La domanda di Erich Fromm è molto attuale e provocatoria, come rivelano le case sature di beni di consumo e il fatto che povero è comunemente chi non possiede. Una risposta grintosa a Fromm potrebbe venire da quelle giovani coppie che, vivendo insieme in un monolocale, dimostrano quanto l’essere, in fin dei conti, sia migliore dell’avere. Non a caso si dice Due cuori e una capanna e non Due cuori e una casa, perché quando si è felici il possesso passa inevitabilmente in secondo piano.

Sebbene spesso a parole si concordi con questa visione, accade a molti di trovare nell’accumulo di oggetti la cura per il proprio spirito malato: non sono rare le persone sofferenti di depressione o semplicemente molto tristi che trascorrono le loro giornate errando per i centri commerciali della città. Questo avviene perché tante realtà che circondano l’uomo moderno non sono che un divertissement; si compra e si tende a non pensare a come realmente sta il proprio spirito, si preferisce essere risucchiati dall’orda di chi prende d’assalto i negozi ai primi di luglio. Anche se ormai si è quasi trasformato in una mera espressione retorica, il celeberrimo imperativo Conosci te stesso mette in guardia dal lasciarsi fagocitare da tutte le distrazioni che gravitano intorno all’uomo; prima ancora di Cristo, i Greci avevano compreso che l’esperienza umana più complessa e più forte è proprio indagare se stessi.

E allora, mentre queste città parlano di benessere, di oggetti da comprare e nelle pubblicità tutti sono felici perché possiedono, ci si ricordi che chi scriveva L’essenziale è invisibile agli occhi aveva intuito bene: tutto quello che è visibile diventerà polvere.

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