L’ispirazione di Kamala Harris

Kamala Harris è la nuova vicepresidente degli Stati Uniti, nonché la prima donna a ricoprire tale carica. Quando Joe Biden l’ha scelta come candidata alla vicepresidenza i servizi segreti le hanno assegnato il nome in codice “Pioneer” che, finora, ha rispecchiato perfettamente la sua identità e il suo modo di agire.

Nel corso della sua vita Kamala Harris si è sempre distinta dalla massa, infrangendo barriere e rompendo convenzioni sociali, lo dimostra il fatto che sia stata la prima procuratrice distrettuale a San Francisco, la prima procuratrice generale della California, la prima donna di origini indiane a essere eletta in senato e ora la prima donna vicepresidente degli Stati Uniti. In un’intervista al Washington Post ha dichiarato che uno dei problemi più grossi che ha affrontato quando si è candidata la prima volta è stato proprio quello del venir “etichettata”: “Ti chiedono di definire te stessa in modo da rientrare in una categoria che altre persone hanno creato, ma io sono quello che sono. Forse gli altri hanno bisogno di inquadrarmi, ma a me va bene così”.

La determinazione a emergere e il rifiuto di farsi limitare dalle aspettative della società sono dei valori che Kamala ha ereditato dalla madre, Shymala Gopalan, di origini indiane. Durante le interviste e nel corso della campagna elettorale la vicepresidente ha richiamato più volte la figura della madre, una fonte d’ispirazione che negli anni ha anche condizionato il suo atteggiamento politico.

Prima ancora che Kamala nascesse, Gopalan stava già abbattendo numerose frontiere. Dopo essersi laureata in scienze domestiche In India decise di far domanda per un dottorato a Berkeley in nutrizione ed endocrinologia e, dopo l’approvazione dei genitori, partì. Gopalan arrivò negli Stati Uniti in anni in cui le leggi sull’immigrazione erano molto severe e a solamente cento indiani all’anno veniva concesso l’ingresso nella nazione. All’epoca la comunità indiana conviveva con un notevole razzismo, Gopalan era una dei dodicimila indiani arrivati in America, di cui la maggior parte erano uomini. Partire oltreoceano, iniziare un dottorato in un paese sconosciuto ed entrare in contatto con una cultura completamente diversa da quella indiana fu prova di forte coraggio e gran determinazione, soprattutto in quegli anni fu una scelta molto progressista.

Non appena mise piede negli Stati Uniti Gopalan scese in piazza e partecipò a numerose proteste. Era sempre in prima fila per combattere le ingiustizie sociali, il razzismo, la guerra in Vietnam e l’imperialismo. Fu proprio grazie all’attivismo politico che conobbe Donald Harris, un dottorando di Berkeley di origini giamaicane. I due si sposarono pochi anni dopo e chiamarono la loro prima figlia Kamala, che significa “fior di loto” in sanscrito. 

Il rapporto tra Gopalan e Harris fu rivoluzionario, all’epoca era raro che una donna indiana si sottraesse alla tradizione del matrimonio combinato e, oltretutto, decidesse di sposare un nero. In india la discriminazione per il colore della pelle è ancora molto diffusa. Il matrimonio fu per Gopalan un atto di amore, ma anche una atto di ribellione verso le convenzioni sociali. 

Pochi anni dopo Harris e Gopalan divorziarono e questo, come accadde per il matrimonio, fu fonte di polemiche e scandalo. Kamala racconta che per la madre il divorzio fu una sconfitta: “Credo che per mia madre il divorzio abbia rappresentato un tipo di fallimento che non aveva preso in considerazione. Spiegare il matrimonio ai genitori era già stato difficile, spiegare il divorzio, immagino, fu ancora più difficile. Dubito che le abbiano detto ‘te l’avevo detto’, ma queste parole le saranno comunque riecheggiate nella testa”.

Dopo il divorzio Gopalan si trasferì a Montréal con le figlie, accettando un posto di lavoro all’Università McGill. Anche in Canada continuò a crescere Kamala e la sorella Maya coltivando entrambe le identità, quella indiana e quella nera. All’epoca per un’indiana era una scelta insolita, ma Gopalan voleva che crescessero orgogliose delle loro origini, senza pensare a cosa avrebbero pensato la famiglia o gli altri. Ripeteva spesso di “Non lasciare che siano gli altri a dirti chi sei perché sei tu che devi dirglielo”. Con questa filosofia di vita si fece strada e riuscì a emergere in quella società che la trascurava, trattandola come una “outsider”.

Sin da piccola Kamala venne condizionata dalla figura materna, da adolescente organizzò una protesta a Montréal, reclamando il diritto di poter giocare a calcio nel cortile del condominio. Ancora oggi il suo atteggiamento politico rispecchia molto le ideologie, i valori e i modi di agire di Gopalan. Kamala è una delle poche dirigenti le cui politiche non si allineano chiaramente con un polo ideologico del Partito Democratico, diviso tra progressisti e moderati. Durante la propria carriera ha vacillato tra i due fronti, prendendo anche posizioni che non rappresentavano nessuno dei due campi. Questo ha messo in dubbio l’autenticità delle sue convenzioni. Eppure il fatto di non appartenere strettamente a nessuno dei due schieramenti l’ha probabilmente resa la scelta giusta come vicepresidente di Biden. 

Quando lanciò la campagna per diventare procuratrice distrettuale di San Francisco, la madre la aiutò e la sostenne: faceva da autista, coordinava i volontari e le attività e raccoglieva i consensi per la candidatura della figlia. Non esisteva incarico che Kamala non potesse ricoprire. Per tutta la vita Shymala Gopalan si differenziò dalla massa, continuando a coltivare la sua idea di cosa fosse possibile. Forse il fatto che un giorno sua figlia avrebbe raggiunto il vertice della piramide politica statunitense è una delle cose che avrebbe potuto immaginare.

Radici

Sentivo le luci scorrermi nelle vene.

Quelle offuscate, senza contorni definiti e palpabili; quelle che vanno sempre amalgamandosi con le tonalità morbide degli immobili circostanti. Quelle accese nella prima notte, quando il sole pallido bacia un’ultima volta la strada e si ritira, senza promettere se il giorno dopo tornerà o meno.

Quelle luci t’incendiavano, ti facevano sentire il cuore nelle orecchie e la voglia di ballare al suono delle macchine sfreccianti. Ti facevano venire voglia di cambiare faccia, di mutare aspetto, di smetterla di avere i capelli scuri e gli occhi limpidi. Ti facevano perdere la tua meta, ti cambiavano il tragitto e in te facevano nascere il desiderio di perderti: lasciare i piedi allo sbando, unicamente guidati dalla fragranza di un romanzo di fine Ottocento ancora aleggiante sopra gli spioventi e stretti tetti, di rado illuminati da qualche immagine familiare visibile attraverso le finestre.

Pareva quasi ti parlassero le strade: erano come la proiezione delle parole che le persone avevano paura di dire. Ti invogliavano a prenderle, a sviare, a sbagliare via e a non trovare più il ritorno. Ma cosa importava ritornare a casa quando l’anima ribolliva per l’autenticità che era riuscita a scovare fra i ciottoli di quelle strade, fra i bordi stretti che abbracciavano la Senna, fra le luci dei cafès, talvolta vuoti e talvolta pulluli di anime giovani a cui la vita alludeva serbare più che la vita stessa, sebbene la consapevolezza fosse ormai greve, pronta a prendere i sogni e trascinarli in un baratro.

Ma finché sei lì, finché Parigi ti parla e con le sue luci soffuse ti culla con la promessa che il tempo mai si è evoluto in quella città dalle vie ciottolose, la consapevolezza è meno pesante, meno ardua da sopportare, mitigata da quell’illusione di vivere come in una dimensione ormai perduta, ormai bruciata dall’avidità con cui l’uomo gioca a scottarsi. Cullami, Parigi.

Fammi ubriacare del profumo dei croissants e delle baguettes appena sfornate in un mite giovedì mattina e fammi addormentare a ritmo dei passi sconnessi e rubati dell’amore che, come uno spirito vagante, fa capolino dietro gli occhi trasparenti e la voce pressata dall’insoddisfazione che la vita ha donato.

Pare quasi una sorta di nostalgia per un qualcuno che conosco a malapena.

L’amore mi è sconosciuto: talvolta penso che mai mi innamorerò perché ho un labirinto racchiuso fra quattro ossa che nemmeno io sono capace di districare. Ma tu, m’hai fatta innamorare con la delicatezza di un quadro che prende l’anima e la ribattezza e, assorbendomi tutto il caos con cui ormai convivo, m’hai tolto anni pesanti dalle spalle. Immobile, fra le tue strade che paiono braccia, ho sfiorato quella meraviglia che solamente un bambino che vede il primo tramonto sarebbe capace di provare.

Amore mio, lontano, ti cerco nello specchio di ricordi sfocati, fra i profumi di Saint Germain-Des-Pres, seduto nel giardino delle Tulleries a guardare il via vai di gente pura, libera, o a contemplare le Ninfee di Monet all’Orangerie, in mezzo a tutto quel colore tenue che rigenera l’anima e che dipinge gli occhi.

Amore mio, lontano, percorro sentieri per tornare da te, per tornare da me, che mi manchi, che mi manco, o Parigi.

 

testo a cura di Cecilia Capelli

Ridi che ti passa

Una risata può davvero migliorare la tua giornata.
Sembra assurdo ma ridere fa bene al cuore, è la via più semplice ed economica per sentirci meglio.
I benefici della risata sono conosciuti fin dai tempi di Ippocrate, padre della medicina, che attribuiva al ridere il potere di liberare sostanze benefiche per la nostra salute. La scienza di oggi ha confermato le antiche sapienze. Infatti al termine della nostra risata si ha un rilascio di sostanze chimiche naturali, endorfine e catecolamine, che ci fanno sentire vivaci e in forma.
Ridere è una medicina che fa bene a tutti, grandi e piccini!
Ad ogni modo, la terapia del sorriso non è una novità: il padre della risoterapia Patch Adams, da cui si è ispirato l’omonimo film, ha trasformato la risata in cura. «Una risata può avere lo stesso effetto di un antidolorifico» dice Patch Adams «entrambi agiscono sul sistema nervoso anestetizzandolo e convincendo il paziente che il dolore non ci sia».
Addirittura uno studio del professore Maciej Buchowski, ha evidenziato che ridere dieci o quindici minuti al giorno permetterebbe di bruciare circa cinquanta calorie.
La risata è una capacità innata che abbiamo sempre a disposizione, basta solamente decidere di usarla!
Qualche volta per stare meglio abbiamo solo bisogno di qualcuno o qualcosa che ci faccia ridere e ci faccia staccare dal nervoso e dallo stress del mondo reale.
Se di oggi non ti sei ancora fatto una bella risata, cosa stai aspettando?

Alice Taricco

Birra

Penso stia tutto nel sapore della birra. Forse l’ho tirata fuori troppo presto dal frigo ormai vuoto e ammaccato, doveva rimanerci ancora un po’. O magari è scaduta.

Perché, oltre al tempo, anche le birre scadono, vero?
È una domanda che mi faccio spesso, tutte le volte che butto giù un sorso di questa birra che sa di altro, di lontano, mi sembra sia stata stillata da bersi almeno cinquant’anni fa, o magari anche solo ieri, ma decisamente questa birra è già morta nel momento in cui l’assaggio.
O forse sono io ad essere sbagliato per questa birra: forse sono io a farla diventare così amara, così forte. Forse sono io ad essere in un tempo lontano, quando magari ancora la birra in lattina non esisteva e non esisteva nemmeno un apribottiglie, quando la birra non la pagavi in offerta al supermercato e, in fila per la cassa, la tenevi sottobraccio come fosse un figlio, e ipocrita t’ostentavi a criticare la falsità dietro gli scaffali.
Bel panorama, però. Viola tenue al limite dell’orizzonte e una bottiglia di vetro.
Eppure nulla. Assolutamente nulla.

Sono scaduto tempo fa, ma nessuno si è mai preoccupato di buttarmi nell’indifferenziata. Alla fine è questo che siamo un po’ tutti, no? Indifferenti non cestinati, ed è questo il ruolo che ci divertiamo ad impersonare ogni giorno. Se qualcuno mi ci avesse buttato, nell’indifferenziata, almeno saprei di non star inquinando.
Ma i moralismi non sono mai stati fatti per me, e quindi la sapete una cosa? È tutto intorno che m’inquina, non io. È questa birra, che forse non è scaduta, ma è persino troppo buona per essere bevuta come se nulla fosse, come se il resto, in realtà, non stesse andando a catafascio, come se la corruzione negli occhi delle persone fosse solamente un momento d’ebrezza, e non la consapevolezza che, di guardare, non siamo più capaci.
Sei scaduto quando ti accorgi di non riuscire nemmeno a finirla, una birra. Quando nemmeno una gradazione ti alleggerisce, quando il retrogusto amaro non sazia la sete di libertà che hai. Capisci di essere scaduto quando guardi un tramonto violaceo che bacia i contorni della terra e non riesci a fare un po’ di cliché, ad immaginarti tutti i baci mai dati e che avresti potuto dare nelle sfumature del cielo, quando un bacio nemmeno sai cosa sia. Capisci di essere scaduto quando non hai nemmeno più voglia di aggiustare il frigo, di rimettere la batteria e andare avanti, andare, andare, per inerzia, fino a…
Capisci di essere scaduto quando senti le labbra contrarsi, e, passando una svelta mano sulle guance, percepisci solo un lieve, sconfitto, ma indifferente sorriso, rivolto a quella vista, a quel mondo che tanto urla e canta, ispirato dalla bellezza e dalla superbia, e che pretende di essere consumato con gli occhi, di essere invidiato, addirittura odiato. Ma, in quello stesso istante, rientro, poggio sul tavolo la bottiglia di vetro, e semplicemente la lascio lì, a vivere.
Perché, alla fine, sta tutto nel sapore della birra.

Cecilia Capello

Seconda chance

Ci impegniamo a fondo e ci va male, ci rimproveriamo e rimaniamo arrabbiati con il mondo per aver perso l’opportunità. Crediamo di essere stati originali e provocatori ma non veniamo apprezzati per niente, anzi una valanga di critiche ci travolge. Siamo completamente persi, nelle mani del destino, abbandonati a noi stessi… però forse c’è una remota possibilità di rialzarsi.

Albert Einstein diceva che nel mezzo delle difficoltà nascono le opportunità. Forse aveva ragione, proprio quando la prima porta ci è stata sbattuta in faccia magari, subito dopo, altre porte si aprono regalandoci il doppio di prima. Non si può mai smettere di credere nelle seconde opportunità. La vita è lunga, piena di momenti negativi come di positivi, non si può mollare in nessun momento.

Ognuno ci mette il suo tempo a riprendersi da un fallimento, grande o piccolo che sia, ma tutti abbiamo l’opportunità di guarire e rialzarci arricchiti. Fare errori è normale, fa parte del gioco del buttarsi, dell’avere coraggio e voglia di fare. Per questo credo nelle seconde chance, tutti ne hanno bisogno, almeno di una nella vita. Più si rischia più si fanno errori e più possiamo cambiare la nostra vita.

La paura più grande è quella di interrompere la comodità a cui siamo abituati perché se usciamo dal nostro guscio è tutto una salita. Però il vivere la vita a pieno sta proprio nell’esplorare i nostri limiti, accettare una seconda opportunità per poi magari fallire di nuovo ma capire la giusta strada da prendere.

Sentirsi smarriti credo che sia una delle sensazioni più frustranti della vita, quando non sai dove andare o non hai un obbiettivo ti senti nullo. Se non hai nessuno che crede in te e che ti sprona è difficile andare avanti e non mollare tutto. Ma sapete una cosa? Tutti i più grandi campioni, innovatori e celebrità hanno avuto dei fallimenti prima di arrivare al successo. Perché se non cadi, non impari e per brutto che sia quel momento in cui tutto va male bisogna trovare qualcosa o qualcuno a cui ispirarsi. Molte volte condividere i fallimenti personali aiuta a superarli o può aiutare gli altri a uscirne.

Ho letto un romanzo molto incoraggiante e che fa riflettere: “Le coordinate della felicità. Di sogni, viaggi e pura vita.” di Gianluca Giotto. Vorrei quindi condividere una frase del libro che mi ha colpito e che credo possa riassumere tutto:

《Fallire significa provarci, e provarci significa fallire in ogni caso. Non importa il risultato finale, l’unica cosa che conta è la consapevolezza di averci provato. Perché nel cuore di una persona che ha vissuto a pieno non c’è spazio per i sé o per i ma, non c’è spazio per i rimpianti né i rimorsi》

Articolo di Alice Taricco

Keep strong Portland

Ho conosciuto Portland nel 2015 quando ho deciso di frequentare il quarto anno di superiori in una high school americana.

La città è diventata immediatamente la mia seconda casa, il mio mondo lontano, la mia isola segreta. E sottolineo il “mia” per enfatizzare la sensazione di appartenenza, quasi gelosa, alla città.

C’è poco da discutere, chiunque sia stato nella metropoli può affermare quanto sia bella e come sia facile innamorarsene.

Mentre Los Angeles è sole e oceano, i newyorchesi sono ossessionati dalla carriera e a Chicago c’è sempre vento, Portland è famosa per essere la casa degli eccentrici. Merito dello slogan pubblicitario Keep Portland weird e del successo della serie tv Portlandia che dipinge la metropoli come luogo ideale per gli anticonformisti e mecca per gli hipster. Molti giovani si sono trasferiti in Oregon per seguire le proprie passioni e sentirsi liberi di scegliere, vivendo una vita tranquilla.

La quiete e la serenità vengono alimentate dalle bellezze naturalistiche che caratterizzano l’Oregon: Portland è circondata dalla foresta, viene attraversata dal Willamette River e presenta numerosi giardini pubblici e parchi. Viene definita la città delle rose e ricalca perfettamente l’immagine della green city coniugando ecologia e urbanizzazione. Gli abitanti sono tutti amanti della natura, dello sport e dell’aria pulita.

Oltre a essere considerata attiva dal punto di vista ecologico, la città è anche famosa per il suo attivismo politico. A differenza di moltissimi stati americani, l’Oregon si può affermare democratico: da sempre si lotta per la parità, l’uguaglianza e i diritti dell’uomo. Si svolgono innumerevoli scioperi e manifestazioni a cui partecipano migliaia di persone, di tutte le etnie.

È un luogo eterogeneo, cosmopolita e progressista.

Spesso le mostre del Portland Art Museum denunciano ingiustizie e disparità del mondo, stimolando i visitatori a essere più solidali verso gli altri e creare un clima equo e paritario. Si crede nella lealtà, nell’unione e nella condivisione.

Basta vedere cosa è successo negli ultimi mesi: la città ha reagito al movimento Black Lives Matter e la gente è scesa in downtown a protestare 24/7. Conosco dei ragazzi a cui hanno spruzzato lo spray al peperoncino in faccia, altri a cui le forze federali inviate da Trump hanno portato via un familiare mentre era in strada a protestare.

Eppure, è una metropoli che resiste e non si arrende, che continua a lottare per supportare i propri ideali.

Il 2020 la sta mettendo duramente alla prova: prima l’epidemia, poi gli scontri violenti e misteriosi tra manifestanti e federali, ora gli incendi che si stanno propagando in tutta la zona.

Moltissime persone hanno dovuto lasciare la propria casa ed evacuare dalle città oregoniane. Se prima non si usciva dalla propria abitazione per paura del virus o di venir rapiti da veicoli senza targa, ora non si esce per l’impossibilità di respirare a pieni polmoni: il cielo è rosso fuoco, il fumo e la nebbia si possono tagliare con la lama di un coltello.

Le fiamme si alimentano ogni giorno, aiutate da incendi dolosi e dal fatto che ci sia tantissimo verde. Piano piano distruggono alcuni dei luoghi naturalistici più antichi e famosi d’America.

La città sta soffrendo, sia per le conseguenze del cambiamento climatico, sia per le decisioni prese dal presidente americano. Ancora più spaventoso è pensare cosa potrebbe succedere se Trump vincesse di nuovo le elezioni, ipotesi da non sottovalutare.

Fa male pensare che la propria città del cuore sia in difficoltà, che gli affetti che ci vivono siano in pericolo e che bisognerà aspettare la stabilità prima di rivedersi.

Spero che l’anima della città non venga modellata dall’odio e dai disagi che sta vivendo. Spero che rimanga pura e che esca vincitrice dalle complicazioni di questo anno crudele, più forte e, se possibile, ancora più vera.

Keep strong.

 

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