A te piace la tua scelta?

La notte è ormai inoltrata e non sono solito riportare per iscritto i miei pensieri. Nelle ultime ore è scattato qualcosa però e ho deciso di parlare di un sentimento; L’amore. Di sicuro avrei potuto cimentarmi con un argomento meno complesso ma la mente viaggia in certi momenti, penso tu lo sappia meglio di me. Non sono uno psicologo e men che meno un poeta. Quello che leggerai è il punto di vista di un ragazzo che, forse come te, si interroga su alcuni aspetti della vita.
La vita. Una cosa che, ogni tanto, molti di noi non sanno affrontare. Sono tante le domande. Spesso siamo spaventati dal nostro futuro o incatenati al nostro passato o peggio ancora disincantati dal nostro presente. I quesiti che ci poniamo ci attanagliano e ci frenano. Soprattutto in un ambito, in amore.
Questa sera, un sabato come tanti altri, tornato a casa da una serata tra amici ho rivisto un film molto interessante. Si chiama “Colpa delle stelle” tratto dall’omonimo libro di John Green. Tratta della storia d’amore tra due ragazzi malati di cancro e trovo sia una delle più belle storie d’amore trasposte su pellicola negli ultimi tempi. Dire che il film sia triste, frustrante e un po’ deprimente oltre che melenso potrebbe essere riduttivo ma scaturisce da esso qualcosa in più. Possiamo dire che quella rappresentata è una storia d’amore vera in un certo senso. Non sempre può esserci il “vissero per sempre felici e contenti”.
La vita non è semplice. La ricerca del più travolgente tra i sentimenti in essa men che meno. Questo è quello che traspare dal film. Ma ne vale la pena? Vale la pena creare fantasie su Quella persona prima di addormentarsi o di sperare in qualcosa a cui teniamo?
Per me è un sì. Chiaro e tondo. L’amore è quello che ci porta avanti e non sto parlando solamente di quello romantico. L’amore in quello che facciamo, l’amore per un hobby, l’amore in una canzone o in un’immagine o in un istante. Forse, nella nostra educazione, dovrebbero insegnarci a ricercare un po’ di amore nella nostra vita e non solo a preoccuparci degli impegni che si susseguono uno dopo l’altro nella nostra esistenza. Così andrà sempre tutto bene? Certo che no, non prendiamoci in giro. Come direbbero i protagonisti del film però: “il dolore esige di essere vissuto” e probabilmente non sempre deve, a tutti i costi, essere evitato.
Sono realista amico/a che stai leggendo. Ci saranno sempre dei momenti in cui ci sentiremo soli. Ci saranno sempre dei momenti in cui saremo spaventati. Ci saranno sempre dei momenti in cui ci sentiremo confusi. Ci saranno sempre dei momenti, spero pochi, in cui saremo tristi. Anche questo ci rende vivi. Alla fin fine come tutte le cose anche l’amore ha i suoi pro e i suoi contro. Citando per l’ultima volta quel film:” Non puoi scegliere di non soffrire in questo mondo, però puoi scegliere per chi (o cosa) soffrire. E a me piace la mia scelta.”. Quello che ti chiedo è, a te piace la tua scelta?

Norwhy

Ha destato scalpore negli ultimi giorni il discorso del re Harald V di Norvegia, che, in breve tempo, si è conquistato uno spazio nella grande piazza pubblica di Internet. Con semplicità disarmante il sovrano, 79 anni, ha detto che i norvegesi sono quelli del Nord, del Centro e del Sud e anche i provenienti da Afghanistan, Pakistan, Polonia, Svezia o Siria, che vivono in Norvegia, oppure le ragazze che amano ragazze, i ragazzi che amano ragazzi e ragazzi e ragazze che si amano gli uni con gli altri o ancora chi crede in Dio, chi in Allah, chi in tutto e chi in niente. Il discorso si è concluso con una frase di grande significato: ”Spero che possiamo prenderci cura l’uno con l’altro. Che possiamo rinforzare il nostro Paese con fiducia, solidarietà e generosità”. E nella suddetta grande piazza pubblica di Internet c’è chi ha detto che è uno statista illuminato, chi ha affermato che è un buonista lontano dalla gente, chi è convinto che sia un discorso che deve far capire all’Europa quali sono i valori da difendere e chi, invece, sostiene che è facile parlare in questo modo in un’isola felice come la Norvegia, uno di quei Paesi scandinavi che si piazzano sempre ai primi posti nelle classifiche positive europee. Dal mio punto di vista, si può giudicare in modi diversi questo discorso, ma, di certo, non si tratta di retorica, perchè la Norvegia crede realmente nella fiducia e nella solidarietà, nonostante siano attitudini umane rare e difficile, oserei dire addirittura innaturali, viste le costanti mostruosità del nostro tempo, perpetrate da uomini verso altri uomini. Interessandosi ai temi del carcere, della pena e della rieducazione non ci si può non imbattere nel modello Norvegia, che scommette su chi ha sbagliato, in modo da non avere un pericolo o un peso per la società, ma una nuova risorsa. Ci sono dietro questioni etiche e politiche di non poco conto e sarebbe troppo facile schierarsi in una delle due opposte fazioni: chi vuole il perdono assoluto e gratuito, in nome del pietismo, e chi invece sbatterebbe i criminali in galera, garantendo loro che non vedranno più la libertà, per far desistere chi ha intenzione di delinquere. Entrambi sono atteggiamenti lontani dalla giustizia. Nessuno ha la verità in tasca, ma noi proviamo a dare una chiave di lettura sul tema, per incuriosire, far nascere un interesse e, sarebbe importantissimo, delle prese di posizione. Per approfondire le questioni di pubblica sicurezza, così attuali ai nostri giorni, abbiamo provato a osservare l’esempio della Norvegia con i tassi più bassi di recidività e con un alto numero di persone che hanno saputo cogliere la seconda opportunità, a loro riservata, arrivando addirittura a eccellere nei campi più disparati. Per cercare di capire come si vede il sistema carcerario norvegese direttamente da Oslo, abbiamo rivolto qualche domanda a Ingeborg Margrethe Svanes, Senior Advisor del Ministero della Giustizia e Pubblica Sicurezza di Norvegia.

La Norvegia spende molto per ciascuna persona che è in prigione (85000 € all’anno secondi i nostri dati). Pensa realmente che ri-educare sia un vero affare?

Esiste un principio di normalità nella politica di correzione norvegese che significa che la punizione sta nella restrizione della libertà e nessun altro diritto viene rimosso dalla corte di giustizia. Perciò il colpevole condannato ha gli stessi diritti come tutti coloro che vivono in Norvegia. L’ Education Act si applica a chi è in prigione e ci sono anche altri programmi e attività disponibili per i detenuti. L’Agenzia di correzione (agenzia specifica del governo norvegese, ndr) tenta di prevenire le recidive offrendo ai colpevoli, attraverso le loro stesse iniziative, delle occasioni per cambiare il loro comportamento criminale.

La Norvegia ha uno dei sistemi carcerari più moderni in Europa e nel mondo. È possibile esportarlo all’estero, secondo Lei?

La Norvegia mira attraverso la cooperazione internazionale ad assicurare che le sanzioni penali siano comminate in accordo con le leggi e normative internazionali, in particolare la Convenzione dei Diritti Umani. Ci terrei anche a menzionare che attraverso EEA Grants (contributi finanziari, a cui partecipano anche Islanda e Lichtenstein per la riduzione delle disparità economiche e sociali nell’area economica europea (EEA), ndr) la Norvegia sta finanziando varie misure per migliorare gli standard nel sistema carcerario in diverse nazioni europee dell’Est.

Le politiche europee in questi anni sono molto concentrate sulla sicurezza e i cittadini sembrano votare politici che promettono di “chiudere i criminali in galera e buttare via le chiavi”. Cosa insegna l’esperienza norvegese a proposito di ciò?

In accordo con il principio di normalità, il progresso durante la detenzione dovrebbe essere mirato il più possibile al ritorno in comunità. Più è chiuso un sistema, più sarà difficile il ritorno alla libertà. Perciò uno procederà verso un rilascio graduale da prigioni ad alta sicurezza a prigioni di sicurezza minore e possibilmente passando per centri di riadattamento alla vita sociale per ex detenuti (halfway house). Il rilascio su licenza è favorito e il Servizio di Correzione userà i loro poteri descrizionali per organizzare un processo dove lo sconto della pena è influenzato da rischi, esigenze e risorse individuali.

Potrebbe menzionare alcune storie esemplari di persone che vengono da una prigione che hanno completamente cambiato la loro vita? Sono il vero orgoglio della scelta della Norvegia in campo giudiziario?

Uno studio indipendente pubblicato nel 2010 mostrava che il numero di persone che sono state rilasciate dal carcere e sono risultate nuovamente colpevoli entro due anni era al 20%. Per leggere di più circa lo studio si veda:

http://www.kriminalomsorgen.no/getfile.php/2819934.823.xpewptatwc/Nordic+relapse+study+abstract+.pdf. Posso anche rimandare a uno studio sulla recidiva nelle nazioni nordiche che potrebbe essere interessante. Si veda https://brage.bibsys.no/xmlui/handle/11250/195255 per più informazioni.

Secondo Lei, come potrebbe migliorare ulteriormene il sistema carcerario norvegese?

Il Servizio di Correzione ha abbozzato una strategia per le operazioni del periodo 2014-2018, in cui gli obiettivi e le misure sono descritti in maggiore dettaglio. Si veda: http://www.kriminalomsorgen.no/getfile.php/2766216.823.fvprryqpxf/Operations+Strategy+2014-2018.pdf. In più, le informazioni che riguardano il Servizio di correzione norvegese in generale è disponibile in inglese al sito: www.kriminalomsorgen.no.

Ringraziamo la signora Svanes per la disponibilità dimostrata nel rispondere alle nostre domande e sottolineamo come non è detto che quello norvegese sia un modello esportabile in Italia, per le diverse condizioni socio-economiche, ma la scelta dei valori in cui si vuole credere e la gentilezza, disponibilità, competenza e trasparenza delle istituzioni, nei confronti di un ragazzo qualunque di un altro Paese che vorrebbe conoscere informazioni a loro modo delicate, dovrebbero essere posti in cima alla lista delle priorità, sia parlando di Italia sia del tormentato e, ad oggi, quasi impercettibile governo europeo.

Tre Bottoni per riallacciare la solidarietà

Forse, a volte, basta provare a vedere il mondo con gli occhi di un bambino per trovare tutto molto più chiaro e naturale. O semplicemente umano.

LA CASA DI TRE BOTTONI

C’era una volta un falegname, si chiamava Tre Bottoni. Forse si chiamava anche Giacomo o Napoleone, ma era stato soprannominato Tre Bottoni da tanto tempo che nessuno si ricordava più il suo vero nome, neanche lui.
Abitava in un paese povero povero, dove la gente non aveva certo i soldi per farsi i mobili nuovi. In un anno, si e no, gli ordinavano un tavolo e quattro sedie. L’anno dopo gli ordinavano appena appena uno sgabello.
– Non volete un armadio?
– Eh, chissà quanto costa.
– Un cassettone?
– Eh, chissà quanto viene.
– Un attaccapanni?
– Bravo, e che cosa ci attacchiamo?
I pochi panni che avevano li portavano indosso. Tre Bottoni pensò: «Mi conviene cambiar paese. Però, vado in un paese nuovo, dovrò comprare una casa, o perlomeno prenderla in affitto. Mi conviene fabbricarmi una casetta di legno e metterci le rotelle: me la porterò dietro dappertutto e quando farò fortuna mi sposerò, e quando mi sarò sposato la darò ai miei bambini per giocare».
Detto fatto, si mise al lavoro. Come falegname era bravo la fatica non gli dava noia e non aveva paura di picchiarsi il martello sulle dita.
Era anche piccolo, Tre Bottoni. Era anche magro. Non gli occorreva una casa tanto grande. Difatti, la fece piccolissima: ci stavano dentro lui, il martello e la pialla, ma la sega no, la sega doveva appenderla a un chiodo, fuori dalla porta. Sopra la porta ci dipinse il suo nome: «Tre Bottoni». Sotto la casa, ci mise quattro rotelline. Per tirarla, una stanga.
– Guarda, guarda, – diceva la gente, – Tre Bottoni ha fatto una casa col manico!
E ridevano. Ma Tre Bottoni fingeva di non aver sentito. Quando partì, tirandosi dietro la sua casetta a ruote, la gente diceva:
– Guarda, guarda, Tre Bottoni si è fatto la «roulotte». E la benzina dove la metti, che non hai il serbatoio? Te la bevi?
Tre Bottoni si levò il cappello per salutare e se ne andò. La casa era leggera. In discesa, Tre Bottoni ci montava su, come se fosse un carrettino, e via!
Cammina e corri, venne la sera e Tre Bottoni si fermò in un prato.
– Dormirò qui, per oggi ho fatto abbastanza strada.
Lo svegliò, qualche ora dopo, la pioggia che picchiava sul tetto. Era scoppiato un temporale e i fulmini guizzavano da tutte le parti.
«Senti come tuona», si disse Tre Bottoni.
Ma non era soltanto il tuono. Qualcuno bussava alle pareti della casetta, bussava, bussava, e una voce implorava:
Aprimi, per piacere. Aprimi, Tre Bottoni!
Chi è?
Mi bagno tutto, fammi entrare.
– Prova un po’, – disse Tre Bottoni, aprendo la porticina, – io la casa me la sono fatta su misura, ma se ci stai anche tu, ben contento.
Dove c’è posto per uno, c’è posto per due.
Entrò un vecchietto, si strizzò la barba per farne uscire l’acqua e si sdraiò.
– Vedi che ci sto?
– Vedo, vedo. Ma chi siete?
– Sono tuo zio Caramella. Sono rimasto solo, non ho più nessuno che mi dia un piatto di minestra, ho pensato a te. Figurati come sono rimasto male, al paese, quando mi hanno detto che eri partito. Per fortuna i ragazzini hanno visto che strada hai preso e me l’hanno indicata. Ti sei fatto la casa nuova, eh? Allora le cose ti vanno bene?
– Benone, benone – disse Tre Bottoni.
– Bravo, ci ho piacere – disse zio Caramella. – Adesso scusami, ma ho bisogno di dormire. Parleremo domattina.
– Buon riposo – disse Tre Bottoni. Lui però rimase sveglio a grattarsi in testa e pensava: «Povero vecchio, scommetto che non ha nemmeno cenato. Proprio come me».
E intanto tuonava, tuonava. Ma non era soltanto tuono. C’era qualcuno che bussava alla porta, e una voce pregava:
– Aprite, per favore. Aprite!
– Chi è?
– Una povera donna con i suoi tre bambini. Il temporale ci ha colti per la strada e non abbiamo riparo.
– Entrate – disse Tre Bottoni, aprendo la porta, -potete. Io la casa me la sono fatta su misura, ma se ci siete anche voi, ben contento.
Dove c’è posto per due, c’è posto anche per tre. I bambini li terrò in braccio.
Entrò la donna, entrarono i suoi bambini, si sdraiare a dormire, e ci stavano tutti.
– Vi ringrazio tanto – disse la donna, – ci si sta proprio bene, qui dentro.
– Scusate, ma voi dove andavate, con questo tempaccio?
– Andavo alla disgrazia, andavo – disse la donna, mettendosi a piangere. – Sono rimasta vedova con questi figlioli, non potevo più pagare l’affitto e il padrone mi ha sfrattata. Chissà che cosa sarà di noi domani!
– Adesso non pensateci. Cercate di dormire.
Tre Bottoni, però, non poteva dormire e pensava: «Poveretta lei e poveretti i suoi bambini. Scommetto che non hanno nemmeno cenato. Proprio come me e come lo zio Caramella».
Il temporale continuava. La pioggia scrosciava senza riposo. I tuoni rimbombavano da un capo all’altro della terra. E ogni tanto qualcuno bussava alla porticina, in cerca di riparo, e Tre Bottoni lo faceva entrare dicendo:
Dove c’è posto per cinque c’è posto per seiDove c’è posto per sei c’è posto per setteDove c’è posto per undici c’è posto per dodici
Una volta era un boscaiolo a cui il torrente aveva portato via la capanna. Un’altra volta erano due giovani in viaggio per andare all’estero a lavorare. Poi fu un vecchio cacciato di casa perché non poteva più lavorare. Poi un servitore del re cacciato dalla reggia perché si era ammalato e il maggiordomo non voleva farlo curare.
Prima dell’alba, quando il cielo era più cupo e i tuoni più violenti, un pugno imperioso bussò tanto forte che la casetta ne tremò.
– Aprite!
«Potresti aggiungere “per favore”», pensò Tre Bottoni, sorpreso. Ma apri lo stesso e si trovò davanti…
– Fammi entrare!
Ma era proprio…
– Fa’ entrare anche il mio cavallo!
Non c’era dubbio: il manto era fradicio, ma la corona brillava, come se il temporale l’avesse lucidata. Era il re!
Dove c’è posto per dodici, c’è posto anche per tredici – mormorò Tre Bottoni, inchinandosi. E tra sé aggiunse: «E dove c’è posto per un re, c’è posto anche per il suo cavallo».
– Vista di fuori – disse, – la tua casa sembrava più piccola.
Il re entrò e si guardò intorno alla luce dei lampi.
– Veramente – spiegò Tre Bottoni, – io me l’ero fatta su misura della mia persona.
– Che legno hai usato?
– Castagno, Maestà.
– Il castagno non è elastico come la gomma. C’è qualcosa che non capisco.
– E meno male che c’è – disse Tre Bottoni, – altrimenti come c’entrava tutta questa gente?
Sua Maestà re Bernardino Quarto rifletté a lungo.
– Forse non è questione di legno, ma di cuore – disse.
– Come sarebbe?
– Il cuore è piccolo come un pugno, ma se uno vuole può metterci dentro tutta la gente del mondo e rimane ancora posto. Si vede che questa casa l’hai fatta col cuore.
Tre Bottoni rimase zitto.
– E questa gente chi è? – domandò il re, indicando la piccola folla addormentata.
– Dunque, quello è lo zio Caramella, quella è una vedova con i suoi bambini, quello…
Tre Bottoni spiegò ogni cosa a re Bernardino che, ascoltandolo, diventava sempre più triste.
Quando poi notò il suo servitore malato, che si lamentava nel sonno, si tolse la corona di testa, come se a un tratto fosse diventata troppo pesante per portarla.
– Credevo di essere un buon re – disse, – e guarda quanta gente disgraziata. Che cos’ho fatto io per questa gente? Molto meno di te, che almeno le hai offerto un tetto per la notte. È ora che me ne vada.
– Con questa pioggia, Maestà?
– No, non volevo dire questo. E ora che me ne vado in pensione. Se uno non sa governare in modo da rende re felici tutti quanti, è meglio che si levi la corona dalla testa.
Pensò ancora un poco, poi disse: – Però posso fare ancora qualcosa. Appena sarà cessato il temporale, verrete tutti con me. Tu, a quel che vedo, sei un bravo falegname e alla reggia non ti mancherà il lavoro. Penseremo anche agli altri: chi ha bisogno di essere curato lo sarà, chi ha bisogno di trovare un lavoro lo troverà. In cambio, tu mi darai tua casa a rotelle: con essa girerò il regno in cerca di persone che abbiano bisogno del mio aiuto. Sei d’accordo?
Non si sa che cosa abbia risposto Tre Bottoni, perchè proprio in quel momento si udì un imperioso suono di clacson.
Durante la notte, il vento aveva spinto la casetta proprio in mezzo alla strada e la corriera non poteva passare.
– Ehi, voi altri – gridava l’autista, – ehi, zingarelli, sveglia! Tiratevi un po’ da parte.
La gente si affacciava ai finestrini e rideva. – È  la casa di Tre Bottoni…
La casa? Vorrete dire la «roulotte»!
Sveglia, Tre Bottoni!
Tre Bottoni usci dalla casetta e per prima cosa notò con sollievo che non pioveva più. Dietro di lui usci lo zio Caramella, pettinandosi la barba. Dietro lo zio Caramella uscì la vedova, uscirono i suoi tre bambini, l’ultimo cammina a quattro zampe.
– Ma quella non è una casa – rideva la gente, – è cappello di un prestigiatore! Vedrete che alla fine uscirà i coniglio bianco!
E fuori gente, e fuori gente.
– Ma come avete fatto a starci tutti insieme senza diventare piatti come sardine?
– Guardate! C’era anche un cavallo! Un cavallo bianco! Altro che conigli…
Ma dietro il cavallo usci il re in persona. Allora tutti ammutolirono. L’autista fece un inchino che a momenti si rompeva la schiena in due.
– Su, su, niente stori, – disse il re, – fate salire questa brava gente, pago io il biglietto. La casetta di Tre Bottoni potete attaccarla dietro la corriera, al posto del rimorchio. Io vi verrò dietro a cavallo e vi dirò dove dovrete fermarvi.
Se i libri di storia dicono la verità, quella fu la prima volta che la corriera giunse alla capitale scortata dal re a cavallo. E fu anche l’ultima.
Tre Bottoni sposò la vedova e, per far giocare i suoi tre bambini, fabbricò un’altra casetta di legno a rotelle, precisa alla prima. Era piccola cosi, ma ci stavano dentro tutti i bambini della città e se, da ultimo, un gatto voleva entrare, c’era posto anche per lui.

Gianni Rodari

In prigione in prigione

Poche parole aizzano le folle e le esaltano come: “Chiudere in cella e buttare via la chiave!”; poco importa quale sia l’odioso reato commesso. L’omicida, lo stupratore, il ladro (non l’evasore che è persona per cui è più facile sentire una strana e incomprensibile solidarietà), lo spacciatore o il politico corrotto devono marcire, chi più chi meno, in galera. La questione è delicata perché tocca da vicino le opinioni, mette in discussione la sicurezza personale del singolo, della propria famiglia e (oserei dire soprattutto) dei propri beni. Del resto, nessuno meglio di Fabrizio De André nel suo monologo in musica “Sogno numero due” ha sottolineato quale sia “il ruolo più eccitante della legge, quello che non protegge: la parte del boia”. Nell’ottica di chi è innocente e onesto, dal proprio punto di vista, consegnare alle forze dell’ordine i colpevoli o anche solo i sospettati di esserlo è una ulteriore garanzia di controllo e sicurezza, ma non è con la caccia all’uomo e il giustizialismo esasperato che una società può pensare di stare in piedi. Le norme e le leggi sono fatte per essere rispettate e la loro applicazione deve essere precisa, sensata e inflessibile. Detto ciò, il sistema carcerario italiano è ampiamente insufficiente e, anche se non è così immediato rendersene conto, addirittura pericoloso. La criminalità organizzata spesso si serve delle carceri per raccogliere manovalanza fedele, che non ha prospettive dopo il ritorno alla libertà, per i loro traffici illeciti. L’attuale polemica sul terrorismo dovrebbe far riflettere sul fatto che proprio le carceri sono la migliore palestra per l’indottrinamento, non certo di stampo religioso, ma improntato alla violenza e alla strage, nei confronti di sbandati, vittime di lavaggi del cervello al limite dell’alienazione. Insomma, le carceri vanno rivoluzionate per tentare di assicurare veramente i criminali alla giustizia. Ad oggi, la somiglianza con un covo di criminali ancora più pericolosi è la più fedele ed è, perciò, inaccettabile. In attesa che si apra un vero dibattito costruttivo a livello sociale e parlamentare, in barba a chi continua a spostare il centro dell’attenzione su altri argomenti in modo da poter essere sicuro che non si parli mai di niente, non resta che tentare di andare ad analizzare l’esempio di altri Paesi. Premesso che è doveroso pesare il contesto nella lettura dei dati tra i diversi Stati europei, salta immediatamente all’occhio il tasso di recidività a due anni in Norvegia è al 20% (fonte PLOS One, rivista peer-reviewed a libero accesso della Public Library of Science). In Italia la recidività si aggira addirittura attorno al 70%. Innegabile è il fatto che, quali ne siano le cause, il sistema detentivo italiano è un fallimento. In Norvegia gli accorgimenti sono relativamente semplici: ad esempio, le guardie carcerarie non fanno parte delle forze di polizia, ma compiono un percorso di studi a sé in cui seguono corsi, tra gli altri, di psicologia e la loro formazione è finalizzata al corretto rapporto con il detenuto. Purtroppo la questione centrale in Italia è il sovraffollamento, che contribuisce a creare un ambiente completamente ostile a chi è incarcerato. In Norvegia, che evidentemente non vive di questi problemi, si ritiene che la sola privazione della libertà (per tempi più o meno lunghi a seconda del reato) sia più che sufficiente come pena e quindi il sistema carcerario si adopera per dare l’opportunità a chi ha commesso crimini di uscire dalla propria cella definitivamente, con nuove competenze date dalla formazione sia scolastica che tecnica e, quindi, nuove possibilità nel vasto mondo fuori dal carcere. È tutt’altro che inusuale leggere di imprenditori norvegesi che hanno dato il via alla loro attività dopo essere usciti dal carcere. La prigione di Bastoy, isola formata da un gruppo di case in cui i detenuti sono liberi di lavorare in una segheria per mantenersi, dove si trovano soltanto cinque guardie non armate e il battello di congiunzione con la terraferma è guidato da uno dei detenuti stessi, è un modello internazionale, per chi deve scontare gli ultimi cinque anni di pena per determinati reati. C’è da dire che imitare semplicemente il programma norvegese sarebbe stupido, oltre che impensabile. Un Paese che non è capace di garantire opportunità serie e concrete neanche ai cittadini onesti, non si può permettere di farlo per chi è in carcere e quindi è andato contro alle leggi di quello stesso Paese. Però, non è più accettabile ad oggi che il carcere umili, alieni e prepari chi ci è detenuto a crimini ancora peggiori, se possibile. Nessuno ha le risposte in tasca: far partire progetti di lavoro e formazione che oggettivamente abbattono i tassi di recidività ha un costo importante e in un Paese che deve centellinare le proprie risorse, a fronte di livelli spaventosi di disoccupazione, di un’economia in deflazione e di un’emergenza migranti inedita, a cui vanno aggiunti gli inenarrabili sprechi, certamente verrebbe sollevata una polemica legittima. C’è chi ha provato a rispondere all’emergenza con attività di teatro con volontari, ma, ammesso che ciò abbia un’effettiva utilità, è un’ encomiabile azione minima, a cui va dato un seguito in termini molto più concreti. Forse cominciare a mettere in campo argomenti seri, costringere l’opinione pubblica a confrontarsi con la realtà del nostro sistema carcerario e della condizione della giustizia in Italia e provare a sostenere la tesi che urlare a squarciagola “In prigione, in prigione”è inutile e pericoloso. Perchè se continuiamo a voler buttare le chiavi siamo complici e colpevoli e potremo un giorno avere come la sensazione di sentire nelle orecchie un fastidioso sussurro: “In prigione, in prigione, proprio tu, andrai in prigione, e che ti serva da lezione!”.

Marco Brero

Nizza: un insieme simultaneo di milioni di storie

Ogni essere umano si identifica in coordinate spazio temporali precise: in questo chiaro istante ognuno si trova in un determinato luogo ed esattamente in questo momento si è presenti, si esiste, in quello spazio. In un attimo la vita di ogni persona prende forma realizzandosi in relazione a chi e a che cosa si compie nello stesso momento, in maniera sempre più diretta rispetto al grado di vicinanza. E così succede che lo stupore di migliaia di persone nell’essere lungo mare, a Nizza, in attesa dei fuochi di artificio per la festa della Liberazione francese, si incontri con la maledetta intenzione di un terrorista. Ed è subito strage.

Una strage che segna un continente in un anno che passerà sui libri di storia come rivoluzionario. Dal Brexit agli attentati di Parigi, Bruxelles e Nizza, dai muri lungo le frontiere ai disastri terroristici in Turchia, senza dimenticare le morti nel mar Mediterraneo.

In quest’epoca molto si realizza in una paura continua, tra urla e grida di chi fugge dal luogo in cui stava esistendo per salvare la possibilità di continuare a realizzarsi in un altro spazio e in un altro tempo: la possibilità di continuare a vivere. Eppure il terrore di vivere, poco alla volta, è sempre più presente nella quotidianità, perché l’obiettivo degli attentatori è farlo entrare in noi.

Come sosteneva Jean Luc Nancy, “La storia non è la storia, è l’insieme simultaneo di milioni di storie.” Tante storie ci hanno lasciato ieri sera sulla Promenade des Anglais. Un giorno ci ricorderemo solo del numero delle vittime, non delle loro storie, ma analizzeremo ogni singolo dettaglio di chi guidava quel tir bianco, asfaltatore di tante vite.

Con il coraggio e la forza espressi da un marito vedovo dopo il Bataclan, nonostante non si trovi neanche la forza per parlare, certi avvenimenti non sono degni di fermare l’essere umano nel compiere la sua vita. Richiamano l’essere umano all’umanità, alla vicinanza, al coraggio di rialzarsi.

L’ultima cosa che vorrebbero le storie che ieri sera ci hanno lasciato sono la rassegnazione e l’odio, soprattutto ora che possono osservare le cose da un’altra angolatura. Dalla visuale di chi ha terminato gli attimi per manifestare se stesso su questo pianeta chiamato Mondo.

 

Luca Lazzari

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