12 Ottobre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Aveva sempre creduto che gli occhi non potessero scegliere, che fossero fatti per posarsi sul mondo e assorbire tutto ciò che si trovassero di fronte. Ora invece capiva che gli occhi degli uomini avevano un potere strano, nuovo, un potere brutalmente selettivo: potevano ignorare, saltare i pezzi di mondo che non gradivano, scartare i punti più stonati. E lui era un pezzo stonato.
Tacchi, cani al guinzaglio, scarpe sportive, qualche gamba di donna in gonna, buste della spesa dall’aspetto pesante, fogli svolazzanti dalle tasche di passanti fino al pavimento lucido dei portici. Questo lui lo vedeva bene, lo osservava ogni giorno, da tre mesi ormai. Era ancora parte del mondo, anche se lo conosceva ormai soltanto dalla cintola in giù. Aveva perso in altezza, si era adattato a quella del suo umido cartone, ma non in gradi di vista. Osservava. Del resto, che avrebbe dovuto fare?
Poi un giorno si accorse di vedere male, ma credette si trattasse solo della nebbia di alcune mattine torinesi, e, appoggiata la testa al muro, si lasciò andare al sonno. Presto la vista peggiorò e per giorni non vide che macchie color pastello passeggiargli dinanzi e, per non sentire troppo il peso del tempo, si divertiva a distinguere le sottili gambe femminili da quelle degli eleganti uomini che le accompagnavano. Quando smise di vedere del tutto si toccò le palpebre e si accorse che restavano ormai sempre semiaperte, ma di fronte era un grigio annebbiato.
Capì che tutta la sua storia si giocava in questo, in un depotenziamento degli occhi. Lui si opacizzava agli occhi degli altri e questi di dissolvevano nelle sue pupille annebbiate. Era un gioco di indifferenze, una promessa di cancellazione. Lo stavano cancellando dal mondo in cui le persone si vedono, si scrutano, si sorridono con lo sguardo, si spiano, si guardano negli occhi o vi celano cattivi pensieri. Lo avevano privato di tutte le dimensioni del vedere, fino a ridurlo alla cecità. Chi si accorge di non esser visto, di sfuggire agli occhi delle persone, perde di consistenza in se stesso, si sente privato dello statuto dell’esistenza, e chi non esiste, non può nemmeno vedere.
Si dissolse del tutto in una notte di primavera. Nessuno se ne accorse.
Simona Bianco
3 Ottobre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
“Pies para qué los quiero si tengo alas pa’ volar”.
(“Cosa me ne faccio di voi piedi se ho le ali per volare”).
Questo si chiede Frida Kahlo, pittrice messicana nata all’inizio del 1900, nel diario in cui ci apre le porte della sua vita. Una vita non sempre felice, una vita che l’ha fatta soffrire, una vita che le è spesso stata d’ostacolo, una vita che l’ha obbligata ad affrontare dolori e umiliazioni, ma una vita, sempre e comunque, vissuta al massimo e amata con tanto coraggio.
Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderòn nasce a Coyoacàn, Messico, nel 1907, anche se nel corso degli anni disse di essere nata nel 1910, anno dell’inizio della Rivoluzione messicana, di cui si sentiva figlia. Fin dalla nascità soffrì di spina bifida (all’epoca scambiata dai medici per poliomelite) e a questo dolore fisico se ne aggiunsero presto altri. All’età di diciott’anni, infatti, venne coinvolta in un incidente tra un autobus e un tram a seguito del quale fu costretta a letto col busto ingessato per diversi anni e che la costrinse, nel corso della sua vita, a sottoporsi a 32 interventi chirurgici. Inoltre, durante l’incidente, una sbarra di metallo le attraversò il ventre e questo le causò, negli anni a venire, numerosi aborti. Gli anni passati a letto, però, non furono infruttuosi; iniziò infatti a dipingere (soprattutto autoritratti grazie ad uno specchio che i genitori le avevano messo sul soffitto del letto a baldacchino) e, una volta ricominciato a camminare (pur con difficoltà), portò questi dipinti a Diego Rivera, illustre pittore dell’epoca, che ne rimase meravigliato e che, oltre a presentarle i personaggi artistici più rilevanti di quel periodo, la fece entrare nel Partito Comunista Messicano, contribuendo ad aumentare il fuoco ribelle e indipendente già presente nell’animo di lei. Qualche anno dopo, nel 1929, i due si sposarono, ma questo matrimonio aggiunse altre sofferenze nella vita di Frida a causa dei frequenti tradimenti di lui. Ma uno dei più grandi dolori per la pittrice fu quello di non aver avuto figli, a causa del famoso incidente. A questi dolori emotivi possiamo aggiungere le molte difficoltà fisiche a cui andò incontro, quali l’amputazione di una gamba a causa della gangrena e l’embolia polmonare che la uccise, a soli 47 anni, nel 1954. Nonostante tutto e, anzi, forse anche grazie a questi ostacoli, il suo talento per la pittura crebbe a dismisura, e così anche la sua produzione artistica. In ogni dipinto lei raffigura la sua realtà e il suo mondo, narrandoci il suo dolore ma anche la sua incredibile forza e il suo enorme coraggio. A causa della particolarità dei suoi dipinti e dei molti simboli presenti, venne definita da André Breton “una surrealista creatasi con le proprie mani”, ma lei, che del Surrealismo diceva: “è la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio, dove eri sicuro di trovare le camicie”, non si sentiva rappresentata da nessun movimento artistico e affermava di dipingere, molto semplicemente, quella che era la sua realtà e, quindi, la sua vita.
Frida Kahlo ci ha narrato tutta la sua esistenza nel suo diario ma, soprattutto, tramite i suoi numerosi dipinti. Fu una donna che venne spezzata, come succede purtroppo ancora oggi, sia nel fisico che nell’animo. Fu una donna che, sin da giovane, visse attivamente la politica e la storia del suo Paese, fu una donna che seppe sempre come rialzarsi, fu una donna che, nel suo diario, dopo l’amputazione della gamba, scrisse: “spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”. Un grido di dolore, più che comprensibile, da parte di una donna che venne ferita, calpestata, umiliata, tradita, derisa, quasi uccisa dall’uomo che amava, dal mondo in cui viveva e dalla sua stessa esistenza. Ma un grido di dolore che viene smentito, solo otto giorni prima della morte della pittrice, da un dipinto, ancora una volta diario dell’animo di Frida, in cui lei dipinge una sorta di natura morta con frutti tropicali e in cui, con il coraggio e la vitalità che la caratterizzavano, molto semplicemente scrive:
“VIVA LA VIDA”.
Cecilia Dutto
1 Ottobre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Sabato 12 settembre si correva la penultima tappa del Giro di Spagna. Nei grandi giri, quelli infiniti, che si trascinano per settimane e si vincono con le gambe, con la testa e con i nervi, la penultima tappa è quella che conta. L’ultima, se il distacco è abbastanza evidente, la chiamano passerella, perché si entra a Milano o a Parigi, in questo caso a Madrid, quasi tutti insieme, attorniati dalla folla, che applaude l’impegno e la grinta di ciclisti che danno il massimo di sé per kilometri e kilometri, e spesso neanche questo basta.
Sabato 12 settembre, Fabio Aru, sardo di Villacidro, stava a 6 miseri secondi dal leader della corsa, l’olandese Dumoulin e sapeva che ce l’avrebbe potuta fare: lo avrebbe potuto scalzare, per poter nuovamente indossare la maglia rossa, quella che conta avere addosso l’ultimo giorno, sotto il sole di Madrid.
Sabato 12 settembre, davanti alla televisione ho di nuovo imparato tante piccole cose che il ciclismo ti può insegnare, rimanendo pur sempre umile e timido, com’è nel suo carattere.
Ancora una Vuelta, ho imparato che 6 secondi sono tanti, quando li devi recuperare e che sono dettagli, che fanno una grande differenza. Al tuo avversario basta rimanere lì con te, senza troppe preoccupazioni, e tu hai perso. Per soli 6 secondi. Ma hai perso.
Ancora una Vuelta, ho imparato che ci devi credere sempre. Anche se il giorno prima eri distanziato di soli 3 secondi, credevi di poterli recuperare, eri sicuro di farlo, e poi, invece, te ne becchi altri tre. E dopo la tappa sei nervoso, dai l’idea di esserti bruciato l’ultima occasione. In realtà, l’occasione non è mai l’ultima. Se ci credi, ce n’è sempre almeno ancora una.
Ancora una Vuelta, ho visto il gusto amaro e affascinante del mondo della bicicletta, per una volta non sporcato da storie di doping, e fatto di allenamenti, sacrifici, sudore, storie che ti pesano sulla schiena, quando affronti quella salita che sembra non finire più e stingi i denti, perché il segreto non è pedalare più forte degli altri, ma non smettere mai di farlo. Sono la resistenza e la tenacia che entusiasmano il pubblico.
Ancora una Vuelta, ho riscoperto il valore della squadra e quanto sono preziosi quelli che nel ciclismo chiamano “gregari” e che nella vita sono quelli che faticano in silenzio, che sono disposti a fare sacrifici e conoscono il loro ruolo e le loro potenzialità, così bene che fanno il massimo in ciò che sono bravi, senza invidie. Questa Vuelta l’ha vinta il capitano Fabio Aru e nella storia entrerà il suo nome, ma lui per primo sa che è stata la vittoria della squadra, l’Astana, e di gente come Tiralongo, che è stato coinvolto in una caduta e ha lasciato la corsa con 36 punti di sutura in faccia, di Cataldo e Vanotti, ma soprattutto della generosità di Rosa, Sanchez Gil, Landa e Zeits, che sono stati i veri artefici dell’impresa del 12 settembre, perché hanno pedalato insieme al loro capitano e, se possibile, anche per lui, aiutandolo a mettersi le ali ai piedi e a staccare il leader Dumoulin di oltre 3 minuti. Dumoulin era solo. Aru aveva sempre almeno 3 compagni al fianco, o meglio davanti per tagliare l’aria e guidare il gruppo. Un grande gruppo fa molta più differenza di 6 secondi.
Ancora una Vuelta, ho applaudito l’incredibile voglia e costanza di uno come Ruben Plaza, un ciclista trentacinquenne spagnolo, senza l’ambizione di poter vincere la corsa, ma con il sogno di vincere la penultima tappa, che parte da solo, a 114 km dal traguardo, portandosi dietro solo l’incoscienza di chi vuole tentare una fatica immane, davanti al pubblico di casa sua, con il rischio concreto di farsi riprendere dagli altri e magari farsi superare a una manciata di kilometri dall’arrivo, dopo aver combattuto da solo contro il vento per un paio d’ore. Invece, lui scappa e nessuno ha più la forza di riprenderlo, se ne va da solo in quella che, non a caso, chiamano fuga e ti viene da applaudire. Perché ci vuole coraggio e devi continuare a ripeterti “Non mollare!” sotto il casco. La vittoria di tappa è il giusto e onorevole tributo per una scelta, che scoprirai essere giusta solo alla fine.
Ancora una Vuelta, tanti complimenti a Fabio Aru e al mondo umile e timido del ciclismo, che anche quando è popolato da farabutti e corrotti, di affamati di soldi e di vittorie, disposti a tutto pur di ottenerne, è capace di spazzarli via e di ricominciare. E il ciclismo ricomincia con lunghi allenamenti in montagna e poi tappe faticose, nel fango o sotto la neve, e un lavoro esorbitante, buttato via da una caduta, che magari non è neanche colpa tua e ti spacca le coste, e le vittorie leggendarie a braccia alzata tra due ali di folla, in volata o in fuga e le sconfitte, quando in barba alle leggi della logica senti che c’è tutta salita e mai discesa.
Giorni come il 12 settembre, ti fanno venire la strana voglia di inforcare la bicicletta per fare il classico giro della domenica e mentre ci sei, ti fanno pensare a prendere la vita per il manubrio, a fidarti di quelli che ti aiutano ogni volta che possono, a aiutare ogni volta che puoi chi ne ha bisogno, senza chiedere o aspettare una ricompensa, a non farti scoraggiare da nulla, a stringere i denti, quando serve, perché solo così si arriva al traguardo con le mani alzate, in mezzo alla gente festante, con la maglia rossa addosso. Come Fabio Aru.
E mi viene da pensare: dai, ti prego, ancora una Vuelta!
Marco Brero
28 Settembre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Questo non è proprio classificabile come articolo, diciamo che è più uno spunto. Diciamo che ho voglia di condividere una bella storia con voi. Si basa sul dolore in senso lato, su chi per primo ha focalizzato la sua attenzione su questa sensazione e ne ha fatto una scienza. Mai avrei pensato fosse tanto toccante. Non ci sono altre parole per descriverla, è proprio una bella storia. Qui sotto troverete il link per il video, sono minuti ben spesi! Spero che vi piaccia quanto è piaciuta a me!
https://www.ted.com/talks/latif_nasser_the_amazing_story_of_the_man_who_gave_us_modern_pain_relief
21 Settembre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Un altro anno di scuola è iniziato. Lunedì scorso migliaia di ragazzi e centinaia di professori sono tornati a calpestare quei vetusti edifici dove si cerca di trasmettere un’avvincente cultura millenaria agli adolescenti. Conoscenze storiche, letterarie, assiomi matematici e linguaggio informatico dal libro all’allievo, o forse sarebbe meglio dire, dal libro al contenitore. Sì, perché quando un professore entra in classe e, guardando i pavidi alunni del primo anno, esclama “Siete troppi, prima del triennio vi ridurremo”, si perde ogni speranza di umanità in quel luogo dove tra il docente e gli alunni si dovrebbe creare una relazione più umana possibile. Nessuna minaccia, niente ricatti. Una relazione in cui uno dona all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno.
A Torino una classe di “primini” ha iniziato differentemente il proprio an
no liceale. Il professore di lettere della prima ora ha portato i ragazzi all’ingresso del Campus Einaudi, il nuovo complesso universitario cittadino. Gli alunni avevano il compito di intervistare gli studenti più grandi. “Sei speranzoso per il tuo futuro?”. “Perchè?”. Ecco le due semplici domande che il prof di lettere ha chiesto ai propri allievi di porgere agli studenti universitari. Due domande forse banali e stupide, ma così semplici da lasciare molti giovani a bocca chiusa.
Tornati in classe per la seconda ora i dati sono stati analizzati ed emergeva un amaro pareggio tra il sì e il no. Per ogni studente di giurisprudenza uno è fiducioso, l’altro meno. Uno è ambizioso, l’altro rinunciatario. Lo stesso per scienze politiche, economia, lettere, psicologia e così via. Uno ottimista, l’altro più sfiduciato. Scendendo nei dettagli, gli alunni hanno notato che lo scontro tra il sì e il no non dipende dal percorso di studi universitario, ma è una questione interna per ogni facoltà. Giuristi ottimisti contro giuristi pessimisti. Economisti fiduciosi contro economisti sfiduciati. E i perché si dividevano in due battaglioni. Chi è disperato per l’attuale situazione e abbandona le proprie speranze nel diffuso malcontento del saturo mondo lavorativo ancora prima di entrarci, contro chi è energico e grintoso nel voler creare la novità, nel voler dare una boccata d’aria alla propria generazione e al proprio paese in questo mondo così soffocato dal caos danzante di un’economia ripetitiva decennio dopo decennio.
Poco prima del termine della seconda ora, il professore si è messo in piedi dietro la cattedra. Sedia, mano sul bordo della lavagna e poi scarpe sopra il registro con passo deciso. Spinto da quel film che lo iniziò alla sua professione, nelle vesti del prof Keating de “L’attimo Fuggente”, in piedi sulla cattedra, con tono pacato, ma emozionato e emozionante, ha detto: “Ragazzi miei, in questi cinque anni cerchiamo di imparare a sorridere al nostro futuro. Quanto studiamo non dimentichiamolo. Ridiamo, scherziamo e cresciamo uno a fianco all’altro. Leggiamo in Dante e Dostoyevsky noi stessi. Mettiamo qui, insieme, le basi del nostro domani e in questo mondo, dove vivremo insieme l’uno con l’altro, scegliamo noi come guardare alla vita, al futuro. Siamo tutti sulla stessa barca, sta a noi remare in una certa situazione. E con le mie ore di lettere farò di voi giovani che sapranno guardare al proprio domani con la forza di voler realizzare se stessi, scrivendo un capitolo nuovo in quel grande libro ancora bianco che si chiama mondo. E voi e le vostre storie di vita, sarete per me ogni giorno, anzi già siete, uno stimolo nuovo per iniziare alla grande.”
Dopo
il suono della campanella il professore è tornato con la sua borsa a tracolla, lasciandosi la classe dietro la porta, in aula insegnanti ed è andato a sedersi di fronte al professore intento a sterminare i propri allievi. L’uno guardava verso l’alto, l’altro aveva lo sguardo fisso al pavimento. L’incipit di ogni storia liceale è la stessa, aula e banco. Il proseguimento è studio e verifiche. Tutto, forse, o molto probabilmente, dipende dalla prospettiva con cui si affronta la realtà. Vero o falso?
Nel frattempo si è già alla seconda settimana di scuola.
Luca Lazzari
18 Settembre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Il mio vicino di casa indossa una giacca ormai sgualcita delle olimpiadi invernali del 2006 e delle scarpe dell’Adidas distrutte. Per tutto l’anno. Ha i capelli tutti appiccicati gli uni agli altri e una barba abbastanza incolta da coprirgli tutto il viso, si intravede solo un angolo di guancia. Spesso in mano ha una lattina di birra. Non so se sia piena o vuota, non so se l’abbia comprata lui, oppure se l’abbia trovata per strada, magari in un cassonetto. È sporco e puzza. La sua casa è il marciapiede. Cambia spesso lato, ma rimane sempre nella zona. Lo puoi trovare in piedi che passeggia, oppure seduto per terra. Ma non chiede mai soldi. Lo vedo ogni giorno quando torno a casa, perché quando esco è troppo presto: lui dorme ancora. C’è ogni volta, non manca mai. I suoi occhi non cantano disperazione, né alcuna nostalgia. Sono gli occhi più scuri che io abbia mai visto, non so decifrarli. Non conosco la sua storia. Potrebbe aver perso tutto, oppure potrebbe aver lasciato tutto. Qualcuno potrebbe avergli fatto male, oppure lui potrebbe aver fatto male a qualcuno. Io vedo solo che, con il sole o la pioggia, lui indossa una giacca invernale e delle scarpe distrutte, trascina i piedi sul marciapiede, attraversando gli sguardi della gente che fan finta di non vederlo, e li restituisce indietro, facendo finta di non vedere a sua volta, tutta quella gente.
Mi sono scontrata con un uomo. Era vecchio e in una mano aveva un sacchetto di plastica. Chissà cosa c’era dentro. Nell’altra teneva per il lato più lungo un quadro rettangolare. Era una tela con il volto di una donna dal collo lungo, gli occhi vuoti e a mandorla. I capelli raccolti in uno chignon. Modigliani. C’era la firma di Modigliani sopra. La tela aveva uno squarcio. “Lo squarcio nel cielo di carta”. Da quell’universo bucato, emergeva un nuovo mondo, che era lo stesso di quello da questa parte, ma sembrava diverso. Non ho visto com’era vestito. Non so il volto, la voce, il nome. So solo che un uomo passeggiava per Torino con in mano una tela di Modigliani squarciata. Il privilegio della relatività rende tutto vero. Poteva aver commissionato il suo furto a un ladro giovane, agile e sveglio, che era riuscito nel suo intento, ma aveva squarciato la tela nella fretta della fuga. Poteva essere stato il vecchio a rubarlo, per pagarsi l’affitto o per avarizia. Ma con uno squarcio, quella tela, chissà se valeva il vissuto o valeva solo più una caramella. Oppure voleva quella tela perché la donna nel dipinto era sua moglie, morta giovane, giovane amante di Modigliani, amata comunque da suo marito. Poteva essere lui il pittore, oppure poteva essere un truffatore. Oppure era stato truffato, e quello era un falso. Forse la cosa più vera era quello squarcio.
Sprizza passione da ogni poro della pelle e dai suoi piccoli occhi neri. La puoi percepire nell’enfasi che mette in ogni parola che pronuncia. Il tono è alto, le sillabe scandite. Sa ciò che dice, sente ogni cosa che dice. I suoi discorsi trasudano ansia, aspettativa, eccitazione e paura. Ma soprattutto passione. Quando la incontri per la prima volta, e anche le volte dopo, non sembra tutto questo. Lei si misura. Misura le parole, le espressioni del viso, si misura ma non si nasconde. La sua voce sembra avere addirittura un timbro diverso. Non si fa mai sentire, anche se sa comunque sempre la parte da cui schierarsi. Ammette che spesso non sa cosa dire. Nemmeno io. Confido nel fatto che non deve essere sempre necessario saper cosa dire, per dimostrare che si crede in qualcosa. Ha due anni in meno di me, ma vorrei essere come lei. I suoi pensieri sono rivolti ad un’altra dimensione, quella del futuro, ma con le riserve di tutti quei giorni passati a fantasticare sul domani. E ora a chiedersi se ha fatto bene. Il rito di passaggio, quello che da un sistema ti inserisce in un altro ma ancora non sai come è fatto, quel momento di sospensione che ti esula dal dare forma alla presente realtà, che ti fa svegliare tardi la mattina, annoiare il pomeriggio, e ti fa passare tutto il tempo a pendere dalle labbra dell’attesa, in lei ha la forma della vitalità. Poche volte ho visto tanto entusiasmo in corpi così piccoli. Entusiasmo che da spazi piccoli si espande intorno e ti raggiunge. Non so se esca da ogni poro della pelle o dai suoi piccoli occhi neri. Ma so che quelli si, si possono decifrare. Ma solo se per una frazione di secondo, anche se in un tempo passato, hai visto il mondo attraverso quegli occhi.