Mani tese e mani in alto

Non sono i piccoli gesti né poche parole a cambiare il corso delle cose, eppure sarebbe sbagliato pensare che la storia va così perché è così che deve andare. Siamo di fronte a una crisi umanitaria che potevamo e dovevamo aspettarci, perché a monte dell’ondata migratoria di cui ogni giorno i mezzi di informazione parlano c’è la guerra. Ed è una guerra che nel silenzio degli ultimi anni ha continuato a divampare, anche se sembriamo dimenticarcene. Proprio per questo, ora i governi e i cittadini europei si trovano nella difficile situazione di dover pensare all’accoglienza dignitosa di migliaia di profughi, che fuggono da una terra inabitabile e da un caos che la cecità dei potenti ha contribuito a creare. Non dico che l’intricato gomitolo della situazione politica del Medio Oriente (ma anche quella del Nord Africa è tutt’altro che chiara) sia semplicemente risolvibile con accordi diplomatici, ma la sensazione è che neanche siano cominciate serie trattative per la pace. Quello che è evidente è che nel mondo che si professa ormai addirittura oltre la modernità, civile e consapevole, ciò che vale di più è ancora la logica della violenza e delle armi. Perciò, risulta incomprensibile la posizione di tutti i governi nazionali e, soprattutto, il fallimento dell’ONU che purtroppo dovrebbe poter controllare il panorama internazionale, garantendo la sicurezza di tutti i cittadini del mondo, mentre appare, invece, un complesso miscuglio di burocrati in giacca e cravatta che ha tempi di reazione lentissimi. Quello che serve, al di là di ogni retorica, è la pace immediata, l’unica condizione attraverso la quale è possibile cercare di garantire a tutti, senza discriminazioni, il benessere, la salute e l’educazione. Potrebbe sembrare troppo semplicistico e ottimista, ma la soluzione pacifica esiste: occorre isolare i facinorosi e favorire una discussione democratica che porti a un esito condiviso dai popoli e dalla comunità internazionale. In mancanza di questo si continueranno a nutrire i regnanti del mondo al contrario: i produttori di armi, i politici di ogni lato del parlamento, dalla maggioranza all’opposizione, che cavalcano le frustrazioni di elettori che vivono un periodo di grave crisi economica, spostando l’obiettivo del dissenso e della protesta su argomenti razzisti o di presunta sicurezza nazionale, i giornali e i mezzi di informazione, che non sempre testimoniano il grave stato dell’arte, ma disegnano  ingannevolmente realtà inesistenti, con il preciso intento di vendere qualche copia in più o essere più visti o ascoltati rispetto ad altri. Più di ogni altra cosa, si è scoperto che oltre al gigantesco guadagno che una guerra può creare, c’è un indotto economicamente molto interessante che è quello del trasporto dei migranti. Sono sempre di più le storie di scafisti e approfittatori di ogni genere che promettono la fuga a chi ne ha bisogno vitale: non c’è vergogna più grande di chi si approfitta dei disperati. Insomma, in questo momento storico, l’Europa e il mondo intero hanno una grande opportunità, la si chiami “riscatto” o semplicemente “dovere”, perché è in gioco il significato stesso della parola “civiltà” che spesso ci vantiamo di rappresentare. L’Europa ha l’enorme occasione di intervenire con il suo peso politico (non militare) per avviare le trattative di pace, di inviare aiuti umanitari di qualità, di accogliere chi fugge offrendogli educazione, salute e sostegno in attesa che sia il suo Paese di origine a farlo. E non sarebbero gesti eroici, perché se in questo mondo chi fa il giusto diventa un eroe o un’eccezione, allora la speranza è sempre più fioca. In gioco ci sono grandi responsabilità e parecchi ostacoli, ma difficilmente la via più facile è quella giusta. In questo caso la via più facile sarebbe voltarsi dall’altra parte, aspettando che i rumori del dramma, ancora abbastanza lontani da noi, si affievoliscano da soli. La via da seguire, invece, a mio parere, è quella, prima di tutto, di prendere decisioni a cui molti cittadini si opporrebbero (perché, come direbbe Faber, chi non terrorizza si ammala di terrore), di imporre la pace a chi puntando le armi al cuore di interi popoli urla “Mani in alto!”, non con altra violenza, ma con l’irresistibile forza di una miriade instancabile di mani tese. Perché si tende la mano per aiutare chi è caduto a rialzarsi, per sancire un accordo, per dimostrare vicinanza e partecipazione, per un semplice gesto di pace. Così semplice che sembra impossibile, in questo mondo al contrario che da solo non si raddrizzerà.

Marco Brero

Il fondo del caffè – Maggio 2015

Il caffè che si ordina al bar per poter andare al cesso. Il tappeto con cui ci si pulisce le scarpe prima di entrare in casa.
Il tedio, la sconfitta, tutte sensazioni annebbiate quando sai di 641immigrati morti nel mare vicino a casa tua.
Lo sgomento si dilegua quando scopri che in quella stessa barca, è nata una bambina. Francesca Marina. In mezzo alle onde, alla fame, al freddo e alla disperazione, la vita resiste. La vita è più tenace di qualsiasi orrore. La vita se ne frega delle onde, della fame, del freddo e della disperazione.
Nello stesso momento dall’altra parte del mondo – ma neanche troppo lontano- nasce Charlotte, attesa da tutto il mondo. Non sa cos’è, ma in testa ha già la corona di una principessa. Il sollievo di nascite inaspettate è spazzato via dalla vergogna, perchè la piccola Charlotte ha una coperta più calda di quella che avvolge il corpicino di Francesca, nonostante entrambe siano fatte di vita nello stesso modo. Nonostante il progresso, l’evoluzione, la storia e i nostri mille passi avanti, retrocediamo sulla questione delle origini. Le cose cambiano, per non cambiare mai: Francesca dovrà farsi strada con i gomiti per andare avanti. Charlotte, invece, a suon di ordini.
La vergogna sparisce, lascia posto alla paura. Oggi in una settimana costruiamo palazzi, ma bastano 10 secondi e un terremoto spazza via tutto. Il Nepal, sommerso dal cordoglio di 7365 vittime, si attenua nell’eco di una trascorsa novità, che appena esplosa fa notizia, ma poi ne rimane una lieve sfumatura, non più percepita da chi si è abituato a sentire il nome “Nepal” al telegiornale.
Distruzione, sospensione, terra, baracche. Il terremoto che ha spazzato via tutto è stato spazzato via dall’onda mediatica dell’Expo, famoso per i suoi ritardi e dei suoi black block. Qui distruzione fine a se stessa, dettata dall’ignoranza e dalla stupidità di chi si annoia ad avere una vita normale.
La normalità spazzata via da un aspirante medico, quando per la prima volta, ausculta un cuore. La sensazione di riuscire, l’ebbrezza del fare, la volontà di rifare. Quella prima volta non la proverà mai più.
La prima volta che qualcuno lascia qualcuno. Per andare alla ricerca di cosa poi?
La prima volta che qualcuno viene tradito da qualcuno. Per provare che cosa poi?
La realtà trasportata in un incubo. Gli incubi reali non ci lasciano stare nemmeno di notte. È per questo che il buio fa paura. Svegliarsi di notte con le lacrime agli occhi, con in testa il trauma dell’abbandono, del tradimento, dell’impotenza. Non abbiamo potere sulle scelte degli altri. Se qualcuno decide di andarsene, se ne va. Anche senza una motivazione.
L’abbandono e il tradimento legate alle vicende personali, perdono senso di fronte ad un campo di concentramento. Di fronte alla più piccola, ma così reale possibilità che un settimo del tuo sangue sia passato di qui. In queste mura, ha guardato lo stesso cielo, calpestato la stessa terra, percorso gli stessi passi che ora stai percorrendo tu ora, in quello che un tempo era un campo di concentramento, oggi un museo a cielo aperto. Di giorno fa paura. Di notte ancora di più. Perde senso ogni cosa, di fronte a questo timore. Forse un settimo del tuo sangue è passato di qua. È stato picchiato qui. Ha visto morire i suoi amici dove ora hanno istallato i bagni per i turisti. Oppure è stato rinchiuso in una stanza. Quella dove ora, per scherzo, col riso fin troppo superficiale, ci rinchiudono i ragazzi, “perché così provano cosa è stato per loro”.
Un settimo del mio sangue è passato di qua. Perdono senso le quotidiane mancanze. Perde senso il sentirsi come il caffè che si ordina al bar come scusa per andare al cesso. Perde senso essere il tappeto su cui ci si pulisce le scarpe prima di entrare in casa. Perde senso tutto.
Ciò che prima dava un certo senso al quotidiano, è spazzato via dalle vicende dell’umanità.
Perfino la sensazione di inutilità perde senso. Ma se il senso ce lo costruiamo nel quotidiano, se viene a mancare, cosa rimane?
Come un film in cui muore il protagonista, perde senso il finale. Abbiamo bisogno di lieti fini. Eppure, se non ci sono neppure nei film , come possono esistere nella realtà?
Siamo alla ricerca di senso. E ci inganniamo ogni giorno, cercandolo nel fondo delle tazzine di caffè.

Il vecchio petrolio e il mare

Siamo in piena corsa per le energie rinnovabili, abbiamo menti illuminate che lavorano quotidianamente per pensare a soluzioni pulite per usare le risorse del pianeta, senza danneggiarlo troppo. Eppure anche se l’allarme che continuamente viene sbandierato è quello del termine delle riserve di petrolio, sono sicuro che l’“oro nero”, che è il nostro presente, sarà ancora per un bel po’ di tempo il nostro futuro. Quindi il petrolio è vecchio, ma ancora troppo potente per essere superato da altre fonti di energia, magari migliori dal punto di vista ambientale. Uno dei tanti effetti collaterali del petrolio, forse non il più grave, ma sicuramente il più impattante dal punto di vista visivo, è la possibilità di incidenti nel suo trasporto. Innumerevoli sono i casi di navi petroliere che hanno rilasciato il loro prezioso carico direttamente in mare, generando chiazze di colore scuro, come grandi e fastidiosi nei, nella meraviglia di mari ed oceani. Gli scienziati in mancanza di alternative hanno studiato un sistema che consentisse di limitare i danni e lo hanno chiamato “chemical harder”, che in italiano si può tradurre con “pastore chimico”. Infatti, fino a poco tempo fa si cercava di abbassare la tensione superficiale dell’acqua in modo da radunare le gocce di petrolio proprio come se fosse un gregge di pecore. In questo modo il petrolio può essere bruciato in maniera controllata ed eliminato. Il problema è che il composto chimico in questione è un derivato del silicone che, dunque, alleggerisce il problema ambientale, ma è comunque altamente inquinante per il mare ed il suo ecosistema. Alcuni scienziati hanno così studiato una nuova soluzione, cercandola proprio nel luogo più ovvio, cioè nell’ecosistema oceanico: la maggior parte delle piante acquatiche contiene la molecola del fitolo, uno dei componenti della clorofilla. Sperimentando, hanno osservato che se dosata in maniera opportuna poteva dare gli stessi effetti del silicone utilizzato comunemente, con l’enorme vantaggio di essere completamente biodegradabile (anche in tempi brevi: circa un mese). Dopo che sono stati effettuati tutti i test del caso, ora il fitolo può considerarsi una soluzione ecologica ed efficace per un problema grave ed enormemente dannoso. Il recente disastro della British Petroleum nella contea di Santa Barbara, negli Stati Uniti, nonostante sia l’ennesimo, sembra abbia sensibilizzato l’opinione pubblica a stelle strisce, a dimostrazione del fatto che al di là di ideologie e di propaganda politica più o meno in buona fede, l’interesse verso l’ambiente si sta leggermente diffondendo e concretizzando. In attesa che compaia accanto a lavoro, scuola, sanità e politiche sociali nelle agende delle massime istituzioni globali, la scienza progredisce fornendo agli uomini soluzioni a problemi che essi stessi si creano. All’Università di Eindhoven, in Olanda, sono stati progettati dei pannelli colorati dalla duplice funzione. Potete già ammirarli se passate per l’autostrada nei pressi di Den Bosch (uno snodo particolarmente affollato di automobili, un po’ come il nostro Barberino del Mugello o il passo del Brennero) . Essi, infatti, servono come barriera sonora, per ridurre anche l’inquinamento acustico creato dal traffico congestionato, e inoltre sono in grado di sfruttare sulla loro intera superficie la luce solare che li colpisce costantemente durante il giorno. Sono stati chiamati concentratori luminescenti di luce solari e i loro inventori non pongono limiti, nel senso che la loro superficie colorata e attraente potrebbe prestarsi a moltissimi altri usi. 1 km di autostrada fornisce sufficiente energia per il fabbisogno di 50 abitazioni. Immaginate se le automobili utilizzassero combustibili ecologici… Le strade da parziale causa dell’inquinamento, diventerebbero una soluzione. E se si smettesse di utilizzare il petrolio potremmo anche evitare di ricorrere al fitolo delle alghe per limitare i danni. Gli interessi sono ancora troppo tiepidi ed economicamente conviene ancora (soprattutto alle grandi industrie di petrolio e gas) utilizzare le vecchie fonti di energia, ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che abbiamo tutti i mezzi per sostenerci in modo pulito e rispettoso. La scienza dimostra che basta volerlo!

Marco Brero

Restauro: analisi scientifica e passione

Quando ammiriamo delle opere d’arte, visitando un museo, e ci stupiamo di fronte alla loro bellezza, molto spesso pensiamo che non saremmo mai in grado di replicare la perfezione che abbiamo davanti agli occhi. Proprio questo ci colpisce: le sfumature di un dipinto o la linea di una scultura si mostrano sempre nuove, pronte a raccontare la loro stessa storia a migliaia di persone, ma in modo diverso, suscitando continuamente nuove emozioni.

Forse una delle cose a cui non pensiamo quando osserviamo un’opera d’arte è quanto lavoro ci sia dietro al mantenimento di essa: è solo grazie alle opere di restauro che oggi si possono ammirare i più grandi capolavori artistici come se fossero stati appena realizzati. Il restauro è infatti “il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della trasmissione al futuro” come affermava Cesare Brandi, storico d’arte del Novecento.

L’opera di restauro è un processo sempre molto complesso: esso avviene solo dopo un attento studio del periodo storico-artistico in cui è stata realizzata l’opera, che serve per capire la sua funzione o il perché della sua creazione e il modo in cui è stata realizzata. A questo studio segue sempre un’attenta analisi dei materiali che la compongono e, tramite la tecnologia, spesso si riescono ad individuare velocemente le parti dell’opera che sono state maggiormente danneggiate e come essa appariva subito dopo i precedenti restauri. Ad esempio nel restauro della Cappella Sistina, avvenuto durante il Novecento, quest’analisi iniziale è servita a capire come sgrassare la superficie degli affreschi, rovinati dalla polvere, dal calore e dall’umidità, in modo da far riacquistare grande lucentezza al capolavoro di Michelangelo.

I restauratori devono anche raccogliere testimonianze da chi ha compiuto i precedenti restauri per conoscere come sono stati svolti i lavori, e solo dopo questo lungo processo di studio e analisi scientifica dell’opera può avere inizio la parte operativa.

Per restaurare spesso si utilizzano specifici laser o soluzioni chimiche in grado di rimuovere gli strati di sporcizia o gli incrostamenti senza rovinare i materiali di cui sono composte le opere d’arte. Così è stato fatto ad esempio con il David di Donatello, che è stato restaurato tra il 2007 e il 2008 ed ha fatto riemergere abbondanti tracce della sua doratura originale. Un’altra tra le moltissime tecniche utilizzate nel restauro è quella della nebulizzazione, che ha permesso la conclusione del primo ciclo di restauro del Colosseo nell’estate del 2014. Essa consiste nel separare il liquido utilizzato (acqua a temperatura ambiente nel caso del Colosseo) in piccole gocce, ad esempio costringendo il getto d’acqua a passare attraverso la sezione di un piccolo tubo. Ciò ha permesso di rimuovere i depositi neri, causati dallo smog, sulla facciata del Colosseo.

“Seb­bene il re­stauro debba es­sere im­po­stato ed ese­guito con re­gole e ca­noni scien­ti­fici, il rap­porto con l’opera d’arte spesso va ol­tre la co­no­scenza tec­nica e si in­staura un fee­ling che, al­meno per me, dura a lungo. È molto dif­fi­cile spie­gare i sen­ti­menti che si pro­vano quando si è di fronte a un ca­po­la­voro, alla grande re­spon­sa­bi­lità che si sente, si uni­sce il pri­vi­le­gio di toc­care quello che ha creato l’Artista, si pos­sono im­ma­gi­nare le sen­sa­zioni che egli ha provato.” Queste le parole di Maria Ludovica Nicolai, intervistata dopo il restauro della statua di San Ludovico da Tolosa nel Museo di Santa Croce a Firenze, dalle quali emerge il grande studio dell’esperta che la porta quasi a fondersi con l’opera stessa.

Restaurare un bene artistico significa quindi non solo analizzarlo dal punto di vista scientifico per cercare di conservarlo, ma avere anche quella sensibilità che consenta di capire l’importanza del lavoro che si sta svolgendo, cioè di proteggere e dare importanza a qualsiasi tipo di cultura.

“Ol­tre a pa­zienza e sen­si­bi­lità, ci vuole una grande ener­gia fi­sica, ol­tre a cu­rio­sità e te­na­cia, ci vuole senso pra­tico. Ma il filo con­dut­tore deve es­sere una pro­fonda pas­sione che ti fa bat­tere il cuore ogni volta che sei da solo di fronte ad un capolavoro.” (Maria Ludovica Nicolai)

 

Gabriele Arciuolo

Storie dal Brasile

L’esperienza in Brasile è stata una delle più belle e travolgenti che abbia mai fatto nella mia vita, anzi forse è stata davvero quella più arricchente tra tutte, quella più di Vita (con la V maiuscola), quella che mi ha permesso di crescere e di capire qualcosa di più del mondo.
Sono stata per un mese vicino a Rio de Janeiro con Casa do Menor, un’associazione che si occupa di questa realtà così difficile cercando di portare dove può aiuto, solidarietà e presenza. In Brasile ho visto tante situazioni, incrociato molti sguardi, ascoltato racconti, e forse ho anche capito alcune cose, ma nemmeno a distanza di mesi sono riuscita a dare un senso a così tante diverse storie, diverse vite ed esperienze che mi sono state regalate o che per caso si sono incrociate alla mia.
Ciò che però ancora oggi trovo impossibile da assimilare è l’esperienza vissuta in Cracolandia. La Cracolandia è un posto non ben definito, un luogo in cui si insediano più o meno sensatamente persone che fanno uso di crack e a Rio ne esistono davvero molte.
Il crack è una sostanza stupefacente ricavata come scarto dalla lavorazione della cocaina e che, tramite processi chimici, assume le forme di una pietra che per essere utilizzata viene frantumata, da ciò il nome. Sono stata una mattinata in uno di questi luoghi, sono partita con molti pensieri ed aspettative, con il mio gruppo ci eravamo precedentemente preparati molto per affrontare al meglio questa esperienza, ma a nulla è servita la preparazione. Era una giornata calda e soleggiata, ma non afosa, e con una parte dei miei compagni ed alcuni volontari e responsabili abbiamo preso un pulmino e ci siamo avviati verso la periferia di Rio. Giunti quasi a destinazione ci siamo ripetutamente imbattuti in soldati armati e posti di blocco, mi preme ricordare come il Brasile stia vivendo ormai da anni una situazione molto critica in cui la violenza e i soprusi sono all’ordine del giorno e la presenza armata è forte soprattutto nel circondario di Rio. Inoltre questo contesto, già di per se difficile, è stato ulteriormente deturpato e scosso da tutta una serie di fatti e decisioni correlate ai Mondiali di calcio dell’estate 2014, generando ulteriore miseria e disperazione.
La Cracolandia dove sono stata è un grande marciapiede, largo abbastanza da permettere la costruzione di una fila di baracche composte da teli, lamiere e pannelli di legno che sembravano porte o ante di finestre. Ricordo l’odore forte, permeante, sgradevole che mi ha investita appena spalancato il portellone del pulmino, già dal primo respiro ho percepito un’aria diversa, carica, pesante. Mi guardavo attorno cercando di orientarmi, di trovare un punto di riferimento o semplicemente un appiglio perché ciò che stavo vedendo mi stava provocando un terremoto dentro, l’aiuto è giunto quasi tempestivamente per mia fortuna: uno scambio di sguardi incoraggianti con i miei compagni, sebbene tutti carichi di paura, è bastato per ricordarci il vero obiettivo comune ovvero il volersi rendere utili per quanto si poteva.
Messe da parte le iniziali pietrificanti emozioni mi sono addentrata in questo luogo così assurdo, ricordo teli e drappi appesi un po’ ovunque a mo’ di tende, uno spazio libero di circa un metro fungeva da corridoio tra le baracche da un lato e sedie, muretti di cemento, sgabelli e un divano dall’altro. L’odore dentro era tremendo, quasi insopportabile, il luogo era però stranamente colorato e paradossalmente armonico nella sua realtà. Si sentiva una musica provenire da un bar dal lato opposto della strada dove alcuni uomini seduti ad un tavolino bevevano quasi allegramente una birra, dal mezzo della Cracolandia un’altra musica più ritmata e prepotente risuonava da uno stereo. Grandi cartoni erano stesi a terra quasi a formare un angolo maggiormente riparato e apparentemente meno sporco. Simili a cucce erano anche le basse baracche, dove vecchi e malandati divani, materassi e teli occupavano gli spazi lasciando poca libertà di movimento all’interno. Circa a metà di questo corridoio, una costruzione simile a una bancarella sembrava essere il fulcro di tutto il complesso, da lì un uomo presentatosi come “il capo” smerciava oggetti di varia natura che andavano da accendini a bicchieri d’acqua sigillati a ciucci da neonato. Di quest’uomo mi colpì in particolare un’affermazione che quel giorno ci fece, ci tenne a precisare la sua posizione, volle sottolineare la sua onestà dicendo che lui non aveva mai rubato e che la droga se la procurava vendendo gli oggetti di quella bancarella agli stessi abitanti della Cracolandia, ma soprattutto espresse, con una forza tale da toccarmi violentemente, il desiderio di raccontarci la sua storia, affinché capissimo e potessimo raccontare di questo incontro e di lui nella speranza che giungesse agli orecchi dei suoi figli. Sperava di poter essere raggiunto da loro, desiderava rivederli e confidava nel loro aiuto per uscire da quel luogo; ci chiese di raccontare, di portare con noi la sua richiesta di aiuto e questa è la mia intenzione: raccontare di lui e di quelli che come lui ho incontrato quel giorno.
Ricordo molte cose di queste poche ore trascorse lì, il tempo mi sembrava dilatato e ho avuto la possibilità di osservare e vivere in modo molto intenso. Le persone della Cracolandia avevano occhi spenti, trasparenti, quasi vuoti, ma se con gentilezza provavi ad avvicinarti a loro, erano capaci di spalancarti una porta sulla loro anima. Ad impressionarmi maggiormente è stata la capacità di queste persone di raccontarsi, la forza di esprimere il disgusto per la vita da loro stessi condotta in quelle condizioni, il coraggio di riconoscersi schiavi della droga, deboli vittime incapaci di reagire davvero. Dalle testimonianze di queste persone è venuto fuori un elemento comune che li ha portati tutti a sperimentare l’illusoria consolazione della droga: la solitudine, il senso di abbandono e la mancanza d’amore. I cracudos che ho incontrato non erano cattive persone, mi hanno dato l’impressione di essere semplicemente esseri molto soli e tristi, succubi e immobilizzati. Ho conosciuto un uomo, non so dire quanti anni potesse avere ma sicuramente ne dimostrava molti più rispetto alla reale età, molto scuro di carnagione, non ricordo il suo nome, ma ricordo i suoi occhi lucidi e quasi bianchi, la sua voce bassa rotta da violenti colpi di tosse, le sue mani grandi con cui gesticolando cercava di esprimersi per permetterci di capire il più possibile; raccontandoci la sua storia ci espresse più volte il disagio che provava nel vivere in quella miseria, il rigetto per quella vita così poco dignitosa, ma al contempo ci disse della dipendenza così forte da sovrastare l’amore che provava per moglie e figli, una schiavitù così opprimente da far scegliere l’inferno piuttosto che rinunciare al crack. Mi fece un discorso sul senso della vita affermando di preferire la morte e di non sperare più in nulla se non nella misericordia di Dio, mi disse che pregava ogni giorno chiedendo di morire, pensava che lo avrebbe sicuramente reso più felice o perlomeno avrebbe messo fine a quella situazione di sofferenza, a quella sensazione di impotenza di fronte alla droga. Mi domandò se sarei stata felice di vedere uno dei miei compagni morto, risposi di no senza minimo dubbio e senza capire il senso della sua domanda, la sua risposta però mi raggelò: “Tu forse non ne saresti felice, ma lui sarebbe contento di essere morto”.
Mi spiegò che “la droga è egoista”, che ti costringe a rinunciare a tutto, persino alla tua condizione di essere umano e che ti lascia senza alternative perché l’unica cosa più forte di essa è la morte, disse che la vita nella Cracolandia è “surreale”, impossibile da comprendere se non la si vive in prima persona.
Nonostante quel suo enorme male di vivere questo ragazzo ci ha regalato tutta la sua umanità, ci ha aperto il cuore e dicendoci “Volevo ringraziarvi perché voi siete un dono”; questa affermazione mi ha permesso di capire che anche all’inferno la speranza non svanisce, che il sentimento umano dell’amore resiste nonostante le difficoltà dell’esistenza perché l’uomo è amore. Forse il fatto che uno di questi cracudos sia venuto via con noi quel giorno lo testimonia e lo esprime meglio di tante parole; per decidere di buttarsi nell’ignoto, affidarsi a persone totalmente sconosciute allontanandosi dalla propria realtà quotidiana credo debba aver percepito qualcosa di profondo, credo abbia visto una possibilità di riscatto e di cambiamento grazie all’aiuto e all’amore di altre persone. Noi siamo davvero un dono. Vero è che siamo niente confronto a chi ha donato la sua esistenza per questa causa e che le nostre azioni sono nulla confronto a quanto ci sarebbe da fare, ma qualcosa sarà sempre meglio di niente.

Giulia Risso

Scienza delle soluzioni immaginarie

Scienza delle soluzioni immaginarie.

SCIENZA, eppure non si parla di nessun scienziato o ricercatore, ma di puri e semplici volontari provenienti da diverse realtà dell’associazionismo giovanile cuneese.

SOLUZIONI, perchè quando vengono a mancare i principali fondi istituzionali, per esempio, sorge evidentemente un problema; e per ogni problema ci vuole una soluzione. IMMAGINARIE, perchè impegnarsi a trovare i soldi per fare in modo di portare anche quest’anno incontri, laboratori, concerti, mostre e djset in un paesino di montagna come Valloriate è un’impresa tutt’altro che facile.

Tutto questo è il Campeggio Resistente.

Non avevano assolutamente intenzione di fermarsi proprio adesso, giunti all’ottava edizione, i ragazzi del Campeggio Resistente che, di fronte a difficoltà economiche di organizzazione, si sono lanciati nel crowfunding (http://langheroeromonferrato.net/italia/i-ragazzi-1000miglia-crowdfunding-finanziamento-collettivo) per far partecipare tutti gli aderenti ad una colletta che porterà ad offrire anche quest’anno lo spazio tenda e l’ingresso ai concerti gratuiti oltre ad un esiguo contributo per i pasti giornalieri.

Il festival ha un solo obiettivo: fare cultura nel senso più profondo del termine.

C’è Valloriate, un caratteristico paese immerso tra le montagne. Uno scenario naturale splendido, immerso tra le montagne, fa da cornice a quattro giornate all’insegna della buona musica, dell’arte e del teatro, di incontri e di dibattiti con ospiti di rilievo. Si parlerà di Ucraina, Grecia, migranti e tanto altro ancora provando sempre a cercare delle “soluzioni immaginarie” che favoriscano il confronto e la partecipazione.

A Campeggio Resistente i campeggianti vivono insieme agli artisti e agli ospiti in un clima vivace, divertente, attivo. Un’ occasione per fare e vivere cultura, un’ opportunità unica di scambio e di condivisione. I ragazzi di Campeggio Resistente sono cresciuti così, guidati da questo solo spirito di amore per la cultura, in modo totalmente volontaristico e spontaneo, attirando sempre più partecipanti, edizione dopo edizione.

Anche la scelta della location, Valloriate, un paese nel cuore nelle montagne che circondano la città di Cuneo non è casuale, ma dettata dalla precisa volontà di valorizzare il territorio che ci circonda sostenendo rapporti con enti, aziende turistiche, imprese e produttori locali al fine di creare una rete di collaborazione locale.

Tutto questo è Campeggio Resistente.

Da giovedì 30 luglio a domenica 2 agosto a Valloriate (CN).

Vuoi sapere il programma completo? Fai un salto su http://www.campeggioresistente.com/programma/ .

Sei interessato a sostenere economicamente il Campeggio Resistente? https://www.produzionidalbasso.com/project/campeggio-resistente-2015-1/

Per il resto… Ti aspettiamo al Campeggio!

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