30 Dicembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Tutto questo tempo a chiedermi
cos’è che non mi lascia in pace .
Tutti questi anni a chiedermi
se vado veramente bene,
così, come sono.
Così un giorno
ho scritto sul quaderno:
“Io farò sognare il mondo!”.
E la verità è che:
ho aspettato a lungo
qualcosa che non c’è,
invece di guardare il sole sorgere.
Ed era solo voglia di avere gloria.
E non sapevo più chi ero,
io che, sono unico.
E miracolosamente non
ho smesso di sognare.
E miracolosamente
non riesco a non sperare.
E se c’è un segreto
e’ fare tutto come
se vedessi solo il sole.
E non
qualcosa che non c’è.
Cerca te, che vali.
Uno studente – (Qualcosa che non c’e’ – Elisa)
22 Dicembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Caro Babbo Natale,
era da un po’ che non ci sentivamo eh?
Mi fa un po’ strano ritrovarti così, dopo tutto questo, in un paio di righe. Devo ammetterlo, mi sei mancato. Mi ritorna alla mente l’ultima volta che ho preso la penna in mano per scriverti, quando le esperienze degli anni non mi avevano ancora privato di quel velo di innocenza che riusciva a riempirmi di speranza perfino quando imbucavo una semplice lettera natalizia nella buca innevata delle poste.
A quei tempi, come ogni comune bambino che si rispetti, ricercavo in tutto ciò che mi circondava la materialità che potevo stringere tra le mie mani, colma di quel potere che mi faceva sentire incredibilmente vivo e onnipresente. Vivevo la giornata, addormentandomi senza pensare alle preoccupazioni del domani o ai rimorsi del passato, e spargevo sorrisi come semi su un terreno ai miei occhi sempre fertile, involontariamente sognavo. Ed era bello, lo ammetto, per una volta l’anno poter contare su qualcuno che arrivava dall’esterno, o dal magico Polo Nord come è usuale dire, carico di regali ma soprattutto di buonumore per tutti.
Quest’anno non starò a chiedermi, per l’ennesima volta: “Ma che fine ha fatto il Natale?”, perché mi sembrerebbe alquanto infantile e banale. Sono qui, invece, per trascrivere su carta i miei desideri, che vorrei tu esaudissi come fai con tutti gli altri bambini. Non fare caso alla mia altezza o alla mie età, suvvia, sii gentile e accontenta un povero liceale che tra tutte le preoccupazioni del presente si è preso la briga di ritagliarsi un pezzetto di tempo per scriverti una lettera. Quello che ti chiedo, difficilmente potrò trovarlo sotto l’albero alla Vigilia o adagiato sul tappeto del salotto, ma mi affido comunque ai tuoi poteri che ogni anno fanno sognare milioni di bambini per accontentare un “non più bimbo” che ha bisogno di credere in qualcuno. E mi sembra di poter parlare in generale a nome di quella classe che corrisponde ai tanto blasonati “liceali”, gente che entra tra quattro mura con il piede giusto e il sorriso e ne esce cinque anni dopo a gattoni senza forze, per intenderci.
Per quest’anno, Babbo Natale, regalami un po’ di tempo. Ma non un’oretta di relax tra due attività programmate, nient’affatto. Fammi riscoprire le mie capacità (sicuramente presenti, ma intelligentemente nascoste) di saperlo gestire, il mio tempo. Regalami quell’arma superefficace che mi permette di allontanare ogni ansia e preoccupazione almeno alla sera, quando vado a dormire ma non riesco a prendere sonno perché il futuro immediato mi spaventa e mi induce a nascondermi tra le scuse per qualcosa che inesorabilmente non sono riuscito a fare. Regalami il modo di poter rendere felici le persone che mi stanno a cuore per il semplice fatto di riuscire a dedicar loro del tempo, che, nel momento del bisogno può essere essenziale. Regalami la forza di cambiare la mia prospettiva, uscire dagli schemi e sconvolgere gli ambienti che mi stanno intorno. Chi può dire che, magari rovistando tra oggetti del passato e ricordi sopravvissuti ad anni di muffa, io non riesca a trovare il mio cassetto disperso dei sogni? Regalami il tempo per indossare un paio di scarpe di ginnastica e inseguirli, perché se continuo a rimandarli al domani non si avvereranno mai…
In fondo, mi basterebbe riacquistare quella capacità infantile di sorprendermi innanzi a ogni piccola inezia per rendere più colorate le mie giornate. Semplicemente mi chiedo dove sia andato a finire quel pastello che colorava il mondo, Sì…forse un pochettino fuori dai bordi, ma con sfumature vivaci.
Ti aspetto, con un lume acceso e una tazza di latte, mi raccomando.
Un liceale qualsiasi
10 Dicembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
La tecnologia negli anni è diventata la chiave del nostro benessere. Essa infatti è parte integrante delle nostre vite, è qualcosa con cui si convive quotidianamente e che sta diventando sempre più facile da utilizzare e sempre più accessibile. Inoltre il progresso tecnologico è sempre più in grado di stupirci poiché semplifica incredibilmente azioni che qualche anno fa non saremmo stati in grado di svolgere, a volte persino con un semplice “clic”. E tutto ciò non può che essere un bene per la società odierna, che ha sempre più bisogno di essere “connessa” con il mondo esterno. Questo enorme sviluppo sta influenzando positivamente anche l’urbanistica e l’architettura, e può portare all’ottimizzazione e all’innovazione di servizi pubblici offerti dalle città. In che modo? Con la realizzazione di infrastrutture materiali che mettano in contatto l’uomo e le nuove tecnologie della comunicazione, dei trasporti e della sostenibilità ambientale, che sono indubbiamente in grado di migliorare la qualità della vita e di soddisfare le esigenze dei cittadini.
Negli ultimi anni stanno nascendo numerosi progetti in tutta Europa, e anche in provincia di Cuneo, che hanno lo scopo di realizzare un ammodernamento delle città, facendole diventare così “smart”, cioè intelligenti, in grado di offrire servizi utili alla vita quotidiana e apprezzabili anche e soprattutto dai giovani. Il concetto di “città intelligente” (smart city) è nato in Europa nel 2010 e, seguendo l’esempio di Rio de Janeiro, molte città europee ed italiane (Amsterdam, Malta, Southampton, Verona, Varese, Torino sono solo alcuni esempi) ora mirano a divenire “Smart Cities” tramite uno sviluppo urbano ecosostenibile grazie al quale si potranno diminuire gli sprechi energetici e si potrà ridurre l’inquinamento, con un miglioramento della pianificazione urbana e dei trasporti. Tutto questo attraverso la creazione ad esempio di metropolitane ad impatto zero, di pannelli solari sugli edifici, di connessioni internet gratuite o apparecchi touch screen che permettano di prenotare un tavolo in un ristorante velocemente, ma anche colonnine che consentano di essere aggiornati sugli orari dei bus e sul traffico, oltre che sul meteo e sugli eventi principali della città. Ciò significa cercare di muovere qualche passo verso un nuovo futuro per le nostre città e renderle veramente dei luoghi vivibili.
Nella Granda un’azienda che ha mosso i primi passi per promuovere un progetto smart è la Tecnoworld di Alberto Mandrile, che intende realizzare nel cuneese un programma di valorizzazione molto interessante attraverso l’installazione, nei punti nevralgici della città, di totem multimediali. Queste strutture, già presenti in molti comuni del territorio, offriranno una connessione ad internet gratuita, ed inoltre, tramite l’utilizzo dello schermo touchscreen, informazioni sul meteo della città, sulle ultime notizie politiche o sportive, sugli eventi più importanti (mostre, fiere, concerti) ma anche sulla programmazione dei cinema e dei teatri della provincia. Inoltre questi totem saranno anche punti di bike-renting and sharing, dove sarà possibile affittare biciclette elettriche a pedalata assistita ad impatto zero (come avviene già in Austria), comode per gli spostamenti in città. Tutto ciò utilizzando una semplice carta, distribuita con molte agevolazioni ai ragazzi under 21 della provincia, che permetterà di avere sconti nei negozi aderenti al progetto, potenziando l’attività dei commercianti locali e, inoltre, la card potrà essere utilizzata anche come carta di credito. Questo progetto coniuga quindi la diffusione capillare dei totem alla geo localizzazione e quindi anche alla valorizzazione delle risorse naturali (parchi, itinerari) della provincia di Cuneo, grazie anche alle informazioni turistiche che saranno presenti sui totem in diverse lingue. Questi totem avvicineranno sempre più il cittadino al comune e alla provincia di Cuneo, rendendolo sempre più partecipe delle bellezze che la Granda offre.
Queste iniziative devono essere un grande trampolino di lancio per un’evoluzione tecnologica sostanziale di molte e non solo di alcune città italiane, in modo tale da far si che le persone ogni giorno possano sentirsi parte di qualcosa di importante, qualcosa da valorizzare e non da criticare, trascurare o deturpare. Qualcosa da apprezzare in prima persona, guardando al futuro con la tecnologia smart, intelligente, pronta a rendere migliore il passaggio di ognuno per questo strano posto chiamato Mondo.
Gabriele Arciuolo
26 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Non c’è giorno che sia già scritto. Non esiste mattina che si scende dal letto e tutto è ormai deciso. Non c’è altro che un foglio bianco di un grande libro chiamato vita che aspetta solo di essere scritto. E i libri sono 7 miliardi. A ogni nascita inizia la stampa di un nuovo diario che non morirà mai, che sarà sempre conservato nel cuore di chi verrà dopo.
Se solo ci si ricordasse di questo pensiero ogni volta che si aprono gli occhi… Invece sono troppi i giorni abbandonati a se stessi, dedicati a un non si sa che in grado solamente di rubare il tempo, di rendere la giornata vana e di provocare un burrone nell’anima che solo un grande abbraccio di chi ci vuole bene sa riempire. E’ struggente diventare consapevoli di perdere il proprio tempo per niente.
C’è un sentimento negativo che un po’ alla volta sta diventando il motore quotidiano di questa piccola parte di universo e noi, l’uno con l’altro, cerchiamo di convincerci che questo sia la sensazione interiore più comune: la disperazione. Disperazione che ci viene venduta molto facilmente perché ognuno di noi ha dei limiti, non sarà mai perfetto. Ma questa idea è al di fuori dal nostro mondo dove regna l’ansia della perfezione: se non siamo perfetti siamo disperati. E poiché la perfezione è irraggiungibile, il risultato è evidente.
In un clima tanto ostile quanto negativo ogni buon gesto sembra cosa vana. Chi è disposto a perdere il proprio tempo per costruire qualcosa su un pianeta disperato?
Io mi rifiuto di passare alla storia come la generazione delle notifiche su Facebook o delle spunte blu di WhatsApp. E’ una presa di posizione radicale, ma questi piccoli simboli sono degni di condizionare la mia vita? Sono così essenziali da poter diventare loro la parola della mia pagina bianca di vita?
Notificassimo il nostro vivere magari ci sarebbe un po’ più di verità anziché disperazione: trasformare quest’attesa spasmodica di ricevere una notifica in una corsa sincera verso un amico per dirgli ti voglio bene, verso una ragazza/o per dire ti amo. Per far sapere all’altra persona che si é contenti che lei esiste e se non esistesse la si ricreerebbe tale quale, difetti compresi. Allora la perfezione é qui per davvero, si é amati, si é perfetti per qualcuno.
Siamo una combinazione eccezionale perché unici, unici per i propri difetti che, nonostante le loro debolezze, sono amati da qualcun altro. E si é amati tutti, per intero. Perchè disperare tanto? Andiamo bene così come siamo. E quando si sa che fuori di casa c’è qualcuno che ci ama ogni mattina ci si alza siamo gioiosi, si ha voglia di prendere in mano la penna e iniziare a scrivere quel libro che si porta con sé dalla nascita.
Troppo amabili, ma poco amati. Troppo copie, poco unici. Eppure da bambini si faceva tutto con amore. Da piccoli si sognava in grande: si giocava a fare il pompiere perché da grandi si voleva salvare le persone mentre la loro casa era in fiamme. Ora siamo noi i piromani della nostra vita. Non sappiamo più farci sfidare dalla realtà: la disperazione ci provoca paura di fallire. Perché porsi mete alte?
Perché, d’altra parte, non porsele? Scegliamo a che cosa dedicare la nostra vita… Libertà è poter decidere per chi e per che cosa giocarsi la vita. Però bisogna patire. Sì, per amare bisogna patire, dare la vita. Ed è così bello vivere quando si ama. Ed è così liberante portare con dignità il proprio viso. Ed è così motivante svegliarsi con addosso il motivo per cui scendere da letto, per cui vivere.
Quando si ama e si è amati si è anche in bilico, come un funambolo. Meglio essere amabili e guardare il funamboli dal basso o correre il rischio di mettersi in gioco? Rischiare tutto, anche di cadere da grandi altezze, ma poter dire di averci provato. La paura di fallire è sempre figlia di una negatività… Chi canta che il tarlo della vita è il nostro orgoglio non ha tutti i torti.
Se si è liberi allora il cambio di prospettiva diventa una benedizione: il bianco della vita non fa più paura. Anzi, per fortuna che la pagina è bianca. Che si è giovani e il canovaccio non vede l’ora di essere cambiato.
Virginia Satir diceva: “Ci servono quattro abbracci al giorno per sopravvivere, otto per vivere e dodici per crescere”; questi abbracci non posso essere finti, altrimenti sono vani. Quando si ama e si è amati si abbraccia la vita e si vanno a creare relazioni vere con le persone che sono al nostro fianco, in cui uno dona all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno.
E incredibilmente tutto torna ad avere significato. Ad essere vita.
Luca Lazzari
PS: grazie a Profduepuntozero per le sue idee e parole
25 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Penso che tutti ricordino gli anni del liceo, quegli anni in cui cresci, in cui maturi e compi un passo importante per la tua vita. Molti di voi hanno ormai passato questi anni da un po’ di tempo, mentre altri li stanno appena attraversando. Ognuno di noi li ha vissuto o li sta vivendo in modo diverso a seconda del proprio carattere, del proprio modo di vivere e percepire le cose. C’è chi si sente totalmente coinvolto in questo cammino e chi, invece, lo vive più superficialmente. Ma tutti quanti siamo accomunati dalla stessa idea: che sempre resterà nel nostro cuore e ci segnerà la vita.
Gli anni del liceo sono gli anni considerati dalla maggior parte di noi gli anni migliori, quelli dei primi amori, delle prime avventure da soli, delle prime crisi e disagi, di quei lunghi pianti che subito vengo sopraffatti da enormi sorrisi. Le amicizie più belle, ma anche quei lunghi periodi di litigio in cui sembra che tutto ti crolli addosso e non sai più che cosa devi fare. Quegli anni in cui sorgono i primi problemi, dove magari non ti piaci e pensi di non piacere agli altri, hai paura di non essere considerato, di essere emarginato. Ma sono proprio queste paure che ti aiutano a crescere e vivere gli anni del liceo nel miglior modo possibile, ad avere il sostegno dei tuoi amici.
Gli anni dei primi confronti e delle prime cadute. Mettersi in gioco diventa parte integrante della vita di ogni persona, dibattere con altre persone, esprimere le proprie opinioni e contestare quelle degli altri. Sono anni di continui cambiamenti fisici e morali che avvengono così in breve tempo che anche tu a volte ti stupisci. Tuttavia solo in questi anni uno capisce davvero cosa è destinato a fare o vuole provare a intraprendere, senza sapere a cosa va incontro, guidato dall’entusiasmo che caratterizza questi nostri anni. Questo è un percorso che ti apre la mente, ti allena, ti insegna a vivere, a capirsi, a migliorarsi e a credere in se stessi.
A volte ognuno di noi si ferma per paura di sbagliare, per la sensazione di voler tornare ad essere piccolo a giocare, a non pensare a nulla; invece altre volte vorrebbe già essere grande, avere un lavoro, una famiglia, una moglie, un marito e non si accorgere della fortuna che possiede, compiendo questo viaggio, dove la principale cosa è crescere e divertirsi.
Sono anche gli anni del primo ballo, della prima volta in discoteca, in cui provi quella bellissima sensazione che da anni ognuno di noi aspetta: sentirsi grande!
Giorgia Lazzari
24 Novembre 2014 | Vorrei, quindi scrivo
La luce della stanza è spenta, al soldato oramai non serve più.
L’unica fonte di luce è la finestrella alla mia sinistra che fa trafilare un fioco bluastro serale il quale mi rende giusto possibile vedere la fotografia che ho in mano. Cade una goccia sul pavimento. Sposto la foto giusto per vedere dove è caduta. Un pallino rosso sul pavimento. Sangue. Ma è una delle tante gocce che scivolano lente e calde dalla mia mano sinistra. Il vetro della fotografia si è rotto sotto la forza della mia pressione. Una goccia cade sulla fotografia. L’ironia la fa cadere proprio sulla faccia sorridente della mia ex. Ma è una delle tante lacrime che mi tagliano le guance. Fanculo la vita. Alla fine che senso ha vivere, siamo solo pesci rossi che nuotano a cerchio dentro bolle di vetro. Beh ora dico così, ma in realtà le vite mi interessano. Una volta mi hanno dato una medaglia d’onore. Napolitano mi ha stretto la mano. Ma nel frattempo io uccidevo. Da quando uccidere è onorevole? Da quando essere un omicida è positivo? Anzi posso ancora capire chi uccide qualcuno… ma io sono peggio. Almeno quando si uccide qualcuno normalmente lo si vede in faccia. Io vedo pallini rossi.
Era una giornata di sole, fresco di diploma mi arruolo nell’esercito e tutto comincia. Prima l’addestramento, poi il primo viaggio in Iraq ed infine il mio compito: guidare droni killer. Mi mandano le coordinate via email, io le digito sul motore di ricerca, faccio decollare il drone, schiaccio un pulsante e il conteggio di vite umane che popolano la Terra cala.
Ti dicono “Sono solo pallini rossi, non ci pensare” ma non funziona. Io affogo. Un serial killer americano si dice abbia ucciso una cinquantina di persone e sapete che fine ha fatto? E’ stato condannato all’iniezione letale. Sì, boh, l’avevo letto da qualche parte su internet forse. Io uccido cinquanta persone a settimana e mi prendo una medaglia.
Chiudo gli occhi e mi lascio piacevolmente avvolgere dal gelido nero che mi merito. E mi sento come scivolare sempre più giù. L’aria mi entra nei polmoni, ma mi sembra acqua. Guardo il comodino e vedo la mia inebriante amica, quella benedetta bottiglia. Ma è vuota anche essa. Ed ogni sorso di essa che ho fatto ha bruciato sempre di meno senza che il dolore si placasse. Che merda. Mi sembra di vivere in un film degli anni cinquanta. Tutto è grigio, non ci sono più colori. Se vedessi il rosso lo riconoscerei? Distinguerei ancora il blu dal verde? Mi alzo. Sto in piedi. Cammino. Prendo la pistola, la metto in tasca e esco dal mio palazzo. Devono essere passate delle ore perchè sono le cinque. Giro l’angolo e cammino. Mi fermo davanti alle strisce solo per abitudine perchè ormai chissenefrega di tutto. La luce di sopra del semaforo è accesa quindi devo aspettare. Penso sia l’ultimo semaforo della mia vita.
Una vecchietta stava andando a mettere i fiori sulla tomba del suo defunto marito al cimitero. Bastava attraversare la strada e si sarebbe trovata proprio davanti all’entrata. Poi avrebbe attraversato il cancello, avrebbe girato a destra, poi avanti fino al cimitero dei veterani di guerra, avrebbe girato a sinistra, avrebbe posato i fiori vicino alla lapide e gli avrebbe detto le cose più importanti accadute del 2014, proprio come ogni anno. Al semaforo vide un ragazzo e capì subito che era un soldato dal modo in cui stava in piedi ad aspettare che scattasse il verde. Lo guardò e disse “Buongiorno giovanotto! Vedo che sei un soldato, grazie per quello che fai per la nostra Nazione e soprattutto per Noi.”. Lui sorrise.
Io sorrisi, mi girai e vidi l’alba.
Stefano Lomartire