3 Marzo 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Lui e lei sono due compagni di classe liceali.
Lui non vuole passare alla storia come la generazione delle spunte blu di WhatsApp. Lei si chiede perché il problema maggiore di sua mamma sia la foto profilo di WhatsApp.
Lui non vuole essere chiamato “bamboccione”. Lei si chiede perché si preferisce un “Mi piace” ad un abbraccio.
Lui si cerca negli occhi degli altri. Lei si guarda allo specchio per guardarsi dentro.
Lui si mette in gioco. Lei si chiede qual sia lo spazio dei giovani.
A volte non si sa che cosa accada, che cosa succeda. Si sa solo che sia Amore che scelse. E ciò che fa Amore non ha eguali, non può essere contrastato. Va accettato, va vissuto. Per stare al passo delle scelte di Amore è amare.
È come il più che incontra il meno. Si sono sempre cercati loro, ora si sono uniti. C’è un mistero. Non si sa nulla, lo si chiama Amore. I due si accettano per quello che sono, compresi i difetti. Si donano l’uno all’altro. Si completano. Si amano.
Anche se lei non risponde appena visualizza il messaggio, lui sa che lei c’è. Anche se la mamma ogni tanto manca di attenzione, lei sa che lui c’è.
Lei lo ama per le sue idee e gli bacia la fronte perché crede di donare affetto ai suoi pensieri. Lui la abbraccia, racchiudendo in quel gesto lei per quello che veramente è: le sue esperienze, la sua storia, le sue idee.
Lui si trova nel suo sguardo innocente. Lei sa che le sue pagine interiori lui le sta sfogliando, sottolineando e ammirando ogni minimo dettaglio.
Lui ha la forza per non mollare nei progetti in cui si è tuffato. Lei ha capito che l’adulto è l’adolescente di oggi. Guarda Facebook e WhatsApp. Cambia idea ogni momento ed è geloso degli altri. L’unico spazio che le rimane sembrava essere la notte, ma grazie ad Amore con lui ha capito che il suo spazio è la vita.
1 Marzo 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Mi ricordo che frequentavo la scuola media la prima volta che ne rimasi affascinata. Durante l’ora di inglese sfogliavo il libro di testo e le sue immagini mi rapirono. La sua lontananza la rendeva una terra così irreale: 15613 chilometri in linea d’aria tra me e l’Australia. Mi sono rimaste impresse la sua cartina topografica con Alice Spring al centro, con le sue Ayers Rocks che cambiano colore in base alla luce del sole, l’Opera House di Sydney, la Great Barrier Reef, con i suoi coralli, le sue meduse, i suoi squali. Come se l’isolamento geografico che le permise di distinguersi dal resto del mondo in fatto di clima, flora, fauna, storia e forse anche mentalità, avesse in qualche modo contribuito a creargli attorno quell’alone di fascino e mistero, proprio delle cose che non si conoscono.
E a partire dai miei 12 anni, nutrire lo spasmodico desiderio di un giorno andarci, anche se poi frenato, senza essere attenuato, dalle infinite altre possibilità che mi si sono aperte davanti. Pensare ogni giorno di partire, per poi non partire mai, forse per tenersi lì buono un desiderio non realizzato, con il timore che a realizzare un sogno forse un po’ lo perdi.
E poi ci sono loro, Elena e Alessandro, che sono stati portati dall’altra parte del mondo dalle occasioni, dai desideri, dalle possibilità, dalle mille diverse strade della loro vita. Con la consapevolezza che per ogni sogno espresso, in realtà, ne arrivano altri cento al seguito. Due volti a rendere concreta una realtà, che ora non è più solo fatta di canguri, koala, surf e paesaggi, ma che continuo a guardare da lontano quasi con venerazione. Elena e Alessandro: due volti a testimoniare la veridicità della pericolosa massima “Volere è potere”, e che se volere è partire, basta un volo, e avrai.
Nome e cognome.
E.: Elena Crocchioni

A.: Alessandro Bontempo

Soprannome.
E.: Ele, Crocchi, Nini
A.: ne avevo un paio quando frequentavo le scuole in Italia tipo Bunte o Bonte poi, da quando mi sono trasferito all’estero, tutti mi chiamano semplicemente col mio nome.
Età.
E.: 27
A.: 29
Città nella quale vivi.
E.: Canberra, Australia.
A.: Sydney, Australia.
Città nella quale vivevi prima di partire.
E.: Cuneo.
A.: Caraglio, vicino a Cuneo.
La prima cosa che hai visto stamattina appena ti sei svegliato/a.
E.: la pioggia fuori dalla finestra.
A.: le e-mail sull’Iphone, purtroppo.
Il lavoro che svolgi.
E.: faccio due lavori part-time: al mattino lavoro come attachè presso la Nunziatura Apostolica (ambasciata della Santa Sede in Australia), al pomeriggio sono allenatrice di ginnastica ritmica a “Elementz Rhytmic Gymnastcs”.
A.: Restaurant Manager.
Il lavoro che volevi fare da piccolo/a.
E.: ballerina o acrobata.
A.: chirurgo.
Il sogno nel cassetto.
E.: visitare tutti i paesi del mondo.
A.: avere una casa con giardino con vista sull’oceano a Sydney o a Byron Bay (all’estremo nord dello stato del New South Wales al confine con il Queensland dove il clima è mite/caldo per tutto l’anno), un cane e la possibilità di continuare a viaggiare.
Il sogno fuori dal cassetto.
E.: essere pagata per farlo.
A.: vivere all’estero.
Gli studi che hai fatto.
E.: relazioni internazionali, specializzazione sul mondo arabo.
A.: ragioneria, ITC “F.A. Bonelli” Cuneo
Perché sei andato/a via dall’Italia?
E.: inizialmente sono andata a Parigi per finire l’università e poi in Australia per trovare lavoro.
A.: avendo iniziato a lavorare nel settore della ristorazione quando ero molto giovane la situazione all’estero era più divertente e mi permetteva di guadagnare meglio, in aggiunta, non mi ci è mai voluto più di mezz’ora a fare una valigia.
I motivi per cui ritorneresti in Italia.
E.: amici, cibo e la mamma
A.: non ce ne sono al momento
Cosa cambieresti nel sistema italiano?
E.: più opportunità lavorative e voglia di dare ai giovani una chance.
A.: non saprei da dove iniziare. Vivendo all’estero da ormai 10 anni e avendo ritmi di vita molto veloci, purtroppo mi sono allontanato molto dalla politica italiana. Nei momenti liberi devo pensare a fare troppe cose e non sempre riesco ad incastrare la lettura di un giornale italiano online; però partirei con volti politici più giovani, meno favoritismi, meno corruzione e mettere davanti gli interessi del Paese rispetto agli interessi personali.
Cosa cambieresti del sistema del Paese nel quale vivi?
E.: un po’ meno burocrazia e certificazioni, infatti per ogni singola cosa richiedono mille certificati e attestati.
A.: il vasto divario che esiste tra la popolazione indigena (aborigeni) e la popolazione che ha conquistato le loro terre poco più di 200 anni fa.
La prima cosa che hai pensato/provato quando sei atterrato in Australia.
E.: finalmente questo viaggio infinito è finito!
A.: non ho prenotato un ostello, dove dormo stanotte?
L’ultima cosa che hai pensato l’ultima volta che sei ripartito/a dall’Italia per ritornare in Australia.
E.: ci vediamo presto!
A.: si mangia troppo bene in Italia ma non vedo l’ora di tuffarmi nell’oceano… arrivederci alla prossima!
Una cosa che vorresti fare ma che ti impediscono di fare.
E.: non mi viene in mente niente di particolare. Da questo punto di vista in Australia puoi fare abbastanza di tutto.
A.: nessuna.
Una cosa di cui vai particolarmente fiero/a.
E.: la mia capacità di adattarmi a qualsiasi situazione.
A.: essere sempre stato capace di fare le scelte che reputavo giuste per me, nella situazione in cui ero, senza perdere di vista gli obiettivi di vita e i goal a lungo termine.
Pensi di rimanere per tutta la vita in Australia?
E.: chi lo sa… vedremo.
A.: sto terminando un affare di lavoro che mi vedrà vivere via dall’Australia per un paio di anni ma si, sicuramente quando reputerò che è tempo di fermarsi e stabilizzarsi, questo avverrà sicuramente in Australia, a Sydney.
Cosa rispondi a chi dice che andare via dall’Italia è una fuga?
E.: non penso sia una fuga, ma la voglia di scoprire posti ed opportunità nuove.
A.: certo, è una fuga che è conseguenza di una serie di cause. Abbiamo il potere di scegliere dove vivere, che lavoro fare e come impostare la nostra vita. Se per una serie di eventi arrivo a trovare una stabilità, che non avevo in Italia, ma che trovo in un Paese estero, perché rovinare il tutto e compromettere un equilibrio che mi fa star bene?
Cosa pensi di chi rimane perché crede di poter riuscire a sistemare le cose?
E.: meno male che ci sono persone che rimangono che la pensano così!
A.: assolutamente non è che tutti dobbiamo partire e andare a crearci una nuova vita altrove. Credo però che un soggiorno all’estero, per breve o lungo che sia, possa sempre aiutare. Può succedere che proprio durante questo periodo di tempo passato lontano, si trovi l’energia e le idee per tornare e fare qualcosa di unico.
Non ti vien voglia di ritornare per dimostrare che non tutto è da buttare?
E.: ogni tanto si!
A.: non è per niente tutto da buttare. L’Italia ha un patrimonio unico che vedi da un’ottica diversa quando vivi all’estero: mi sono accorto che davvero sono nato in uno dei paesi più amati e conosciuti al mondo però no, la voglia di tornare è passata.
Home sweet home: Italy or Australia?
E.: Italy.
A.: Australia sempre di più, specialmente dopo aver ottenuto la cittadinanza e il passaporto.
Un consiglio per chi rimane.
E.: puntare in alto, senza accontentarsi della prima cosa che si trova.
A.: lavora sodo, cerca e cogli senza pensarci troppo le opportunità di crescita, non lamentarti, sii educato e viaggia se puoi (non in ordine).
Uno per chi vuole partire.
E.: non mettere limiti all’avventura e approfittare di ogni occasione che viene offerta.
A.: lavora sodo, cerca e cogli senza pensarci troppo le opportunità di crescita, non lamentarti, sii educato e impara l’inglese (non in ordine).
Fai un saluto a chi ti sta leggendo.
E.: have a g’day mate!
A.: una frase mi è stata impressa parecchi anni fa, durante uno dei miei viaggi, mentre leggevo un giornale di surf. Credo che mi trovassi su un autobus, sull’isola di Fuerteventura nelle Canarie, e faceva così: “Get out of your comfortable zone because that’s when you learn things.”.
28 Febbraio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
IMPRESSION: NUMERO 1
L’aria soffiava imperterrita, senza guardare in faccia nessuno ma abbracciando ogni passante di Rue Delacroix. Il passaggio dall’atmosfera compressa e surreale del cinema al freddo parigino non avevo tardato a farsi sentire, costringendolo ad alzare i baveri del proprio cappotto. “A Parigi d’inverno si gela”, ma lui ci teneva a intraprendere anche questa sfida, uscendo di casa con solo un marcel sotto quel cappotto marrone che gli stava troppo largo di spalle, pegno di un cliente in cambio di un ritratto con il Tamigi sullo sfondo. La curiosità per l’apertura del primo cinema di quartiere l’avevo spinto ad accalcarsi in quell’angusto buco che puzzava di fogna, per svariarsi una volta tanto. Il soggetto non lo attirava più di tanto, e le sue attese non furono tradite dalla voglia che aveva di lasciare quella sottospecie di poltrona dopo appena una decina di minuti dall’inizio della proiezione. Nemmeno una novità del genere in fatto di intrattenimento riusciva a sorprenderlo più di tanto, ormai era stato inghiottito dallo monotonia della quotidianità. Inseguiva una qualsiasi novità in grado di meravigliarlo; girava per le strade buie di notte, trovando molto spesso un gruppo di malviventi dietro l’angolo piuttosto che un cielo stellato. Deluso da ogni forma di compiacimento altrui, mentre dipingeva per strada guardava con occhio disprezzante i passanti che si scambiavano sorrisi, senza un retino per provare ad acchiapparne uno… Quando posò la mano sul retro della sedia, in cerca del cappotto per andarsene via, i suoi occhi si posarono su un’apparente giovane coppia in disparte al fondo della sala. Non erano i soliti fanciulli di bassa educazione che si scambiavano effusioni si bordi delle strade delle grandi città, ma agli occhi di un artista apparivano più come una coppia di sposi che dopo anni di lavori sofferti per mandare avanti la famiglia erano riusciti a scappare in un luogo buio per un momento di intimità. Le loro mani si univano e diventavano un’unica cosa, nell’ombra proiettata dalle immagini sullo schermo, e le loro gambe si muovevano danzanti con una leggiadria irreale. Aggiungendo un po’ di rosso, preso dalla sua tavolozza dei colori, adesso nella coppia ci vedeva due anime che come lingue di fuoco si avvinghiano e diventano un fuoco unico, il fuoco della passione. In una stanza stracolma di gente erano in verità soli, e forse anche il vero e solo spettacolo della serata. Sicuramente lo erano per lui che, rapito da quel copro bianco nell’ombra, aveva abbandonato la ricerca del cappotto ed prima di farsi inghiottire dall’oscurità della notte aveva lanciato un ultimo sguardo di invidia alla coppia. Dopo un paio di minuti dalla durata interminabile, i brividi lo riportarono alla realtà e lo indussero a entrare in un café alla ricerca di una qualsiasi fonte di calore. A dire il vero non era il tipo che sarebbe mai entrato in un posto del genere, con la concezione di cultura che aveva nella sua mente preferiva tenersi alla larga dalle conversazioni fatte di termini aulici di tutti quelli che, con un cappello a cilindro un paio di baffetti due lenti tonde adagiate sul naso, si spacciavano per intellettuali. Ed effettivamente questo contrasto interiore, figlio del precetto epicureo del lathe biosas, lo fecero esitare ulteriormente sulla soglia della porta, prima che il gelo ebbe la meglio sulle sue instabili condizioni fisiche.
Tutto era esattamente come si era immaginato, per questo non esitò a cercare un tavolino in un angolo mentre con la mano cercava invano degli spiccioli nella tasca. Una volta sicuro della sua povera condizione economica, si lascio andare a un sonno leggero, accompagnato dalla musica lontana di qualche suonatore di strada che lottava contro il freddo che l’unico strumento che aveva a sua disposizione. Era il primo momento di completo abbandono al mondo privo di inquietudine della giornata, che venne però improvvisamente interrotto da un atteso presentimento che lo mise in allerta. Perlustrò ogni centimetro del café con le palpebre prima di girare la testa verso l’entrata. Un uomo tarchiato e abbondantemente baffuto faceva il suo ingresso nel covo degli intellettuali, abilmente mascherato con un orologio da tasca. Ma la sua vista si dimenticò presto dell’ometto quando vide entrare lei.
Lo sovrastava con maestosità, avvolta nel suo cappotto di velluto blu, mentre le sue gambe da fenicottero la portavano con leggiadra grazia verso l’unico tavolo libero. Anche se non ce ne fossero stati altri disponibili, aveva il presentimento che chiunque si sarebbe alzato per lasciarle il posto, stregato dal suo portamento di modella. Prima di sedersi sulla sedia, come una regina sul proprio trono, si sfilò con eleganza il cappotto e lo adagiò comodamente sul tavolino nell’angolo nascosto. E fu in quel momento che accadde…
I loro sguardi si incrociarono, come due meteore nella precarietà dell’universo.
E fu l’inizio della fine.
Un inizio coronato degnamente dall’uscita con stile di un artista che non aveva pagato il conto da un café, con addosso un cappotto di velluto blu.
27 Febbraio 2015 | Vorrei, quindi scrivo

L’alba del pescatore solitario. Foto di Paolo Julius Sceusa
Il pescatore stava allamando delle larve di mosca alla lenza secondaria.
Ormai sono 17 giorni che non riesco a catturare una preda che mi soddisfa. L’unica ragione che mi spinge ad alzarmi tutte le mattine all’alba, a prendere i pochi attrezzi che mi servono e a partire alla volta del blu ignoto era il ricordo della sensazione provata quando ho catturato il mio primo pesce impegnativo. Ahhhhhh che bel ricordo. La sensazione di sentirsi capaci. Mi ricordo quando dopo un’ultima tirata ero riuscito ad issare il pesce a bordo. La sua bellezza era rara: le squame riflettevano la luce del sole ad intervalli irregolari, che seguivano il confuso dimenarsi del pesce fuori dall’acqua. Quel giorno sono tornato col sorriso cucito sul viso e il cuore pieno di soddisfazione.
Ma mentre penso al passato mi pungo con l’amo. Accidenti che scemo. Mi metto il dito in bocca e continuo a trafficare con la lenza secondaria. Ma non sono concentrato, perché il desiderio di riavere a che fare con un avversario all’altezza mi porta continuamente a lanciare sguardi curiosi alla lenza primaria. La guardo con attenzione e mi immagino di vedere la punta della canna incurvarsi verso il mare. Una volta, due volte, quasi come fosse un inchino fra la canna e il pesce prima dell’inizio di una danza mortale. Ma all’improvviso realizzo: non me lo sto immaginando! La canna si sta muovendo! Dannazione, al diavolo la lenza secondaria! La getto lontana da me e mi fiondo sulla canna primaria. La punta si è mossa varie volte già, ma sono state tutte toccate molto leggere. Ci vuole un affondo più marcato per poter cominciare a combattere con il pesce. Ma il pesce non si fida, ha visto numerose volte i suoi simili venir ingannati e distrutti in quella maniera.
Gli occhi del pescatore brillavano mentre scrutavano la punta della canna.
Finalmente la punta si inchina con violenza e come risposta io do un bello strattone alla canna, portandola verso di me. Ora io e il pesce siamo connessi, siamo una cosa sola. L’emozione inizia a salire, come sarà? Riuscirò a vincerlo? Riuscirà a raggiungere le mie aspettative?
Tolgo la canna dal suo sostegno ed inizio a girare la manopola del mulinello. Diamine se è forte! Mi tocca allentare la frizione, altrimenti tutto questo suo tirare finirà per spezzare la lenza. E’ pieno di energie e sento che si prende metri e metri di lenza. Ma ad un certo punto si ferma, forse stanco e lì capisco che è il mio turno. Inizio ad avvolgere la lenza col mulinello e ci metto il massimo dell’impegno. Passano i minuti, le decine di minuti, le quarto d’ore: la lotta è fantastica, l’adrenalina più alta che mai. La sensazione di essere in sintonia con esso è rinfrescante.
Sono di nuovo io a tirare, ad avvolgere il filo così che la distanza fra me e lui diminuisca, ma ad un certo punto la canna si inceppa e un’improvvisa virata del pesce fa curvare l’attrezzo così tanto che per pochi centimetri non graffia il pelo dell’acqua. Riesco a raggiungere la leva della frizione e la sgancio; il pesce prende corda e tutto si salva.
La paura che la lenza si spezzasse allagò il cuore del pescatore: non voleva perdere questo pesce.
Piano piano con più tenerezza, il nostro scontro continua. La mie gambe si sono fatte molli; mi ricordo che devo respirare e con calma espiro ed inspiro. Cautamente inizio a riserrare lentamente la frizione, sempre cercando di non bloccarla troppo. Non vorrei che la lenza si spezzasse. Ormai è il mio pesce. La mia immaginazione lo dipinge come una perfetta macchina da nuoto, col corpo affusolato, la linea centrale nera e le squame argentate come gioielli reali. Tramite la tensione della lenza posso percepire i suoi movimenti che sono affascinanti, potenti. Fra tutti i pesci, sono contento, anzi felice di aver allamato proprio questo.
Ormai la nostra danza continua da qualche ora e sento che non siamo più distanti. Forse ci separano cinque metri, forse dieci.
L’angolo che il filo forma con la superficie del mare inizia ad ampliarsi e questo significa solo una cosa: il pesce si sta sta stancando e sta cominciando a risalire verso il pelo dell’acqua. Ricomincio ad avvolgere il mulinello e poi succede. Il pesce fa un balzo fuori dall’acqua. E tutta la mia fantasia si concretizza in quel momento. Il pesce esiste, è lì. So quanto dista da me. Ho scambiato uno sguardo con lui. Voleva vedermi e mi ha visto. Forse mi ha detto “Complimenti bella lotta” o magari mi ha insultato. Poco importa.
Il nostro legame è saldo e io lo voglio portare a casa. Riavvolgo, riavvolgo.
Lui si gira, scoda. La lenza si tende all’estremo..
La lenza si spezzò e il pescatore cadde sulla sua schiena.
Apro gli occhi e vedo il cielo. Dico “Sì stai tranquillo capita”. Ma questo pesce significava molto per me. Mi sento come un bambino a cui è caduto il gelato appena comprato. Spiazzato, triste e anche un po’ arrabbiato. Ma è colpa mia? O è colpa sua? Non mi sembrava di aver esagerato con la tensione della lenza. Dannazione era importante per me. Poco fa ero immerso in un duetto soddisfacente, ora sono solo e confuso e dolorante. Chi me lo fa fare di rialzarmi e riprovare se è probabile che tutto ciò riaccada? Il cielo diventa sfocato, la barca va alla deriva e io, immobile, raccolgo i pezzi che si sono rotti.
Domani sarò di nuovo a pescare.
Stefano Lomartire
14 Febbraio 2015 | Vorrei, quindi scrivo

fonte: eosarte.eu
Si chiama Yusuf. E’ nigeriano e a causa del terrorismo di Boko Haram ha perso suo fratello minore otto mesi fa. Suo padre è morto di colera e la mamma cerca di allevare al meglio gli altri tre figli, lavorando nella notte come sarta e educando i figli durante il giorno giorno. La situazione si è fatta sempre più insostenibile e, quando ha perso il lavoro per la sua fede e non riusciva più a portare il pane a casa, ha preso la decisione di fuggire. Di scappare perché è venuta meno la sua dignità come uomo, sperando che in altri luoghi si ricordassero che, a prescindere dal colore e dalla fede, anche lui è un essere umano. Yusuf è sbarcato a Lampedusa da due giorni. Come ha incontrato le forze di polizia nel centro di accoglienza si è lasciato andare, sfogandosi in un monologo interiore di una delicatezza fortemente toccante.
“Ho pagato 1800 dollari per la traversata. Sono stato rinchiuso in un capannone in Libia tre giorni, ammassato, senza acqua nè cibo. Poi di corsa su una zattera a motore, stipato con altre 160 persone. Il mare era molto mosso. Ora posso dire troppo. Faceva molto freddo. Ora posso dire troppo. In tutti noi, che non siamo nè ladri né persone cattive, c’era tanta speranza. Ora posso dire troppa. Sono partito dalla Nigeria con un fratello morto in un attentato. Sono arrivato in Italia con 130 fratelli morti assiderati. Mi stupisce pensare che entrambi siano morti in un viaggio alla ricerca della speranza: spirituale e terrena.
Sono triste e desolato perché sono partito senza niente, ora niente mi rimane se non me stesso. E se la mia povertà non mi consente di alzare la testa, la mia dignità non mi permette di abbassarla. Ma cosa faccio ora? Sono consapevole che in un momento come questo per il vostro paese posso essere un di troppo, ma in altri stati forse no. Però sono certo di essere un “eccesso”, se così si può definire un uomo, solo a livello economico, perché per tutti coloro che hanno un cuore non posso essere altro che un fratello da accogliere. Un uomo con due occhi, una bocca, un naso, nato dal rapporto d’amore tre due persone come tutti, in cerca di vita e dignità umana. E queste due cose non si imparano dal maestro di scuola o di ballo, ma alla scuola del cuore. E per fortuna ognuno ne ha uno, quindi può sempre imparare.
Se non c’è posto per me, ditemelo, non accusatemi. In Nigeria non c’era spazio per me, non rispeditemi indietro come un pacco arrivato rotto o fallato. Sono intero e pieno di vita. Indicatemi un altro luogo dove andare. Per il momento, però, accoglietemi per quello che sono e suggeritemi cosa fare. Mai come in questo momento ho bisogno di te, fratello bianco. Non a livello economico, ma a livello umano. Perché anche se non ho un conto in banca e uno stipendio, ho una dignità da ritrovare e una vita da scrivere. Per il resto mi basta un tozzo di pane e un bicchiere d’acqua.
Forse per i pochi che governano il mondo io e la mia storia non siamo altro che una goccia nell’oceano. In realtà questa goccia è una persona che ha un cuore. E al cuore non si comanda, anzi, tutto quello che esce da qui è contagioso. Per questo sono convinto di potercela fare.”
Luca Lazzari
Il racconto è frutto della sola immaginazione di me scrittore. E’ una semplice riflessione sullo stato d’animo di un immigrato, inconsapevole e ignaro, come me, di tutte le dinamiche politiche, economiche e di interesse che si nascondono dietro il traffico di persone umane.
30 Gennaio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Avete mai avuto la percezione di essere nel posto giusto al momento giusto?
Su una spiaggia a dicembre, nessuno intorno, solo tu, lei e il mondo.
Tutto si ferma per un istante.
Il mare canta una melodia perfetta, il sole le illumina il sorriso sbocciato come un fiore d’autunno, il vento profuma di vita e la sabbia sembra danzare il più gioioso dei girotondi, incorniciando l’ intreccio delle vostre mani.
Poi il mondo ricomincia a girare, il sole torna quello di sempre, il mare riprende il suo infinito andirivieni, il vento torna pungente e la sabbia, semplicemente sabbia.
Tu stai lì, con il cuore troppo pieno per lasciarti parlare, negli occhi quell’ istante, un secondo che vale l’ intera giornata.
Sono in quegli attimi, quando ogni cosa si ferma, per regalartiuna fotografia della perfezione, che ti rendi conto di cosa sia la vita.
Un insieme di istanti, che come fotografie, rilegate in un album di incertezza formano il film della nostra vita.
Nessun programma per domani, avrò tempo alla fine di ogni cosa per foderare l’album e pensare alle didascalie.
Nessun rimpianto o rimorso, valuterò la qualità del mio film quando non potrò più scattare scene madri.
Un’ultima occhiata alla macchina per posizionare la risoluzione al massimo di quanto mi sia concesso; preparo il sorriso migliore pronto a fermare il mondo in un’altra foto del film, che scatto dopo scatto sto montando.
Samuele Geronimo Ellena