10 Aprile 2015 | Vorrei, quindi scrivo
“Come riuscirò a tenere accesa l’attenzione di un liceale alla mia prima lezione?” potrebbe chiedersi un neo-professore che ha appena ottenuto una cattedra a tempo determinato o una sostituzione fortuita, arrivata magari dopo mesi passati a casa senza lavoro. Una sfida che i più coraggiosi raccolgono ancora ogni giorno, nonostante siano anni che mettono piede in un decadente edificio scolastico qualunque. I docenti più fortunati sfruttano l’attinenza di argomenti inerenti alla loro materia con fatti e problemi legati all’attualità per stabilire dei collegamenti che aiutano a sviluppare la lezione su molteplici fronti; come accade sovente nelle ore di filosofia, storia, italiano ecc. Ma, se foste nei loro panni, parlereste ancora di “fortuna”? Mettere a disposizione degli studenti tutti gli strumenti per far sorgere in loro dubbi e scavare a fondo nelle loro coscienze potrebbe da un lato contribuire notevolmente alla formazione di un concetto di partecipazione e cittadinanza (valori che sembrano ormai sconosciuti alle nuove generazioni), ma allo stesso tempo rischierebbe facilmente di evidenziare lo stato di apatia in cui ristagna la maggior parte dei giovani al giorno d’oggi. Non c’è nulla che possa creare un sentimento di sconforto maggiore della mancata partecipazione e presa di coscienza, come testimoniano gli occhi delusi di un professore davanti agli sguardi vuoti di ragazzi che non alzano la mano per esprimere la propria opinione.
D’altronde, chi non si è posto almeno una volta la domanda: “Cosa interessa davvero a un ragazzo di diciotto anni?”. Raggiunta la maturità legale, quando ognuno dovrebbe oramai essere pronto a prendersi le proprie responsabilità civili ed ad avere un ruolo attivo nella società, nella maggior parte dei casi mancano le basi per la costruzione di un individuo cosciente e responsabile. Default dell’educazione ricevuta o cattivo impiego dei mezzi di informazione? Se una classe di liceo venisse rinchiusa per una settimana in una stanza con alcuni viveri ed un computer con accesso ad internet, quanti si preoccuperebbero di verificare le notizie dei giornali sui fatti del mondo, oltre a navigare sui social networks?
Scappare anche solo per un istante dalla routine di tutti i giorni, che ci riserva tranquillità e abitudini consuete, è ciò che spaventa di più un giovane liceale come me. Vorremmo tutti poterci occupare solo degli affari che ci riguardano, senza rendere conto a nessuno delle nostre azioni. L’indifferenza verso tutto ciò che sta al di fuori della finestra ci porta inesorabilmente a trascorrere ogni giorno della nostra preziosa esistenza in uno stato di apatia che attenua pian piano tutte le emozioni fino a renderci impassibili di fronte a qualsiasi atrocità ci capiti sotto gli occhi. In questo caso, si può realmente parlare di “vivere”?
Lasciarsi tormentare da dubbi apparentemente senza soluzione o da domande che ci rimbombano nella testa come: “In quale modo posso contribuire al benessere del Mondo?” è un passaggio fondamentale per riuscire a sentirci davvero “vivi”. Ognuno può trovare le questioni che più lo tormentano provando a prendersi anche solo una piccola pausa dal frenetico ritmo quotidiano, spegnere la luce e pensare a quali sono i suoi reali interessi. Per il resto, un’informazione ampia ed attendibile è fondamentale solo nel caso in cui venga opportunamente completata da una conoscenza del mondo che ci spinga a scoprirlo da vicino.
Abbandonare la tranquillità della vita quotidiana per intraprendere un viaggio attraverso le diverse culture e i conflitti che alimentano le vicende globali, ma soprattutto attraverso noi stessi, è il primo passo per poterci “lasciar tormentare” e infrangere finalmente il vetro di apatia che ci intrappola.
8 Aprile 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Luglio 2014 – Esco di casa rabbrividendo, sfilo per le silenziose strade del centro e appena fuori dalle mura cittadine trovo la tramontana che mi accompagna leggera nel mio abituale tragitto mattutino. Ad accogliermi sono le consuete facce allegre dei bambini, pieni di vitalità a qualsiasi ora del giorno e della notte, pronti ad iniziare una nuova giornata colma di attività insieme. Come mi sia venuta in mente questa idea di fare l’animatore non lo so, in Francia per di più, non parliamone. Una catena di occasioni mi ha travolto in questa avventura e non mi ha lasciato il tempo di riflettere sulle mie scelte.
<<La vera felicità è quando non ti chiedi se sei veramente felice>> mi disse una volta un amico e, solo adesso che mi ritrovo senza pensieri ad apprezzare ogni giorno come un’esperienza unica, capisco a fondo le sue parole.
Mi sento parte di un progetto che coinvolge ogni persona che mi circonda, ogni vicolo desolato di questo posto, ogni minimo misterioso anfratto che ogni giorno mi induce a proseguire il mio cammino, anzi, la mia corsa, spinto dall’impulso della curiosità. Così ogni volta che rientro dal lavoro la voglia di tornare a casa diminuisce con l’avvicinarsi della porta d’ingresso, perché rinchiudermi in una stanza buia quando là fuori c’è un mondo tutto da scoprire? Cambio direzione e mi infilo in strade sconosciute, attacco bottone con estranei e mi faccio trasportare nel mondo della spensieratezza per il puro gusto di soddisfare la mia irrefrenabile voglia di non perdermi nessun istante di questa meravigliosa città.
Ma oggi c’è qualcosa di nuovo ad attendermi. Le strade del centre-ville sono interamente tappezzate da cartelloni di ogni forma e grandezza, curiosi personaggi mi vengono incontro per lasciarmi tra le mani una colorata pubblicità del loro spettacolo e un insolito affollamento di valigie turistiche scombussola i ritmi provenzali della città: il Festival del Teatro di Avignone ha ufficialmente inizio. Il più vasto panorama teatrale europeo, che offre più di 900 rappresentazioni e raccoglie nella città francese migliaia di persone si tiene ogni anno nel mese di luglio e cambia completamente la faccia e i ritmi di vita di questa città. Non solo immense code fuori dai piccoli teatri che spuntano ad ogni angolo, ma anche spettacoli di strada di artisti da tutto il mondo contribuiscono a trasformare l’atmosfera in un misto di esuberanza e vitalità che travolge in primo luogo gli abitanti oltre agli immancabili turisti. Mi perdo nei giorni seguenti abitualmente tra gli sguardi intensi della gente e cammino fino a ritrovare la via di casa.
Quando ho modo di sedermi di fronte ad un palco, che io sia in un teatro per pochi intimi o un semplice punto in un’enorme sala colma di gente, sempre le stesse emozioni risalgono la mia colonna vertebrale e mi coinvolgono appieno nello spettacolo. Guardando gli attori che interpretano personaggi di ogni tipo e mestiere, il ricordo mi trasporta alla mia infanzia, ai tempi in cui il mio futuro rimaneva un’incognita costante ma in cui avevo ogni giorno un’idea quasi ferrea di cosa sarei diventato da grande. <<Mamma, da grande voglio fare il pompiere! L’astronauta! Il medico! Lo scienziato!>>, vorrei vedere cosa ne penserebbe adesso il bambino che voleva cambiare il mondo, osservando quello che sono diventato e le scelte che ho attuato finora. Sicuramente però vorrei avere ancora il coraggio di quel bambino, che seguiva fino in fondo le sue intuizioni e i suo sogni senza lasciarsi sgualcire dal pensiero altrui, per non lasciarmi sfuggire le occasioni che la vita costantemente mi propone. Ritrovo questa spensieratezza e determinazione negli occhi dei fanciulli con cui faccio l’animatore ogni giorno e immancabilmente mi assale il pensiero che senza quella vena di intraprendenza infantile probabilmente non sarei qui in questo momento. In quante esperienze mi sarei realmente buttato, se mi fossi fatto condizionare dalla mente chiusa della società d’oggi? E cosa avrebbe pensato a quest’ora quel bambino che aveva come motto la frase di E. Roosevelt “il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni”? I suoi occhi me li porto dietro ancora oggi, e nascondono nel profondo tutte le speranze di un ragazzo che inseguirà affannosamente tutte le avventure possibili, pur di riuscire a realizzare i sogni di un curioso bambino.
6 Aprile 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Il ventun marzo è il primo giorno di primavera ed è, come da qualche tempo, il primo giorno dell’anno della legalità. L’associazione Libera per la lotta contro le mafie e la povertà riunisce chi ha la voglia e il coraggio di manifestare in una città italiana per far sentire la voce forte di chi vuole respirare un’aria più pulita. Quest’anno Libera ha scelto Bologna, un crocevia della storia italiana, da cui troppo spesso si tenta di non passare. Questa è la testimonianza di Fabiano Rancan, ragazzo vicentino, uno dei 200000 che hanno pacificamente invaso la città.
La manifestazione è partita dallo stadio dall’Ara intorno le 9.30. Sono sfilate una serie di gruppi che venivano introdotti con un cartellone che spiegava la regione di origine o l’associazione di riferimento (Libera Emilia Romagna, Calabria, Sicilia, Campania… ma anche l’Associazione Universitari, quella dei pensionati, la Coop etc.) ..e in tutto questo la cosa davvero bella, a mio parere, era innanzitutto l’enorme soddisfazione di vedere un flusso di gente infinito (la coda non aveva termine – si parla di 150-200 mila persone), l’orgoglio legato al fatto che vi era una bellissima “amalgama” tra ragazzini, studenti, uomini, donne, anziani, animali senza distinzione e/o barriere e soprattutto che tutto questo aveva come filo conduttore il fatto che tutti stessero manifestando per la propria libertà in qualsiasi ambito della propria vita e che esprimevano la propria volontà di godere di tale inalienabile diritto in tutte le più svariate modalità, partendo da classici cori, passando per bandiere, una camionetta con musica e soprattutto musica dal vivo con bande più o meno organizzate; tutti, in ogni caso, fieri di essere lì…
Arrivati in piazza, già gremita dopo metà “parata”, il tempo veniva scandito dalla pronuncia delle 1035 vittime di mafia, poi ha preso la parola la figlia di un padre morto per mano della mafia, e poi ha parlato Don Ciotti, che ha esordito esprimendo la sua gioia per aver sfilato con così tante persone per le strade di Bologna, quindi ha sottolineato il fatto che le istituzioni devono riscattarsi dato che vi è ancora parecchia puzza di marcio in qualsiasi luogo del potere. Ha poi fatto un appello affinché il Governo approvi una chiara e severa legge sulla corruzione, inserisca nel codice penale gli eco-reati, ma soprattutto ha detto che non bastava il fatto che ognuno di noi sia stato lì in quel giorno, mettendoci la nostra faccia “pulita”, ma che è necessario che ogni giorno ognuno di noi sia proattivo nella sua vita, non cedendo mai alle minacce delle mafie o chi per loro e denunciando qualsiasi situazione di potenziale pericolo… Al termine del discorso di Don Ciotti sono stati liberati 1035 palloncini bianchi ognuno dei quali con scritto uno dei nomi delle vittime di mafia… Quindi, dopo un’oretta circa, sono iniziati una serie di seminari tra cui optare per approfondire un determinato tema; però non sono riuscito a prendervi parte. Nell’Aula Magna di Bologna si è tenuto un incontro organizzato da Libera per celebrare i 20 anni della stessa e per parlare del suo movimento. Tra gli ospiti ci sono stati Romano Prodi e un ex Magistrato, che hanno risposto ad una serie di domande tra cui: come essi abbiano incontrato Don Ciotti (il magistrato lo ha incontrato per la prima volta perché gli chiese un favore circa la possibilità di potersi occupare del problema del recupero e reinserimento sociale dei ragazzi pregiudicati per traffico di droga, nella zona di Torino); si è discusso anche del fatto che con Libera l’Italia sta diventando in Europa il più grande esempio (oltre che di Mafia purtroppo) anche di ANTI-MAFIA dato che in Europa non esiste alcun movimento in grado di mobilitare 200000 persone come ha fatto Libera e soprattutto perché, nel nuovo testo europeo contro le mafie, gran parte delle indicazioni e della consulenza viene ed è stata fornita proprio dall’Italia e dalle sue associazioni che si oppongono a fenomeni di corruzione… Infine anche qui è intervenuto Don Ciotti che ha ribadito il suo entusiasmo per quello che sta diventando Libera, per il fatto che ora vi è proprio una pasta che viene prodotta nelle terre sequestrate nel Sud Italia (la cosiddetta ‘Pasta della legalità’, dal chiaro significato simbolico) e ha fatto capire che oggi, finalmente, con tutti i suoi presidi e i milioni di sostenitori, Libera sta diventando un grandissimo movimento di sensibilizzazione per tutte le persone, ma soprattutto un movimento realmente temuto da tutte le mafie!”
Fabiano Rancan
3 Aprile 2015 | Senza categoria, Vorrei, quindi scrivo
Non siamo soli. Concretamente parlando, nessuno è solo. Viviamo in un contesto sociale che ci obbliga a confrontarci con l’altro. E il confronto è d’obbligo anche con il mondo in cui siamo inseriti. Che lo vogliamo o meno, siamo tutti animali sociali, con un intrinseco desiderio di curiosità, che si lega in maniera quasi indissolubile alla nostra volontà di sapere tutto ciò che concerne le cose del mondo. Questo è il giornalismo.
490 a.C.: l’uomo sembra nuovo nel mondo, benché ci sia da sempre vissuto. La democrazia, la filosofia, la geometria. La cartografia con terre mai viste, il timore dei mari, il coraggio di attraversarli. Il nuovo modo di esserci dell’uomo lo fa sentire diverso. La volontà di comunicarlo non è attenuato dai limiti imposti dai mezzi. Così gli uomini hanno iniziato a correre. Ma non sapevano fino a dove sarebbero arrivati.
Atene ha appoggiato alcune colonie della Ionia insorte al controllo dell’Impero Persiano. All’Imperatore, questo, non sta bene. L’esercito persiano si prepara all’attacco. Ordina a Dati e ad Artaferne di organizzare le truppe per attaccare Atene. Le flotte salpano nel Mediterraneo, sottomesse le isole Cicladi ed Eubea, approdano sulle coste della città di Maratona. Sulla terra ferma giungono voci dell’imminente invasione, ma niente panico: l’esercito greco si organizza e accerchia il nemico che fugge, ma non si arrende. Prossima mossa: cogliere di sorpresa Atene, priva di ogni difesa, ora che l’esercito è a Maratona. Lo stratega Milziade, capo delle milizie greche, intuisce la trappola, supera il nemico ed anticipa la sorpresa. Lo sconfigge. Il soldato Fidippide viene incaricato di annunciare la vittoria, ad Atene. Corre per 44 km, tutti d’un fiato. Giunto alla Polis pronuncia la celebre frase “Nenikèkamen”, ovvero Abbiamo vinto. In seguito, secondo la leggenda di Plutarco risalente al I secolo a.C., confermata poi da Luciano di Samosata il secolo successivo, muore per lo sforzo.
Fidippide non aveva carta, nè inchiostro. Ma aveva gambe e fiato. E qualcosa da dire.

La corsa non si è arrestata a Maratona. Duemilaquattrocentotrentatrè anni dopo, nel settembre del 1943, le notizie percorrevano altre strade. L’umanità aveva compiuto passi da gigante, attraverso le scoperte e le invenzioni delle rivoluzioni industriali. Venne inventata la prima locomotiva a vapore, nacque la fotografia, venne brevettato il telefono di Bell, il fonografo di Edison, vennero studiate le onde radio grazie a Marconi. Ma mentre una parte del mondo si abituava a queste novità, un’altra parte a forma di stivale resisteva alla guerra e vedeva la luce in una flotta che stava per approdare alla costa tirrenica.

Il generale Clark, a capo della Quinta armata americana, sbarca a Salerno. Le truppe devono riunirsi con quelle britanniche già sbarcate in Calabria qualche giorno prima, capeggiate dal generale Montgomery. La Sicilia è già libera. Le prime battaglie sono vittoriose per l’esercito alleato. Ma i successivi scontri con il portento tedesco, guidato dal maresciallo Kesselring, lo mettono in difficoltà. Un aiuto aereo-navale rinvigorisce le file americane: i tedeschi sono costretti alla ritirata negli Appennini. Si chiama Operazione Avalanche quella che dovrebbe far abbandonare il territorio Italiano dall’esercito tedesco. Nello stesso giorno, la stessa Salerno, viene bombardata. La popolazione si nasconde nei rifugi antiaerei; unico contatto con il mondo esterno, la radio. “La Nazione vuole con la pace la sua indipendenza e il suo riscatto” scrive l’Unità a seguito dell’inaspettato armistizio annunciato da Pietro Badoglio via radio al popolo: l’Italia non è più in guerra. Ma la guerra non è ancora finita.
Non c’erano i computer, né tantomeno il web, ma avevano carta, inchiostro e radio. E sicuramente qualcosa da dire.
Dopo i grandi cambiamenti che hanno trasformato il modo di vivere la quotidianità, le macerie della Seconda Guerra Mondiale hanno fornito le basi per la più grande rivoluzione umana e civile mai vista prima: ora a cambiare è il modo di vedere il mondo. Dagli orrori dei massacri si sollevano nuovi concetti, diritti ed ideali, che modificano il pensiero, il modo di comunicare e quello di ascoltare. Eppure, ancora nel febbraio 2015, alcune menti rimangono incatenate a pericolosi chiodi fissi. La finestra sul mondo di milioni di persone dà un’immagine immediata e trasparente di cosa sta succedendo in Siria: la guerra civile.
“Esercito contro ribelli. Sunniti contro sciiti. Curdi contro islamisti. Islamisti contro cristiani e contro ribelli. E, infine, briganti contro tutti. Esplosa dopo le rivolte del 2011, la guerra civile siriana ha in sé diverse guerre, con fronti sempre nuovi e cruenti.” Scrive Barbara Ciolli per il quotidiano online Lettera43.
In Siria convivono arabi con aramei arabizzati, curdi con armeni e turchi, che comunicano, principalmente con l’arabo, ma anche con il curdo, l’armeno, l’aramaico e il circasso. Si somma a questa molteplicità culturale, un crogiolo di divinità: il 64% degli abitanti è sunnita, il 26% è alauita e drusa, il 10% è cristiana, e ci sono piccoli gruppi di ebrei e comunità di correnti sciite. Un mosaico tenuto insieme a forza per troppo tempo, destinato a crollare sotto i colpi delle bombe, dei mitragliatori e dei carri armati. La guerra dimenticata dai notiziari occidentali continua a fare vittime: secondo uno studio pubblicato dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani a febbraio 2015 si stimano più di 200.000 vittime, di cui un terzo civili. Sono 4 milioni i Siriani sfollati, 2 milioni e mezzo quelli fuggiti nei paesi confinanti.

Inviati speciali, statistiche e dati, foto e filmanti. Una connessione internet, e l’informazione si moltiplica. Raggiunge tutti. Forse anche chi non vuole sapere. Il mondo insiste a parlare. Le guerre hanno qualcosa da dire. Oggi lo fanno attraverso le nuove piattaforme tecnologiche che rendono sempre più semplice l’atto dell’informarci.
Notizie in tempo reale. Non ci sono limiti spaziali né temporali. Chiunque può sapere di dovunque. Interviste, immagini, documentari. Direttamente dall’altra parte nel mondo, in un attimo nelle nostre case. I miracoli tecnologici del ventunesimo secolo, pur senza avere nulla di divino, ci permettono di restare collegati con il mondo in qualsiasi momento. Perché il mondo ha sempre qualcosa da dire. E i fatti, descritti, riportati, fotografati o filmati, parlano da soli, per mezzo delle parole di chi li vive, li osserva, li ricerca.
Novità, testimonianza, comunicazione. Il giornalismo nasce dalla volontà di aggiornare, informare, rendere partecipi sugli avvenimenti che accadono in tutto il mondo i quali devono quindi essere comunicati basandosi su un criterio di assoluta verità, secondo una descrizione e una dinamica fedele ai fatti. Il giornalismo continua a vivere grazie a tutte quelle persone che continuano ad esprimere la volontà di essere aggiornati ed essere coinvolti, o più semplicemente, sono spinti dalla curiosità. “L’unico compito di un giornalista – dice infatti Anna Politkovskaja – è scrivere quello che vede”. Perché il giornalismo si basa sul rispetto dei fatti che riporta. Fa suoi pilastri la coerenza e l’oggettività. Condanna ogni tipo di falsità, annebbiamento o bugia. È il mezzo attraverso il quale le notizie raggiungono le persone. Devono essere riportate con obiettività, imparzialità, completezza e correttezza, di modo che l’individuo possa fare le proprie considerazioni e possa prendere una posizione. I giornalisti hanno la responsabilità di diffondere, quindi, il vero. Un lavoro di importanza fondamentale, nel mondo di oggi, pieno di opinioni contrastanti, punti di vista e apparenza che rischiano di farci distogliere lo sguardo dalla verità, e di farci credere in qualcosa che in realtà non è. Rischiamo di credere ad una menzogna, stando a contatto quotidianamente con così tante possibilità di deviazione. Solo una sincera analisi dei fatti può farci maturare una veritiera coscienza del mondo. La realtà, avulsa da qualsiasi interpretazione, è una sola. Per questo motivo i fatti parlano da soli, per mezzo delle parole dei giornalisti, che sono chiamati a rispettare questo vincolo di verità, assioma fondamentale che sigilla il loro operato.
A volte può non risultare così semplice: ogni giornalista è un individuo a sé stante, con una storia alle spalle, che l’ha portato a sviluppare certe sfumature, ad avere proprie inclinazioni e posizioni. Tutte queste differenze che rendono variopinta l’umanità, potrebbero risultare un ostacolo all’obiettiva narrazione degli avvenimenti. Infatti la difficoltà consiste nel discernere tra fatto ed interpretazione. Difficoltà che si supera però, se ci si sforza di osservare la realtà senza avere pregiudizi negli occhi, e considerando che il fatto è uno solo, ma che le interpretazioni invece sono tante quante le infinite personalità.
Dicono che il futuro dell’editoria, dell’informazione e della scrittura sia ormai oltre la carta stampata, relegata ai giornali online, ridotta entro i moderni 140 caratteri. Caratteristiche proprie della futura comunicazione sarebbero la brevità e le parole chiave, ognuna splendente attraverso i cristalli liquidi di un computer. Mi chiedo se il futuro non sia già qui: circondati da computer, smartphone e tablet, siamo sempre più aggiornati sulle vicende del mondo nel momento in cui accadono, ci sentiamo sempre più cittadini universali, con la convinzione che la nostra opinione, che il nostro hashtag, abbia un peso rilevante sulla bilancia del mondo.
La rete comunicativa di cui siamo unità fondamentali ci rende attenti, svegli, e sensibili ad ogni nuovo stimolo esterno.
7 gennaio 2015, Parigi: un gruppo di terroristi irrompe nella redazione di Charlie Hebdo e uccide 12 persone. “Je suis Charlie Hebdo”: il mondo dei social reagisce e si coalizza. Il lato positivo della questione è che la tecnologia di oggi fa emergere una solidarietà disarmante tra paesi e persone distanti, ma il rovescio è che è incerta la sua attendibilità. Più solidarietà, a discapito forse della consapevolezza.
L’opinione comune è quella di credere che la carta stampata sia destinata a scomparire, supportata dai dati che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi.
Viviamo in un’era in cui abbiamo sempre più cose da dire e lo spazio per farlo acquista potenzialità infinite sul web: qui non ci sono nemmeno più limiti di carta. Inoltre fondare un giornale online è molto più semplice che creare dal nulla una nuova testata cartacea.

Tutto sembrerebbe portare a pensare che il futuro del giornalismo abbia luogo sul web: non solo negli anni il numero dei giornali esclusivamente online cresce sempre più, ma anche le testate più famose affiancano ormai al cartaceo una loro piattaforma digitale. Inoltre aumenta ogni anno il pubblico che si rivolge al web per essere aggiornato: secondo l’Istat nel 2011 il numero di persone che ha dichiarato di leggere i giornali online è salito al 25,1%, con un aumento di circa il 5% rispetto all’anno precedente, e con un picco che si riscontra tra i giovani di età compresa tra i 20 e i 24 anni che tocca il 45,1%. Secondo alcuni dati raccolti dalla FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali), tra il 2013 e il 2014 il numero di giornali cartacei venduti ha subito un calo di circa l’11%.
Il futuro del giornalismo è determinato da un pubblico che a piccoli passi procede verso un mondo sempre più nuovo: tali percentuali cresceranno sempre più. La modernità dei mezzi tecnologici che si diffonderanno in ogni fascia d’età, il ricambio generazionale e i costi sempre più difficili da sostenere per mantenere lo stampato condanneranno forse il cartaceo, nonostante il suo indiscutibile valore, all’estinzione.
Non stiamo vivendo una crisi dell’informazione, ma un momento di transizione, che vede evolvere il modo di comunicare.
Gambe e fiato, carta e inchiostro, filmati e web. La comunicazione è un arte che nel corso dei secoli è cambiata e continuerà in futuro ad evolversi. Ma la costante che accomuna ogni epoca è che si basa sui fatti, sui dati, sulla verità.
Ci sono poche cose che non cambiano nella storia del mondo e una di queste, come diceva Hegel è che “Nulla al mondo è stato fatto senza il contributo della passione”.
E il buon giornalismo ha come motore propulsivo l’amore per la verità, facendosi portavoce dei fatti così come sono, senza esprimere giudizi, ma solo smascherando i mille bluff delle coperte carte in tavola della realtà. Il giornalismo ci fa giocare ad armi pari.
Possono cambiare gli uomini, i mezzi e la tecnologia con la quale esprimiamo il nostro comunicare. Ma il nocciolo della questione è e rimarrà sempre uno: la ricerca della verità.
2 Aprile 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Cuneo è patria della resistenza. Di quella voglia di sentirsi liberi e di liberare il proprio paese dalle bugie, dalle imposizioni e dalle ingiustizie fasciste.

fonte: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/la-repubblica-dellutopia/857/default.aspx
Sui nostri monti sono salite tante persone con l’obiettivo di dire: “No, io non ci sto! Non ci sto a vedere mio fratello deportato, la mia cultura distrutta, i miei diritti abrogati e la mia libertà svanire nel nulla.” Queste persone non erano nient’altro che giovani pronti a combattere perchè sognavano un’Italia diversa da quella che vivevano e il loro sogno si concretizzò non solo con la Costituzione scritta dai Padri Costituenti, ma anche nel vedere i loro figli studiare, crescere e sognare in un paese libero, dove i diritti e i doveri che si ricevevano e si rispettavano ogni giorno erano l’orgoglio dei propri padri. Padri che con coraggio, dicendo no a un sistema orribile, li avevano conquistati poco prima combattendo sui monti.
Proprio a Cuneo alcuni studenti universitari hanno dato vita all’associazione Ora e Sempre. Un’associazione culturale senza fini di lucro il cui scopo è la diffusione della cultura partigiana nelle scuole, facendo riscoprire ai giovani la responsabilità che ereditano da quei ragazzi partigiani che hanno messo in gioco la loro vita per la libertà di ognuno, promuovendo il ricordo di un movimento senza eguali e diffondendo quei valori come libertà, onestà e rispetto che ogni giorno i partigiani portavano con sè.
L’associazione Ora e Sempre propone un concorso a premio per tutte le scuole superiori di Cuneo e dintorni. In allegato è presenta la lettera di presentazione dell’associazione, il modulo per partecipare al concorso e il regolamento.
Per qualsiasi informazione potete contattare Simone Priola, Cecilia Giubergia e Lia Bruna su Facebook.
1 Aprile 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Aggrapparsi a un racconto con le mani sporche di terra. Non conosceva altra ispirazione che i granelli tra le dita sporche, di chi ha appena smesso di falciare un campo o di accarezzarne l’erba. Quando si sedeva e davanti scopriva la macchina da scrivere, sentiva i brividi camminargli sulla pelle scura. Non aveva bisogno di fare lo scrittore per sentirsi uomo, si diceva: possedeva la campagna, con i suoi ritmi, le sue promesse, la terra bagnata e la nebbia di certe mattine, a ricordarglielo. La macchina da scrivere lo spaventava, invece, di un silenzio indolenzito, di quelli che promettono parole che già dimenticano. Gli sembrava di non aver più nulla di cui scrivere, ora che non stringeva in mano niente della sua terra, nemmeno un frutto ammaccato o un taglio profondo e ormai secco.
Ogni giorno scoprì la terra fra le dita, i granelli gocciolanti sulla scrivania abbandonata e la storia che si muoveva dentro al ritmo di un aratro.
Aveva una nipote, ne aveva quattro. La più grande scriveva, per quello a volte si scopriva ad osservarla. Prima di scrivere con la penna, lei componeva nella mente e raccontava con espressioni del viso, che talvolta incutevano terrore. Lui la guardava e segretamente indagava ciò che si celava oltre il fitto aggrovigliarsi di muscoli, dietro la deformazione di un viso gentile.
Lei guardava lui mentre mieteva, o puntava verso il cielo, a un uccello o al sole tiepido (lei non capiva), il fucile. Lo vedeva camminare con calma schiva e attenta, guardare oltre i limiti di un cortile disordinato, oltre la cancellata che si usava da piccoli per giocare a pallavolo tra cugini. Il nonno in cammino l’arricchiva di realtà sconosciute, che mai le raccontava, ma che lei leggeva muoversi nei suoi passi misurati, mai uno più lungo dell’altro, come contati minuziosamente, per non perderne nessuno sulla strada. Eppure il senso, quella verità assoluta e vertiginosa che avvertiva nella ghiaia sotto i piedi di lui, le restava celato, in un grido d’aiuto mai lanciato. E così guardandosi e arrendendosi, si invidiavano e vicendevolmente provavano una venerazione che aveva il sapore dolciastro del desiderio.
Lei voleva macchiarsi di terra, lui di inchiostro. Lei nella terra si sporcava con violenza, lui nell’inchiostro sprofondava per sfogo. Ma a nessuno dei due apparteneva il profumo dell’altro. Senza saperlo sognavano una terra più scura e un inchiostro più denso, percorso da granelli di sabbia. Sognavano di scrivere di campagna, ma a volte taceva la scrittura, a volte la campagna. Se intuivano quel legame segreto di pienezza e mancanza nel loro non dire, nel loro osservare, nessuno seppe mai. Loro mai chiedevano, o spiegavano.
A volte, però, dalla finestra al primo piano, seduta al tavolino rigato su cui scriveva, lei si scopriva a guardare lontano, un paese, le case, terra secca e frutteti, e più in basso, da un orto in bilico su di un piano inclinato, lui guardava lo stesso. Poi si voltava e lei abbassava gli occhi. Si incontravano allora, e entrambi capivano, in un tremolio delle labbra, un sorriso inespresso.
Poi lei riafferrava la penna, lui riprendeva l’aratro.
Simona Bianco