15 Novembre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
In un mondo che prigioniero è (di gas serra e inquinamento di ogni genere) a volte compaiono anche buone notizie, che non sono il frutto di chissà quale miracolo, ma semplicemente di una politica oculata e lungimirante. Lo stato della Bassa Austria, il più esteso dei nove che compongono l’Austria, con capitale Sankt Polten ha recentemente raggiunto l’obiettivo di produrre il 100% dell’energia necessaria tramite fonti rinnovabili. Il premier Erwin Proell ha dichiarato che sono stati compiuti pesanti investimenti per migliorare l’efficienza energetica ed espandere l’uso delle rinnovabili. Dal 2002 la cifra impiegata a questo scopo ha sfiorato i tre miliardi di euro e grazie a questi soldi si sono potuti costruire, per esempio, dei “parchi solari” oppure sono state rinnovate le centrali idroelettriche sul Danubio. Ora il 63% dell’energia della Bassa Austria proviene dall’idroelettrico, il 26% dall’eolico, il 9% dalle biomasse e il restante 2% dal solare. In Austria, nel suo complesso, il 75% dell’energia arriva da fonti rinnovabili e solo il restante quarto proviene da combustibili fossili. Nel 1978 l’Austria con un referendum aveva deciso di abolire lo sfruttamento dell’energia nucleare (si ricordi che il disastro di Chernobyl sarebbe avvenuto solo 8 anni più tardi, infatti in Italia l’abolizione è arrivata puntuale nel 1987). Anche dal punto di vista dell’occupazione, la “green energy” è una scommessa assolutamente vinta: in Bassa Austria sono stati creati 38000 posti di lavoro, anche se entro il 2030 l’intenzione è di portarli a 50000. Siamo all’inizio di una sensibilizzazione ormai sempre più necessaria che deve riguardare tutti i Paesi del mondo? Sicuramente la speranza è questa e un altro indizio confortante è la notizia rilanciata qualche giorno fa dal quotidiano argentino La Nacìon. Il discutibilissimo governo Kirchner ha infatti approvato un piano che porti il Paese a produrre il 20% della propria energia tramite fonti rinnovabili (a fronte del misero 1% attuale) entro il 2020. Il primo step è raggiungere l’8% nel 2017. Gli esperti, considerando il potenziale ambientale dell’Argentina, hanno ben presto fatto notare come queste stime siano poco ambiziose e come si possa fare molto di più a Buenos Aires e dintorni. Un punto importante, però, del decreto-legge varato dal governo della Presidenta è il fatto che i fruitori di grandi quantità di energia debbano, in accordo con le proporzioni statali, fare in modo di ottenere almeno parte dell’energia di cui necessitano in forma pulita. E in Italia come stiamo messi a percentuali? Per la verità, i livelli in Italia sono abbastanza buoni, anche se doverosamente migliorabili. Secondo Terna, nel primo semestre del 2015 l’Italia ha coperto il 37,1% del fabbisogno energetico del Paese tramite le energie rinnovabili, mantenendo stabili rispetto all’anno precedente le fonti bioenergetiche, ma incrementando la produzione sia a livello eolico che solare che geotermoelettrico. Ogni Paese ha caratteristiche diverse sia di conformazione del territorio sia di popolazione, ma anche di disponibilità energetica (petrolio, gas naturale…), quindi è difficile uniformare il mondo intero. Quel che è certo è che viviamo su un pianeta al collasso che necessita dei piccoli gesti consapevoli di ognuno, ma anche dei piani intelligenti e studiati dei governi. Speriamo che gli allarmi lanciati dagli esperti riguardo il costante peggioramento dei livelli di gas serra registrati e il susseguente surriscaldamento della Terra non rimangano ancora una volta inascoltati e che, per una volta almeno, chi ha la possibilità di decidere lo faccia nel migliore dei modi. Abbiamo appena visto chiudere in Italia un Expo che ha rilanciato, anche solo marginalmente, le questioni dell’alimentazione; ora la necessità è che l’Expo del 2017 che si terrà ad Astana, in Kazakistan, con il tema “Future energy” si apra con un discorso chiaro da parte di chiunque lo terrà: “per la tutela dell’ambiente in campo energetico abbiamo fatto tanto, ma resta ancora molto da fare”. Se si continuerà ancora a sottovalutare la questione, vivremo sulla nostra pelle gli effetti disastrosi del cambiamento che non siamo riusciti a portare.
Marco Brero
10 Novembre 2015 | Senza categoria, Vorrei, quindi scrivo
Favola da fattoria
C’era una volta in Nonsocheluogo una grande fattoria abitata da un vecchio, un gatto ed un numero tanto elevato di galline che sarebbe bastato un incendio per sfamare l’ intero sabato del villaggio di Giacomo.
Il luogo si sarebbe dovuto chiamare gallinaio dato che non vi erano altri animali ma, poiché al vecchio non piaceva essere chiamato al paese con un nome contenente l’ immagine di quelle bestiole a lui antipatiche, si faceva chiamare fattore e la sua casa fattoria.
Essendo Colui che ci narrò tal novella amico del gallinaio, chiamò lui fattore ed essendo per la storia un dato irrilevante, parve a noi indifferente chiamare un gallinaio fattoria.
Anche se, par ingiusto ometter tale particolare, al paese il vecchiolo chiamavano fattore delle galline e la sua dimora fattoria delle galline.
Ma questo non sembra infastidirlo molto.
Quell’ uomo a forza di stare solo si era ammalato, ma non essendoci medico a Nonsocheluogo si era dovuto inventar il suo malanno.
Disse infatti un giorno a Colui, che narrò a noi, di patire di Zia acuta.
Fossimo degli psicoterapeuti potremo forse incolpar quel lutto della sorella del padre che lo colpì quando egli ancora era chiamato figlio e nipote, ma noi questo non siamo quindi ci limiteremo a riportare ciò che non trovammo sui libri di medicina: la Zia consiste nel credere di soffrire di ogni patologia finente per la sillaba zia.
Egli fu colto per convinzione dalla calvizia, dall’ avarizia, dalla balbuzia, dall’ idiozia, dalla scaramanzia, dalla sporcizia nei giorni dispari e dalla pulizia nei giorni pari ed il lavoro in giorni alterni di sporcarsi a fondo e nel ripulirsi a nuovo gli diede una grande stanchezza che lo portò all’ inerzia e questa alla pigrizia.
Quest’ ultima era una pessima dote per un uomo che aveva sposato il mestiere di custode di animali.
E dir che per una sola vocale egli sarebbe potuto essere affetto dalla costanza. Come è strana la favola, centinaia di lettere eppure ne sarebbe bastata una perché non venisse scritta e noi avremo potuto dormire questa notte.
L’ uomo se ne stava tutto il giorno a pulirsi e risporcarsi, balbettando parole idioti e ignorando completamente i lamenti delle sue bestiole.
Se solo avesse ascoltato quel co co minaccioso avrebbe capito che l’ ombra della protesta era vicina.
Le galline ogni giorno si radunavano attorno al grande contenitore del mangime sculettando come un esercito di signore con la borsa al braccio e gridavano al loro diritto di essere accudite, gridavano all’ ingiustizia.
Ma l’ ingiustizia faceva parte della malattia e così il vecchio non intervenne.
La protesta si limitava ad un forte co co o al massimo a metter 2 tuorli nello stesso guscio, erano galline che altro potevano fare?
Un giorno mentre il fattore era al paese per comprar del sapone, il gatto si accovacciò sopra il grande contenitore e miagolando si rivolse alle manifestanti:<Anch’ io son schiavo di quella malattia che colpisce il vecchio e tutte voi, son nero e per scaramanzia il padrone non mi si avvicina>.
Si mise a capo della protesta e convinse le galline ad un azione esemplare:<Insieme, facendovi forza l’ un l’ altra potete buttar a terra il gran contenitore, servitevi e diventate grasse come di vostro diritto>.
Elle allora, che mai avevano pensato tanto, si misero a spingere forte, becco contro sedere, sedere contro becco ed in un gran tonfo il mangime si rovesciò nel cortile.
Con co co di gioia si misero a banchettare allegramente riempedosi del sapor di vittoria.
La sera, quando il padrone tornò alla fattoria vide il contenitore rovesciato, spinto dall’ avarizia di dover comprare altro mangime, vinse la pigrizia, lo sollevò e lo richiuse.
Il giorno seguente ancora si formò il gran corteo e fu di nuovo il gatto a proporre l’ azione.
Le gallinelle infatti già avevano scordato la loro forza quando univano il becco al culo della compagna.
Erano galline ed hanno la testa troppo piccola per ricordare un potere tanto grande.
I giorni di rivolta ed i banchetti di vittoria si susseguirono fino a quando la fiaba si divise.
Colui non ricordava la conclusione più esatta allora le serviamo entrambe, a voi scegliere la più digeribile.
Secondo la prima versione le galline ingrassarono fin a diventare un boccone troppo appetibile anche per un gatto rivoluzionario che ad una ad una le mangiò stando ben attento a non ricordare loro che egli era ben più piccolo che un contenitore di mangime.
La seconda versione vuol invece premiare l’ arguzia del padrone, il quale essendo per patologia affetto alla diplomazia convocò a dispetto della scaramanzia il gatto concedendogli un pasto abbondante giornaliero se avesse abbandonato le galline al loro sfacelo.
Egli accettò ed in poco tempo le piumate volarono tutte in cielo tanto furono leggere.
La morale è la realtà:
Chi ha la forza di rovesciare l’ ingiustizia non si ricorda che già cento volte si è sfamato usando la tecnica becco culo, culo becco;
Diffida da chi ti guida se non mangia con te;
Il padrone non è altro che un vecchio idiota governato da una malattia chiamata Zia.
La Zia è una malattia oscura che si nasconde nei cuori di chi sale la scala che scende ai vertici del potere e guida chi, ammirato dal mondo intero, si sporca la coscienza per ripulirla con l’ innocenza di chi guarda muto o al massimo chioccia appena.
Qui si conclude la favola ma la luna è troppo piccola e lontana questa notte che, come il vecchio si è inventato la malattia, noi ci inventiamo la cura a tanto malumore, la morale è la realtà, ma è il sogno che annaffia lo sbocciar di questa conclusione.
Già in una qualche stalla, in mezzo ad una paglia che profuma di cambiamento, un piccolo pulcino nei suoi primi passi cinguetta giulivo: culo becco, becco culo, la faccia sporca di merda e il cuore puro.
E chissà che si riesca a non crocifiggerlo o a sparargli mentre sussurra di essere solo un pulcino prima che il mangime sia nel becco di tutti.
Samuele Ellena
30 Ottobre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Sono di questi giorni i dati ISTAT che parlano di una luce in fondo al tunnel. Bankitalia alza le stime sul PIL, portandolo all’1% dopo che si attendeva una crescita di solo qualche decimale. L’economia italiana sembra in ripresa, come non si vedeva dai livelli pre-crisi, la peggiore delle crisi affrontate dal secondo dopo guerra ad oggi. Questo inizio di ripresa si riflette nell’aumento dei consumi: più spese, più merce in circolazione, più guadagni per le azienda, più investimenti, più lavoro. Una catena perfetta, almeno a livello teorico, fin tanto che non ci si ricorda che gli attori protagonisti non sono macchine, ma esseri umani dotati di intelletto e possibilità di scelta.
Questi alti e bassi a livello economico si ripetono nella storia. Le scenografie dove si sviluppano sono ogni volta differenti, però gli attori sono sempre persone umane che, con forme e mezzi differenti, hanno sempre portato in cuor loro quelle dinamiche razionali e emozionali tipiche della specie.
Era molto tempo fa quando tre fratelli litigavano per l’eredità lasciata loro dal padre. Ventitré cammelli, per testamento, erano da spartire in ordine decrescente di età: la metà al maggiore, un quarto al figlio di mezzo e un sesto al minore. Le grandi discussioni si conclusero quando un servo del padre, vedendo gli eredi discutere e litigare animosamente in quanto non comprendevano come potessero realizzare la metà di ventitré cammelli, decise di donare loro il suo cammello, frutto di una sacrificata vita di risparmi. Con ventiquattro cammelli, dodici andarono al maggiore, sei al figlio di mezza età e quattro al più piccolo. Dodici, sei e quattro rispecchiano la spartizione voluta dal padre, ma la loro somma è ventidue. Quindi due cammelli andarono al servo.
Questa piccola storiella catapulta l’essere umano in un’economia etica, basata sulla magnanimità e sul dono, dove ciò che è donato torna sempre indietro, spesso in misura maggiore alla quantità iniziale. Infatti il servo ha visto risolversi il dibattito tra i tre fratelli e ha riavuto il suo animale, ricevendone in più un secondo.
Nella società individualistica in cui viviamo, il personalismo del servo (l’uomo è sempre al centro, ma non solo in relazione con se stesso, ma con gli altri) mostra come l’amore, la gratuità e la benevolenza verso il prossimo possano essere basi per un’etica economica dove l’essere non vuole tutto, ma dà tutto per il bene comune. Infatti, la risoluzione del litigio tra i fratelli diede continuità all’attività iniziata dal padre, quindi tutti i contadini e servi continuarono a lavorare presso il podere in un clima disteso, dove la realizzazione di ognuno e il manifestarsi dei talenti di ciascun lavoratore si manifestarono giorno dopo giorno.
Perché al centro delle relazioni non mettere amore e amicizia di fronte alla egocentrica voglia di saziare un’aspirazione pecuniaria e terrena? Forse, anche in caso di discussione o idee differenti, una scelta personalistica metterebbe al centro la persona e non se stessi. Metterebbe al centro il vivere nel rispetto dell’altra persona che, sebbene questa non rappresenti il proprio ideale di simpatia, può certamente contribuire a una società più ricca di attenzione e riguardo verso l’altro a modo proprio.
In un capitolo particolare del ventunesimo secolo come quello che stiamo scrivendo, scegliere un’economia di cuore e intelletto magnanime, rappresenta non solo una piccola ripresa come mostrato dai dati ISTAT, ma certamente una rivoluzione economicamente copernicana. E il paragone non è scontato perchè le persone coinvolte in un’economia civile e di comunione sarebbero l’universo di persone che popolano l’intero pianeta.
E’ passato il tempo delle sole parole. Per cambiare è necessario mettere in pratica il dire ed elevarsi dalla diffusa ignavia già ben conosciuta in periodo dantesco. Maria De Filippi non piace a nessuno, ma quanti la spengono?
E’ terribile dare ragione a Amartya Sen: “Il vero uomo economico forse è in effetti vicino al vero idiota sociale.” E’ meraviglioso affermare che l’uomo economico figlio di un’economia civile e di comunione è un intelligente sociale.
27 Ottobre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Cari adulti, anzi, cari bambini degli anni ’50, ’60, ’70, ’80. Voi che, da quanto raccontate, andavate a dormire dopo Carosello. Che siete cresciuti leggendo le strisce dei Peanuts, che c’eravate quando i Beatles si sono sciolti e avete visto nascere i Queen.
Voi che, in molte occasioni, non resistete alla tentazione di osservare i bambini e gli adolescenti di oggi, e di paragonare i primi anni della vostra vita ai loro, decretando quasi sempre che la vostra infanzia è stata “migliore”, più sana ed autentica di quella che si vive oggi.
Noi, i bambini degli anni 90 e tutti i nati nel nuovo millennio, vi sentiamo spesso affermare come, sotto mille punti di vista, qualche decina d’anni fa si crescesse meglio, più responsabili, più socievoli, con un’educazione più severa e più efficacie.
Quando eravate piccoli voi non c’era internet da cui copiare i compiti. Di certo Wikipedia ha aperto un mare di possibilità a noi studenti moderni, ma non provate a convincerci di non aver mai fatto un “copia e incolla” ante litteram da un’enciclopedia o da un articolo di giornale.
Non c’erano intolleranze alimentari, bevevamo tutti dalla stessa bottiglietta e non era un problema per nessuno, tornavamo a casa con le ginocchia sbucciate e nessuno se ne preoccupava. Prendete un gruppo di bambini di oggi e lasciateli liberi dall’influenza dei genitori per un pomeriggio. Perderanno tempo a cercare dei bicchieri? Smetteranno di giocare per disinfettare una ferita? Se sono obbligati a farlo è quasi sempre a causa di un genitore. E proprio quel genitore fa parte della generazione dei “bambini sani e non iperprotetti” degli anni ’50, ’60, ’70, ’80.
Nessuno era dislessico, disgrafico o iperattivo. C’erano semplicemente quelli che a scuola non brillavano, e nessuno andava dallo psicologo per questo. Chi era lento a leggere faceva un lavoro che non lo richiedesse, mica bisogna essere tutti medici o avvocati. Anche oggi c’è chi a scuola non brilla. Ma ci sono anche bambini con un disturbo specifico dell’apprendimento, ed è troppo facile dirsi che se la caveranno anche così. Guardate un bambino disgrafico mentre scrive. Che conosce e ripete a voce alta le lettere che compongono una parola ma non riesce a ricordare che forma abbiano, oppure lo ricorda ma non sa fare movimenti abbastanza precisi da scrivere i grafemi correttamente. Dategli un’occhiata, e pensate se davvero lo si può definire solo “lento a scrivere”.
Guardate l’ambiente in cui un bambino di oggi nasce e si trova a vivere, sforzatevi di osservarlo uscendo dal vostro punto di vista, dai vostri ricordi splendidi, forse (e giustamente) un po’ idealizzati. Cercate di vedere l’infanzia di oggi anche nei suoi aspetti positivi. Perché sì, voi avete passato più tempo all’aria aperta, e sì, non comunicavate con gli amici se non faccia a faccia. Ma questa non è una sfida generazionale.
Apprezzate, e lasciateci apprezzare, le possibilità che crescere in questi anni ci ha dato e ci dà. Non spingeteci a vivere la maggiore attenzione che c’è nei confronti di certi disturbi, la possibilità di comunicare con ogni parte del mondo, la nostra capacità di ragionare davanti ad un computer, come qualcosa di negativo.
Lasciateci sfruttare ciò che il terzo millennio ha da offrire, così come voi avete fatto con gli anni in cui “eravate piccoli”. E se tra qualche decennio ci lamenteremo dell’infanzia del 2040, spero che qualche nuovo bambino ci farà vedere il suo punto di vista.
18 Ottobre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
http://isabellasalvetti.it/project/due-piedi-sinistri/
Un gruppo di amici e un pallone. Un mito: Francesco Totti. Due piedi sinistri e una disabilità, fisica. Scherzi, risa e sfottò per un breve cortometraggio girato nella città eterna che in pochi minuti rende interna una condizione fisica vinta da un cono gelato.
15 Ottobre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
C’erano una volta un popolo che aveva tanta fame e un Dio, il Genio Buono, che non sapeva cosa fare per sfamarlo. Frustrato per la sua impotenza, si strappò i denti e li buttò al vento. I denti si trasformarono in chicchi bianco opaco e tondi, riuscirono a sfamare il popolo che aveva tanta fame e gli venne dato loro il nome di riso appiccicoso.
C’erano una volta una bellissima fanciulla indiana di nome Retna e un Dio di nome Shiva che la sposò. Come regalo di nozze, Retna chiese al Dio di sradicare la fame tra i suoi connazionali, ma la promessa non venne mantenuta, nonostante la fanciulla continuasse a stare a fianco della divinità. Per la disperazione, Retna si gettò nel Gange, dalle cui acque sacre germogliò il miracolo: dalla sua anima nacque una pianta, con la quale tutto il popolo si riuscì a sfamare, grazie ai suoi chicchi snelli e allungati, che oggi si vendono sugli scaffali dei supermercati, con il nome di riso Basmati.
Il riso è la pianta cerealicola più diffusa al mondo, coltivata soprattutto in Asia e Africa, dove circa 795 milioni di persone, ogni giorno, soffrono la fame. Non a caso, infatti, la Cina, l’India, l’Indonesia in Asia e l’Egitto e il Ciad in Africa sono i Paesi dove si ha la maggiore produzione di riso di tutto il mondo.
La mitologia, sostenuta da esplicite attuali evidenze, sembra suggerirci che il rimedio alla fame sia il riso.
Il riso viene consumato in tutto il mondo: dalle terre più remote dell’Africa, dove il riso è sopravvivenza, alle tavole più imbandite degli Occidentali, dove il riso è la base di un ottimo risotto.
Esistono 120.000 varietà differenti di riso, con origini, caratteristiche morfologiche e nutrizionali diverse.
Sembra che il riso sia nato nell’estremo oriente, e poi diffuso in Africa grazie alle carovane degli arabi dalla Mesopotamia, in Europa grazie ad Alessandro Magno, che lo portò in Grecia di ritorno da uno dei suoi viaggi in India, in America dopo la sua stessa scoperta, portato dai conquistatores.
Un chicco di riso può essere allungato e snello, oppure corto e tondo. Può essere bianco, perlato o nero. Può essere più o meno resistente alla siccità.
Cento grammi di riso contengono 362 calorie, un notevole quantitativo di fibre, vitamine, sali minerali e acidi grassi essenziali: è uno degli alimenti più nutritivi che ci sia.
Il riso è il punto di ri-partenza. Il riso salverà il mondo.
Se non ci credete, rovesciate la medaglia: anche per quella parte di mondo che da tavola si alza sempre quando è sazio, il riso la salverà. Loro si alzano e siedono, nella maggior parte dei casi, con una costante: l’assenza di riso.
In un modo o nell’altro, in un mondo o nell’altro, il riso ci salverà.
Ylenia Arese