli altri fuori, perché “siete gli ultimi arrivati” dice.

È giusto?

Esiste il diritto di essere primi solo perché si vive in un luogo da sempre?

Non capisco perché le persone non abbiano il diritto di muoversi nel mondo: il mondo non è di nessuno. Siamo e dobbiamo essere liberi di andare dove vogliamo, e non importa se quando ci spostiamo lo facciamo per motivi di forza maggiore o per libera scelta: in ogni caso, le persone sono libere di trasferirsi serenamente da un paese all’altro. Sono liberissime di migrare, e chi lo vieta viola un sacrosanto diritto umano.

Si tratta di comportarsi con un atteggiamento del tutto laico, perché, nonostante il valore inestimabile che ha e la funzione sociale importantissima che non deve cessare di ricoprire, esortare all’accoglienza in un senso solamente cristiano può rischiare a volte di accantonare questo sguardo disincantato e razionale che invece non deve mai venire meno: infatti, anche se gli attuali migranti non stessero scappando dalla guerra, l’atteggiamento di apertura non dovrebbe essere diverso. Queste persone non vanno incluse nelle nostre società solo perché sono disperate, ma perché francamente non possiamo fare altro, non abbiamo il diritto di farlo. Quando rifletto su questa chiusura verso l’umano non posso non sentire rivolte a noi le parole che Rousseau scrisse nel 1755, anche se in un contesto toto cielo differente: «Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l’idea di proclamare questo è mio, e trovò altri così ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie, quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fosso, avrebbe gridato ai suoi simili: Guardatevi dall’ascoltare questo impostore; se dimenticherete che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, sarete perduti!».

Rousseau sta parlando all’uomo europeo del 2019: un paese non è possesso di nessuno. Un paese è libero, è permeabile alle persone e ai cittadini, primi o ultimi giunti che siano. La storia è un processo inarrestabile che non concede e mai concederà ai propri attori (o marionette?) il diritto di battere il pugno sulla cartina dell’Europa per affermare: «Questo è mio!».

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