“Ogni creatura umana, Socrate, s’ingravida nel corpo e nell’anima e, quando giunge a una certa età, la natura nostra ha febbre di generare vita. Generare nella sfera del brutto non sa: genera in quella del bello. […] Non può sorgere vita nel brutto. Brutto è quanto non sa riconnettersi al celeste, nelle varie forme: bello ciò che si connette”.

Queste parole di Platone, tratte dalle mirabili pagine del Simposio, sono un elogio della bellezza e dimostrano una profonda comprensione dell’essere umano: solo la bellezza genera vita e quindi l’uomo vive davvero soltanto attingendo a cose belle. Si tratta di un pensiero evidentemente in linea con la tradizione greca che a partire da Omero stabiliva una sicura equazione tra kalòse agathòs, cioè tra bello e buono, visione che nei secoli successivi è stata studiata a fondo e in parte criticata. Questa secolare concezione è contrastante con i principi su cui la realtà contemporanea si basa: quante sono le ore di storia dell’arte a scuola? Quante quelle di musica? Quante sono le persone che parlano di “utilità” del greco, invece di parlare di “bellezza” del greco? Quanto si investe nella bellezza? Si commette un gravissimo errore ritenendo che la bellezza sia un accessorio e un bene di lusso, perché in realtà senza cose belle ci si limita a sopravvivere come macchine: la riflessione platonica sottolinea così la peculiarissima utilità di quella pietra d’angolo che viene invece scartata dalla nostra società. È molto diffusa oggi la tendenza a calcolare il rapporto tra rischio e beneficio, a camminare con i piedi di piombo anche quando si potrebbe sperimentare una grande bellezza nella propria vita: sono tantissime le volte in cui non ci si fida delle parole di Platone, che invece ci rassicura garantendoci che le cose belle sono sempre feconde, prima o dopo. Talvolta infatti godiamo di dolci frutti solo dopo lunghe attese e pesanti fatiche, ma d’altra parte le cose più vantaggiose sono proprio quelle che offrono i loro doni dopo tanto tempo: ogni cosa bella matura lentamente nell’anima di chi l’ha sperimentata, rilasciando i propri semi gradualmente ed emanando un profumo che in qualche misura non verrà mai dimenticato. Ogni esperienza e ogni bellezza, anche se magari non sempre conosciute consapevolmente, si depositano sul fondo della nostra anima contribuendo a formare un tesoro che non ci potrà mai essere rubato.

Per essere fecondi occorre vivere di bellezza. Riconnettersi con il celeste è toccare il divino, staccandosi dalla terra su cui ci si limita a sopravvivere ed innalzandosi a ciò da cui la nostra anima in un modo o nell’altro proviene. Aveva capito tanto Dostoevskij quando con la sua frase lapidaria poi divenuta celeberrima aveva saputo condensare magistralmente questa idea: perché sì, è proprio vero che “la bellezza salverà il mondo”.

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