Nell’articolo di questo mese parleremo dello street-artist Ozmo, noto al secolo come Gionata Gesi. Dopo aver compiuto gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze e un esordio nel mondo del fumetto, l’artista si concentra sulla pittura e sul writing. Trasferitosi poi a Milano nel 2001, affianca al lavoro di gallerista una serie di operazioni nello spazio pubblico come Ozmo e, insieme a un piccolo gruppo di amici, getterà le basi per la Street Art italiana, di cui è uno degli indiscussi pionieri.  Sempre a Milano firma interventi monumentali in centri sociali e spazi alternativi, tra cui il Leoncavallo, dove realizza una delle sue opere murali più famose. Sarà proprio quel lavoro qualche anno dopo a essere definito «la Cappella Sistina della contemporaneità».

Una delle sue opere più recenti e conosciute è Al suono delle trombe realizzata per la cittadina di Rieti. Artista che ha saputo muoversi tra i grandi musei, i centri sociali e le facciate dei quartieri metropolitani con iniziative indipendenti, istituzionali o per collaborazione con grossi brand, Ozmo non smette mai di sperimentare traendo ispirazione dalla storia estrapolandone miti e suggestioni, ricostruendo scene arcaiche secondo la propria maniera, non escludendo il pop e nemmeno la nostalgia, la solennità e la leggerezza. Nel guardare a questo ampio bacino di dei, eroi, ha realizzato per l’Agenzia Creativa The Uncommon Factory nella cittadina laziale di Rieti il primo murale mai realizzato in Italia sulla facciata di un tribunale. S’intitola Al suono delle trombe  e incombe oggi su Piazza Bachelet, con tutta la monumentalità severa, eppure dinamica, dell’intreccio dei corpi e dei panneggi. Un racconto disteso sull’architettura lineare del novecentesco Palazzo di Giustizia, una modulazione solenne di bianchi, grigi, seppia, sapientemente non invasiva, senza contrasti aspri né arroganza. Il tema figurativo si aggancia al vuoto del piazzale e diventa piano cinematografico, pagina storica, avventura iconografica, teatro delle ombre e delle evocazioni. Il soggetto è una reinterpretazione di due tesori rietini intrecciati: Il Giudizio universale, affresco dei fratelli Torresani, gioiello dell’oratorio di San Pietro Martire, e il cinquecentesco Ratto delle Sabine del Giambologna, forse la più celebre interpretazione di una vicenda mitica, che appartiene alla tradizione del luogo.
Le figure centrali sono avvitate, colte in un movimento ascendente che racconta l’aggressione e il tentativo di fuga. Il dipinto simula la consistenza marmorea della statuaria classica e al contempo è in grado di  restituire il senso del dramma con la grazia immateriale della pittura. Sul fondo squilli di trombe e il momento austero della lettura del Giudizio: porzioni dell’originale scena affrescata, privata del colore, mostrano schiere di angeli e santi, intenti a presiedere i destini dei probi e dei dannati. Terrore e invocazione si raccolgono in questo spazio che qui mescola il mito pagano e la scrittura biblica. Ciò nonostante è evidente il rimando necessario all’attualità: scorci di violenza e di sopraffazione, nella cronaca del delitto, e il tema eterno della giustizia.
Guardando alla realtà piemontese, l’artista è intervenuto anche a Torino con l’opera Il vaso di Tondalo collocata all’interno del SAMO di Torino dove ha realizzato una pittura per il progetto Urban Art Field Mani Sporche, rielaborando un’ immagine classica attraverso una contestualizzazione con l’attualità. L’intervento fa parte del più ampio progetto triennale di riqualificazione urbana ed ha come obiettivi principali quello di valorizzare il territorio e sensibilizzare l’opinione pubblica circa temi sociali e di attualità. Si tratta quindi di un percorso artistico culturale portato avanti dall’associazione culturale Alternative Karming con la collaborazione del comune di Chivasso, Libera – associazione nomi e numeri contro le mafie ed infine il centro artistico culturale SAMO Torino. Tema cardine del progetto è la lotta alla Mafia, e come l’arte urbana possa farsi propellente ideale per una interazione con il pubblico ed una discussione circa temi e spunti impegnati. Nelle opere di Ozmo è evidente che la totalità dei suoi interventi vivano in forte connubio con stimoli e temi appartenenti al luogo di lavoro. Nel suo processo pittorico accoglie le tradizioni, le cultura, i simboli e le immagini appartenenti ad un determinato ambiente, le personali sensazioni e suggestioni del momento, in un mix letale particolarmente acuto. L’opera in questione vede Ozmo ispirarsi ad una tavola rinascimentale, che a sua volta trae spunto dal poema La visione di Tondalo, in cui viene raccontato il viaggio onirico negli inferi di un cavaliere irlandese del XII secolo. Il male raccontato attraverso una visione allucinogena e direttamente legata alla realtà e quotidianità del nostro paese. Come sempre sono i particolari a suscitare interesse: nell’ambientazione sviluppata dall’autore vediamo una città avvolta nell’oscurità, a distanza si intravede la Mole Antonelliana in fiamme, creature e mostri che si divertono a terrorizzare ed infilzare uomini e donne. Tante le immagini rilevanti, dal giocatore seduto tra i dadi, al pigro steso nel letto con il suo smartphone, ad Eva con il serpente attorcigliato. Al centro dell’opera, un grande volto raffigurante un uomo, al pari di un montagna: questo viso si erge su tutta l’opera, mentre dalle narici perde contanti e pillole.

Artista contemporaneo che fa continuo riferimento alla grande tradizione artistica italiana, Ozmo è un importante esponente della Street Art internazionale made in Italy.

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