28 Febbraio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
IMPRESSION: NUMERO 1
L’aria soffiava imperterrita, senza guardare in faccia nessuno ma abbracciando ogni passante di Rue Delacroix. Il passaggio dall’atmosfera compressa e surreale del cinema al freddo parigino non avevo tardato a farsi sentire, costringendolo ad alzare i baveri del proprio cappotto. “A Parigi d’inverno si gela”, ma lui ci teneva a intraprendere anche questa sfida, uscendo di casa con solo un marcel sotto quel cappotto marrone che gli stava troppo largo di spalle, pegno di un cliente in cambio di un ritratto con il Tamigi sullo sfondo. La curiosità per l’apertura del primo cinema di quartiere l’avevo spinto ad accalcarsi in quell’angusto buco che puzzava di fogna, per svariarsi una volta tanto. Il soggetto non lo attirava più di tanto, e le sue attese non furono tradite dalla voglia che aveva di lasciare quella sottospecie di poltrona dopo appena una decina di minuti dall’inizio della proiezione. Nemmeno una novità del genere in fatto di intrattenimento riusciva a sorprenderlo più di tanto, ormai era stato inghiottito dallo monotonia della quotidianità. Inseguiva una qualsiasi novità in grado di meravigliarlo; girava per le strade buie di notte, trovando molto spesso un gruppo di malviventi dietro l’angolo piuttosto che un cielo stellato. Deluso da ogni forma di compiacimento altrui, mentre dipingeva per strada guardava con occhio disprezzante i passanti che si scambiavano sorrisi, senza un retino per provare ad acchiapparne uno… Quando posò la mano sul retro della sedia, in cerca del cappotto per andarsene via, i suoi occhi si posarono su un’apparente giovane coppia in disparte al fondo della sala. Non erano i soliti fanciulli di bassa educazione che si scambiavano effusioni si bordi delle strade delle grandi città, ma agli occhi di un artista apparivano più come una coppia di sposi che dopo anni di lavori sofferti per mandare avanti la famiglia erano riusciti a scappare in un luogo buio per un momento di intimità. Le loro mani si univano e diventavano un’unica cosa, nell’ombra proiettata dalle immagini sullo schermo, e le loro gambe si muovevano danzanti con una leggiadria irreale. Aggiungendo un po’ di rosso, preso dalla sua tavolozza dei colori, adesso nella coppia ci vedeva due anime che come lingue di fuoco si avvinghiano e diventano un fuoco unico, il fuoco della passione. In una stanza stracolma di gente erano in verità soli, e forse anche il vero e solo spettacolo della serata. Sicuramente lo erano per lui che, rapito da quel copro bianco nell’ombra, aveva abbandonato la ricerca del cappotto ed prima di farsi inghiottire dall’oscurità della notte aveva lanciato un ultimo sguardo di invidia alla coppia. Dopo un paio di minuti dalla durata interminabile, i brividi lo riportarono alla realtà e lo indussero a entrare in un café alla ricerca di una qualsiasi fonte di calore. A dire il vero non era il tipo che sarebbe mai entrato in un posto del genere, con la concezione di cultura che aveva nella sua mente preferiva tenersi alla larga dalle conversazioni fatte di termini aulici di tutti quelli che, con un cappello a cilindro un paio di baffetti due lenti tonde adagiate sul naso, si spacciavano per intellettuali. Ed effettivamente questo contrasto interiore, figlio del precetto epicureo del lathe biosas, lo fecero esitare ulteriormente sulla soglia della porta, prima che il gelo ebbe la meglio sulle sue instabili condizioni fisiche.
Tutto era esattamente come si era immaginato, per questo non esitò a cercare un tavolino in un angolo mentre con la mano cercava invano degli spiccioli nella tasca. Una volta sicuro della sua povera condizione economica, si lascio andare a un sonno leggero, accompagnato dalla musica lontana di qualche suonatore di strada che lottava contro il freddo che l’unico strumento che aveva a sua disposizione. Era il primo momento di completo abbandono al mondo privo di inquietudine della giornata, che venne però improvvisamente interrotto da un atteso presentimento che lo mise in allerta. Perlustrò ogni centimetro del café con le palpebre prima di girare la testa verso l’entrata. Un uomo tarchiato e abbondantemente baffuto faceva il suo ingresso nel covo degli intellettuali, abilmente mascherato con un orologio da tasca. Ma la sua vista si dimenticò presto dell’ometto quando vide entrare lei.
Lo sovrastava con maestosità, avvolta nel suo cappotto di velluto blu, mentre le sue gambe da fenicottero la portavano con leggiadra grazia verso l’unico tavolo libero. Anche se non ce ne fossero stati altri disponibili, aveva il presentimento che chiunque si sarebbe alzato per lasciarle il posto, stregato dal suo portamento di modella. Prima di sedersi sulla sedia, come una regina sul proprio trono, si sfilò con eleganza il cappotto e lo adagiò comodamente sul tavolino nell’angolo nascosto. E fu in quel momento che accadde…
I loro sguardi si incrociarono, come due meteore nella precarietà dell’universo.
E fu l’inizio della fine.
Un inizio coronato degnamente dall’uscita con stile di un artista che non aveva pagato il conto da un café, con addosso un cappotto di velluto blu.
27 Febbraio 2015 | Vorrei, quindi scrivo

L’alba del pescatore solitario. Foto di Paolo Julius Sceusa
Il pescatore stava allamando delle larve di mosca alla lenza secondaria.
Ormai sono 17 giorni che non riesco a catturare una preda che mi soddisfa. L’unica ragione che mi spinge ad alzarmi tutte le mattine all’alba, a prendere i pochi attrezzi che mi servono e a partire alla volta del blu ignoto era il ricordo della sensazione provata quando ho catturato il mio primo pesce impegnativo. Ahhhhhh che bel ricordo. La sensazione di sentirsi capaci. Mi ricordo quando dopo un’ultima tirata ero riuscito ad issare il pesce a bordo. La sua bellezza era rara: le squame riflettevano la luce del sole ad intervalli irregolari, che seguivano il confuso dimenarsi del pesce fuori dall’acqua. Quel giorno sono tornato col sorriso cucito sul viso e il cuore pieno di soddisfazione.
Ma mentre penso al passato mi pungo con l’amo. Accidenti che scemo. Mi metto il dito in bocca e continuo a trafficare con la lenza secondaria. Ma non sono concentrato, perché il desiderio di riavere a che fare con un avversario all’altezza mi porta continuamente a lanciare sguardi curiosi alla lenza primaria. La guardo con attenzione e mi immagino di vedere la punta della canna incurvarsi verso il mare. Una volta, due volte, quasi come fosse un inchino fra la canna e il pesce prima dell’inizio di una danza mortale. Ma all’improvviso realizzo: non me lo sto immaginando! La canna si sta muovendo! Dannazione, al diavolo la lenza secondaria! La getto lontana da me e mi fiondo sulla canna primaria. La punta si è mossa varie volte già, ma sono state tutte toccate molto leggere. Ci vuole un affondo più marcato per poter cominciare a combattere con il pesce. Ma il pesce non si fida, ha visto numerose volte i suoi simili venir ingannati e distrutti in quella maniera.
Gli occhi del pescatore brillavano mentre scrutavano la punta della canna.
Finalmente la punta si inchina con violenza e come risposta io do un bello strattone alla canna, portandola verso di me. Ora io e il pesce siamo connessi, siamo una cosa sola. L’emozione inizia a salire, come sarà? Riuscirò a vincerlo? Riuscirà a raggiungere le mie aspettative?
Tolgo la canna dal suo sostegno ed inizio a girare la manopola del mulinello. Diamine se è forte! Mi tocca allentare la frizione, altrimenti tutto questo suo tirare finirà per spezzare la lenza. E’ pieno di energie e sento che si prende metri e metri di lenza. Ma ad un certo punto si ferma, forse stanco e lì capisco che è il mio turno. Inizio ad avvolgere la lenza col mulinello e ci metto il massimo dell’impegno. Passano i minuti, le decine di minuti, le quarto d’ore: la lotta è fantastica, l’adrenalina più alta che mai. La sensazione di essere in sintonia con esso è rinfrescante.
Sono di nuovo io a tirare, ad avvolgere il filo così che la distanza fra me e lui diminuisca, ma ad un certo punto la canna si inceppa e un’improvvisa virata del pesce fa curvare l’attrezzo così tanto che per pochi centimetri non graffia il pelo dell’acqua. Riesco a raggiungere la leva della frizione e la sgancio; il pesce prende corda e tutto si salva.
La paura che la lenza si spezzasse allagò il cuore del pescatore: non voleva perdere questo pesce.
Piano piano con più tenerezza, il nostro scontro continua. La mie gambe si sono fatte molli; mi ricordo che devo respirare e con calma espiro ed inspiro. Cautamente inizio a riserrare lentamente la frizione, sempre cercando di non bloccarla troppo. Non vorrei che la lenza si spezzasse. Ormai è il mio pesce. La mia immaginazione lo dipinge come una perfetta macchina da nuoto, col corpo affusolato, la linea centrale nera e le squame argentate come gioielli reali. Tramite la tensione della lenza posso percepire i suoi movimenti che sono affascinanti, potenti. Fra tutti i pesci, sono contento, anzi felice di aver allamato proprio questo.
Ormai la nostra danza continua da qualche ora e sento che non siamo più distanti. Forse ci separano cinque metri, forse dieci.
L’angolo che il filo forma con la superficie del mare inizia ad ampliarsi e questo significa solo una cosa: il pesce si sta sta stancando e sta cominciando a risalire verso il pelo dell’acqua. Ricomincio ad avvolgere il mulinello e poi succede. Il pesce fa un balzo fuori dall’acqua. E tutta la mia fantasia si concretizza in quel momento. Il pesce esiste, è lì. So quanto dista da me. Ho scambiato uno sguardo con lui. Voleva vedermi e mi ha visto. Forse mi ha detto “Complimenti bella lotta” o magari mi ha insultato. Poco importa.
Il nostro legame è saldo e io lo voglio portare a casa. Riavvolgo, riavvolgo.
Lui si gira, scoda. La lenza si tende all’estremo..
La lenza si spezzò e il pescatore cadde sulla sua schiena.
Apro gli occhi e vedo il cielo. Dico “Sì stai tranquillo capita”. Ma questo pesce significava molto per me. Mi sento come un bambino a cui è caduto il gelato appena comprato. Spiazzato, triste e anche un po’ arrabbiato. Ma è colpa mia? O è colpa sua? Non mi sembrava di aver esagerato con la tensione della lenza. Dannazione era importante per me. Poco fa ero immerso in un duetto soddisfacente, ora sono solo e confuso e dolorante. Chi me lo fa fare di rialzarmi e riprovare se è probabile che tutto ciò riaccada? Il cielo diventa sfocato, la barca va alla deriva e io, immobile, raccolgo i pezzi che si sono rotti.
Domani sarò di nuovo a pescare.
Stefano Lomartire
14 Febbraio 2015 | Vorrei, quindi scrivo

fonte: eosarte.eu
Si chiama Yusuf. E’ nigeriano e a causa del terrorismo di Boko Haram ha perso suo fratello minore otto mesi fa. Suo padre è morto di colera e la mamma cerca di allevare al meglio gli altri tre figli, lavorando nella notte come sarta e educando i figli durante il giorno giorno. La situazione si è fatta sempre più insostenibile e, quando ha perso il lavoro per la sua fede e non riusciva più a portare il pane a casa, ha preso la decisione di fuggire. Di scappare perché è venuta meno la sua dignità come uomo, sperando che in altri luoghi si ricordassero che, a prescindere dal colore e dalla fede, anche lui è un essere umano. Yusuf è sbarcato a Lampedusa da due giorni. Come ha incontrato le forze di polizia nel centro di accoglienza si è lasciato andare, sfogandosi in un monologo interiore di una delicatezza fortemente toccante.
“Ho pagato 1800 dollari per la traversata. Sono stato rinchiuso in un capannone in Libia tre giorni, ammassato, senza acqua nè cibo. Poi di corsa su una zattera a motore, stipato con altre 160 persone. Il mare era molto mosso. Ora posso dire troppo. Faceva molto freddo. Ora posso dire troppo. In tutti noi, che non siamo nè ladri né persone cattive, c’era tanta speranza. Ora posso dire troppa. Sono partito dalla Nigeria con un fratello morto in un attentato. Sono arrivato in Italia con 130 fratelli morti assiderati. Mi stupisce pensare che entrambi siano morti in un viaggio alla ricerca della speranza: spirituale e terrena.
Sono triste e desolato perché sono partito senza niente, ora niente mi rimane se non me stesso. E se la mia povertà non mi consente di alzare la testa, la mia dignità non mi permette di abbassarla. Ma cosa faccio ora? Sono consapevole che in un momento come questo per il vostro paese posso essere un di troppo, ma in altri stati forse no. Però sono certo di essere un “eccesso”, se così si può definire un uomo, solo a livello economico, perché per tutti coloro che hanno un cuore non posso essere altro che un fratello da accogliere. Un uomo con due occhi, una bocca, un naso, nato dal rapporto d’amore tre due persone come tutti, in cerca di vita e dignità umana. E queste due cose non si imparano dal maestro di scuola o di ballo, ma alla scuola del cuore. E per fortuna ognuno ne ha uno, quindi può sempre imparare.
Se non c’è posto per me, ditemelo, non accusatemi. In Nigeria non c’era spazio per me, non rispeditemi indietro come un pacco arrivato rotto o fallato. Sono intero e pieno di vita. Indicatemi un altro luogo dove andare. Per il momento, però, accoglietemi per quello che sono e suggeritemi cosa fare. Mai come in questo momento ho bisogno di te, fratello bianco. Non a livello economico, ma a livello umano. Perché anche se non ho un conto in banca e uno stipendio, ho una dignità da ritrovare e una vita da scrivere. Per il resto mi basta un tozzo di pane e un bicchiere d’acqua.
Forse per i pochi che governano il mondo io e la mia storia non siamo altro che una goccia nell’oceano. In realtà questa goccia è una persona che ha un cuore. E al cuore non si comanda, anzi, tutto quello che esce da qui è contagioso. Per questo sono convinto di potercela fare.”
Luca Lazzari
Il racconto è frutto della sola immaginazione di me scrittore. E’ una semplice riflessione sullo stato d’animo di un immigrato, inconsapevole e ignaro, come me, di tutte le dinamiche politiche, economiche e di interesse che si nascondono dietro il traffico di persone umane.
30 Gennaio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Avete mai avuto la percezione di essere nel posto giusto al momento giusto?
Su una spiaggia a dicembre, nessuno intorno, solo tu, lei e il mondo.
Tutto si ferma per un istante.
Il mare canta una melodia perfetta, il sole le illumina il sorriso sbocciato come un fiore d’autunno, il vento profuma di vita e la sabbia sembra danzare il più gioioso dei girotondi, incorniciando l’ intreccio delle vostre mani.
Poi il mondo ricomincia a girare, il sole torna quello di sempre, il mare riprende il suo infinito andirivieni, il vento torna pungente e la sabbia, semplicemente sabbia.
Tu stai lì, con il cuore troppo pieno per lasciarti parlare, negli occhi quell’ istante, un secondo che vale l’ intera giornata.
Sono in quegli attimi, quando ogni cosa si ferma, per regalartiuna fotografia della perfezione, che ti rendi conto di cosa sia la vita.
Un insieme di istanti, che come fotografie, rilegate in un album di incertezza formano il film della nostra vita.
Nessun programma per domani, avrò tempo alla fine di ogni cosa per foderare l’album e pensare alle didascalie.
Nessun rimpianto o rimorso, valuterò la qualità del mio film quando non potrò più scattare scene madri.
Un’ultima occhiata alla macchina per posizionare la risoluzione al massimo di quanto mi sia concesso; preparo il sorriso migliore pronto a fermare il mondo in un’altra foto del film, che scatto dopo scatto sto montando.
Samuele Geronimo Ellena
25 Gennaio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Quei due fiorellini banchi intrecciati ai capelli le davano un’aria da bambina, ma quello era il giorno in cui sarebbe diventata grande.
Quello era il giorno in cui tutti crescevano fino al cielo e tornavano a casa a tarda notte con il cuore colmo di orgoglio. Era il giorno della Fiera d’Autunno.
Finita la festa, ognuno avrebbe saputo indicare l’istante esatto in cui si era accorto di essere diventato adulto, riconosciuto da qualcuno in una partita a carte con gli amici o in ballo, da altri in uno sguardo al cielo pericolante di stelle. E allora a tutti sembrava che il letto fosse diventato troppo piccolo, la camera troppo puerile e ci si riprometteva che mai più si sarebbe accettato il rimbocco delle coperte. C’era però, nel corso della notte di questi nuovi adulti, un momento in cui la Fiera lasciava il paese, e il risveglio costituiva per tutti una brutta delusione; Il lavoro riprendeva, i vecchi adulti continuavano a sembrare i veri grandi, ricominciavano le occupazioni e i giochi, le messe domenicali e il mercato il martedì mattina. E tutti si accorgevano che in quel mondo essere grandi o piccoli non faceva poi tanta differenza.
La verità è che della Fiera d’Autunno, come di tutte le cose troppo belle per sembrare di questo mondo, ci si dimenticava in fretta. Col passare dei giorni non solo il suo ricordo, ma la stessa coscienza della sua esistenza si copriva di polvere e a poco a poco gli unici abitanti a non considerarla una leggenda erano i matti. Rimanevano però, per mesi e mesi, le bucce delle castagne della fiera per le strade.
Quell’anno l’autunno invadeva i frutteti ad un ritmo incalzante, il mondo seccava prima che ci fosse il tempo di accorgersene. Quella mattina al risveglio, Angelina aveva avuto la sensazione che anche la sua camera, così avvizzita, piena di rughe che spaccavano il legno delle pareti, fosse stata invasa dalla stagione; e aveva sentito, pur non capendo cosa significasse, che la Fiera d’Autunno era arrivata. Le campane suonarono a festa, profumi nuovi e febbricitanti scoppiarono nella piazza. Tutti si accorsero di essere preparati, e nessuno si domandava perchè ognuno sapesse esattamente cosa fare, come in un copione rispolverato da un ripostiglio serrato da secoli.
E così anche quell’anno il giorno della Fiera fu vissuto come se mai ne fosse esistito uno simile nella storia.
Le giovani non si sottrassero al lavoro di cucito cui erano abituate, ma l’immaginazione ricamava altrove disegni più belli; poi ogni tanto fuggivano in camera con una scusa per sbirciare ancora una volta il vestito col pizzo, che le attendeva per la sera, sdraiato sul letto.
Già vestite, le immaginavano i ragazzi. A passeggio per la piazza, cercavano di celare la fantasia che volava a tante finestre dietro le quali altrettante ragazze si sarebbero di lì a poco pettinate, e avrebbero voluto intrecciare loro i fiori bianchi nei capelli delle amate; e subito avevano vergogna di quel desiderio, ma un istante dopo già lo riscoprivano perchè, per quanto ridicolo, aveva tutte le carte in regola per essere considerato un pensiero da grandi. E così indecisi, chiedendosi se da adulti si potesse ancora giocare a mosca cieca o nascondino, camminavano, e urlavano e facevano i matti.
Gli anziani, tra una mano e l’altra del gioco a carte, si abbandonavano a premonizioni sulla festa che di lì a poco sarebbe cominciata, i contadini nei campi si scoprivano a guardare in lontananza il campanile e perfino il parroco veniva distratto dalle sue carte. In strada danzavano le bancarelle, che s’imbellettavano per la sera. Tutti erano invasi dal profumo di lavanda, accarezzati dal rumore delle prime castagne scoppiettanti in lontananza.
Fu un giorno di attesa concitante e il primo buio trovo il cielo già costellato di sogni e fantasie.
Angelina, sistemati i capelli, vide uscire da una delle crepe più profonde delle pareti un piccolo ragno grigio e rimase qualche istante a seguirlo con gli occhi. Poi sentì che quello era il momento di uscire, andare alla Fiera, ed entrare nel mondo degli adulti.
Di lì a poco tutto il paese era alla festa in piazza a vedere com’era bella Angelina, la donna con i fiori bianchi tra i bei capelli. Si sarebbe detto che quello spazio danzante e profumato fosse il mondo intero, e quelle persone allegre, tutti gli uomini sulla faccia della Terra.
Ma nel vuoto che era attorno alla piazza, c’era un uomo, un uomo soltanto. Era un contadino solo, in piedi nel campo in cui aveva lavorato durante il giorno. Guardava fisso, dando le spalle alla casa, verso la Fiera d’Autunno che da laggiù non era che una luce lontana e un rumore attutito. E non sapeva da quanto stesse lì così, a non riuscire a ricordare. Qualcosa in un punto della memoria di cui non aveva coscienza gli suggeriva che quei profumi avevano già abitato quei posti, e quelle emozioni il suo cuore.
E poco lontano c’era una contadina sola, che posato l’uncinetto sul davanzale, si affacciò alla finestra e vedendo l’uomo incurvato nel buio, si sentì persa come lui nel gorgo dei ricordi.
In quella disperata ricerca comune, quasi si arresero assieme. Ma poi, improvviso e nitido, balenò negli sguardi di entrambi un giorno identico a quello che stava avendo fine. Un giorno speciale. Ricordarono un ballo, una camminata maldestra a causa di un vestito troppo grande e le castagne condivise passeggiando. Era la fiera in cui loro erano diventati grandi, ma quella volta non era stato solo l’inganno di una sera. Loro la fiera l’avevano incatenata al tempo degli uomini, schiacciando tra i loro corpi in danza l’istante destinato all’oblio.
Perché loro si erano innamorati .
Finalmente memori, conobbero già ciò che avrebbero fatto. Lui si voltò e percorrendo il vialetto raccolse due piccole margherite, le stesse che erano cascate dai capelli di lei mezzo secolo prima, e adesso apparivano solo un po’ più secche; lei gli aprì la porta quando ancora era lontano, poi rimise i fiori nei capelli bianchi raccolti.
Così, ogni autunno, un uomo e una donna ballavano abbracciati dietro una porta aperta su una lontana piazza tremolante, ed erano l’unico uomo e l’unica donna al mondo cui fosse concesso conoscere, per un solo frammento di notte ogni anno, il mistero della Fiera d’Autunno.
Quello fu un ballo speciale, il più bello di sempre, ne erano certi. Si dissero che in quel mondo essere grandi o piccoli non faceva poi tanta differenza.
Ma ad ogni ballo autunnale si scoprivano un po’ più vecchi, un po’ più deboli, un po’ più leggeri.
Perché la storia va avanti, e fa i suoi ghirigori, anche nel paese in cui la Fiera d’Autunno non ha mai fine.
Simona Bianco
18 Gennaio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Gentile signora, o caro signor, presidente della Repubblica Italiana,
non so chi sia semplicemente perché i nostri rappresentanti riuniti devono ancora eleggerLa. Le scrivo comunque a scanso di equivoci prima che venga eletta, perché se poi uno dà i consigli dopo l’elezione può essere tacciato di avere degli interessi personali, delle amicizie, delle conoscenze. In questo Paese è terribilmente facile agire molto al di sotto di ogni sospetto. Io credo che in questa nostra bella Repubblica ci sia la necessità che gli interessi personali confluiscano nell’interesse comune. Per questo mi auguro che Lei sia veramente il Presidente di tutti, che difenda i diritti di tutti, ma che cominci anche un poco a non tollerare gli evasori, i corrotti, chi rifiuta l’integrazione e la cultura come valori fondanti, esattamente come il lavoro e l’onestà. Combatta la mafia, in tutte le sue forme, si impegni per le sorti delle carceri, faccia sì che si investa nell’educazione e nella ricerca, cerchi, finalmente, di portarci veramente nell’Unione Europea, dando l’esempio. Potrebbe, così per dire, dimostrarsi più presente nei conflitti internazionali non attraverso forze armate “di pace”, ma attraverso la ricerca cocciuta del dialogo e della mediazione, in prima persona. Denunci le lobby che pretendono vantaggi per i loro meri interessi e sostenga la scienza e l’arte, vero orgoglio del nostro Paese, che continua a partorire persone capaci e valide nonostante si cerchi di soffocarle. So che l’economia è un punto dolente e che ormai la borsa sembra governare con molto più potere del suo, ma cerchi di affidare il Paese, nelle sue cariche più delicate, a persone competenti e limpide, che abbiano il coraggio e l’umiltà di fare l’interesse dell’Italia tutta e non di una sua insignificante minoranza. Non abbia paura nel rivolgersi a chi ha perso il lavoro, a chi è in difficoltà, a chi non vede opportunità per sé e per la propria famiglia. Lei non ha bisogno di raccogliere voti e consenso, quindi sia sincero con loro e con tutti quanti. Prenda le distanze da una certa politica marcescente e parli con chiarezza a quei giovani ai quali è affidata la politica di domani. A proposito, non sventoli un sicuro futuro radioso per tutti, ma, anche nei momenti più difficili e tristi, ricordi alla nazione le sue qualità e le prospettive che può raggiungere, se mette in campo tutto il suo potenziale. Ringrazi chi si impegna in azioni di solidarietà e volontariato, chi fa bene il proprio lavoro e chi con il suo operato garantisce il benessere di tutti e quindi anche il proprio. Cerchi, infine, di fare ciò che più è difficile ottenere: non applichi l’uguaglianza in tutto e per tutto, ma si schieri a favore del diritto all’uguaglianza, in modo che l’Italia sia la terra in cui ciascuno può esprimersi per come può, sa o vuole. Non si preoccupi dell’appoggio di partiti, editorialisti o intellettuali, ma ascolti sempre quello che le persone che lei ritiene autorevoli avranno da dirle. Non neghi i suoi errori, qualora dovesse commetterli, e sarà così più vicino ai cittadini e, anzi, insegnerà a molti come comportarsi. Non si stanchi mai di ricordare a noi tutti i nostri diritti e i nostri doveri e sia inflessibile verso chi vorrebbe ridurre sia gli uni che gli altri. Sia garante della massima libertà del popolo, cioè la democrazia, che è la migliore forma imperfetta di governo, e della Costituzione, ultimo baluardo contro l’indifferenza. Secondo la mia modesta opinione, tentando di agire in questo modo non sarà il presidente di tutti, ma dei molti che vedono in Lei l’occasione per una nuova partenza, per un deciso cambio di rotta. Faccia l’Italia, faccia l’Europa, faccia ciò che riterrà giusto e non sarà solo. Ancora non La conosco, ma le auguro il meglio. Viva l’Italia, viva la Repubblica!
G. Garibaldi
Marco Brero