Il rumore della Felicità

Immagina di avere un appartamento extra-lusso a New York e un lavoro da giornalista al Rockfeller Center… Tu rinunceresti a questo per vivere in un monolocale di una via dimenticata di Kyoto?

Oppure a una carriera luminosa da biochimico per andare sull’Himalaya?

Così ha fatto Pico Iyer che ora vive in Giappone con la moglie e i figli; mentre Mathieu Ricard a venticinque anni si è rifugiato in Tibet, accolto dai monaci buddisti.

Perché sono fuggiti dallo stile di vita occidentale?

A Pico è venuto in mente di rallentare la sua vita quando era seduto su un taxi che attraversava New York. Era mezzanotte e aveva appena finito di lavorare. Pensò ai mille impegni che svolgeva ogni giorno, ma pensò a quanto poco tempo dedicava a se stesso. E ha preso la drastica decisione.

Spesso ci sentiamo inadeguati anche noi: la nostra lista delle cose da fare è sempre piena, ma ci sembra che la vita ci scivoli via dalle mani.

Ci sentiamo vuoti e cerchiamo di riempire l’anima con cose sempre nuove: il nuovo I-Phone, il nuovo vestito di Zara. Ma la sensazione di felicità rimane per poco tempo. Ci sentiamo come una bolla di sapone. Riflette i colori dell’arcobaleno,suscitando meraviglia dal bambino che l’ha soffiata, però essa scompare dopo pochi secondi …

E se invece di riempirci ci svuotassimo? Mathieu e Pico hanno messo in pratica questa pazza idea, invertendo il paradigma dominante.

Mathieu Ricard risiede da quarantacinque anni in una comunità monastica in Tibet, mentre Pico continua a lavorare come giornalista, ma non possiede né TV, né connessione Internet, né cellulare.

Minimo comune denominatore? Tutti e due credono nel potere della tranquillità.

In che senso tranquillità? Stare spaparazzati sul divano a guardare “The Big Bang Theory”?

No. Tranquillità, per loro, significa restare fermi e non pensare ad altro se non al momento presente. Quante volte cerchiamo di riempire i tempi morti controllando Whatsapp o scorrendo la bacheca Facebook ?

E se invece provassimo a lasciarci trasportare dal semplice nostro respiro e da cosa sentiamo in quel momento? Momento che non ritornerà più e di cui non troveremo mai il gemello perché ogni momento è sempre diverso e unico.

La prossima volta che vuoi sentirti meglio ascolta te stesso in silenzio, seguendo il consiglio di Ricard e di Iyer. Forse è più efficace del rumore della pubblicità.

 

Federico Musso

1000miglia – langheroeromonferrato.net

La redazione di 1000miglia ha iniziato a collaborare con la testata online langheroeromonferrato.net . La nuova testata online langheroeromonferrato.net dedica uno spazio settimanale a 1000miglia dove cercheremo di raccontare il mondo giovanile che viviamo quotidianamente. Dalla scuola al rapporto con i genitori, dai modi in cui passiamo il nostro tempo libero fino alle possibilità che ogni giorno incontriamo, ma anche le difficoltà e le ossessioni di un giovane al giorno d’oggi, senza dimenticare come le si possono superare.
In questi giorni è possibile visitare langheroeromonferrato.net e leggere le presentazioni di ogni componente della nostra redazione in cui ognuno si racconta dicendo quali sono i principali temi che affronterà nei prossimi articoli. Commenti, condivisioni e appunti sono i benvenuti: scrivete alla nostra casella di posta 1000miglia1000miglia@gmail.com o lasciate un commento al fondo dell’articolo.

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La casa dai muri di pietra

Ci sono muri spessi di pietra a reggere questo tetto e a contenere il gelo d’inverno, il fresco d’estate. Non fa mai caldo qui, ma di mosche ce ne sono quasi sempre. Appena entri c’è un odore di antico, di vecchio, che poi è l’odore della polvere. Non è un odore che affascina, è un odore che non ha nulla di misterioso o inafferrabile. Sono mura che hanno visto crescere e morire almeno tre generazioni. Sono mura che si reggono solo più per inerzia, ma non sono stanche. Hanno la forza dei titani, così imponenti da sembrare immortali, ma per niente divini. Ci passavo le estati lì. Il mio rifugio in mezzo alla natura e alla campagna che si affacciava alla tangenziale. Ma chi la considerava quella, il mio mondo finiva al di qua del cancello. Il cortile era un tutt’uno di polvere e catene, che tenevano legate mucche e cani inselvatichiti. Era una natura al guinzaglio, la migliore che potessi mai immaginare, abituata alle mura sottili e sempre pulite della città. Passavo le mie giornate al sole, con un cappellino da maschio in testa, pantaloncini e una maglietta troppo stretta che non copriva completamente le rotondità ancora da bambina che mi preoccupavano. C’erano gli animali, e ogni estate dei cuccioli di conigli o di gattini, sempre nuovi. Ricordo il colore del grano appena tagliato e il suo odore appena imballato. Amavo stare sul trattore mentre lo zio sistemava balla dopo balla lì sopra. Cibo per i miei occhi e libertà per la mia anima, ancora così poco matura. Quelle distese di colori e di cielo non si dimenticano così facilmente. Rimangono in un angolo, e ti plasmano e creano dentro te un’ideale che all’occorrenza emerge e ti rassicura, contro ogni costruzione mentale che rende la vita adulta e cittadina così prevedibile e finalizzata. Si chiamano radici. Le mie sono quella paglia. La sento ancora sulla pelle, quando mi ci coricavo su: non bastava la coperta che mettevo sopra, continuava a pungere. E ricordo i piedi sporchi di terra e polvere alla fine di ogni giornata, quello sporco sano che si infilava tra i sandali trasparenti che andavano di moda e la mia pelle mai abbronzata. E poi la sera prima di dormire, dietro casa a pulirceli con sapone e acqua gelida, mentre la nonna ci raccontava storie di parenti lontani, dispersi in chissà quale foresta, in balia di probabili cannibali. Ricordo che disegnavo distesa su quella paglia imballata, e coloravo la mamma e il papà, facevo loro biglietti e cornicette. Non c’era tempo per dormire al sole, dovevamo riempirci gli occhi di quelle giornate. Ricordo che aiutavo la nonna ad innaffiare le belle di notte la sera, quando aprivano i loro calici alla luna che doveva ancora nascere. Quanti ne aveva di fiori. La aiutavo a rinchiudere le galline nel pollaio la sera e preparavo strani mangimi mettendoci di tutto dentro, convinta che mangiando quello avrebbero deposto uova d’oro. Quanto rideva lei poi, quando ogni tre secondi controllavo le uova, superando la mia paura per le galline. Amavo guardarli gli animali, ma loro non erano abituati a me. Così una volta per poco una mucca non mi incorna, sfuggita a quelle catene. Ero piccola, lei era nera e inferocita, mi veniva incontro impazzita, e solo quando mi accorsi che stava puntando me perché mia sorella mi gridava di spostarmi, corsi senza pensarci dentro casa. Solo dopo iniziai a tremare. Alla sera dava da mangiare anche ai conigli. Lei li teneva nelle gabbie, mentre io riempivo le ciotole con acqua e cibo. Non si fermava mai lei. Le si leggeva negli occhi l’entusiasmo di averci lì con lei, quando ci presentava alle sue amiche prima di andare a messa. Ora sono tutte morte. Non sapeva guidare lei, a malapena sapeva leggere e scrivere. La terza media era troppo per lei, nata in una povera, ma numerosa famiglia. Per di più era femmina lei. Si era sposata presto ed era andata a vivere con la famiglia di suo marito, sotto le grinfie di una suocera troppo severa per poter contraddire. Dicono che fosse cattiva e che nessuno fosse così dispiaciuto quando morì. Una vita d’inferno, passata sotto il segno della povertà e della rinuncia, abituata a non avere sogni, a sopportare la fatica, il cordoglio e a non confidarsi con nessuno. Si era procurata un cuore di cenere compressa, risultato di una vita in cui era stata forse costretta ad amare il giusto, mai a fare ciò che era realmente sentito. Una volta così immersa nella quotidianità e a garantire il minino indispensabile a tutti, ora radicata nel passato. Il risultato è la paura di tutto: serpenti, rimpianti, ospedali e morti, forse a causa di un peso sullo stomaco impronunciabile, sepolto e appena riemerso, e uno più recente, riconducibile ad una figlia che non le parla più per motivi sconosciuti, offese inconsapevoli arrecate, rendetevi conto, forse solo parole dette, a distruggere il residuo di leggerezza di una vecchia che non ha più niente a cui pensare se non ai pochi nipoti che non le sono negati, a un vecchio marito diverso dal giovane uomo sposato e al loro corredo funebre.

Invece con lui era diverso. Lui era l’autorità per tutti, ma da me si faceva facilmente governare. Lui era fatto di baffi bianchi all’ingiù, di cappelli di paglia, bestemmie e preghiere, vestiti vecchi e misteriose abilità. I grandi dicevano che sapeva curare i mali con strane arti passategli dalla madre in punto di morte. Io volevo vedere ogni volta che li compiva, ma non me lo permetteva, perché nessuno poteva. Quando aveva finito usciva dalla cantina con un sacchetto bianco pieno di cose che non ho mai saputo. Amavo aiutarlo a costruire corde, mangiatoie e trappole per topi. Ce n’erano tanti lì, nella stalla e nella casa. Era ingegnoso, calcolatore. Ma anche mezzo sordo e iniziava a dare i primi segni fisici di cedimento. Camminava con la canna, di li a qualche anno sarebbero diventate due, troppo umiliante la sedia a rotelle, meglio faticare. Ostentava un orgoglio irritante. Ricordo che da piccola capiva al volo solo la mia di voce. Gli raccontavo di tutte le storie che mi avevano raccontato, Cappuccetto Rosso o il Gatto con gli Stivali. Quando lui era bambino nessuno gliele aveva mai raccontate, né le aveva mai lette. Era cresciuto anche lui in mezzo ai sacrifici e alla povertà. Non era andato in guerra per una mano infortunata: non immagino la durezza che ne avrebbe ereditato, se la vita l’aveva già reso così rigido. Figlio ennesimo di mille fratelli, aveva litigato con tutti e non parlava più con nessuno. Dopo la morte della madre, unico comun denominatore, se ne andarono via tutti, ed era l’unico rimasto a gestire la dimora dai muri di pietra, con sua moglie e i suoi quattro figli. Avevano litigato per l’eredità o per la probabile illegittima origine del seme che l’aveva generato. Nessuno dei suoi figli seppe la verità, e mai nessuno la saprà. Il rancore verso quei fratelli forse non di sangue era radicato a tal punto da ritenere inconcepibile ogni moto di commozione pubblica provocata dalla morte di uno di essi, cosicchè non si concesse di piangere in pubblico quando capitò, né andò al funerale. Ma quel giorno lo spiai inconsapevolmente dalla porta socchiusa, e stupì se stesso, nel vedersi piangere in solitudine. Viveva in un mondo in cui le offese non andavano perdonate e le idee non dovevano essere cambiate. Dove piangere è segno di debolezza, e l’unico modo di far tacere due figlie che litigano è mostrare loro la cintura. Un mondo fatto di parole d’onore e preghiere. Si legge ancora negli occhi la stanchezza di tutto quell’odio, ma anche l’orgoglio di continuare ad odiare. Cinquant’anni di odio non possono venire cancellati nemmeno dalla morte. Tanto che sul suo necrologio non verranno ricordati i fratelli, e verranno cacciati di casa se si presenteranno alla porta. Per un figlio rifiutato, non ci può essere che il rifiuto verso quei fratelli che non l’hanno accettato. Odia a tal punto da non cambiare idea nemmeno in punto di morte, ma la teme, perché si porterà con sé il cordoglio del rifiuto, dell’odio, dell’incertezza e di quel primo abbandono. Ancora in vita prepara tutto, e cammuffa più di lei i dolori di una vita fatta di cicatrici. È un peso che lei non riesce fino in fondo a nascondere, gli occhiali sono ancora troppo puliti, e lui, credendo di nasconderlo, dietro una maschera fatta di occhi orgogliosi e ormai stanchi e sorrisi di denti finti.

La leggerezza di quelle estati trascorse tra le braccia della nonna e della paglia svanirono con l’aumentare della mia altezza, del mio peso e della mia taglia di reggiseno. Presto crebbi, senza rendermene conto, e pian piano smisi di desiderare cielo e aria pura. Le estati le preferivo passare con gli amici, al mare, in campeggio. Iniziai a preferire una natura diversa. Iniziai a vedere le cose con occhi diversi. Il nonno non era un anziano da ascoltare con rispetto e riverenza, ma solo un vecchio sordo dalla palpebra cadente, senza denti, noioso, solito a raccontare costantemente eventi ormai secolari, che non interessano più a nessuno, perché nessuno può farne tesoro dell’esperienza altrui. Invece lei non era più la nonna che accudiva la casa e rideva per i suoi nipoti: era una vecchia che non si lavava, sempre disposta a lamentarsi dei suoi male che non si preoccupava di curarsi, con l’ossessione per i sensi di colpa e i medici. È triste pensare come crescendo, iniziai a notare questi dettagli, di come inizia a pensare questi fatti come a qualcosa di negativo e criticabile, di sbagliato e poco salutare. Forse la realtà era sempre stata quella, ma cosa credete che siano agli occhi di un bambino i suoi nonni, se non eroi di un’epoca passata? Al suo sguardo innocente qualsiasi realtà, era vista con stupore e meraviglia. L’amarezza è in questa crescita forzata, che costringe lo sguardo infantile a cambiare angolazione, e ad acquisire la stessa di quegli adulti che hanno dimenticato quanto stanno bene i bambini nel loro mondo senza pregiudizi, lamentele e imposizioni, fatto di giochi, di fantasia e semplicità. Oppure i nonni erano davvero cambiati. La realtà era davvero diversa da un decennio fa. E qui notare come sia ingiusto continuare a crescere, e senza poterlo controllare, invecchiare. O forse invecchiare così. Quasi come se crescere fosse una gita in montagna. All’andata è tutta in salita, la si deve conquistare la vetta, e appena la si raggiunge quanta soddisfazione. Ma quello è il culmine, da lì in poi sarà tutta discesa: non dovrai più faticare, ma alla fine ti ritroverai al punto di partenza. Ma con tutta la fatica del viaggio. Invecchiare dimenticandosi di aver vissuto, portandosi dietro solo le paure e i rimpianti è la peggior condanna degli uomini che hanno la colpa di aver vissuto circostanze e fatti avversi allo sviluppo di una vita sana, e di aver incontrato persone che le hanno represse, impedendogli di preservarsi una vita rigogliosa. La mia infanzia trascorsa in quegli stessi muri che hanno cullato disgrazie, non fece altro che sviluppare un senso di colpa, per le estati felici e spensierate che trascorsi lì, nel cortile, in bicicletta in mezzo alla polvere e all’erba, così in contrasto con le dure condizioni nelle quali i nonni si erano dovuti sforzare di crescere e diventare adulti. Un senso di colpa per una spensieratezza non meritata, non perché effettivamente colpevole di qualcosa, ma anzi proprio perché senza cordoglio. Come potevo sapere dei litigi, delle bugie, dei retroscena che si nascondevano negli album delle foto di famiglia nascosti in qualche cassetto nella stanza dove non si poteva andare. Solo più tardi, dopo i tempi felici, sviluppai questo illogico senso di colpa per qualcosa che non mi era capitato perché forse tutto era già capitato a loro, ai miei nonni, ai miei genitori. Niente doveva essere scontato apparentemente da me, a otto anni, mentre ridevo così ingenua delle nuvole e delle matite, ignara che la vita un tempo doveva essere stata davvero difficile.
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Ma di lì a poco, successe qualcosa che spostò i miei pensieri dalle felici estati passate in cortile, e successe sempre d’estate, qualcosa la cui entità rimane misteriosa, ma mi cambiò. Sono rivoluzioni silenziose quelle che fanno prendere pieghe sbagliate all’anima, hanno origini fuori da essa. Sono invisibili, ma solo occhi esperti sanno riconoscerle, e quindi alla prima volta è facile esserne colpiti, ma sono pochi gli animi sensibili disposti ad accoglierle con le armi giuste da saperle combattere. Sono condizioni che improvvisamente si fanno ostili alla vita e alla crescita, nonostante si abbiano soldi, una casa, dei vestiti, del cibo, due genitori, una famiglia, un’ottima media a scuola, amici apparentemente stabili, un cuore apparentemente che batte. È una mancanza non materiale a cui non si può dar nome, e capisce solo chi sente. E ha origine radicate al principio, forse i segnali erano precedenti, ma nessuno li aveva riconosciuti. Si poteva sapere prima, ma l’attenzione non era stata adeguata. E l’origine risale alla paglia e ai trattori, ai gattini e a quei vestiti troppo corti. L’inquietudine che esiste da sempre, ma esplode solo poi.

I superpoteri dell’amore

Cosa c’è di più forte del legame tra padre e figlio? Spesso lo diamo per scontato, ma quanto straordinaria sia quella forza che unisce indissolubilmente due esseri ce lo dimostrano un padre e un figlio un po’ speciali, Dick e Rick Hoyt.

Rick nasce nel 1962 con una paralisi celebrale, che gli impedisce di parlare e di camminare; i medici consigliarono ai genitori di ricoverarlo in una clinica specializzata perché le possibilità per lui di avere una vita “normale” erano poche; Dick e Judy però non si arresero e crebbero Rick come gli altri loro due figli: facendoli giocare, nuotare, imparare assieme…grazie ad uno speciale rilevatore ottico Rick infatti riesce a comunicare con il resto del mondo, rivelando un’intelligenza vivace.

Nella primavera del 1977 Rick chiese a suo padre di partecipare a una corsa di beneficenza in favore di un giocatore di lacrosse rimasto paralizzato. Nonostante Dick non avesse mai corso in vita sua, decise si accontentare il figlio, spingendolo in carrozzina per tutte le 5 miglia del percorso, concludendo la gara all’ultimo posto.

La sera, tornati a casa, Dick disse a suo padre: “Papà, quando corro, mi sembra di non essere disabile”.

Queste parole colpirono profondamente Dick, che da quel momento iniziò ad allenarsi duramente ogni giorno, correndo con pesi alle caviglie e uno zaino pieno di sassi sulle spalle per abituarsi a sopportare il peso del figlio.

Sebbene all’inizio la loro partecipazione alle gare fosse osteggiata dagli organizzatori perché non rientravano in nessuna categoria, Rick e Dick cominciarono a correre maratone, biathlon, triathlon.

Nelle competizioni di triathlon, Dick trascina Rick in un gommone con una corda attaccata al suo torace per la parte di nuoto, per la bici Rick guida un mezzo speciale a due posti, mentre per la corsa Dick spinge Rick in una carrozzina costruita da lui personalmente.

Nel 1992 il Team Hoyt, come i due hanno iniziato a essere chiamati, hanno attraversato gli Sati Uniti coast-to-coast di corsa e in bici, percorrendo 3735 miglia in 45 giorni.

Nel frattempo Rick è riuscito ad essere ammesso al liceo e poi all’università di Boston, laureandosi nel 1993 in Educazione per disabili.

Il team ha continuato a correre, partecipando a più di 1100 gare, tra le quali sei IronMan.

Nel 2012 Dick ha mantenuto fede a una promessa fatta quasi quarant’anni fa quando partecipavano alle prime gare: compiere 70 anni correndo la maratona di Boston, la corsa preferita di Rick.

Un giornalista una volta chiese a Rick: “Se potessi dare qualcosa a tuo padre, cosa sarebbe?” e Rick rispose: “ La cosa che mi piacerebbe di più per mio padre sarebbe farlo sedere cosicché possa spingerlo io per una volta” .

Il team Hoyt non ha alcuna intenzione di andare in pensione, e si sta allenando per l’edizione 2015 della maratona di Boston.

“Yes you can”, il loro motto, ci ricorda quante paure e ostacoli prima ritenuti insormontabili possano essere superati, se l’amore è il motore delle nostre azioni.

Agnese Lerda

L’amor che move il sole e l’altre stelle

Bisognerebbe scrivere un libro ogni volta che si esce di casa. Del resto le grandi rivelazioni della vita arrivano quando la concretezza del quotidiano appare così banale da aprire gli occhi e la mente a ciò che normalmente superiamo indifferenti. Come quella mamma che spinge il passeggino, che ogni tanto si allunga in avanti, inarca la schiena e controlla dall’alto il figlio addormentato; come il kebabbaro su Via Po che quando ti vede passare, ti allunga una patatina, senza chiederti nulla in cambio. Come il giovane smarrito in qualche viuzza sbagliata, che ti chiede indicazioni, proprio a te, che sei più persa di lui; e allora ci si avvia insieme, da qualche parte si arriverà.

Sono momenti in cui il mondo fa un rumore un po’ strano, tu a malapena te ne accorgi, ma se ci presti attenzione lo senti, il signore accanto a te che ha il singhiozzo. E magari ti viene da ridere, e magari lui ti guarda, e magari una bella risata insieme ve la fate.
A Torino i rumori sono un po’ troppi, per accorgersi sempre di quelli che il mondo si fa scappare accanto a noi. Ci va un orecchio attento, o forse è meglio la stanchezza di una mattina gelata e un pullman troppo affollato di gente con ombrelli troppo bagnati. A me è successo così.

Nel sobbalzare monotono dell’autobus ho scoperto una grande verità: la vita non è altro che un atto di fiducia, un continuo, inalterato, folle fidarsi. Per quanto la realtà ci possa deludere, per quante sofferenze la vita ci abbia riservato, non possiamo sfuggire a questa legge e, credo, non vogliamo.
La realtà è che se il pulminista sbandasse sulla strada bagnata, probabilmente avrei sbagliato a fidarmi di lui. Ma conoscete altri modi di vivere?

Lo sguardo di un passante che si sofferma sui miei capelli disordinati, l’autore che ha scritto il libro che sto leggendo, la persona svenuta alla fermata, la ragazza conosciuta a lezione, il vecchietto che rovista nel bidone mentre butto la pattumiera… Basta incrociare il loro sguardo una volta, o forse nemmeno, perchè la loro storia mi riguardi. E loro si fidano di me, perchè in quel brandello di loro vita che mi lasciano intravvedere, sento tutto il loro modo di essere uomini, e proprio in quell’istante, magari uno in tutta l’esistenza, tocca a me occuparmene.

E’ il meccanismo che manda avanti il mondo, è una storia che fatichiamo a capire, perchè ci siamo troppo dentro, perchè è l’unico vero modo di Esistere. Nell’altro uomo mettiamo radici.

In fondo se mi sentissi male per strada so per certo che ci sarebbe qualcuno pronto a lasciar perdere il giornale che sta leggendo per aiutarmi. So che se in una sera triste camminassi sola per strada, troverei qualcuno che un sorriso pronto dietro le labbra ce l’ha. So che se correndo mi scontrassi contro un vecchietto burbero, nel frattempo gli avrei lasciato qualcosa, fosse anche solo un livido sul braccio.

La nostra vita in fondo è grande quando la carta lucida di una caramella, se la infila nel taschino chiunque ci incroci. E se andrà male, pazienza: in fondo abbiamo anche noi un taschino pieno di carte; le nostre preferite, quelle di cui ci prendiamo più cura, quelle stropicciate, dimenticate, tenute per ricordo, appiccicose o profumate di fragole. L’importante è che in qualche momento, sparso qua e là nella nostra storia, le sentiamo fare sul petto quel rumore che solo le carte delle caramelle accartocciate sanno fare. Basta ricordarci ogni tanto degli sguardi che abbiamo incrociato, delle mani che abbiamo stretto, per continuare lo spettacolo.

E credo che il mondo potrebbe fermarsi, tutto l’universo prendersi un attimo di pausa, quando su quel pullman, schiacciati e annoiati, ci scappa insieme da ridere per qualcosa visto fuori dal finestrino. In quel momento, nella mia risata amplificata da quella degli altri, c’è tutta la forza per farlo ripartire.

Non basterebbe una vita per scrivere un libro su una sola volta che si è usciti di casa. Ma in fondo a che servirebbe? E’ una storia che conosciamo bene, che ci riguarda tutti. E’una storia bellissima.

Simona Bianco

Un brusco risveglio

Guido non capiva il motivo per cui si trovava lì dentro. Era stordito ed allo stesso tempo sbalordito. Durante l’aggressione qualcosa era andato storto. Ah, forse ricordava! Erano stati i vicini a fregarli! Dovevano aver sentito le loro minacce, le urla delle vittime e poi lo sparo. Che stupidi erano stati a fidarsi di Giovanni! Era certo che non avrebbe resistito più di cinque minuti con quella pistola in mano senza sparare, ma gli altri la pensavano diversamente. E adesso si ritrovava in cella insieme a quel cretino!

Guido ripercorse rapidamente ciò che era accaduto quel giorno di settembre: aveva salutato la madre, che lo aveva ospitato per la notte, aveva incontrato gli altri al bar verso le sei e poi erano partiti. Con i soldi rubati avrebbe finalmente risolto i suoi problemi economici, e la casa dei Barletta era quella perfetta per un furto: i due coniugi infatti erano ricchi ed anziani, quindi anche facilmente minacciabili. I due vivevano in un appartamento in centro, poco distanti dal bar.

Quando erano entrati in casa e avevano svegliato le vittime, i due vecchietti erano quasi morti per lo spavento. La signora Barletta, mentre la legavano, continuava a pregarli di non fare del male a suo marito. Svuotata la cassaforte sembrava che il piano stesse per essere concluso alla perfezione, ma ad un tratto i ladri avevano sentito uno sparo. Giovanni aveva perso la sua già esigua dose di pazienza quando il signor Barletta aveva gridato per cercare aiuto dai vicini. Un colpo secco ed egli era crollato a terra privo di vita.

Quello che era successo dopo forse era ancora peggio. I vicini avevano chiamato la polizia e durante lo scontro Giovanni era stato ferito e Guido stordito da un colpo alla testa. Poi erano stati arrestati. Gli altri erano riusciti a scappare.

La cella fece ricordare a Guido dove aveva conosciuto gli altri: l’osteria. Sporca e mal illuminata, era spesso teatro di affari loschi e di riunioni tra malviventi. Ci era entrato per la prima volta alla ricerca di qualcuno che organizzasse furti, costretto dalla povertà e dalle gravi condizioni di salute dello zio, che richiedevano cure molto costose. Ne era uscito con qualche livido ed un appuntamento, durante il quale aveva conosciuto gli altri componenti di quella che sarebbe stata la sua banda.

Guido sapeva bene che non sarebbe uscito presto dalla galera, e che ormai i soldi non contavano più nulla. Inoltre non riusciva a togliersi dalla mente l’orribile immagine del signor Barletta e della moglie, svenuta subito dopo l’accaduto.

Ad un tratto la porta della cella si aprì e Guido fu accompagnato in un locale dove gli dissero che avrebbe incontrato una persona. Pochi minuti dopo un’altra porta si aprì e apparve la signora Barletta. Si avvicinò, si sedette di fronte a lui e iniziò a raccontargli una storia. La sua storia. E quella del marito. Guido avrebbe voluto non sentire nulla e scappare, ma si accorse immediatamente di non poter interrompere la signora. Non riusciva a muoversi. Non riusciva a comunicare con la signora. Avrebbe voluto dirle che gli dispiaceva e che lui lo aveva fatto solo per i soldi, ma non riuscì ad articolare una parola. Era come se fosse seduto davanti ad uno schermo e non potesse cambiare nulla di ciò che succedeva.

Finalmente si svegliò. Aveva urlato e stava mordendo le lenzuola. Aveva le lacrime agli occhi.

“Guido! Cosa è successo, caro?” gli chiese la madre, che per lo spavento era corsa di sopra, nella sua vecchia camera.

“Nulla mamma, soltanto un incubo. Scusa se ti ho svegliato.”

In quel momento la sveglia di Guido suonò. Lui guardò l’orologio: segnava le cinque del mattino.

“Tranquillo caro. Ti devo preparare la colazione in fretta, perché tra un’ora hai appuntamento con i tuoi amici, non è così?”.

A Guido venne la pelle d’oca. “E con chi?”

“Come con chi? Con i ragazzi che hai conosciuto in centro, in quell’osteria! Me l’hai raccontato mille volte in questi giorni!”

“Ma dove?”

“A New York! Guido, sveglia! Vai in gita in campagna con i tuoi amici! Hai anche lo zaino pronto di sotto!”

“Si certo mamma, scusami, mi preparo in un secondo”.

Appena uscì di casa, Guido guardò il cielo, che non tradiva le previsioni di una bellissima giornata di sole.

Tutto quello che aveva sognato di certo aveva un senso. Un lieve soffio di vento lo fece sentire rinato, come nuovo. Non avrebbe più commesso certi errori. Si incamminò lungo il viale, pronto a godersi una frizzante giornata di settembre.

Lo stesso giorno, una telefonata anonima segnalò alla stazione di polizia della città un furto a casa dei Barletta, previsto per le sei del mattino. Inizialmente i poliziotti credettero che fosse uno scherzo, ma quando controllarono per sicurezza il quartiere dei Barletta, trovarono quattro ladri incappucciati pronti ad entrare nell’appartamento dei vecchi nobili. Tra gli arrestati ci fu anche il criminale Giovanni Bunno, pluriomicida.

Gabriele Arciuolo

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