23 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Siamo fantasmi, riflessi e risvegli.
Siamo reazioni. Siamo fatti di tasti dolenti, che quando vengono premuti, danno risposte. Cambiamo la carta, solo perché abbiamo cambiato il pacco dentro.
Loro saranno persone, prima di essere pazienti, e noi siamo e saremo lo stesso umani, anche se medici, non robot. Una sinergia di attività ci lega, un’alchimia di capacità. L’umano e tutto il resto: tentare di salvare un corpo per preservare l’incorporeo. Siamo voci di capitoli che si devono ancora scrivere, siamo tutt’altro che pagine vuote. Siamo stimoli, per tutti gli altri potenziali tasti dolenti. Siamo dolore ed arma in potenza. Sta a noi usarci come impone la nostra volontà. Mine vaganti, o paracaduti rassicuranti. Progetti di vita, di strada, antimine in avanscoperta.
Siamo energia che per non esplodere, corre e si affanna. Siamo energia che nasce per tutti da uno squarcio, da un coltello, da un’ustione. Siamo il farmaco, non l’effetto placebo. Funzioniamo davvero. Siamo sostanza e sogni, siamo ritardi e sforzi.
Siamo azione e reazione. Siamo reazione e fuga. Fuggiamo non perché abbiamo paura, ma perché siamo energia. Dopo aver sperimentato il panico, ci rendiamo conto che è l’energia a muoverci. Era il panico a paralizzarci. Fare, fare, fare. Realizzarsi, concretizzarsi, è il miglior modo di fare. Direzionare le energie in tutto quello che c’è di più concreto da fare. Di ciò che c’è di controllabile, o lo pare, ma che possiamo cambiare. Il mondo non è niente di più concreto. C’è così tanto da fare. Fare, fare, fare. Il miglior antidoto per il troppo pensare. Che non vuol dire cercare di dimenticare. Anzi il ricordo è il miglior carburante. È il principio dei ricordi che ci fa attivare, non il soffermarsi. Il troppo pensare irrigidisce, azzera le energie, senza farci muovere un dito. Il fare le consuma, le trasforma, ma poi le ridà. Non succhia interessi, ma solo mette in luce la più sincera verità.
Siamo pura energia. Dopo tempi bui e paraocchi stretti. Siamo stati compressi, ma ora esplodiamo. Che siano cinque mesi, cinque anni, cinque secoli. Siamo stati fantasmi, fantasmi di noi stessi, fantasmi trasparenti, inconsistenti e non abbastanza presenti, morti viventi. Senza saperlo, eravamo trappole per tutti, il peggior incubo di noi stessi. Ma che importa? Siamo anche stati riflessi. Riflessi per qualcuno, riflessi di qualcuno, riflessi di noi stessi. Sfumature luccicanti, senza pretese di accecare. Solo luce da mostrare, una scintilla a rivitalizzare. Inconsapevoli fonti di vitalità. Volti ad ispirare, viaggi da progettare, poesie da dedicare.
I riflessi consapevoli diventano risvegli. Siamo osservatori di un mondo distrutto da chi l’ha costruito, ma abbiamo le capacità per aggiustarlo. Bisturi e suture, il sano si crea da un danno. Perché il mai tagliato è il non vissuto. Il troppo taciuto, il mai osato, il mai distrutto. Il gusto del ricostruire, ripercorre i sapori della nascita, con addosso il peso dei calcinacci delle rovine. La rinascita passa attraverso la distruzione. Fantasmi, riflessi, risvegli.
Siamo fantasmi mancati di un mondo che non è riuscito a metterci in trappola, figli di noi stessi, fantasmi svincolati alla condanna della malata inconsistenza, fatta di bugie, ipocrisie, doppiogiochismo, irritante ilarità. Siamo riflessi incondizionati, la nostra reazione all’inconsistenza è l’azione, il fare, fare, fare. Siamo risvegli di un mondo che non ha finito di andare, di essere, di stare.
Siamo illimitata fonte di energia, che ci fa scrivere, ballare, parlare fino alle tre di notte, sognare fino dopo il risveglio. L’energia di andare avanti con dei pezzi mancanti, tutti barcollanti, ma consapevoli che c’è ancora tanto da fare. La realistica speranza, che ci viene data dall’esperienza, che dando corpo ai sogni urla che tutto si può fare. Non sono castelli in aria, ma solo la più terrena voglia di correre, camminare, progettare. Concentrarsi, ristabilirsi, ripartire. L’odio di dover aspettare, di metabolizzare la mancanza, per poter ripartire da ciò che c’è di più stabile. Il mondo fuori, la realtà. È la concretezza che ci salva, non i soliti discorsi fatti a metà. Nessuno si è mai salvato perdendosi dentro. Concretezza vuole energia, ma energia ci ridà.
Siamo fantasmi, riflessi, risvegli.
Tratto da una storia vera, ispirato dal film “Risvegli”
Ylenia Arese
20 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Tutto è completamente, interamente nero. Ho gli occhi aperti o chiusi? Sto sognando o sto vivendo la realtà? Allungo la mano come per afferrare qualcosa davanti a me. Ovviamente sfioro solo aria. Perchè è così buio? Non è possibile.. non vedo neanche la mia mano! No davvero non ce la posso fare! Un calore sale da dentro il petto, le gambe mi mancano, tremano. Le forze mi abbandonano e il mio respiro si sta facendo affannato, irregolare, discontinuo. Non resito più in piedi! TOC! Il respiro sta rallentando e finalmente riesco a capire in che posizione mi trovo, perchè le ginocchia stanno toccando il pavimento e le mie mani anche. Che sicurezza il pavimento.. mi ricorda la mia infanzia. D’estate avevamo questa barca a vela molto bella. Era di colore blu scuro, scuro come le notti. E il parquet in legno sul ponte era color mogano intenso. Ci gattonavo sopra e il calore che proveniva da esso era innaturale. Ma ora non era caldo, no. Questo pavimento era freddo come il marmo. Inoltre mi sembra che si muova. Vedi? Quei due listelli si muovono.. ma aspetta ci vedo! Ahah sì finalmente! Chissà se sono i miei occhi che si sono abituati o si è accesa qualche luce! Mi scruto intorno e in effetti mi sembra di notare un pallido pallore in lontananza. No non è possibile. E invece sì è proprio una luce! Possono salvarmi! Ci sarà qualcuno che mi aiuterà! Ahhh sì sento già i canti degli uomini al bancone e le musiche monotone! Adesso che vedo quella luce mi accorgo di qualcosa.. ho fame! Come ho fatto a non accorgemene subito. Inizio a tastare il pavimento intorno a me e.. aspetta.. ai miei lati sento dei bordi. Eh sì! Ma sono in una scatola? No è arrotondata. Provo a avvicinarmi al bor.. occazzo. Si è mosso il pavimento! Si sta muovendo il pavimento! Ma sono drogato? Proprio ora che pensavo di avere trovato il suolo? Ma forse.. maddai come è possibile.. non ci credo. Eppure. Eh sì.. sono su di una barchetta alla deriva. Per fortuna la luce si sta facendo più forte, ora le mie mani le vedo. E ora? Non so ho bisogno di pensare, meglio se mi sdraio. Una delle sensazioni peggiori è quella del cranio che poggia su di una superficie dura. Ti senti vulnerabile. Bastarebbe una piedata sul naso ad uccidermi. Ma pensiamo alla mia situazione. Sono su di una barchetta, senza cibo e affamato, senza sapere in che paese sono e senza sapere.. chi sono. Per caso sai chi sono? Come è possibile che non mi ricordi.. io sono io! Tutto cioò che mi circonda mi definisce. Io sono la mia vita! Ma la mia vita non me la ricordo. Sono come una lavagna scolastica. Per tutto il giorno il professore scrive numeri su lettere e poi basta un gesto della mano della bidella che tutto svanisce. E ora? Forse devo scrivere delle cose nuove. O forse è meglio ricordarsi quelle vecchie? Ma che cazzo ne so. Ho fame! Chissene frega delle lavagne, no? Se solo avessi un pani.. GNEK! Oddio un rumore alle mie spalle! Mi volto in fretta e furia come quei pesciolini da acquario che si mettono sull’attenti quando batti con il dito sul vetro del loro limite. Non credo ai miei occhi c’è una persona. C’è stata tutto il tempo! Ma io ho parlato o pensato? Non lo so era troppo buio per saperlo. E’ una ragazza ed è rannicchiata. Almeno credo che sia una ragazza.. ha i capelli lunghi che scivolano sulle nude gambe e si incontrano con il pavimento. Dovrei parlarle? La conosco? Mi conosce? Ho fame. Aspetta si è mossa! Cosa sta facendo.. si sta per alzare e.. è saltata! Tendo la mano sinistra avanti per proteggermi ma invano.. è saltata fuori dalla barca! Che sollievo.. pensavo volesse attaccarmi! In effetti se avesse voluto attacarmi avrebbe potuto farlo prima, quando non sapevo della sua esistenza. Non ho sentito nessuno spruzzo! Sono sicuro di essere su di una barca? La luce ora è vicina! Ma la barca si sta inclinando verso il basso! Oddio stiamo cadendo! Cioè sto cadendo! Non ho neanche più qualcosa sotto i piedi! Solo aria.. aria ovunque! Sono aria! Che bello però.. sto volando, verso l’ignoto.
Stefano Lomartire

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14 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
“Once Erasmus – forever Erasmus”. Ho sempre percepito questo modo di dire tanto diffuso tra i giovani che fanno un’esperienza di studio in Europa con un velo di scetticismo. Erasmus una volta, Erasmus per sempre. Come potranno mai dodici mesi all’estero cambiare così tanto il proprio modo di vivere, di pensare, di percepire se stessi e il mondo circostante? Poi sono partito, e ho capito…
Vivere lontano da casa per tanto tempo implica sacrifici, difficoltà e talvolta anche piccole e grandi frustrazioni. Sentire la mancanza dell’affetto dei propri parenti e amici, trovarsi inseriti in un contesto dove non sempre la mentalità della gente corrisponde a quella a cui si è abituati, parlare soltanto di rado la propria lingua e sentirne la necessità, soprattutto durante un esame difficile, o in una situazione in cui le competenze linguistiche straniere non permettono di esprimere al cento per cento quello che si sta pensando, e doversi adattare, in qualche modo, a tutto ciò. Eppure, nonostante lo shock culturale iniziale, presto la sfida si fa interessante e la posta in gioco alta. Così si inizia a giocare. Perché si tratta di un gioco che conosce solo vincitori, da cui tutti possono guadagnare qualcosa. La ben nota equazione “erasmus = festa + alcol – studio” è infatti una leggenda metropolitana da sfatare, che soltanto parzialmente e in taluni casi può esser vera, ma che sicuramente esclude l’aspetto più profondo di tale esperienza: “fare l’Erasmus”, o ancor meglio “essere Erasmus”, ha un significato ben più ampio.
Durante il mio periodo di studio a Ratisbona (Germania) ho conosciuto decine di giovani provenienti da tutto il mondo e ho stretto amicizia con molti di loro. Ognuno di loro ha condiviso con me la propria chiave di lettura della realtà, e io ho condiviso con loro la mia. C’è stato un arricchimento reciproco straordinario, che mi ha fatto capire una cosa importante: il mondo si estende ben oltre ai confini della piccola campana di vetro in cui siamo nati e cresciuti e fintanto che non abbiamo il coraggio di varcare tali confini e di andare a vedere “cosa c’è fuori” resteremo persone incomplete. Ma non perché “cosa c’è fuori” è necessariamente migliore di “cosa c’è dentro”, bensì perché è qualcosa di diverso. Prendere coscienza di tale diversità significa approcciarsi in un modo più obiettivo, completo e ricco alla realtà circostante. Prima di partire condividevo il malcontento di massa nei confronti del nostro Paese e l’ipotesi fatalista di abbandonarlo un giorno per trovare fortuna e felicità in un posto migliore e sono tornato con la consapevolezza che l’economia, la politica e la situazione occupazionale funzionano certamente meglio in altri Stati, ma che mai potrei abbandonare l’Italia, che tanto mi ha dato e a cui sono culturalmente e sentimentalmente legato.
Sta proprio in questo la straordinarietà dell’Erasmus, nel fatto che scoprendo la grandezza e la bellezza dell’Europa e del mondo, uno scopre se stesso e inizia a vivere i rapporti umani in un modo molto più profondo. Perché è stato una volta Erasmus – e lo sarà per sempre.
Paolo Canavese
13 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Dentro l’aria sporca il tuo sorriso controvento Il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco (Il cielo su Torino – Subsonica)
Nato e cresciuto a Torino non mi sono forse mai veramente soffermato ad osservarla, mai mi sono fermato a seguirne con lo sguardo le sue fattezze, mai mi sono stupito guardandone il cielo in un giorno d’estate e mai mi sono realmente interrogato su come, non sempre per il meglio in realtà, proceda la sua vita.
Eppure questa mattina qualcuno, un po’ per campanilismo provinciale e un po’ a causa delle nuvole che ci perseguitano da giorni, mi ha stuzzicato la fantasia facendomi notare quanto il cielo su Torino fosse grigio in questa giornata di inizio novembre.
Così, come spesso accade, da una banale osservazione è cominciata questa mia riflessione sulla mia, sulla nostra, città, spesso etichettata come grigia, spenta e industriale ma altrettanto spesso capace di stupire, incantare e ammaliare.
Nella vita di ogni giorno si è abituati a veder le cose, i luoghi e gli stessi avvenimenti quotidiani sempre e solo da un punto di vista, a non fare nemmeno più caso a ciò che ci offre un panorama solo perché lo si è visto ogni giorno da venti anni, a dare per scontato che tutto rimarrà sempre così come si presenta solo perché è sempre stato lì dacché la memoria ci sovviene.
Ho quindi pensato a come questa Città, erta a specchio della realtà che ci circonda, sia capace di svegliarci e di farci apprezzare sue peculiarità in ombra, rivelandosi, ad un occhio attento, un ricettacolo di buoni propositi, di spunti per la vita quotidiana e di darci la voglia di tentare di stravolgere i nostri soliti stereotipi, scoprendo nuovi stimoli, abitudine che ormai tanti si sono stancati di praticare.
Al di là delle attrazioni più turistiche che ormai si moltiplicano da qualche anno a questa parte in città, mi sono domandato come ci si possa non stupire della bellezza di una camminata lungo il Po, delle emozioni che ci accende una partita a pallone al Valentino con gli amici, della vista mozzafiato che si può osservare dalla mole o da Superga nelle giornate più terse, del referenzialismo che suscita la salita lungo la scalinata della chiesa Gran Madre o della sensazione di libertà che provoca attraversare in una limpida giornata invernale piazza San Carlo. Ma mi sono trovato anche a pensare agli scorci più controversi della città e a trovare, in ognuno di loro, uno spunto di riflessione.
Dal nuovo skyline del quartiere Cit Turin dettato dal vetro di Porta Susa e del grattacielo Intesa-San Paolo ai larghi viali di periferia, dalla nebbia bassa sulle montagne in lontananza alle nuvole basse nei parchi all’imbrunire d’inverno tutto può stupire un animo aperto a ciò che lo circonda.
E dunque è qui che vuole giungere la mia riflessione: incuriosirsi e stupirsi.
Lo stupore è il fondamento su cui si basa tutto. Dalle più piccole azioni giornaliere alle più grandi scoperte della scienza, tutto si è sempre basato sulla curiosità.
Da buon studente di medicina il mio pensiero non può che andare alla scienza e a quelle scoperte che hanno cambiato il mondo grazie a manipolo di visionari che ha saputo perseverare nella ricerca dei propri sogni e che infine, spinto dalla voglia di stupire e di stupirsi, ha raggiunto il proprio obbiettivo. Come loro io non posso che esortare a cercare in tutto ciò che ci circonda, a partire dalle più comuni esperienze quotidiane, qualcosa di cui stupirsi, qualcosa per cui dire “toh, non avevo mai notato che fosse così bello”, qualcosa per cui emozionarsi. E dunque perché non provare a cominciare proprio dalla propria città o, se non siete di Torino, proprio da una visita al capoluogo sabaudo? Vi potrebbe Stupire.
Pietro Fronda
10 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Nel mondo della carta stampata, piuttosto che in quello del web c’è chi si chiede come facciano blogger o editorialisti a scrivere pezzi con cadenza impressionante, a volte quotidiana. E i maligni sostengono che lo scrivere debba derivare da una necessità di voler raccontare qualcosa, che è molto improbabile si ripresenti puntuale ogni giorno. C’è però una ricerca di stimoli incredibile da parte di chi ogni giorno, ogni settimana, ogni mese deve o vuole far leggere un suo pensiero, una sua opinione, riguardo qualche argomento. Ed è una storia straordinaria quella del principale quotidiano keniota, il Daily Nation, che per circa vent’anni, senza interruzioni ha pubblicato ogni santo giorno una vignetta dal titolo “Love is…”. Negli ultimi tempi questa tradizione si è interrotta, ma credo sia importante pensare come ci siano stati anni interi in cui sono state disegnate 365 diverse definizioni dell’amore. Quasi una reazione alla difficile realtà del Kenya, dove spesso si faceva e si fa fatica a trovare un messaggio positivo nelle difficili e tese giornate di guerra civile e di instabilità politica. “Love is” è stata una speranza creata e ricreata ogni giorno. Sull’esempio di questa vignetta, sarebbe bello cercare di dare sfogo alla fantasia di ognuno e rappresentare, per esempio, che cos’è l’ottimismo. Si può rappresentare con un disegno, una vignetta, proprio sulla falsariga della rubrica del Daily Nation, ma anche con una fotografia, con una citazione, con una poesia, con un elenco di parole, con una canzone. Se qualcuno si fermasse per un attimo, interrompendo i ritmi imperanti della propria giornata, e si mettesse a pensare per dare una definizione, del tutto personale e soggettiva, dell’ottimismo farebbe prima di tutto del bene a se stesso. Poi si potrebbero pubblicare le più riuscite e originali definizioni, quelle più significative in modo da riservare uno spazio sempre uguale e sempre diverso nel tempo, che possa far bene a chi è un po’ giù di corda e a chi per una ragione o per un’altra non vede molti motivi per essere ottimista. La prima puntata di “Che cos’è l’ottimismo”, in fondo non sarebbe altro che un omaggio al Daily Nation e alla sua rubrica “Love is…”. Del resto spesso e volentieri gli innamorati sono inguaribili ottimisti. E viceversa.
Marco Brero
9 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Vi ricordate quando da bambini scambiavate le figurine dei calciatori con i vostri compagni per poter terminare per primi l’album? E voi ragazze, quante volte vi sarete attaccate al cappotto della mamma, supplicandola con occhi dolci, per un nuovo pacchetto di braccialetti? E nel caso in cui il colpo non andava a buon fine, si ricorreva sempre alla nonna che, dopo poco, cedeva pur di vedere la propria nipotina soddisfatta.
Poi uno cresce, si distacca dalla massa venendo a conoscenza del fatto che in fondo non è male essere se stessi. Si scopre che il mondo è bello perché vario e, con l’avvento di quel bizzarro periodo detto adolescenza, si inizia a spaziare fra collezioni di monetine da un centesimo, scarpe mozzafiato, autografi, linguette di lattina e chi più ne ha più ne metta. Personalmente, in quanto a collezioni, non sono mai stata una grande fortuna per tutte quelle aziende che si occupavano di figurine e braccialetti perché, fossero stati tutti come me, avrebbero fatto fallimento ben presto. Crescendo non ho mai avuto passioni sfrenate e, forse, nemmeno la costanza per collezionare qualcosa che veramente mi piacesse. Vorrei però specificare che parlo di beni materiali: non ho cassetti pieni di francobolli provenienti dal mondo intero né quaderni con ritagli di pubblicità di bibite, ma ho un angolo nella mia mente dedicato ad una collezione iniziata di recente.
D’ora in poi sarò per voi la collezionista di sorrisi.
Quest’estate ho avuto a che fare con una persona alla quale il mondo, per certi versi, stava voltando le spalle. Un giorno gli chiesi un favore, gli diedi un consiglio, quello di collezionare bei momenti, di collezionare sorrisi. Forse, anche se per poco, in tutto quel marasma di brutte cose, avrebbe potuto trovare un momento di pace.
Iniziò così, per caso, la mia collezione. Da un consiglio la feci mia, non mi dispiaceva come idea. Scoprii ben presto che un sorriso non era solo il movimento di 12 muscoli facciali, ma era uno scrigno prezioso che racchiudeva emozioni e parole non dette. Divenni più attenta alle persone, non solo a quelle che mi stavano abitualmente accanto, ma anche a coloro i quali incrociavo per la strada, nei negozi, alla fermata dell’autobus. Mano a mano incominciai a fantasticare sulle storie che stavano dietro quei sorrisi spontanei: chissà, magari quel ragazzo con fare baldanzoso tornava dal bar con gli amici dopo aver assistito alla vittoria della sua squadra del cuore, quell’anziano elegante si stava avviando verso la casa di un familiare per un pranzo con i nipoti, il bambino per mano alla mamma era diretto verso il parco giochi e la signorina distratta che attraversava le strisce pedonali rientrava dopo un paio d’ore trascorse con un amico speciale. Grazie alle mie osservazioni iniziai a differenziare i sorrisi veri da quelle smorfie false e forzate che di spontaneo non avevano nulla. Potrà sembrare strano, ma quando esci di casa, cielo grigio, cinque ora di lezione che ti attendono, auto che ti sfreccia a 5 centimetri e ti sporca il nuovo paio di jeans appena indossati, litigata fresca con i tuoi, una giornata persa insomma, un sorriso incrociato per strada può salvarti.
Iniziai, quindi, a preservare anche il mio di sorriso. Perché no, magari avrei potuto sollevare la giornata di un perfetto sconosciuto seduto accanto a me sul treno. Poi mi sentivo meglio, un sorriso distende i muscoli, ti fa avvertire un certo formicolio lungo tutto il corpo, dona energia ed allegria. Non lo percepisci anche tu?
Come sostiene una mia cara amica il sorriso non è una torta di mele, non è uno sfizio a fine pasto, è il bicchiere d’acqua senza il quale non si sopravvive. Proseguendo la mia collezione di sorrisi fra una persona a cui è stata data una bella notizia, una che ha fatto la scoperta del secolo, una che ha ricevuto un abbraccio inaspettato, una che ha preso un bel voto di greco, una che ha trascorso un buon fine settimana in compagnia, una che è soddisfatta delle proprie scelte ed un’altra ancora che è contenta della vita, credo che per me i sorrisi non siano più il solo bicchiere, ma equivalgano ad una bottiglia da un litro e mezzo d’acqua, minimo.
Eppure di gente assettata ed a bocca asciutta se ne vede. Volti imbronciati, volti stanchi, volti cupi, volti sfiniti, volti privi di vita, volti assenti.
Vorrei che tu non fossi fra questi, vorrei che tu fossi uno di quelli che vada ad arricchire la mia collezione.
Iniziamo così, pensa a qualcosa di bello.
Anzi no, che cosa dico? Pensa a qualcosa di stupendo, di elettrizzante, di speciale, un qualcosa da ”WOW”.
Pensato? Sei pronto?
Se l’immagine è potente al punto giusto ti renderai conto che ora, sì proprio in questo momento, stai sorridendo.
Magari starai anche ridendo.
Sfogati, quei sorrisi inaspettati stupiscono, fanno bene. Non ti senti meglio?
Parti da qui, da questo tuo sorriso.
Come diceva Charlie Chaplin, ”un giorno senza sorriso è un giorno perso”.
Eleonora Sarale