25 Gennaio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Quei due fiorellini banchi intrecciati ai capelli le davano un’aria da bambina, ma quello era il giorno in cui sarebbe diventata grande.
Quello era il giorno in cui tutti crescevano fino al cielo e tornavano a casa a tarda notte con il cuore colmo di orgoglio. Era il giorno della Fiera d’Autunno.
Finita la festa, ognuno avrebbe saputo indicare l’istante esatto in cui si era accorto di essere diventato adulto, riconosciuto da qualcuno in una partita a carte con gli amici o in ballo, da altri in uno sguardo al cielo pericolante di stelle. E allora a tutti sembrava che il letto fosse diventato troppo piccolo, la camera troppo puerile e ci si riprometteva che mai più si sarebbe accettato il rimbocco delle coperte. C’era però, nel corso della notte di questi nuovi adulti, un momento in cui la Fiera lasciava il paese, e il risveglio costituiva per tutti una brutta delusione; Il lavoro riprendeva, i vecchi adulti continuavano a sembrare i veri grandi, ricominciavano le occupazioni e i giochi, le messe domenicali e il mercato il martedì mattina. E tutti si accorgevano che in quel mondo essere grandi o piccoli non faceva poi tanta differenza.
La verità è che della Fiera d’Autunno, come di tutte le cose troppo belle per sembrare di questo mondo, ci si dimenticava in fretta. Col passare dei giorni non solo il suo ricordo, ma la stessa coscienza della sua esistenza si copriva di polvere e a poco a poco gli unici abitanti a non considerarla una leggenda erano i matti. Rimanevano però, per mesi e mesi, le bucce delle castagne della fiera per le strade.
Quell’anno l’autunno invadeva i frutteti ad un ritmo incalzante, il mondo seccava prima che ci fosse il tempo di accorgersene. Quella mattina al risveglio, Angelina aveva avuto la sensazione che anche la sua camera, così avvizzita, piena di rughe che spaccavano il legno delle pareti, fosse stata invasa dalla stagione; e aveva sentito, pur non capendo cosa significasse, che la Fiera d’Autunno era arrivata. Le campane suonarono a festa, profumi nuovi e febbricitanti scoppiarono nella piazza. Tutti si accorsero di essere preparati, e nessuno si domandava perchè ognuno sapesse esattamente cosa fare, come in un copione rispolverato da un ripostiglio serrato da secoli.
E così anche quell’anno il giorno della Fiera fu vissuto come se mai ne fosse esistito uno simile nella storia.
Le giovani non si sottrassero al lavoro di cucito cui erano abituate, ma l’immaginazione ricamava altrove disegni più belli; poi ogni tanto fuggivano in camera con una scusa per sbirciare ancora una volta il vestito col pizzo, che le attendeva per la sera, sdraiato sul letto.
Già vestite, le immaginavano i ragazzi. A passeggio per la piazza, cercavano di celare la fantasia che volava a tante finestre dietro le quali altrettante ragazze si sarebbero di lì a poco pettinate, e avrebbero voluto intrecciare loro i fiori bianchi nei capelli delle amate; e subito avevano vergogna di quel desiderio, ma un istante dopo già lo riscoprivano perchè, per quanto ridicolo, aveva tutte le carte in regola per essere considerato un pensiero da grandi. E così indecisi, chiedendosi se da adulti si potesse ancora giocare a mosca cieca o nascondino, camminavano, e urlavano e facevano i matti.
Gli anziani, tra una mano e l’altra del gioco a carte, si abbandonavano a premonizioni sulla festa che di lì a poco sarebbe cominciata, i contadini nei campi si scoprivano a guardare in lontananza il campanile e perfino il parroco veniva distratto dalle sue carte. In strada danzavano le bancarelle, che s’imbellettavano per la sera. Tutti erano invasi dal profumo di lavanda, accarezzati dal rumore delle prime castagne scoppiettanti in lontananza.
Fu un giorno di attesa concitante e il primo buio trovo il cielo già costellato di sogni e fantasie.
Angelina, sistemati i capelli, vide uscire da una delle crepe più profonde delle pareti un piccolo ragno grigio e rimase qualche istante a seguirlo con gli occhi. Poi sentì che quello era il momento di uscire, andare alla Fiera, ed entrare nel mondo degli adulti.
Di lì a poco tutto il paese era alla festa in piazza a vedere com’era bella Angelina, la donna con i fiori bianchi tra i bei capelli. Si sarebbe detto che quello spazio danzante e profumato fosse il mondo intero, e quelle persone allegre, tutti gli uomini sulla faccia della Terra.
Ma nel vuoto che era attorno alla piazza, c’era un uomo, un uomo soltanto. Era un contadino solo, in piedi nel campo in cui aveva lavorato durante il giorno. Guardava fisso, dando le spalle alla casa, verso la Fiera d’Autunno che da laggiù non era che una luce lontana e un rumore attutito. E non sapeva da quanto stesse lì così, a non riuscire a ricordare. Qualcosa in un punto della memoria di cui non aveva coscienza gli suggeriva che quei profumi avevano già abitato quei posti, e quelle emozioni il suo cuore.
E poco lontano c’era una contadina sola, che posato l’uncinetto sul davanzale, si affacciò alla finestra e vedendo l’uomo incurvato nel buio, si sentì persa come lui nel gorgo dei ricordi.
In quella disperata ricerca comune, quasi si arresero assieme. Ma poi, improvviso e nitido, balenò negli sguardi di entrambi un giorno identico a quello che stava avendo fine. Un giorno speciale. Ricordarono un ballo, una camminata maldestra a causa di un vestito troppo grande e le castagne condivise passeggiando. Era la fiera in cui loro erano diventati grandi, ma quella volta non era stato solo l’inganno di una sera. Loro la fiera l’avevano incatenata al tempo degli uomini, schiacciando tra i loro corpi in danza l’istante destinato all’oblio.
Perché loro si erano innamorati .
Finalmente memori, conobbero già ciò che avrebbero fatto. Lui si voltò e percorrendo il vialetto raccolse due piccole margherite, le stesse che erano cascate dai capelli di lei mezzo secolo prima, e adesso apparivano solo un po’ più secche; lei gli aprì la porta quando ancora era lontano, poi rimise i fiori nei capelli bianchi raccolti.
Così, ogni autunno, un uomo e una donna ballavano abbracciati dietro una porta aperta su una lontana piazza tremolante, ed erano l’unico uomo e l’unica donna al mondo cui fosse concesso conoscere, per un solo frammento di notte ogni anno, il mistero della Fiera d’Autunno.
Quello fu un ballo speciale, il più bello di sempre, ne erano certi. Si dissero che in quel mondo essere grandi o piccoli non faceva poi tanta differenza.
Ma ad ogni ballo autunnale si scoprivano un po’ più vecchi, un po’ più deboli, un po’ più leggeri.
Perché la storia va avanti, e fa i suoi ghirigori, anche nel paese in cui la Fiera d’Autunno non ha mai fine.
Simona Bianco
18 Gennaio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Gentile signora, o caro signor, presidente della Repubblica Italiana,
non so chi sia semplicemente perché i nostri rappresentanti riuniti devono ancora eleggerLa. Le scrivo comunque a scanso di equivoci prima che venga eletta, perché se poi uno dà i consigli dopo l’elezione può essere tacciato di avere degli interessi personali, delle amicizie, delle conoscenze. In questo Paese è terribilmente facile agire molto al di sotto di ogni sospetto. Io credo che in questa nostra bella Repubblica ci sia la necessità che gli interessi personali confluiscano nell’interesse comune. Per questo mi auguro che Lei sia veramente il Presidente di tutti, che difenda i diritti di tutti, ma che cominci anche un poco a non tollerare gli evasori, i corrotti, chi rifiuta l’integrazione e la cultura come valori fondanti, esattamente come il lavoro e l’onestà. Combatta la mafia, in tutte le sue forme, si impegni per le sorti delle carceri, faccia sì che si investa nell’educazione e nella ricerca, cerchi, finalmente, di portarci veramente nell’Unione Europea, dando l’esempio. Potrebbe, così per dire, dimostrarsi più presente nei conflitti internazionali non attraverso forze armate “di pace”, ma attraverso la ricerca cocciuta del dialogo e della mediazione, in prima persona. Denunci le lobby che pretendono vantaggi per i loro meri interessi e sostenga la scienza e l’arte, vero orgoglio del nostro Paese, che continua a partorire persone capaci e valide nonostante si cerchi di soffocarle. So che l’economia è un punto dolente e che ormai la borsa sembra governare con molto più potere del suo, ma cerchi di affidare il Paese, nelle sue cariche più delicate, a persone competenti e limpide, che abbiano il coraggio e l’umiltà di fare l’interesse dell’Italia tutta e non di una sua insignificante minoranza. Non abbia paura nel rivolgersi a chi ha perso il lavoro, a chi è in difficoltà, a chi non vede opportunità per sé e per la propria famiglia. Lei non ha bisogno di raccogliere voti e consenso, quindi sia sincero con loro e con tutti quanti. Prenda le distanze da una certa politica marcescente e parli con chiarezza a quei giovani ai quali è affidata la politica di domani. A proposito, non sventoli un sicuro futuro radioso per tutti, ma, anche nei momenti più difficili e tristi, ricordi alla nazione le sue qualità e le prospettive che può raggiungere, se mette in campo tutto il suo potenziale. Ringrazi chi si impegna in azioni di solidarietà e volontariato, chi fa bene il proprio lavoro e chi con il suo operato garantisce il benessere di tutti e quindi anche il proprio. Cerchi, infine, di fare ciò che più è difficile ottenere: non applichi l’uguaglianza in tutto e per tutto, ma si schieri a favore del diritto all’uguaglianza, in modo che l’Italia sia la terra in cui ciascuno può esprimersi per come può, sa o vuole. Non si preoccupi dell’appoggio di partiti, editorialisti o intellettuali, ma ascolti sempre quello che le persone che lei ritiene autorevoli avranno da dirle. Non neghi i suoi errori, qualora dovesse commetterli, e sarà così più vicino ai cittadini e, anzi, insegnerà a molti come comportarsi. Non si stanchi mai di ricordare a noi tutti i nostri diritti e i nostri doveri e sia inflessibile verso chi vorrebbe ridurre sia gli uni che gli altri. Sia garante della massima libertà del popolo, cioè la democrazia, che è la migliore forma imperfetta di governo, e della Costituzione, ultimo baluardo contro l’indifferenza. Secondo la mia modesta opinione, tentando di agire in questo modo non sarà il presidente di tutti, ma dei molti che vedono in Lei l’occasione per una nuova partenza, per un deciso cambio di rotta. Faccia l’Italia, faccia l’Europa, faccia ciò che riterrà giusto e non sarà solo. Ancora non La conosco, ma le auguro il meglio. Viva l’Italia, viva la Repubblica!
G. Garibaldi
Marco Brero
30 Dicembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Tutto questo tempo a chiedermi
cos’è che non mi lascia in pace .
Tutti questi anni a chiedermi
se vado veramente bene,
così, come sono.
Così un giorno
ho scritto sul quaderno:
“Io farò sognare il mondo!”.
E la verità è che:
ho aspettato a lungo
qualcosa che non c’è,
invece di guardare il sole sorgere.
Ed era solo voglia di avere gloria.
E non sapevo più chi ero,
io che, sono unico.
E miracolosamente non
ho smesso di sognare.
E miracolosamente
non riesco a non sperare.
E se c’è un segreto
e’ fare tutto come
se vedessi solo il sole.
E non
qualcosa che non c’è.
Cerca te, che vali.
Uno studente – (Qualcosa che non c’e’ – Elisa)
22 Dicembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Caro Babbo Natale,
era da un po’ che non ci sentivamo eh?
Mi fa un po’ strano ritrovarti così, dopo tutto questo, in un paio di righe. Devo ammetterlo, mi sei mancato. Mi ritorna alla mente l’ultima volta che ho preso la penna in mano per scriverti, quando le esperienze degli anni non mi avevano ancora privato di quel velo di innocenza che riusciva a riempirmi di speranza perfino quando imbucavo una semplice lettera natalizia nella buca innevata delle poste.
A quei tempi, come ogni comune bambino che si rispetti, ricercavo in tutto ciò che mi circondava la materialità che potevo stringere tra le mie mani, colma di quel potere che mi faceva sentire incredibilmente vivo e onnipresente. Vivevo la giornata, addormentandomi senza pensare alle preoccupazioni del domani o ai rimorsi del passato, e spargevo sorrisi come semi su un terreno ai miei occhi sempre fertile, involontariamente sognavo. Ed era bello, lo ammetto, per una volta l’anno poter contare su qualcuno che arrivava dall’esterno, o dal magico Polo Nord come è usuale dire, carico di regali ma soprattutto di buonumore per tutti.
Quest’anno non starò a chiedermi, per l’ennesima volta: “Ma che fine ha fatto il Natale?”, perché mi sembrerebbe alquanto infantile e banale. Sono qui, invece, per trascrivere su carta i miei desideri, che vorrei tu esaudissi come fai con tutti gli altri bambini. Non fare caso alla mia altezza o alla mie età, suvvia, sii gentile e accontenta un povero liceale che tra tutte le preoccupazioni del presente si è preso la briga di ritagliarsi un pezzetto di tempo per scriverti una lettera. Quello che ti chiedo, difficilmente potrò trovarlo sotto l’albero alla Vigilia o adagiato sul tappeto del salotto, ma mi affido comunque ai tuoi poteri che ogni anno fanno sognare milioni di bambini per accontentare un “non più bimbo” che ha bisogno di credere in qualcuno. E mi sembra di poter parlare in generale a nome di quella classe che corrisponde ai tanto blasonati “liceali”, gente che entra tra quattro mura con il piede giusto e il sorriso e ne esce cinque anni dopo a gattoni senza forze, per intenderci.
Per quest’anno, Babbo Natale, regalami un po’ di tempo. Ma non un’oretta di relax tra due attività programmate, nient’affatto. Fammi riscoprire le mie capacità (sicuramente presenti, ma intelligentemente nascoste) di saperlo gestire, il mio tempo. Regalami quell’arma superefficace che mi permette di allontanare ogni ansia e preoccupazione almeno alla sera, quando vado a dormire ma non riesco a prendere sonno perché il futuro immediato mi spaventa e mi induce a nascondermi tra le scuse per qualcosa che inesorabilmente non sono riuscito a fare. Regalami il modo di poter rendere felici le persone che mi stanno a cuore per il semplice fatto di riuscire a dedicar loro del tempo, che, nel momento del bisogno può essere essenziale. Regalami la forza di cambiare la mia prospettiva, uscire dagli schemi e sconvolgere gli ambienti che mi stanno intorno. Chi può dire che, magari rovistando tra oggetti del passato e ricordi sopravvissuti ad anni di muffa, io non riesca a trovare il mio cassetto disperso dei sogni? Regalami il tempo per indossare un paio di scarpe di ginnastica e inseguirli, perché se continuo a rimandarli al domani non si avvereranno mai…
In fondo, mi basterebbe riacquistare quella capacità infantile di sorprendermi innanzi a ogni piccola inezia per rendere più colorate le mie giornate. Semplicemente mi chiedo dove sia andato a finire quel pastello che colorava il mondo, Sì…forse un pochettino fuori dai bordi, ma con sfumature vivaci.
Ti aspetto, con un lume acceso e una tazza di latte, mi raccomando.
Un liceale qualsiasi
10 Dicembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
La tecnologia negli anni è diventata la chiave del nostro benessere. Essa infatti è parte integrante delle nostre vite, è qualcosa con cui si convive quotidianamente e che sta diventando sempre più facile da utilizzare e sempre più accessibile. Inoltre il progresso tecnologico è sempre più in grado di stupirci poiché semplifica incredibilmente azioni che qualche anno fa non saremmo stati in grado di svolgere, a volte persino con un semplice “clic”. E tutto ciò non può che essere un bene per la società odierna, che ha sempre più bisogno di essere “connessa” con il mondo esterno. Questo enorme sviluppo sta influenzando positivamente anche l’urbanistica e l’architettura, e può portare all’ottimizzazione e all’innovazione di servizi pubblici offerti dalle città. In che modo? Con la realizzazione di infrastrutture materiali che mettano in contatto l’uomo e le nuove tecnologie della comunicazione, dei trasporti e della sostenibilità ambientale, che sono indubbiamente in grado di migliorare la qualità della vita e di soddisfare le esigenze dei cittadini.
Negli ultimi anni stanno nascendo numerosi progetti in tutta Europa, e anche in provincia di Cuneo, che hanno lo scopo di realizzare un ammodernamento delle città, facendole diventare così “smart”, cioè intelligenti, in grado di offrire servizi utili alla vita quotidiana e apprezzabili anche e soprattutto dai giovani. Il concetto di “città intelligente” (smart city) è nato in Europa nel 2010 e, seguendo l’esempio di Rio de Janeiro, molte città europee ed italiane (Amsterdam, Malta, Southampton, Verona, Varese, Torino sono solo alcuni esempi) ora mirano a divenire “Smart Cities” tramite uno sviluppo urbano ecosostenibile grazie al quale si potranno diminuire gli sprechi energetici e si potrà ridurre l’inquinamento, con un miglioramento della pianificazione urbana e dei trasporti. Tutto questo attraverso la creazione ad esempio di metropolitane ad impatto zero, di pannelli solari sugli edifici, di connessioni internet gratuite o apparecchi touch screen che permettano di prenotare un tavolo in un ristorante velocemente, ma anche colonnine che consentano di essere aggiornati sugli orari dei bus e sul traffico, oltre che sul meteo e sugli eventi principali della città. Ciò significa cercare di muovere qualche passo verso un nuovo futuro per le nostre città e renderle veramente dei luoghi vivibili.
Nella Granda un’azienda che ha mosso i primi passi per promuovere un progetto smart è la Tecnoworld di Alberto Mandrile, che intende realizzare nel cuneese un programma di valorizzazione molto interessante attraverso l’installazione, nei punti nevralgici della città, di totem multimediali. Queste strutture, già presenti in molti comuni del territorio, offriranno una connessione ad internet gratuita, ed inoltre, tramite l’utilizzo dello schermo touchscreen, informazioni sul meteo della città, sulle ultime notizie politiche o sportive, sugli eventi più importanti (mostre, fiere, concerti) ma anche sulla programmazione dei cinema e dei teatri della provincia. Inoltre questi totem saranno anche punti di bike-renting and sharing, dove sarà possibile affittare biciclette elettriche a pedalata assistita ad impatto zero (come avviene già in Austria), comode per gli spostamenti in città. Tutto ciò utilizzando una semplice carta, distribuita con molte agevolazioni ai ragazzi under 21 della provincia, che permetterà di avere sconti nei negozi aderenti al progetto, potenziando l’attività dei commercianti locali e, inoltre, la card potrà essere utilizzata anche come carta di credito. Questo progetto coniuga quindi la diffusione capillare dei totem alla geo localizzazione e quindi anche alla valorizzazione delle risorse naturali (parchi, itinerari) della provincia di Cuneo, grazie anche alle informazioni turistiche che saranno presenti sui totem in diverse lingue. Questi totem avvicineranno sempre più il cittadino al comune e alla provincia di Cuneo, rendendolo sempre più partecipe delle bellezze che la Granda offre.
Queste iniziative devono essere un grande trampolino di lancio per un’evoluzione tecnologica sostanziale di molte e non solo di alcune città italiane, in modo tale da far si che le persone ogni giorno possano sentirsi parte di qualcosa di importante, qualcosa da valorizzare e non da criticare, trascurare o deturpare. Qualcosa da apprezzare in prima persona, guardando al futuro con la tecnologia smart, intelligente, pronta a rendere migliore il passaggio di ognuno per questo strano posto chiamato Mondo.
Gabriele Arciuolo
26 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Non c’è giorno che sia già scritto. Non esiste mattina che si scende dal letto e tutto è ormai deciso. Non c’è altro che un foglio bianco di un grande libro chiamato vita che aspetta solo di essere scritto. E i libri sono 7 miliardi. A ogni nascita inizia la stampa di un nuovo diario che non morirà mai, che sarà sempre conservato nel cuore di chi verrà dopo.
Se solo ci si ricordasse di questo pensiero ogni volta che si aprono gli occhi… Invece sono troppi i giorni abbandonati a se stessi, dedicati a un non si sa che in grado solamente di rubare il tempo, di rendere la giornata vana e di provocare un burrone nell’anima che solo un grande abbraccio di chi ci vuole bene sa riempire. E’ struggente diventare consapevoli di perdere il proprio tempo per niente.
C’è un sentimento negativo che un po’ alla volta sta diventando il motore quotidiano di questa piccola parte di universo e noi, l’uno con l’altro, cerchiamo di convincerci che questo sia la sensazione interiore più comune: la disperazione. Disperazione che ci viene venduta molto facilmente perché ognuno di noi ha dei limiti, non sarà mai perfetto. Ma questa idea è al di fuori dal nostro mondo dove regna l’ansia della perfezione: se non siamo perfetti siamo disperati. E poiché la perfezione è irraggiungibile, il risultato è evidente.
In un clima tanto ostile quanto negativo ogni buon gesto sembra cosa vana. Chi è disposto a perdere il proprio tempo per costruire qualcosa su un pianeta disperato?
Io mi rifiuto di passare alla storia come la generazione delle notifiche su Facebook o delle spunte blu di WhatsApp. E’ una presa di posizione radicale, ma questi piccoli simboli sono degni di condizionare la mia vita? Sono così essenziali da poter diventare loro la parola della mia pagina bianca di vita?
Notificassimo il nostro vivere magari ci sarebbe un po’ più di verità anziché disperazione: trasformare quest’attesa spasmodica di ricevere una notifica in una corsa sincera verso un amico per dirgli ti voglio bene, verso una ragazza/o per dire ti amo. Per far sapere all’altra persona che si é contenti che lei esiste e se non esistesse la si ricreerebbe tale quale, difetti compresi. Allora la perfezione é qui per davvero, si é amati, si é perfetti per qualcuno.
Siamo una combinazione eccezionale perché unici, unici per i propri difetti che, nonostante le loro debolezze, sono amati da qualcun altro. E si é amati tutti, per intero. Perchè disperare tanto? Andiamo bene così come siamo. E quando si sa che fuori di casa c’è qualcuno che ci ama ogni mattina ci si alza siamo gioiosi, si ha voglia di prendere in mano la penna e iniziare a scrivere quel libro che si porta con sé dalla nascita.
Troppo amabili, ma poco amati. Troppo copie, poco unici. Eppure da bambini si faceva tutto con amore. Da piccoli si sognava in grande: si giocava a fare il pompiere perché da grandi si voleva salvare le persone mentre la loro casa era in fiamme. Ora siamo noi i piromani della nostra vita. Non sappiamo più farci sfidare dalla realtà: la disperazione ci provoca paura di fallire. Perché porsi mete alte?
Perché, d’altra parte, non porsele? Scegliamo a che cosa dedicare la nostra vita… Libertà è poter decidere per chi e per che cosa giocarsi la vita. Però bisogna patire. Sì, per amare bisogna patire, dare la vita. Ed è così bello vivere quando si ama. Ed è così liberante portare con dignità il proprio viso. Ed è così motivante svegliarsi con addosso il motivo per cui scendere da letto, per cui vivere.
Quando si ama e si è amati si è anche in bilico, come un funambolo. Meglio essere amabili e guardare il funamboli dal basso o correre il rischio di mettersi in gioco? Rischiare tutto, anche di cadere da grandi altezze, ma poter dire di averci provato. La paura di fallire è sempre figlia di una negatività… Chi canta che il tarlo della vita è il nostro orgoglio non ha tutti i torti.
Se si è liberi allora il cambio di prospettiva diventa una benedizione: il bianco della vita non fa più paura. Anzi, per fortuna che la pagina è bianca. Che si è giovani e il canovaccio non vede l’ora di essere cambiato.
Virginia Satir diceva: “Ci servono quattro abbracci al giorno per sopravvivere, otto per vivere e dodici per crescere”; questi abbracci non posso essere finti, altrimenti sono vani. Quando si ama e si è amati si abbraccia la vita e si vanno a creare relazioni vere con le persone che sono al nostro fianco, in cui uno dona all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno.
E incredibilmente tutto torna ad avere significato. Ad essere vita.
Luca Lazzari
PS: grazie a Profduepuntozero per le sue idee e parole