Negli scorsi giorni una notizia estremamente curiosa è comparsa sulle testate delle principali riviste d’arte smuovendo numerosi dibattiti: il ritrovamento di “Ritratto di signora” dell’artista viennese Gustav Klimt.

Prima di calarci nel racconto della vicenda, chiariamo meglio chi era Klimt. Pittore seccessionista nato a Vienna nel luglio 1862, Gustav fu uno dei 20 giovani artisti che nel 1897, stufi dei rigidi canoni accademici allora vigenti nell’arte, fondò la Wiener Sezession ovvero la secessione viennese. I giovani che ne fecero parte non puntavano solo ad un semplice superamento dei confini della tradizione accademica ma al contempo desideravano anche una rinascita delle arti e dei mestieri che perseguirono tramite la pubblicazione di articoli sul periodico-manifesto: il Ver Sacrum. La secessione non prevedeva uno stile prediletto, il che permise ai simbolisti, naturalisti e modernisti di riunirsi sotto l’egida di questo gruppo.

Le opere più celebri di Klimt sono quelle del suo così detto Periodo Aureo, iniziato con una visita di quest’ultimo a Ravenna, città dove vide per la prima volta dal vivo i mosaici bizantini che uniti al ricordo dei lavori del padre e del fratello in oreficeria tanto ispireranno i suoi lavori. Tra di essi i più celebri sono “Il bacio” (1907), “Il ritratto di Adele Bloch-Bauer” (1907) e “Giuditta I” (1901).

Tornando all’opera ritrovata, si tratta del già citato “Ritratto di signora” scomparso oltre vent’anni fa nella galleria d’arte moderna Ricci Oddi di Piacenza dove negli scorsi giorni è riapparso. Il ritrovamento è avvenuto in maniera del tutto casuale durante i lavori di potatura di un’edera che copriva una parete esterna dello stesso museo. Forse, rubata e poi nascosta in un intercapedine del muro esterno all’edificio senza che nessuno la trovasse, l’opera non ha mai lasciato il museo. Sono momentaneamente in corso accertamenti sull’autenticità e lo stato di conservazione della tela anche se alcuni critici si sono già pronunciati in modo positivo sulla paternità del ritratto.

Il fatto di cronaca è stato il pretesto per ricordare il mistero che da anni circonda le opere di Klimt, infatti, oltre al ritardo del museo piacentino, risultano con molte probabilità essere ancora tre le opere dell’artista scomparse. “La Medicina” e “La Giurisprudenza e “La Filosofia”, parte di un trittico di dipinti di cui rimangono solo prove fotografiche, che Klimt presentò nel 1901 su commissione dell’Università di Vienna. Le opere raffiguravano, oltre a corpi di giovani, vecchi, bambini, donne e uomini nella più completa nudità, anche una rappresentazione non canonica di queste arti, il che suscitò lo sdegno del pubblico – che arrivò a definire le pale pornografiche – e il conseguente rifiuto di quest’ultime. Morto di febbre spagnola nel 1918, il pittore aveva venduto ad un suo ricco finanziatore Wittgenstein le due tele di Medicina e Giurisprudenza, che conservò nel suo castello di Immendorf, trasferendovi successivamente anche Filosofia, donatagli dal ricco mercante Lederer.

La sfortuna volle che il castello venne incendiato dai nazisti durante le incursioni della Seconda Guerra Mondiale e le opere andarono distrutte insieme ad esso. Ciò nonostante molti sostengono che le ceneri di tali opere non siano mai state rinvenute e che potrebbero ancora trovarsi in qualche collezione privata, accuratamente nascoste, e chissà magari ricomparire un giorno.

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