Il pensiero creativo

“ Tutti i bambini sono degli artisti nati, il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”
Pablo Picasso

Quando siamo piccoli ci fidiamo ciecamente della nostra immaginazione, ci buttiamo in ogni situazione senza aver paura di sbagliare, almeno ci proviamo. Crescendo e diventando adulti la maggior parte di noi perde questa fiducia nella creatività, abbandoniamo la capacità di lasciarci andare. Come dice Picasso, tutti i bambini nascono artisti, il problema è rimanerlo anche quando si diventa grandi. Forse disimpariamo ad esserlo o ci insegnano a non esserlo.

Nel sistema educativo, le arti vengono spesso considerate futili, meno importanti di altre discipline. Invece, io credo che la matematica sia importante tanto quanto la danza o la musica. Molti genitori continuano a ripetere ai loro figli: “non fare arte, non diventerai mai un grande artista, guadagnerai poco”. La carriera artistica non è sicuramente facile ma tutte le strade che decidiamo di percorrere presentano degli ostacoli. Così tante persone creative, per il sistema in cui sono inserite, pensano che non lo siano e finiscono per non scoprire mai il loro potenziale.

La società ci spinge a chiuderci in schemi di riferimento e ad adeguarci alla realtà che ci circonda. Siamo terrorizzati di sbagliare, stigmatizziamo gli errori. Insomma siamo schiavi dei giudizi degli altri. Ma se non siamo preparati a sbagliare, non ci verrà mai in mente qualcosa di originale. Essere creativi significa generare idee che vadano oltre le strade battute e possiamo farlo solo se siamo pronti ad andare fuori dal nostro cammino abituale. Il pensiero creativo consiste nel compiere dei tragitti sconosciuti.

Fino al secolo scorso prevaleva l’idea che la creatività fosse simile al genio, una dote raramente posseduta ed esplicitata in campi ristretti come, ad esempio, l’attività artistica. Ancora oggi se si chiedesse a qualcuno chi potrebbe essere la personificazione della creatività, si penserebbe subito ad un tipo bizzarro, stravagante e insolito. Ma in realtà tutti siamo creatori. Tutti abbiamo un’infinità di intuizioni che spesso non abbiamo il coraggio di seguire fino in fondo, continuando così a costruire una realtà lontana da ciò che intimamente sentiamo.

Buona parte delle persone sembra pensare che la vita sia un percorso lineare, che le nostre capacità scemino con l’età e che le opportunità perdute non si ripresenteranno mai più. Forse molte persone non hanno trovato la loro strada perché non comprendono la costante capacità di rinnovamento. Questa visione limitata di noi stessi dipende sia dai nostri simili e dalla nostra cultura ma anche dalle nostre aspettative. La creatività è un modo per sconfiggere questa paura costante di sbagliare, è la capacità di mettere in discussione quello di cui gli altri non dubitano mai, quello che si reputa ovvio. È un modo per creare un senso di scopo e per non sentirsi impotenti davanti alla vita.

La tecnologia può copiare la nostra razionalità ma quando siamo creativi sentiamo emozioni che non sono esprimibili in linea retta. La creatività porta bellezza e incentiva l’innovazione. Infatti, molti studi confermano che uno degli aspetti fondamentali dell’intelligenza è proprio il pensiero creativo che ci permette di vedere le cose diversamente, di trovare nuove soluzioni e andare oltre gli ostacoli.

Per essere creativi ognuno deve individuare il suo rituale, il suo personale approccio. Bisogna praticare il pensiero creativo come una sorta di allenamento per irrobustire la nostra creatività, ad esempio, in cucina, nel giardinaggio per poi trasferirla dove ci occorre, come sul lavoro. L’immaginazione si può educare anche ascoltando l’altro oppure osservando chi ci circonda. Perfino le parole di uno scrittore possono evocare immagini nella nostra mente e guidare il processo creativo. Tuttavia essere creativi vuol dire prima di tutto entrare in contatto con sé stessi. Infatti molte attività creative vengono utilizzate spesso in ambito terapeutico proprio perché creare ci riporta a noi stessi. In fin dei conti, il pensiero creativo è ciò che ci permette di andare al di là delle cose scontate, ci permette di trovare delle risposte diverse a domande che pensavamo avessero già una risposta definitiva e universale.

Albert Einstein diceva: “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione.”

 

Norwegian Wood

Ho deciso di leggere Norwegian Wood quando l’ho visto delicatamente appoggiato sulla scrivania di un’amica. Due cose hanno catturato la mia attenzione, la copertina rossa e il fatto che avesse l’aria di uno di quei libri vissuti che, quando li guardi, ti chiedono di essere aperti e letti. Così me lo sono fatta prestare.

Norwegian Wood è un romanzo di Haruki Murakami, pubblicato nel 1987. Leggerlo è una sorta di rito di passaggio, quasi tutti i miei coetanei l’hanno fatto, chi più di una volta. I feedback sono vari, c’è chi lo ha amato, chi odiato, chi ha provato emozioni contrastanti avendolo letto in momenti diversi della propria vita. L’edizione che ho letto io era già passata  in diverse mani, con pagine gialline, alcune frasi sottolineate e gli angoli della copertina consumati.

Per quanto mi riguarda, sono solidale con le recensioni positive, mi sono affezionata molto in fretta sia alla storia che ai personaggi.

Norwegian Wood è un lungo flashback, narrato in prima persona dal protagonista Watanabe. Il ragazzo, ormai trentasettenne, si trova su un aereo diretto in Germania quando sente “Norvegian Wood” dei Beatles uscire dagli autoparlanti del mezzo. La canzone lo porta a ricordare con nostalgia eventi e persone del suo passato, quando frequentava l’università a Tokyo. Watanabe era uno studente semplice e curioso, appassionato di letteratura americana. All’inizio del primo anno di università ritrova un’amica, Naoko, che non vedeva dal funerale di Kizuki, migliore amico di lui e fidanzato di lei, morto suicida a 17 anni. Naoko è una ragazza bellissima di cui Watanabe si innamora. Inizia così la loro storia, un amore lento, delicato e intenso: Naoko è pericolosamente fragile, ma più lei mostra i sintomi del disagio mentale che la tormenta, più Watanabe si fa coinvolgere. Nel momento in cui Naoko si allontana da Tokyo per curarsi, Watanabe conosce ed inizia a frequentare un’altra ragazza, Midori, che pur avendo anche sofferto molto in passato, è vivace, vitale e disinvolta.

Watanabe incontra numerose persone durante il racconto, tutte molto diverse tra loro. Ciò che mi ha colpito è come l’autore sia riuscito perfettamente nella descrizione dei personaggi; personalmente non mi riconosco in nessuno di questi, ma, in qualche modo, capisco i loro pensieri, le loro emozioni e i loro gesti come se fossero miei. Riesco a immedesimarmi in ognuno di loro pur essendo totalmente diversa ed estranea alla loro realtà. L’atmosfera della storia è così personale e introspettiva che è impossibile non farsi coinvolgere né non portarsi dietro qualcosa una volta terminata la lettura.

Probabilmente le due ragazze, Naoko e Midori, rappresentano i due lati della personalità di Watanabe, motivo per cui lui ama entrambe e non sa con chi vuole stare. La sua indecisione rispecchia ognuno di noi: la nostra personalità viene rappresentata sia da Naoko, timida, impaurita, sola e triste, sia da Midori, combattiva, estroversa e leggermente volgare. Siamo sempre sospesi tra il desiderio di compagnia e lo stare in solitudine, la voglia di affermare noi stessi, ma anche di venire accettati dagli altri.

Un altro aspetto incredibile del romanzo è come l’autore affronti temi molto intimi e delicati in maniera semplice, ma non superficiale. Argomenti che ancora oggi vengono considerati tabù, come ad esempio la sessualità o il suicidio, viaggiano liberi e con la volontà di essere raccontati. É anche vero che il romanzo trattando temi complicati, non può che trasmetter anche un forte senso di inquietudine e malessere. Più di una volta ho interrotto la lettura perchè mi sentivo triste e malinconica, eppure non vedevo l’ora che questo sentimento si

affievolisse per poter portare a termine il capitolo. Questo perchè la storia rivela speranza e ciò porta a sopportare questa sensazione di disagio, protagonista della vita dei personaggi.

La narrazione mi ha quindi portata a fare un viaggio tra i sentimenti, le emozioni e le oscurità che si incontrano tra l’adolescenza e i primi anni della vita adulta. Gli amori, le amicizie, lo studio, il sesso, la consapevolezza di se stessi. In ogni esperienza che vive, il protagonista appare talmente reale e vivo che si rivela essere tremendamente umano. Ci rivela tutto, ogni singolo pensiero o sentimento, da quello più timido e ingenuo a quello più spinto e perverso.

Uno dei miei passaggi preferiti è il discorso tra Watanabe e Midori, quando lei gli racconta del club di musica folk a cui si è iscritta all’università e della sua sensazione di non appartenenza e disagio perchè si sente giudicata e viene presa di mezzo perché considerata intellettualmente e culturalmente inferiore rispetto agli altri:

– “Come è possibile che non capisci queste cose? mi dicevano. Come pensi di vivere senza un’idea nel cervello? Ma io sono quella che sono. Non sarò una persona intelligente. Sono una persona comune. Ma sono anche le persone comuni quelle che sostengono la società, e quelle che vengono sfruttate? E sbandierare di fronte alle persone comuni parole che non possono capire me lo chiamate rivoluzione? Trasformazione della società? Io vorrei fare veramente qualcosa per migliorare le condizioni della società. E credo che se ci sono veramente persone sfruttate bisogna mettere fine a questa cosa. E non è proprio per questo che facevo domande cercando di capire?

 –Sí, credo di sí.

 –Allora pensai: questi sono solo una massa di mistificatori. Si compiacciono di usare paroloni difficili a effetto per suscitare l’ammirazione delle ragazze appena entrate all’università, e in realtà pensano solo a infilare le mani sotto alle gonne. Poi quando arrivano al quarto anno si tagliano i capelli, trovano un bell’impiego alla Mitsubishi, alla TBS, all’IBM o alla Banca Fuji, si prendono una moglie carina che non ha mai letto una parola di Marx e affibbiano ai loro bambini i nomi piú pretenziosi che trovano. Altro che «Distruzione della cooperazione università-industria!» C’è da piangere dalle risate. Gli altri appena iscritti come me neanche a parlarne. Anche se non avevano capito un bel niente facevano la faccia di chi ha capito perfettamente ed è dalla parte giusta. E poi in privato mi dicevano: «Non fare la scema, anche se non capisci basta che dici “sí, sí” o “ah, ma davvero!” e tutto andrà bene».

[…] Tutta l’università è piena di questi ipocriti. Passano la loro vita tremando, nel terrore che gli altri possano scoprire che non hanno capito qualcosa. E naturalmente leggono tutti gli stessi libri, si riempiono tutti degli stessi paroloni, ascoltano tutti John Coltrane e si esaltano con i film di Pasolini. Sarebbe questa la rivoluzione?

-Non chiedere a me. Non mi è mai capitato di vederne ”

Le nuove tensioni tra Israeliani e Palestinesi

Le tensioni tra Israeliani e Palestinesi, nate dopo la proclamazione della nascita dello Stato d’Israele nel 1948 e da allora mai terminate, sono nuovamente cresciute in questi giorni, innescate da un’antica disputa legale che la Corte Suprema israeliana avrebbe dovuto risolvere lunedì 10 maggio con una sentenza definitiva, poi rinviata a causa della recente crisi.

La disputa riguarda Sheik Jarrah, un quartiere di Gerusalemme est che ha una storia controversa: un tempo era un frutteto in cui alcune famiglie palestinesi si erano trasferite costruendo delle case moderne per sfuggire al caos della città vecchia di Gerusalemme. In questo quartiere, però, abitava anche una piccolissima comunità ebraica, in corrispondenza della tomba di Simeone il Giusto. Con la prima guerra arabo-israeliana del 1948, scoppiata per il mancato riconoscimento dello Stato d’Israele da parte dei Palestinesi e degli Stati della Lega Araba, questo quartiere venne fatto evacuare. Gerusalemme est, alla fine di questa guerra, passò sotto la giurisdizione della Giordania, mentre l’altra parte della città era controllata da Israele.
Nel 1956, in seguito all’approvazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ventotto famiglie palestinesi si stabilirono nel quartiere di Sheik Jarrah; esse erano parte di un gruppo più ampio formato da centinaia di migliaia di palestinesi espulsi dall’esercito israeliano nella guerra del ’48 che causò la fuga di un milione di Palestinesi dai territori arabi occupati dagli Israeliani.
Nei primi anni ’60 del ‘900 queste famiglie raggiunsero un accordo con il governo giordano, che le avrebbe rese ufficialmente proprietarie delle case. L’accordo, però, non venne mai ufficializzato perché Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme est e la striscia di Gaza, durante la famosa guerra dei sei giorni nel 1967; questa occupazione fu condannata dall’ONU e per la liberazione di questi territori sempre lottò l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sorta nel 1964 con lo scopo di creare uno Stato palestinese. Secondo gli accordi internazionali di Oslo del 1983, Israele avrebbe dovuto restituire ai palestinesi tutti i territori occupati nel 1967, che sarebbero passati sotto il controllo e l’autogoverno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Al giorno d’oggi, però, è ancora sotto il controllo militare d’Israele.

Attualmente ci sono trentotto famiglie palestinesi che vivono a Sheikh Jarrah rischiando lo sfratto e che, a partire dalla guerra dei sei giorni, si ritrovano in diversi processi giudiziari contro i gruppi di coloni israeliani che rivendicano l’appartenenza di quei territori allo stato d’Israele per la presenza della tomba di Simeone il Giusto. La legge israeliana, inoltre, lavora a favore dei coloni, perché consente agli Israeliani di rivendicare i territori che sostengono di aver posseduto in passato. Lo stesso diritto è negato, però, ai Palestinesi. Nel 2020 i ritmi degli sfratti in questa zona sono quadruplicati.
Il 2 maggio 2021 la Corte Suprema israeliana ha comandato a cinque famiglie di evacuare le loro case di Sheik Jarrah entro il 6 maggio. I Palestinesi di conseguenza sono scesi in piazza a protestare. Queste proteste, però, sono state represse molto violentemente dall’esercito israeliano, il quale ha risposto con tre raid in una moschea, nella quale è entrato sparando proiettili di gomma e granate assordanti. È così cominciata una vera e propria opera di distruzione delle moschee presenti nel dipartimento palestinese del centro storico di Gerusalemme. Inoltre, siccome erano gli ultimi giorni del Ramadan, oltre ad attaccare, l’esercito israeliano ha vietato l’ingresso ai Palestinesi nelle moschee.
Dopo queste settimane di proteste, Hamas, il movimento di resistenza palestinese islamico, vincitore delle elezioni del 2006 nei territori dell’Autorità nazionale Palestinese, ha reagito lanciando razzi verso Israele, il quale ha risposto brutalmente con raid aerei e bombardameti sulla striscia di Gaza, territorio palestinese con la più alta densità di popolazione; questo territorio, inoltre, non ha né un porto né un aeroporto e i suoi confini sono strettamente controllati dai militari israeliani. Il presidente israeliano Netanyahu ha dichiarato che intensificherà i raid aerei su Gaza, nonostante sappia che questo provocherà centinaia e centinaia di vittime tra i civili. Intanto le forze segrete israeliane, che sono le più potenti del mondo, riescono ad intercettare ogni razzo lanciato da Hamas. Dalla scorsa settimana ad oggi sono 17.000 i Palestinesi sfollati.

Nonostante la violenza di Israele, numerosi osservatori hanno visto il coinvolgimento di Hamas come un elemento decisivo per aumentare le tensioni: «in un certo senso, per Hamas, i fatti di Sheikh Jarrah e le solite manifestazioni del Ramadan erano un’occasione per mettersi a capo delle proteste e riaffermare la propria presa sull’elettorato palestinese. L’occasione è stata colta: Hamas ha di fatto infiltrato i movimenti di protesta con i propri membri, ha alimentato la tensione con i propri mezzi di comunicazione e ha superato quella che il governo israeliano considera una “linea rossa”, cioè la sicurezza degli Israeliani che abitano a Gerusalemme e a Tel Aviv» scrive Il Post.
I Palestinesi, soprattutto quelli della striscia di Gaza, vivono una situazione drammatica da decenni, subiscono da anni un durissimo embargo e non hanno alcuna possibilità di fuga. Sul confine di Israele e su quello egiziano, oltre alla presenza di forze armate, muri di cemento e filo spinato sbarrano le frontiere. Allo stesso tempo in Israele permane uno stato di militarizzazione che comprende il servizio di leva obbligatorio. Queste due situazioni, quindi, si autoalimentano a vicenda, sfociando in periodici scontri e continue tensioni.

Ciò che è evidente è che ancora una volta le vittime sono e saranno i civili. I morti palestinesi sono già più duecento, mentre quelli israeliani sono dieci. I raid israeliani hanno gravemente danneggiato anche la rete di fornitura elettrica nella città di Gaza, lasciando diversi settori della città completamente al buio, creando numerosi problemi anche all’interno degli ospedali, che non riescono a garantire i servizi medici adeguati. Anche i pozzi, i serbatoi di acqua calda, le reti di distribuzione di acqua e le stazioni di pompaggio hanno subito danni significativi. A Gaza in meno di dieci giorni almeno sessanta bambini sono stati uccisi, altri quattrocento sono stati feriti e almeno quaranta scuole vengono utilizzate come rifugi. Dietro le bombe che cadono su Gaza e Tel Aviv c’è l’ignobile gestione israeliana della questione di Gerusalemme est e, più in generale, degli insediamenti dei coloni israeliani nei territori palestinesi.

Fonti:
@il_post
@fanpage.it
@randa_ghazy

La guerra che non verrà

La storia non insegna. La storia non mostra, non spiega, non chiarisce. È lo solo la pubblicità che sta dietro il nostro parlare troppo spavaldo davanti al mondo. La storia non ci fa sedere allo stesso tavolo, non ci fa vedere che anche noi possiamo sbagliare. Non mostra come ogni nostra azione può avere una conseguenza. O almeno, ci prova, ma invano. Sì, la storia la fanno gli uomini, ma non nel senso di compiere grandi imprese, conquistare nazioni, trovare vaccini. L’uomo fa la storia perché deve credere di poter imparare dalle proprie azioni, dagli sbagli che ha fatto. La guerra arabo-palestinese è solo uno dei tanti esempi di questa sorta di eterno ritorno. Sembra quasi di vedere un film già visto al cinema: conosciamo talmente bene il finale da non poterne godere la visione. Sappiamo a cosa la guerra porti, il suo epilogo infatti non cambia, eppure continuiamo imperterriti in questa direzione sperando che ci possa essere un qualche colpo di scena. Ma non esiste. Siamo noi, esseri umani, che continuiamo a farci guerre a vicenda nella speranza di arrivare ad un bene supremo, credendo di poter migliorare, di cambiare la situazione. Ma quale può mai essere questo bene supremo, se siamo noi a doverne pagare le conseguenze con le vite perse? Non c’è vittoria, non c’è pace, perché alimentiamo una guerra perenne, cerchiamo sempre una motivazione valida per poterci attaccare l’un l’altro e mostrare che valiamo di più, che c’è dell’altro da conquistare, ma poi? Nulla. Non rimane nulla, eppure noi continuiamo imperterriti quasi ci fosse un premio un premio, allontanandoci sempre di più da quello spirito di concordia che tanto auspichiamo dall’alba dei secoli. 

Siamo noi la storia, e siamo noi la guerra, e non siamo “magistri” di nulla se non di come essere meschini. Proprio come diceva Bertolt Brecht, ci sarà sempre una guerra, e non sarà la prima, né l’ultima: non sapremo come sarà, ma sapremo che alla fine dei conti ci ritroveremo tutti ad “ammirare” le macerie di cosa abbiamo compiuto, sperando di trovare un piccolo fiore di Picasso in un’opera in bianco e nero. Siamo il secolo della guerra, siamo quelli che la vedono in TV e non si scandalizzano nemmeno più, che non provano emozione davanti al dolore del mondo ma anzi talvolta ci ballano sopra. La consapevolezza più amara sta nel conoscere i nostri limiti, la nostra ignoranza e nel temere di non poter migliorare, di non poter cambiare la situazione, di non capire che siamo tutti umani e che non c’è guerra che risparmi un cuore. Non c’è guerra giusta, non c’è una singola ragione per attaccare un nostro simile, un nostro fratello. Ma la terra è questa gabbia infernale, e cosa non sono gli uomini se non animali assetati di potere? Vogliamo tutti la “vita eterna” e pensiamo che veramente questa sia raggiungibile tramite una pistola o una bomba atomica? Dovremmo pensare che, per quanto la rabbia sia il motore dei nostri giorni, potremo, alla fine, migliorare. Ma dovremmo farlo davvero, senza scuse. 

Bisognerebbe pensare a quale sarà la terra che verrà dopo di noi, a cosa dovremo andare incontro, quali vite potremo cambiare, quali principi dovremo abbattere. E anche quando la battaglia sembrerà inevitabile, cerchiamo, seppur disperatamente, un ultimo fiore, un dipinto, che ci possa far capire che non siamo solo uomini, siamo anche fratelli. 

Agnostici del clima

L’espressione «agnostici del clima» è stata usata da Jonathan Safran Foer nel libro Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi, per indicare coloro che non sanno se credere o meno alla crisi climatica che stiamo vivendo perché questa minaccia di distruzione organizzata della vita umana è una novità assoluta, non facilmente risolvibile.
Sicuramente di clima se ne sta parlando tanto negli ultimi anni, il «dobbiamo fare qualcosa» è lo slogan del momento, una frase sulla bocca di tutti, me compresa. Eppure sembra che a parte ripetere che bisogna fare qualcosa, stiamo ancora facendo poco. Certo, in questo momento storico stiamo anche vivendo una crisi sanitaria che sta togliendo la vita a tantissime persone, ma il libro di Foer mi ha fatto riflettere sul fatto che bisogna continuare a spargere la voce sull’importanza della crisi climatica. Non è una crisi meno importante delle altre, anzi è forse la crisi più dura che dobbiamo affrontare, e merita assolutamente un proprio posto nella sfera del dibattito culturale. Il tema del clima è complesso e anche gli scienziati hanno ancora molto da scoprire. Non essendo assolutamente un’esperta in climatologia in grado di spiegare in modo tecnico le cause e gli effetti di questa crisi né tantomeno in grado di dare consigli su che cosa si dovrebbe fare, qui desidero condurre una riflessione piuttosto generale con il solo obiettivo di accrescere un po’ l’interesse sul tema. 

Nei film di solito vediamo rappresentati i cambiamenti climatici come un dramma apocalittico ambientato nel futuro. Un’eccezione è rappresentata dal film Interstellar (2014), in cui Christopher Nolan ha situato l’emergenza ambientale proprio nel XXI secolo; le peripezie raccontate e l’odissea attraverso lo spazio ci lasciano così con una domanda: vogliamo davvero arrivare a tutto questo?
Jonathan Safran Foer definisce questa emergenza «la crisi della capacità di credere» sempre per sottolineare che se riuscissimo a credere che il nostro pianeta è in pericolo potremmo veramente vederlo per quello che è. Molte volte è una crisi che sentiamo ancora troppo distante da noi per agire. Ci sentiamo persi tra le cause e gli effetti, tra le statistiche che cambiano continuamente. Riflettere sulla complessità delle minacce che abbiamo di fronte è frustrante, ci fa sentire impotenti. Sappiamo che i cambiamenti climatici hanno a che fare con l’inquinamento, l’anidride carbonica, ma quasi tutti ci troviamo in difficoltà a spiegare come il nostro comportamento collettivo faccia aumentare la siccità o contribuisca a far sciogliere le calotte glaciali. I cambiamenti fanno paura, però, informandoci tutti di più, possiamo affrontarli. Il sapere è solo sapere, se non lo si traduce in pratica, ma le informazioni sono comunque indispensabili per prendere una buona decisione. I fatti di cui leggiamo e sentiamo possono cambiare la nostra mente, è da lì che bisogna cominciare. Inoltre credo che le azioni volte a mitigare il cambiamento climatico nascano dal basso. Certo, ci sono molte multinazionali maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra e non è giusto addossare troppo la colpa ai singoli individui. Ma le aziende producono quello che noi compriamo. Prendersela con i “cattivi” non vale di più che partecipare alle manifestazioni di protesta con i “buoni”.

Gli esseri umani hanno una straordinaria abilità di adattamento e più la situazione diventa allarmante più aumenta la nostra capacità di ignorare l’allarme. Anche in questo caso, come in ogni storia buia, l’unica differenza che conta è tra chi agisce e chi non agisce. Gli Stati più ricchi sono maggiormente responsabili delle emissioni di anidride carbonica, ma spesso i meno responsabili del riscaldamento globale sono quelli che ne pagano le conseguenze maggiori: ad esempio il Bangladesh è tra le nazioni più vulnerabili ai cambiamenti climatici, grandi disastri ambientali stanno portando la popolazione ad emigrare, eppure è uno tra i paesi con la più bassa impronta di carbonio e più vegetariani al mondo; insomma, è uno dei paesi meno responsabili per i disastri di cui è vittima. È come se un fumatore incallito che abita dall’altra parte del pianeta causasse un cancro ai polmoni ad una persona che non ha mai toccato una sigaretta.

La nostra Terra potrebbe sfamare milioni di persone denutrite, ma sfama le popolazioni ipernutrite: l’allevamento intensivo non nutre il mondo nella sua interezza, ne affama piccole porzioni e intanto lo distrugge. Dobbiamo renderci conto che il cambiamento è inevitabile. O tutti risolviamo questo problema o nessuno ci riuscirà. Alle distruzioni che abbiamo già provocato non c’è più rimedio e per alcuni esperti forse è già troppo tardi per evitare disastri climatici irreversibili. Stiamo aspettando l’ultimo momento. Qualcuno pagherà per le scelte che stiamo prendendo. Dobbiamo provarci: non possiamo permetterci di chiamare in causa la speranza, perché aggrappandoci alla speranza rimandiamo il discorso. Il pianeta sta esaurendo le proprie energie mentre aspetta l’umanità indecisa. Dobbiamo crederci tutti, anche gli agnostici del clima.
Per concludere, vorrei consigliare due letture che analizzano in modo comprensibile,  ma molto più dettagliato e specifico questo argomento, proponendo anche alcune soluzioni: Minuti contati. Crisi climatica e Green New Deal globale di Noam Chomsky e Robert Pollin e Clima: come evitare un disastro. Le soluzioni di oggi, le sfide di domani di Bill Gates.

Le particelle elementari

Un sacco di cose accadono. Un sacco di cose ci influenzano, ci cambiano, ci fanno pensare di essere altro e di non conoscere più quello che eravamo soliti essere. Un sacco di cose accadono e nel frattempo noi rimaniamo fermi. Come se il treno continuasse a viaggiare ma noi fossimo rimasti fermi a guardare fuori dal finestrino, magari con la mano appoggiata al mento e senza punto fermo su cui fissare lo sguardo. Ci facciamo prendere dall’invisibile, dal minuscolo, dal particolare ma quando ci chiedono di incarnare i vocaboli nel loro significato non ne siamo capaci. Siamo molecole, particelle elementari, che non sanno dove muoversi, non sanno a che fine tendere ma che si muovo nel mondo come in ricerca di un legame, cerchiamo di costruire qualcosa di saldo a cui aggrapparci, come una radice profonda che ci faccia comprendere quanto siamo vivi.

Quanto serve per non sentirci atomi? E quanto ci siamo spesso sentiti atomi in questo periodo?

Siamo tutti un po’ Michelle con il suo vedere il mondo da fuori, con la sua fredda distanza e azzeramento dell’umore e siamo tutti un po’ Bruno, perso nel sesso femminile tanto da non trovarsi ed annullarsi totalmente. Abbiamo tutti il desiderio di stare lontani ma anche vicini, di provare e allontanare, di sentire e stare zitti. Ci troviamo tutti in questo grande mondo senza capire cosa sia più giusto, cosa sia più sensato vivere per noi.

Siamo tutti un po’ le particelle elementari di cui parla Houellebecq, esseri che si perdono nei loro fini e si chiedono come oltrepassarli. Soprattutto ora, soprattutto in questo “anno di pausa”, stiamo tentando di valicare i limiti che che ci siamo costruiti e costruiamo tuttora, che abbiamo tentato di superare senza nemmeno sapere fossero fatti di plastica. L’immortalità, l’atarassia non si raggiunge ma la vita, quella sì. E bisogna ricordare che vita significa anche avere pause, avere momenti in cui chiedersi se non sia tutto solamente un film. Ed è proprio quello che abbiamo imparato a fare adesso. Siamo uomini vivi con le nostre paure e le nostre ferite anche davanti al mondo di fuoco in cui ci troviamo a ballare che ci chiede di non avere cuore e di essere solo razionali.

Siamo particelle elementari nelle loro fragilità più piccole, nei loro minuscoli punti di sutura, nella loro instabilità molecolare. Senza di noi, il resto non sarebbe nulla, anche per quanto inutili ci possiamo sentire. 

Ricevi i nostri aggiornamenti

Ricevi i nostri aggiornamenti

Iscriviti alla newsletter di 1000miglia per non perderti nemmeno un articolo! Una mail a settimana, tutti i martedì.

Grazie per esserti iscritto!