10 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Nel mondo della carta stampata, piuttosto che in quello del web c’è chi si chiede come facciano blogger o editorialisti a scrivere pezzi con cadenza impressionante, a volte quotidiana. E i maligni sostengono che lo scrivere debba derivare da una necessità di voler raccontare qualcosa, che è molto improbabile si ripresenti puntuale ogni giorno. C’è però una ricerca di stimoli incredibile da parte di chi ogni giorno, ogni settimana, ogni mese deve o vuole far leggere un suo pensiero, una sua opinione, riguardo qualche argomento. Ed è una storia straordinaria quella del principale quotidiano keniota, il Daily Nation, che per circa vent’anni, senza interruzioni ha pubblicato ogni santo giorno una vignetta dal titolo “Love is…”. Negli ultimi tempi questa tradizione si è interrotta, ma credo sia importante pensare come ci siano stati anni interi in cui sono state disegnate 365 diverse definizioni dell’amore. Quasi una reazione alla difficile realtà del Kenya, dove spesso si faceva e si fa fatica a trovare un messaggio positivo nelle difficili e tese giornate di guerra civile e di instabilità politica. “Love is” è stata una speranza creata e ricreata ogni giorno. Sull’esempio di questa vignetta, sarebbe bello cercare di dare sfogo alla fantasia di ognuno e rappresentare, per esempio, che cos’è l’ottimismo. Si può rappresentare con un disegno, una vignetta, proprio sulla falsariga della rubrica del Daily Nation, ma anche con una fotografia, con una citazione, con una poesia, con un elenco di parole, con una canzone. Se qualcuno si fermasse per un attimo, interrompendo i ritmi imperanti della propria giornata, e si mettesse a pensare per dare una definizione, del tutto personale e soggettiva, dell’ottimismo farebbe prima di tutto del bene a se stesso. Poi si potrebbero pubblicare le più riuscite e originali definizioni, quelle più significative in modo da riservare uno spazio sempre uguale e sempre diverso nel tempo, che possa far bene a chi è un po’ giù di corda e a chi per una ragione o per un’altra non vede molti motivi per essere ottimista. La prima puntata di “Che cos’è l’ottimismo”, in fondo non sarebbe altro che un omaggio al Daily Nation e alla sua rubrica “Love is…”. Del resto spesso e volentieri gli innamorati sono inguaribili ottimisti. E viceversa.
Marco Brero
9 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Vi ricordate quando da bambini scambiavate le figurine dei calciatori con i vostri compagni per poter terminare per primi l’album? E voi ragazze, quante volte vi sarete attaccate al cappotto della mamma, supplicandola con occhi dolci, per un nuovo pacchetto di braccialetti? E nel caso in cui il colpo non andava a buon fine, si ricorreva sempre alla nonna che, dopo poco, cedeva pur di vedere la propria nipotina soddisfatta.
Poi uno cresce, si distacca dalla massa venendo a conoscenza del fatto che in fondo non è male essere se stessi. Si scopre che il mondo è bello perché vario e, con l’avvento di quel bizzarro periodo detto adolescenza, si inizia a spaziare fra collezioni di monetine da un centesimo, scarpe mozzafiato, autografi, linguette di lattina e chi più ne ha più ne metta. Personalmente, in quanto a collezioni, non sono mai stata una grande fortuna per tutte quelle aziende che si occupavano di figurine e braccialetti perché, fossero stati tutti come me, avrebbero fatto fallimento ben presto. Crescendo non ho mai avuto passioni sfrenate e, forse, nemmeno la costanza per collezionare qualcosa che veramente mi piacesse. Vorrei però specificare che parlo di beni materiali: non ho cassetti pieni di francobolli provenienti dal mondo intero né quaderni con ritagli di pubblicità di bibite, ma ho un angolo nella mia mente dedicato ad una collezione iniziata di recente.
D’ora in poi sarò per voi la collezionista di sorrisi.
Quest’estate ho avuto a che fare con una persona alla quale il mondo, per certi versi, stava voltando le spalle. Un giorno gli chiesi un favore, gli diedi un consiglio, quello di collezionare bei momenti, di collezionare sorrisi. Forse, anche se per poco, in tutto quel marasma di brutte cose, avrebbe potuto trovare un momento di pace.
Iniziò così, per caso, la mia collezione. Da un consiglio la feci mia, non mi dispiaceva come idea. Scoprii ben presto che un sorriso non era solo il movimento di 12 muscoli facciali, ma era uno scrigno prezioso che racchiudeva emozioni e parole non dette. Divenni più attenta alle persone, non solo a quelle che mi stavano abitualmente accanto, ma anche a coloro i quali incrociavo per la strada, nei negozi, alla fermata dell’autobus. Mano a mano incominciai a fantasticare sulle storie che stavano dietro quei sorrisi spontanei: chissà, magari quel ragazzo con fare baldanzoso tornava dal bar con gli amici dopo aver assistito alla vittoria della sua squadra del cuore, quell’anziano elegante si stava avviando verso la casa di un familiare per un pranzo con i nipoti, il bambino per mano alla mamma era diretto verso il parco giochi e la signorina distratta che attraversava le strisce pedonali rientrava dopo un paio d’ore trascorse con un amico speciale. Grazie alle mie osservazioni iniziai a differenziare i sorrisi veri da quelle smorfie false e forzate che di spontaneo non avevano nulla. Potrà sembrare strano, ma quando esci di casa, cielo grigio, cinque ora di lezione che ti attendono, auto che ti sfreccia a 5 centimetri e ti sporca il nuovo paio di jeans appena indossati, litigata fresca con i tuoi, una giornata persa insomma, un sorriso incrociato per strada può salvarti.
Iniziai, quindi, a preservare anche il mio di sorriso. Perché no, magari avrei potuto sollevare la giornata di un perfetto sconosciuto seduto accanto a me sul treno. Poi mi sentivo meglio, un sorriso distende i muscoli, ti fa avvertire un certo formicolio lungo tutto il corpo, dona energia ed allegria. Non lo percepisci anche tu?
Come sostiene una mia cara amica il sorriso non è una torta di mele, non è uno sfizio a fine pasto, è il bicchiere d’acqua senza il quale non si sopravvive. Proseguendo la mia collezione di sorrisi fra una persona a cui è stata data una bella notizia, una che ha fatto la scoperta del secolo, una che ha ricevuto un abbraccio inaspettato, una che ha preso un bel voto di greco, una che ha trascorso un buon fine settimana in compagnia, una che è soddisfatta delle proprie scelte ed un’altra ancora che è contenta della vita, credo che per me i sorrisi non siano più il solo bicchiere, ma equivalgano ad una bottiglia da un litro e mezzo d’acqua, minimo.
Eppure di gente assettata ed a bocca asciutta se ne vede. Volti imbronciati, volti stanchi, volti cupi, volti sfiniti, volti privi di vita, volti assenti.
Vorrei che tu non fossi fra questi, vorrei che tu fossi uno di quelli che vada ad arricchire la mia collezione.
Iniziamo così, pensa a qualcosa di bello.
Anzi no, che cosa dico? Pensa a qualcosa di stupendo, di elettrizzante, di speciale, un qualcosa da ”WOW”.
Pensato? Sei pronto?
Se l’immagine è potente al punto giusto ti renderai conto che ora, sì proprio in questo momento, stai sorridendo.
Magari starai anche ridendo.
Sfogati, quei sorrisi inaspettati stupiscono, fanno bene. Non ti senti meglio?
Parti da qui, da questo tuo sorriso.
Come diceva Charlie Chaplin, ”un giorno senza sorriso è un giorno perso”.
Eleonora Sarale
5 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Ci sono parole che non vanno sprecate, vanno prese e accostate all’immagine che si vuole esprimere solo se questa è degna di tale significato. La parola è l’anima di un discorso, è emozione che non può essere sprecata. È sentimento che colpisce chi ascolta, che penetra chi la fa sua fino nel profondo.
Innumerevoli sono stati i discorsi fatti in questi giorni: Renzi-Ue, Jobs Act, caso Cucchi, comportamento della polizia alle manifestazioni,… Eppure molte parole sono state scritte solo a rigor di cronaca. Per riempire uno spazio bianco che altrimenti sarebbe stato vuoto.
Parole parole parole… A volte perfino prive di dignità. Cosa potrebbe dire Stefano Cucchi se fosse ancora qui? Non lo sapremo mai. Possiamo fidarci solo di quanto è riferito dalla famiglia, dai testimoni e dalla magistratura. Invece tutti ne parlano, accusando l’uno o l’altro.
Non pretendo di decifrare cosa sia successo e fare giustizia, ma credo che il rispetto e la dignità siano parole da accostare a queste situazioni. Quindi uno spazio bianco in più è una scritta in meno, soprattutto da chi non è chiamato in causa, possono portare a una degna riflessione su un caso che chiede solamente tanto rispetto, non urla da stadio.
Perché a volte è inutile fare gli indomabili per qualche giorno e poi tacere per sempre. È utile tacere, riflettere e ridare dignità a un qualcosa, che in qualunque modo sia andato, non deve più ripetersi.
Avere a cuore un qualcosa non vuol dire solo provare passione, quel furore che non fa più ragionare, ma anche amore: farlo proprio e portarlo dentro con sè. E anche se non grida fuori da ognuno di noi, è fondamentale che stia dentro.
Le parole giuste, come in questo caso, portano anche al giusto comportamento. Infatti non tutto deve essere rumoroso, confusionario o esagerato. Perché, come dice un detto cinese, fa rumore un albero quando cade, non una foresta quando cresce.
Luca Lazzari
26 Ottobre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Ogni giorno ha un significato diverso se vissuto da essere umano. Non che il giorno da persona umana abbia durata differente rispetto a quello vissuto da un cane, ma l’uomo in quanto tale sa amare, patire (come veniva inteso nell’antica Grecia: ira e furore che portano all’azione), gioire. Sa fare proprio il giorno che vive. Ma troppo spesso se ne dimentica.
Quasi ogni data è ricorrenza di una festività, di una celebrazione per qualche conquista di diritti o di sviluppo che la gente umana si è guadagnata nel tempo. Con lotte, rivoluzioni, movimenti silenziosi e azioni di gruppo. Digiuni, ma anche forza di pensiero e speranza per il prossimo futuro. Perchè ci si metteva in gioco per migliorare le proprie condizioni di vita con la convinzione che un sacrificio oggi sarebbe stato un regalo per i propri figli.
Per ricordare la bellezza e la grandezza di queste vittorie vorrei fossero istituiti i giorni del “non cambiamento”.
Il 9 maggio si celebra la festa dell’Europa. Immaginiamo di organizzare una “festa della non-Europa”, dove tutto quello che è stato costruito a livello europeo è sospeso per 24 ore: reintroduzione dei confini nazionali; reinserimento di tariffe doganali; annullamento delle leggi sulla tutela dei consumatori, sulla protezione degli animali, sulla sostenibilità ambientale e via dicendo.
Il 20 novembre è la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Pensiamo a un giorno in cui lo studio non è più un diritto. Zappare la terra a sette anni ed essere in ferma militare mentre si frequenta la scuola media legge. Un giorno dove non essere amati da mamma e papà sia la normalità.
Per non parlare del 25 aprile, festa della Liberazione e del 2 giugno, festa della Repubblica. Vorrei un giorno in cui fascismo e monarchia, con le loro conseguenze, fossero con noi. Non per masochismo, ma per apprezzare maggiormente la mia vita quotidiana. Queste sono poche date simbolo che ci ricordano la bellezza e la virtù di poter vivere nel 2014.
Eppure per noi ogni giorno è così noioso, così monotono e così inutile che quasi non ha senso di essere vissuto. E questo è il male peggiore che stiamo facendo ai nostri antenati che con determinazione speravano in un futuro migliore per noi. Forse sì, non tutte queste conquiste sono definitive o tanto apprezzate da essere indispensabili alla quotidianità come potevano sembrare ieri, ma certamente sono da ricordare perchè sono state fatte pensando a noi, al nostro benessere.
Noi che scelte stiamo per compiere? Che mondo vogliamo lasciare? Di certo ognuno di noi ha qualcosa che vuole cambiare. Come?
Intanto iniziamo a vivere l’oggi, magari con gratitudine, per scrivere il domani.
Luca Lazzari
13 Ottobre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Opportunità è una di quelle parole che sono tutto tranne che internazionali. Mi spiego: non tutti possono vantare di averne, nella propria esistenza.
Ci sono posti in cui ti capita di avere una buona opportunità nella vita e basta. Una botta di culo. Da noi è un po’ diverso: possiamo, nei limiti economici della faccenda, viaggiare, andare all’università, lavorare, avere una casa, indossare vestiti diversi ogni giorno. Gesti scontati per noi, probabilmente neanche considerati come opportunità da molti, ma se vengono confrontati con chi ha poco o niente di tutto questo, allora lo diventano.
Tra le opportunità che ho avuto nella mia breve, ma fino ad ora, intensa vita, c’è stata quella di conoscere una terra senza opportunità. In questo caso mi riferisco al Kenya, al piccolo villaggio di Buoye in cui sono stata due anni fa. Penso però che il discorso si possa generalizzare per tutta l’Africa.
Non starò di certo a parlare di quanta miseria ci sia in Kenya, perché lo si sa. Forse ci si tappa un po’ troppo le orecchie, fa meno male non stare a sentire, comunque ci si può fare un’idea delle case di fango, dei bambini con le pance gonfie, del numero spropositato di affetti da AIDS etc. Ci sono immagini su google di tutto questo.
Quello di cui vorrei parlare invece è proprio di quella botta di culo che a qualcuno di loro è capitato di avere nella vita.
Una ragazza di Boves, Mary, ha fondato un’associazione chiamata Progetto Orfani Lago Vittoria. Sono stata a Buoye con loro. Si occupano di adozioni a distanza. Alcune famiglie italiane pagano la retta scolastica ed altre spese come l’uniforme a un centinaio di bambini che vivono sulle rive del lago Vittoria, vicino alla città di Kisumu.
A questi bambini si regala la possibilità di andare a scuola, di vivere in una casa con dei genitori a cui sono affidati e di avere almeno un pasto al giorno.
Non voglio raccontarvi quello che ho visto come se fosse una favola. Non ci sono solo finali felici. Anzi. Spesso i bambini muoiono. Ma la realtà africana è affascinante perché estremamente complessa e piena di paradossi.
Il fare volontariato in una terra senza speranza e senza opportunità ti fa capire di quante tu ne abbia quotidianamente. E ti fa venir voglia di impiegare le tue energie per darne a chi non ne ha. Si tratta semplicemente di decidere di fare in questo modo la propria parte nel mondo.
Perché lo si fa? Perché si sente di avere già avuto abbastanza dalla vita, talmente tanto da mettersi in cammino verso questa terra per condividere quanto ricevuto.
Per poi tornare a casa con molto di più di quanto si è riusciti a dare.
Perché chiunque sia stato in Africa lo sa: ti riporti indietro, nel tuo mondo di tutti i giorni, molte più cose di quelle che avevi prima. È una terra che, con niente, ti arricchisce.
È un paradosso: è l’Africa. Andateci.
Cecilia Actis
13 Ottobre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
L’Unione Europea nasce da un sogno di pace e armonia tra popoli che per millenni si sono sterminati vicendevolmente. Un sogno che comincia a svilupparsi all’indomani del più spietato massacro che la razza umana abbia mai messo in atto. L’Unione Europea nasce, nelle sue intenzioni, per far sì che tutto ciò venga cancellato con un colpo di spugna e che antichi nemici si trasformino in fraterni collaboratori. Un fine oltremodo elevato e ambizioso che nasconde nelle sue viscere le sue fragilità: gli egoismi campanilistici, i nazionalismi esasperati e la grandeur di popoli e governanti che hanno generato quelle macerie su cui si cercava di costruire.
Fino al secondo Dopoguerra tutti coloro che hanno cercato di unire l’Europa l’hanno fatto con gli eserciti. Da Roma a Carlo Magno, Napoleone, Hitler, in tanti hanno guerreggiato per unificare il Vecchio Continente sotto un unico vessillo: il proprio. Il Sogno dell’Unione Europea rappresenta un cambio di direzione in questo: passare da un Io di dimensioni continentali a un Noi transnazionale ed unitario. Il primo testo in cui compare un progetto politico di «pace perpetua in Europa» è addirittura del 1712 (concetto poi ripreso da Mazzini e Cattaneo in tempi più recenti), ma evidentemente i tempi non erano ancora maturi perché governanti e popoli provassero a trasmutare delle belle parole in fatti. Il sangue versato da milioni e milioni di europei nei due conflitti mondiali si è fatto liquido amniotico all’interno del quale sono cresciute le aspirazioni di grandi uomini come Spinelli, Rossi, Einaudi e persino Einstein e Freud.
Il passaggio dalla teoria alla prassi è stato messo in atto da un terzetto di grandi politici del calibro di De Gasperi, Adenauer e Shuman sul finire degli anni Quaranta. Tenendo conto, saggiamente, di tutte le problematiche esistenti subito dopo la Guerra, il Trio ha deciso di procedere verso l’unificazione con cauta gradualità. Un passettino alla volta. La CECA, il MEC, la CEE e via via tutte le altre sigle che hanno unificato i più vari aspetti della vita europea, fino ad arrivare all’€uro (nato per affrancarsi dal dollaro, moneta utilizzata per gli scambi transnazionali anche all’interno del MEC). La prematura scomparsa dalla scena politica di De Gasperi ha però buttato all’aria quel progetto unitario che era stato concepito per arrivare ad uno stato federale europeo. Una Difesa comune e una politica estera ed economica comune avrebbero fatto l’Europa in modo molto più profondo dell’accozzaglia posticcia di norme contemporaneamente centripete e centrifughe che abbiamo oggi.
Oggi il dibattito sull’UE è essenzialmente un sordo urlarsi contro di tifosi pro o contro l’€uro, ma tutte le critiche che vengono mosse contro la moneta unica (anche a ragione) derivano proprio da quella sorda mancanza di comunione di intenti e di comunicazione che li porta a urlarsi contro come tifosi. Non è possibile trovare soluzioni rimanendo fermi dietro la barricata del proprio ego. Bisogna scavalcarla, ascoltarsi e capirsi, ponderare e decidere un qualcosa di utile per tutti: nulla di diverso rispetto alla vita familiare, ma in una famiglia di mezzo miliardo di persone.
Igor Caputo