E. ARMANINO, L’arca, Einaudi, Torino 2016, pp. 166, € 17,00.

Trama. Nadia è malata e ricoverata in una clinica chiamata Arca; suo marito Mario, sua sorella Teresa e suo cognato Alberto le ruotano attorno con le loro vite, in vari modi intrecciate alla sua; fuori la pioggia non smette di cadere per mesi, e Pietro, figlio seenne di Nadia e Mario, crede di star vivendo insieme ai genitori nell’Arca per antonomasia, quella di Noè, durante il Diluvio Universale.

Sorellanza, figliolanza e altre questioni familiari

Teresa è una sorella maggiore organizzata e attenta, ama il suo lavoro di infermiera nella clinica che si chiama Arca, ha due figli e un marito. Lei somiglia ad Ismene, Nadia è Antigone.

Tra loro si erge un segreto, un non-detto, uno spazio a cui il romanzo a poco a poco restituirà i colori.

Pietro ha sei anni, un pupazzo a forma di drago a cui manca un occhio, un amico coraggioso di nome Matteo e un barattolo dei pensieri, nel quale intrappola i più belli. Il barattolo è stata un’idea di sua mamma, che di lavoro fa l’artista giocando con il proprio corpo nello spazio.

Ora Pietro abbraccia quel corpo, appuntito e emaciato, che lentamente scivola via.

«Ma ora non ho paura ad esserti compagna nella tempesta… Sorella, non negarmi il privilegio di morire insieme a te.»

 

Il nome delle cose

C’è un anziano signore che abita la camera al fondo del corridoio: si chiama Giorgio, ma per Pietro è Noè.

Una notte, dal tetto dell’ospedale, Pietro e Noè guardano le stelle e danno a ciascuna il giusto nome perché «se le cose non le chiami per nome, non ti apparterranno mai».

Il romanzo, apparentemente dominato da nomi mancanti, caduti, sbagliati, ci instilla un dubbio: quale realtà è più vera, quella dei nomi giusti o quella ribattezza da Pietro?

Qualunque sia il nome vero delle cose, conoscerlo significa poterle incontrare davvero, poterle anche amare.

«[…] E sono qui perché quest’uomo conosce il mio nome.»

 

La vita che trema

La vita di Nadia, Mario, Teresa, Alberto e Pietro è colta nel suo vibrare nel profondo delle cose.

Il romanzo è la storia di uomini e donne tremanti sotto gli abiti, sotto la pelle, ancora più giù della carne; tremanti perché il dolore, la malattia, la paura e il coraggio fanno delle loro esistenze qualcosa di pronto a scatenarsi come un temporale sospeso per un filo al cielo.

Tutto resta, però, meravigliosamente sollevato, il romanzo sembra scritto sottovoce, le emozioni e le passioni lo percorrono col passo felpato di chi è al cospetto di un malato.

«Il cane è lì che la fissa e trema come quando aveva tre mesi e lei l’aveva trovato in quel campeggio. Trema come Nadia intrappolata sotto la giacca, come tutta quell’acqua sospesa lassù, l’attimo prima che cada.»

 

 

Ester Armanino ha 35 anni e vive a Genova, dove esercita la professione di architetto. Ha esordito nel 2011 con Einaudi, con il romanzo Storia naturale di una famiglia, vincendo il Premio Edoardo Kihlgren Opera Prima, il premo Viadana Giovani, il Premio Zocca e il Premio per la Cultura Mediterranea – sezione Narrativa giovani. Collabora con «La stampa» e pubblica racconti su antologie e riviste.

 

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