Sentivo le luci scorrermi nelle vene.

Quelle offuscate, senza contorni definiti e palpabili; quelle che vanno sempre amalgamandosi con le tonalità morbide degli immobili circostanti. Quelle accese nella prima notte, quando il sole pallido bacia un’ultima volta la strada e si ritira, senza promettere se il giorno dopo tornerà o meno.

Quelle luci t’incendiavano, ti facevano sentire il cuore nelle orecchie e la voglia di ballare al suono delle macchine sfreccianti. Ti facevano venire voglia di cambiare faccia, di mutare aspetto, di smetterla di avere i capelli scuri e gli occhi limpidi. Ti facevano perdere la tua meta, ti cambiavano il tragitto e in te facevano nascere il desiderio di perderti: lasciare i piedi allo sbando, unicamente guidati dalla fragranza di un romanzo di fine Ottocento ancora aleggiante sopra gli spioventi e stretti tetti, di rado illuminati da qualche immagine familiare visibile attraverso le finestre.

Pareva quasi ti parlassero le strade: erano come la proiezione delle parole che le persone avevano paura di dire. Ti invogliavano a prenderle, a sviare, a sbagliare via e a non trovare più il ritorno. Ma cosa importava ritornare a casa quando l’anima ribolliva per l’autenticità che era riuscita a scovare fra i ciottoli di quelle strade, fra i bordi stretti che abbracciavano la Senna, fra le luci dei cafès, talvolta vuoti e talvolta pulluli di anime giovani a cui la vita alludeva serbare più che la vita stessa, sebbene la consapevolezza fosse ormai greve, pronta a prendere i sogni e trascinarli in un baratro.

Ma finché sei lì, finché Parigi ti parla e con le sue luci soffuse ti culla con la promessa che il tempo mai si è evoluto in quella città dalle vie ciottolose, la consapevolezza è meno pesante, meno ardua da sopportare, mitigata da quell’illusione di vivere come in una dimensione ormai perduta, ormai bruciata dall’avidità con cui l’uomo gioca a scottarsi. Cullami, Parigi.

Fammi ubriacare del profumo dei croissants e delle baguettes appena sfornate in un mite giovedì mattina e fammi addormentare a ritmo dei passi sconnessi e rubati dell’amore che, come uno spirito vagante, fa capolino dietro gli occhi trasparenti e la voce pressata dall’insoddisfazione che la vita ha donato.

Pare quasi una sorta di nostalgia per un qualcuno che conosco a malapena.

L’amore mi è sconosciuto: talvolta penso che mai mi innamorerò perché ho un labirinto racchiuso fra quattro ossa che nemmeno io sono capace di districare. Ma tu, m’hai fatta innamorare con la delicatezza di un quadro che prende l’anima e la ribattezza e, assorbendomi tutto il caos con cui ormai convivo, m’hai tolto anni pesanti dalle spalle. Immobile, fra le tue strade che paiono braccia, ho sfiorato quella meraviglia che solamente un bambino che vede il primo tramonto sarebbe capace di provare.

Amore mio, lontano, ti cerco nello specchio di ricordi sfocati, fra i profumi di Saint Germain-Des-Pres, seduto nel giardino delle Tulleries a guardare il via vai di gente pura, libera, o a contemplare le Ninfee di Monet all’Orangerie, in mezzo a tutto quel colore tenue che rigenera l’anima e che dipinge gli occhi.

Amore mio, lontano, percorro sentieri per tornare da te, per tornare da me, che mi manchi, che mi manco, o Parigi.

 

testo a cura di Cecilia Capelli

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