I nostri anni

Penso che tutti ricordino gli anni del liceo, quegli anni in cui cresci, in cui maturi e compi un passo importante per la tua vita. Molti di voi hanno ormai passato questi anni da un po’ di tempo, mentre altri li stanno appena attraversando. Ognuno di noi li ha vissuto o li sta vivendo in modo diverso a seconda del proprio carattere, del proprio modo di vivere e percepire le cose. C’è chi si sente totalmente coinvolto in questo cammino e chi, invece, lo vive più superficialmente. Ma tutti quanti siamo accomunati dalla stessa idea: che sempre resterà nel nostro cuore e ci segnerà la vita.

Gli anni del liceo sono gli anni considerati dalla maggior parte di noi gli anni migliori, quelli dei primi amori, delle prime avventure da soli, delle prime crisi e disagi, di quei lunghi pianti che subito vengo sopraffatti da enormi sorrisi. Le amicizie più belle, ma anche quei lunghi periodi di litigio in cui sembra che tutto ti crolli addosso e non sai più che cosa devi fare. Quegli anni in cui sorgono i primi problemi, dove magari non ti piaci e pensi di non piacere agli altri, hai paura di non essere considerato, di essere emarginato. Ma sono proprio queste paure che ti aiutano a crescere e vivere gli anni del liceo nel miglior modo possibile, ad avere il sostegno dei tuoi amici.

Gli anni dei primi confronti e delle prime cadute. Mettersi in gioco diventa parte integrante della vita di ogni persona, dibattere con altre persone, esprimere le proprie opinioni e contestare quelle degli altri. Sono anni di continui cambiamenti fisici e morali che avvengono così in breve tempo che anche tu a volte ti stupisci. Tuttavia solo in questi anni uno capisce davvero cosa è destinato a fare o vuole provare a intraprendere, senza sapere a cosa va incontro, guidato dall’entusiasmo che caratterizza questi nostri anni. Questo è un percorso che ti apre la mente, ti allena, ti insegna a vivere, a capirsi, a migliorarsi e a credere in se stessi.

A volte ognuno di noi si ferma per paura di sbagliare, per la sensazione di voler tornare ad essere piccolo a giocare, a non pensare a nulla; invece altre volte vorrebbe già essere grande, avere un lavoro, una famiglia, una moglie, un marito e non si accorgere della fortuna che possiede, compiendo questo viaggio, dove la principale cosa è crescere e divertirsi.

Sono anche gli anni del primo ballo, della prima volta in discoteca, in cui provi quella bellissima sensazione che da anni ognuno di noi aspetta: sentirsi grande!

 

Giorgia Lazzari

Soldati

La luce della stanza è spenta, al soldato oramai non serve più.

L’unica fonte di luce è la finestrella alla mia sinistra che fa trafilare un fioco bluastro serale il quale mi rende giusto possibile vedere la fotografia che ho in mano. Cade una goccia sul pavimento. Sposto la foto giusto per vedere dove è caduta. Un pallino rosso sul pavimento. Sangue. Ma è una delle tante gocce che scivolano lente e calde dalla mia mano sinistra. Il vetro della fotografia si è rotto sotto la forza della mia pressione. Una goccia cade sulla fotografia. L’ironia la fa cadere proprio sulla faccia sorridente della mia ex. Ma è una delle tante lacrime che mi tagliano le guance. Fanculo la vita. Alla fine che senso ha vivere, siamo solo pesci rossi che nuotano a cerchio dentro bolle di vetro. Beh ora dico così, ma in realtà le vite mi interessano. Una volta mi hanno dato una medaglia d’onore. Napolitano mi ha stretto la mano. Ma nel frattempo io uccidevo. Da quando uccidere è onorevole? Da quando essere un omicida è positivo? Anzi posso ancora capire chi uccide qualcuno… ma io sono peggio. Almeno quando si uccide qualcuno normalmente lo si vede in faccia. Io vedo pallini rossi.
Era una giornata di sole, fresco di diploma mi arruolo nell’esercito e tutto comincia. Prima l’addestramento, poi il primo viaggio in Iraq ed infine il mio compito: guidare droni killer. Mi mandano le coordinate via email, io le digito sul motore di ricerca, faccio decollare il drone, schiaccio un pulsante e il conteggio di vite umane che popolano la Terra cala.
Ti dicono “Sono solo pallini rossi, non ci pensare” ma non funziona. Io affogo. Un serial killer americano si dice abbia ucciso una cinquantina di persone e sapete che fine ha fatto? E’ stato condannato all’iniezione letale. Sì, boh, l’avevo letto da qualche parte su internet forse. Io uccido cinquanta persone a settimana e mi prendo una medaglia.

Chiudo gli occhi e mi lascio piacevolmente avvolgere dal gelido nero che mi merito. E mi sento come scivolare sempre più giù. L’aria mi entra nei polmoni, ma mi sembra acqua. Guardo il comodino e vedo la mia inebriante amica, quella benedetta bottiglia. Ma è vuota anche essa. Ed ogni sorso di essa che ho fatto ha bruciato sempre di meno senza che il dolore si placasse. Che merda. Mi sembra di vivere in un film degli anni cinquanta. Tutto è grigio, non ci sono più colori. Se vedessi il rosso lo riconoscerei? Distinguerei ancora il blu dal verde? Mi alzo. Sto in piedi. Cammino. Prendo la pistola, la metto in tasca e esco dal mio palazzo. Devono essere passate delle ore perchè sono le cinque. Giro l’angolo e cammino. Mi fermo davanti alle strisce solo per abitudine perchè ormai chissenefrega di tutto. La luce di sopra del semaforo è accesa quindi devo aspettare. Penso sia l’ultimo semaforo della mia vita.

Una vecchietta stava andando a mettere i fiori sulla tomba del suo defunto marito al cimitero. Bastava attraversare la strada e si sarebbe trovata proprio davanti all’entrata. Poi avrebbe attraversato il cancello, avrebbe girato a destra, poi avanti fino al cimitero dei veterani di guerra, avrebbe girato a sinistra, avrebbe posato i fiori vicino alla lapide e gli avrebbe detto le cose più importanti accadute del 2014, proprio come ogni anno. Al semaforo vide un ragazzo e capì subito che era un soldato dal modo in cui stava in piedi ad aspettare che scattasse il verde. Lo guardò e disse “Buongiorno giovanotto! Vedo che sei un soldato, grazie per quello che fai per la nostra Nazione e soprattutto per Noi.”. Lui sorrise.

Io sorrisi, mi girai e vidi l’alba.

 

Stefano Lomartire

Fantasmi, riflessi, risvegli

Siamo fantasmi, riflessi e risvegli.

Siamo reazioni. Siamo fatti di tasti dolenti, che quando vengono premuti, danno risposte. Cambiamo la carta, solo perché abbiamo cambiato il pacco dentro.

Loro saranno persone, prima di essere pazienti, e noi siamo e saremo lo stesso umani, anche se medici, non robot. Una sinergia di attività ci lega, un’alchimia di capacità. L’umano e tutto il resto: tentare di salvare un corpo per preservare l’incorporeo.                                                                                                                                   Siamo voci di capitoli che si devono ancora scrivere, siamo tutt’altro che pagine vuote. Siamo stimoli, per tutti gli altri potenziali tasti dolenti. Siamo dolore ed arma in potenza. Sta a noi usarci come impone la nostra volontà. Mine vaganti, o paracaduti rassicuranti. Progetti di vita, di strada, antimine in avanscoperta.

Siamo energia che per non esplodere, corre e si affanna. Siamo energia che nasce per tutti da uno squarcio, da un coltello, da un’ustione. Siamo il farmaco, non l’effetto placebo. Funzioniamo davvero. Siamo sostanza e sogni, siamo ritardi e sforzi.

Siamo azione e reazione. Siamo reazione e fuga. Fuggiamo non perché abbiamo paura, ma perché siamo energia. Dopo aver sperimentato il panico, ci rendiamo conto che è l’energia a muoverci. Era il panico a paralizzarci. Fare, fare, fare. Realizzarsi, concretizzarsi, è il miglior modo di fare. Direzionare le energie in tutto quello che c’è di più concreto da fare. Di ciò che c’è di controllabile, o lo pare, ma che possiamo cambiare. Il mondo non è niente di più concreto. C’è così tanto da fare. Fare, fare, fare. Il miglior antidoto per il troppo pensare. Che non vuol dire cercare di dimenticare. Anzi il ricordo è il miglior carburante. È il principio dei ricordi che ci fa attivare, non il soffermarsi. Il troppo pensare irrigidisce, azzera le energie, senza farci muovere un dito. Il fare le consuma, le trasforma, ma poi le ridà. Non succhia interessi, ma solo mette in luce la più sincera verità.

Siamo pura energia. Dopo tempi bui e paraocchi stretti. Siamo stati compressi, ma ora esplodiamo. Che siano cinque mesi, cinque anni, cinque secoli. Siamo stati fantasmi, fantasmi di noi stessi, fantasmi trasparenti, inconsistenti e non abbastanza presenti, morti viventi. Senza saperlo, eravamo trappole per tutti, il peggior incubo di noi stessi. Ma che importa? Siamo anche stati riflessi. Riflessi per qualcuno, riflessi di qualcuno, riflessi di noi stessi. Sfumature luccicanti, senza pretese di accecare. Solo luce da mostrare, una scintilla a rivitalizzare. Inconsapevoli fonti di vitalità. Volti ad ispirare, viaggi da progettare, poesie da dedicare.

I riflessi consapevoli diventano risvegli. Siamo osservatori di un mondo distrutto da chi l’ha costruito, ma abbiamo le capacità per aggiustarlo. Bisturi e suture, il sano si crea da un danno. Perché il mai tagliato è il non vissuto. Il troppo taciuto, il mai osato, il mai distrutto. Il gusto del ricostruire, ripercorre i sapori della nascita, con addosso il peso dei calcinacci delle rovine. La rinascita passa attraverso la distruzione. Fantasmi, riflessi, risvegli.

Siamo fantasmi mancati di un mondo che non è riuscito a metterci in trappola, figli di noi stessi, fantasmi svincolati alla condanna della malata inconsistenza, fatta di bugie, ipocrisie, doppiogiochismo, irritante ilarità. Siamo riflessi incondizionati, la nostra reazione all’inconsistenza è l’azione, il fare, fare, fare. Siamo risvegli di un mondo che non ha finito di andare, di essere, di stare.

Siamo illimitata fonte di energia, che ci fa scrivere, ballare, parlare fino alle tre di notte, sognare fino dopo il risveglio. L’energia di andare avanti con dei pezzi mancanti, tutti barcollanti, ma consapevoli che c’è ancora tanto da fare. La realistica speranza, che ci viene data dall’esperienza, che dando corpo ai sogni urla che tutto si può fare. Non sono castelli in aria, ma solo la più terrena voglia di correre, camminare, progettare. Concentrarsi, ristabilirsi, ripartire. L’odio di dover aspettare, di metabolizzare la mancanza, per poter ripartire da ciò che c’è di più stabile. Il mondo fuori, la realtà. È la concretezza che ci salva, non i soliti discorsi fatti a metà. Nessuno si è mai salvato perdendosi dentro. Concretezza vuole energia, ma energia ci ridà.

Siamo fantasmi, riflessi, risvegli.

Tratto da una storia vera, ispirato dal film “Risvegli”

Ylenia Arese

Flusso, pensieri… io

Tutto è completamente, interamente nero. Ho gli occhi aperti o chiusi? Sto sognando o sto vivendo la realtà? Allungo la mano come per afferrare qualcosa davanti a me. Ovviamente sfioro solo aria. Perchè è così buio? Non è possibile.. non vedo neanche la mia mano! No davvero non ce la posso fare! Un calore sale da dentro il petto, le gambe mi mancano, tremano. Le forze mi abbandonano e il mio respiro si sta facendo affannato, irregolare, discontinuo. Non resito più in piedi! TOC! Il respiro sta rallentando e finalmente riesco a capire in che posizione mi trovo, perchè le ginocchia stanno toccando il pavimento e le mie mani anche. Che sicurezza il pavimento.. mi ricorda la mia infanzia. D’estate avevamo questa barca a vela molto bella. Era di colore blu scuro, scuro come le notti. E il parquet in legno sul ponte era color mogano intenso. Ci gattonavo sopra e il calore che proveniva da esso era innaturale. Ma ora non era caldo, no. Questo pavimento era freddo come il marmo. Inoltre mi sembra che si muova. Vedi? Quei due listelli si muovono.. ma aspetta ci vedo! Ahah sì finalmente! Chissà se sono i miei occhi che si sono abituati o si è accesa qualche luce! Mi scruto intorno e in effetti mi sembra di notare un pallido pallore in lontananza. No non è possibile. E invece sì è proprio una luce! Possono salvarmi! Ci sarà qualcuno che mi aiuterà! Ahhh sì sento già i canti degli uomini al bancone e le musiche monotone! Adesso che vedo quella luce mi accorgo di qualcosa.. ho fame! Come ho fatto a non accorgemene subito. Inizio a tastare il pavimento intorno a me e.. aspetta.. ai miei lati sento dei bordi. Eh sì! Ma sono in una scatola? No è arrotondata. Provo a avvicinarmi al bor.. occazzo. Si è mosso il pavimento! Si sta muovendo il pavimento! Ma sono drogato? Proprio ora che pensavo di avere trovato il suolo? Ma forse.. maddai come è possibile.. non ci credo. Eppure. Eh sì.. sono su di una barchetta alla deriva. Per fortuna la luce si sta facendo più forte, ora le mie mani le vedo. E ora? Non so ho bisogno di pensare, meglio se mi sdraio. Una delle sensazioni peggiori è quella del cranio che poggia su di una superficie dura. Ti senti vulnerabile. Bastarebbe una piedata sul naso ad uccidermi. Ma pensiamo alla mia situazione. Sono su di una barchetta, senza cibo e affamato, senza sapere in che paese sono e senza sapere.. chi sono. Per caso sai chi sono? Come è possibile che non mi ricordi.. io sono io! Tutto cioò che mi circonda mi definisce. Io sono la mia vita! Ma la mia vita non me la ricordo. Sono come una lavagna scolastica. Per tutto il giorno il professore scrive numeri su lettere e poi basta un gesto della mano della bidella che tutto svanisce. E ora? Forse devo scrivere delle cose nuove. O forse è meglio ricordarsi quelle vecchie? Ma che cazzo ne so. Ho fame! Chissene frega delle lavagne, no? Se solo avessi un pani.. GNEK! Oddio un rumore alle mie spalle! Mi volto in fretta e furia come quei pesciolini da acquario che si mettono sull’attenti quando batti con il dito sul vetro del loro limite. Non credo ai miei occhi c’è una persona. C’è stata tutto il tempo! Ma io ho parlato o pensato? Non lo so era troppo buio per saperlo. E’ una ragazza ed è rannicchiata. Almeno credo che sia una ragazza.. ha i capelli lunghi che scivolano sulle nude gambe e si incontrano con il pavimento. Dovrei parlarle? La conosco? Mi conosce? Ho fame. Aspetta si è mossa! Cosa sta facendo.. si sta per alzare e.. è saltata! Tendo la mano sinistra avanti per proteggermi ma invano.. è saltata fuori dalla barca! Che sollievo.. pensavo volesse attaccarmi! In effetti se avesse voluto attacarmi avrebbe potuto farlo prima, quando non sapevo della sua esistenza. Non ho sentito nessuno spruzzo! Sono sicuro di essere su di una barca? La luce ora è vicina! Ma la barca si sta inclinando verso il basso! Oddio stiamo cadendo! Cioè sto cadendo! Non ho neanche più qualcosa sotto i piedi! Solo aria.. aria ovunque! Sono aria! Che bello però.. sto volando, verso l’ignoto.

 

Stefano Lomartire

http://www.zoodizoev.com/flusso-di-coscienza/

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Un Erasmus che dura una vita

“Once Erasmus – forever Erasmus”. Ho sempre percepito questo modo di dire tanto diffuso tra i giovani che fanno un’esperienza di studio in Europa con un velo di scetticismo. Erasmus una volta, Erasmus per sempre. Come potranno mai dodici mesi all’estero cambiare così tanto il proprio modo di vivere, di pensare, di percepire se stessi e il mondo circostante? Poi sono partito, e ho capito…
Vivere lontano da casa per tanto tempo implica sacrifici, difficoltà e talvolta anche piccole e grandi frustrazioni. Sentire la mancanza dell’affetto dei propri parenti e amici, trovarsi inseriti in un contesto dove non sempre la mentalità della gente corrisponde a quella a cui si è abituati, parlare soltanto di rado la propria lingua e sentirne la necessità, soprattutto durante un esame difficile, o in una situazione in cui le competenze linguistiche straniere non permettono di esprimere al cento per cento quello che si sta pensando, e doversi adattare, in qualche modo, a tutto ciò. Eppure, nonostante lo shock culturale iniziale, presto la sfida si fa interessante e la posta in gioco alta. Così si inizia a giocare. Perché si tratta di un gioco che conosce solo vincitori, da cui tutti possono guadagnare qualcosa. La ben nota equazione “erasmus = festa + alcol – studio” è infatti una leggenda metropolitana da sfatare, che soltanto parzialmente e in taluni casi può esser vera, ma che sicuramente esclude l’aspetto più profondo di tale esperienza: “fare l’Erasmus”, o ancor meglio “essere Erasmus”, ha un significato ben più ampio.
Durante il mio periodo di studio a Ratisbona (Germania) ho conosciuto decine di giovani provenienti da tutto il mondo e ho stretto amicizia con molti di loro. Ognuno di loro ha condiviso con me la propria chiave di lettura della realtà, e io ho condiviso con loro la mia. C’è stato un arricchimento reciproco straordinario, che mi ha fatto capire una cosa importante: il mondo si estende ben oltre ai confini della piccola campana di vetro in cui siamo nati e cresciuti e fintanto che non abbiamo il coraggio di varcare tali confini e di andare a vedere “cosa c’è fuori” resteremo persone incomplete. Ma non perché “cosa c’è fuori” è necessariamente migliore di “cosa c’è dentro”, bensì perché è qualcosa di diverso. Prendere coscienza di tale diversità significa approcciarsi in un modo più obiettivo, completo e ricco alla realtà circostante. Prima di partire condividevo il malcontento di massa nei confronti del nostro Paese e l’ipotesi fatalista di abbandonarlo un giorno per trovare fortuna e felicità in un posto migliore e sono tornato con la consapevolezza che l’economia, la politica e la situazione occupazionale funzionano certamente meglio in altri Stati, ma che mai potrei abbandonare l’Italia, che tanto mi ha dato e a cui sono culturalmente e sentimentalmente legato.
Sta proprio in questo la straordinarietà dell’Erasmus, nel fatto che scoprendo la grandezza e la bellezza dell’Europa e del mondo, uno scopre se stesso e inizia a vivere i rapporti umani in un modo molto più profondo. Perché è stato una volta Erasmus – e lo sarà per sempre.

Paolo Canavese

Il cielo su Torino

Dentro l’aria sporca il tuo sorriso controvento Il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco (Il cielo su Torino – Subsonica)

 

Nato e cresciuto a Torino non mi sono forse mai veramente soffermato ad osservarla, mai mi sono fermato a seguirne con lo sguardo le sue fattezze, mai mi sono stupito guardandone il cielo in un giorno d’estate e mai mi sono realmente interrogato su come, non sempre per il meglio in realtà, proceda la sua vita.

Eppure questa mattina qualcuno, un po’ per campanilismo provinciale e un po’ a causa delle nuvole che ci perseguitano da giorni, mi ha stuzzicato la fantasia facendomi notare quanto il cielo su Torino fosse grigio in questa giornata di inizio novembre.

Così, come spesso accade, da una banale osservazione è cominciata questa mia riflessione sulla mia, sulla nostra, città, spesso etichettata come grigia, spenta e industriale ma altrettanto spesso capace di stupire, incantare e ammaliare.

Nella vita di ogni giorno si è abituati a veder le cose, i luoghi e gli stessi avvenimenti quotidiani sempre e  solo da un punto di vista, a non fare nemmeno più caso a ciò che ci offre un panorama solo perché lo si è visto ogni giorno da venti anni, a dare per scontato che tutto rimarrà sempre così come si presenta solo perché è sempre stato lì dacché la memoria ci sovviene.

Ho quindi pensato a come questa Città, erta a specchio della realtà che ci circonda, sia capace di svegliarci e di farci apprezzare sue peculiarità in ombra, rivelandosi, ad un occhio attento, un ricettacolo di buoni propositi, di spunti per la vita quotidiana e di darci la voglia di tentare di stravolgere i nostri soliti stereotipi, scoprendo nuovi stimoli, abitudine che ormai tanti si sono stancati di praticare.

Al di là delle attrazioni più turistiche che ormai si moltiplicano da qualche anno a questa parte in città, mi sono domandato come ci si possa non stupire della bellezza di una camminata lungo il Po, delle emozioni che ci accende una partita a pallone al Valentino con gli amici, della vista mozzafiato che si può osservare dalla mole o da Superga nelle giornate più terse, del referenzialismo che suscita la salita lungo la scalinata della chiesa Gran Madre o della sensazione di libertà che provoca attraversare in una limpida giornata invernale piazza San Carlo.  Ma mi sono trovato anche a pensare agli scorci più controversi della città e a trovare, in ognuno di loro, uno spunto di riflessione.

Dal nuovo skyline del quartiere Cit Turin dettato dal vetro di Porta Susa e del grattacielo Intesa-San Paolo ai larghi viali di periferia, dalla nebbia bassa sulle montagne in lontananza alle nuvole basse nei parchi all’imbrunire d’inverno tutto può stupire un animo aperto a ciò che lo circonda.

E dunque è qui che  vuole giungere la mia riflessione: incuriosirsi e stupirsi.

Lo stupore è il fondamento su cui si basa tutto. Dalle più piccole azioni giornaliere alle più grandi scoperte della scienza, tutto si è sempre basato sulla curiosità.

Da buon studente di medicina il mio pensiero non può che andare alla scienza e a quelle scoperte che hanno cambiato il mondo grazie a manipolo di visionari che ha saputo perseverare nella ricerca dei propri sogni e che infine, spinto dalla voglia di stupire e di stupirsi, ha raggiunto il proprio obbiettivo. Come loro io non posso che esortare a cercare in tutto ciò che ci circonda, a partire dalle più comuni esperienze quotidiane, qualcosa di cui stupirsi, qualcosa per cui dire “toh, non avevo mai notato che fosse così bello”, qualcosa per cui emozionarsi. E dunque perché non provare a cominciare proprio dalla propria città o, se non siete di Torino, proprio da una visita al capoluogo sabaudo? Vi potrebbe Stupire.

Pietro Fronda

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