L’amicizia tra COVID e mafia

È passato un anno da quando è arrivata la notizia che un nuovo virus stava iniziando a espandersi in tutto il mondo e che sarebbe stato necessario adoperarsi per fronteggiarlo. In questo periodo i ritmi e le abitudini delle persone sono radicalmente cambiati, con la didattica a distanza, le innumerevoli, ma essenziali misure di sicurezza, i lockdown e la chiusura di moltissime attività della nostra penisola. Insomma, il COVID-19 ha sconvolto tutti e milioni di persone si sono ritrovate a dover affrontare all’improvviso situazioni sgradevoli, sia personali che economiche.
In Italia i dati sulla situazione economica sono allarmanti: circa il 7.7 per cento degli italiani vive in condizioni di povertà assoluta e non ha le risorse necessarie per il sostentamento, mentre il 14.7 per cento si trova in una posizione di povertà relativa ed è in difficoltà rispetto al livello economico medio della nazione. Molti lavoratori non possono contare su una rete di sicurezza sociale e la spesa pubblica è aumentata enormemente, soprattutto in settori come quello della sanità e dello smaltimento di rifiuti speciali (per smaltire o sterilizzare mascherine, guanti e altri sistemi di protezione).

In un clima così instabile e critico, la criminalità organizzata è riuscita a trarre dei vantaggi.
Le mafie sono multinazionali e, come tutte le organizzazioni internazionali, sono state colpite duramente dalla pandemia: le rotte della droga sono state bloccate e i canali per il traffico di esseri umani si sono ristretti. Anche i ristoranti, luoghi comuni per il riciclaggio di denaro, hanno dovuto chiudere e hanno perso i propri clienti. Da sempre, però, le mafie sono state brave a trovare grandi opportunità in momenti di crisi e malfunzionamento del paese. Capire come ribaltare la situazione a proprio vantaggio e guadagnarci è il loro punto di forza.
La pandemia ha offerto alla criminalità organizzata un’occasione imperdibile: rafforzare il controllo sul territorio. Federico Varese, professore di criminologia a Oxford ha scritto che «alcuni gruppi criminali sono alla ricerca di una merce preziosa e intangibile: la legittimità che si fonda sul consenso sociale»; così si guadagnano il rispetto e la fiducia dei locali, i quali diventano debitori: se si accetta un favore dalla mafia, poi verrà chiesto di ricambiare, prestando un telefono, votando per un candidato alle elezioni, ospitando una riunione, nascondendo un pacco o una persona. È una strategia antica, anche se solo recentemente è stato coniato il termine welfare mafioso.
In primavera 2020 a Palermo, mentre molte famiglie facevano fatica a fare quadrare i conti e il governo continuava a far rimanere tutti a casa, alcuni boss mafiosi si sono messi a distribuire pacchi di pasta in piazza. In Campania la Camorra ha sospeso il pizzo e ha cominciato a regalare zucchero e caffè. Sono diventati i Robin Hood del COVID-19, allargando la propria rete di contatti e potenziando il loro controllo sul territorio.
Nell’ultimo anno la criminalità organizzata si è diffusa notevolmente anche in quelle regioni che prima erano poco associate con l’attività mafiosa, ad esempio l’Emilia-Romagna. Sia gli episodi di usura che le denunce sono aumentati, l’obiettivo degli strozzini non è solo il guadagno, ma anche avere il controllo delle aziende quando il debitore non può pagare: gli imprenditori diventano burattini in mano agli usurai e la criminalità continua a circolare.
È nel riciclaggio e negli investimenti che oggi il crimine organizzato è più attivo: è la cosiddetta mafia trasparente, talmente pulita che non si nota neanche.

Il governo italiano si trova in estrema difficoltà: non offrire aiuti e prestiti significa spingere persone e aziende verso attività criminali, offrirli significa attirare l’attenzione e le intercettazioni mafiose. In tutto questo l’Italia sta per ricevere un notevole aiuto economico dal Fondo per la ripresa e, da sempre, la ‘ndrangheta ha dimostrato di avere le amicizie giuste ai vertici delle istituzioni nazionali e internazionali per intercettare questi fondi. È una situazione estremamente delicata, pur avendo leggi rigorose e agenzie dedicate a trattare determinate circostanze.
Il 13 gennaio 2021 è iniziato un processo alla ‘ndrangheta a Lamezia Terme in Calabria, il più grande degli ultimi trentacinque anni. Più di novecento testimoni saranno ascoltati in una sala enorme trasformata in tribunale per ospitare più di mille persone tra giudici, avvocati e pubblico. La maggioranza degli imputati non rispecchia lo stereotipo dell’italiano mafioso (un tarchiato fumatore amante del cibo e dei bordelli), al contrario è costituita da professionisti, ragionieri, avvocati, dirigenti d’azienda, politici e perfino poliziotti che indossano abiti eleganti.
Questo dimostra che la mafia attuale si sta allontanando sempre di più dai luoghi comuni e che è ovunque.

Negli anni sono state vinte numerose battaglie contro le organizzazioni criminali; la maggior parte degli italiani ha un forte senso civico e ama il proprio paese. Se la crisi dovuta al Coronavirus contribuirà a unire ancora di più il paese, a insegnare il valore delle regole e a diffondere un’idea di condivisione e armonia, allora continueremo a sviluppare i giusti anticorpi contro le attività criminali, combattendole e, eventualmente, sconfiggendole.

L’impeachment di Donald Trump

Ho cercato invano un argomento “felice” di cui trattare in questo articolo per iniziare l’anno positivamente e cercare di alleggerire il carico di notizie negative che già si sono rese protagoniste del 2021. Eppure, quello che sta succedendo in queste settimane è talmente forte che distogliere l’attenzione è faticoso.

Il mondo intero è rimasto esterrefatto da ciò che è accaduto a Washington, non si fa altro che parlare delle elezioni americane, del Presidente entrante Biden e, ovviamente, del protagonista (meglio, antagonista) della scena, Donald Trump.

Ho pensato di scrivere un articolo tecnico, per raccontare ancora una volta cosa è accaduto e per spiegare cos’è l’impeachment, parola nota, ma il cui significato spesso non viene approfondito.

 

Il 6 gennaio 2021, dopo che migliaia di sostenitori di Donald Trump hanno preso d’assalto il Congresso degli Stati Uniti, il Partito Democratico ha chiesto di aprire una procedura d’impeachment contro il Presidente uscente. Trump è accusato di aver incoraggiato comportamenti violenti e illegali sia quel giorno, in cui ha invitato la folla a marciare verso il Congresso, sia nelle settimane precedenti, in cui aveva minacciato funzionari eletti per convincerli a ribaltare l’esito delle presidenziali, vinte da Joe Biden.

Nell’assalto sono morte cinque persone.

Il termine impeachment è noto per lo «scandalo Watergate», esploso negli Stati Uniti nel 1972. Alcune intercettazioni illegali, effettuate nel quartier generale del Comitato Democratico, vennero scoperte e furono coinvolti uomini legati al Partito Repubblicano e, in particolare, coinvolti nel Comitato per la rielezione dell’allora Presidente in carica Richard Nixon. Lo scandalo portò alla richiesta di impeachment del Presidente e, successivamente, alle sue dimissioni.

Consiglio di vedere il film premio Oscar Tutti gli uomini del presidente (1977) con Robert Redford e Dustin Hofmann.

Il termine indica lo stato d’accusa in cui può essere messo un Presidente che violi la Costituzione. Negli Stati Uniti l’iniziativa viene presa dalla Camera dei Rappresentanti che esamina i capi d’accusa e vota in maniera individuale per ognuno di essi. Per dare il via alla procedura è sufficiente raggiungere la maggioranza semplice dei presenti alle votazioni di ciascun capo d’accusa. In caso di esito positivo, alcuni membri specializzati della Camera dei Rappresentanti dovranno leggere e argomentare i capi d’accusa ai Senatori.

Il procedimento è come un processo in cui le parti possono avvalersi di documenti e testimoni. Una volta esaminate le accuse e valutato le prove, il Senato esprime il proprio voto (per confermare l’accusa serve una maggioranza di due terzi).

Dopo eventuale condanna, il Presidente degli Stati Uniti viene immediatamente rimosso dall’incarico e potrebbe non avere più il diritto a ricoprire incarichi pubblici in futuro. Dalla fondazione del Paese i Presidenti accusati sono stati quattro: Andrew Johnson, Richard Nixon, Bill Clinton e Donald Trump.

Andrew Johnson (Presidente tra il 1865 e il 1869), è stato accusato per «gravi crimini e misfatti», non avendo fornito sufficiente protezione agli ex schiavi dopo la fine della Guerra Civile. Bill Clinton (Presidente tra il 1993 e il 2001) ha subito un impeachment perché accusato di falsa testimonianza e ostruzione alla giustizia con l’obiettivo di nascondere una relazione con la stagista alla Casa Bianca.

Trump, in un solo mandato, è riuscito a guadagnarsi due messe in stato d’accusa e, ancora prima della presidenza, vi sono stati numerosi tentativi di promuovere un impeachment nei suoi confronti da parte di diversi gruppi e persone.

Nel 2019, la prima procedura di impeachment fu avviata dal Presidente della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi. Il processo avvenne in seguito alle dichiarazioni di un informatore sulle pressioni che il Presidente, con altri funzionari del governo, fece su leader di nazioni straniere, in particolare l’Ucraina. Trump, con l’obiettivo di danneggiare il suo avversario politico (nonché candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2020) Joe Biden, spinse tali nazioni ad avviare indagini rivolte contro di lui e suo figlio. Successivamente, Trump fu assolto dal Senato, poiché non si raggiunse la maggioranza dei due terzi dei senatori.

L’esito del secondo impeachment verrà scoperto martedì 20 gennaio 2021 quando il Senato voterà pro o contro l’accusa. Il mondo intero è preoccupato per cosa potrebbe succedere in quella data: possibili ulteriori violenze e crimini.

Davanti alle immagini dell’assalto a Capitol Hill ci potremmo chiedere come sia potuto accadere che classiche scene da film e serie tv siano state immagini di cronaca e della realtà.

Negli ultimi 25 anni, e soprattutto negli ultimi 5 con l’ascesa di Trump nel Partito Repubblicano, la politica e le istituzioni americane si sono sempre più polarizzate e radicalizzate. I toni e i linguaggi delle istituzioni politiche sono diventati più estremi e aggressivi, contagiando i cittadini americani e facendo nascere teorie complottiste.

Il risultato delle elezioni presidenziali del 3 novembre ha esaltato ulteriormente questa aggressività, scatenando tensioni che hanno minato la fiducia nella democrazia e nella transizione pacifica del potere.

 

Faremmo però un errore se pensassimo che la democrazia americana è solo questo. E che le sfide, i conflitti e le tensioni che il popolo americano sta vivendo delegittimassero il ruolo che la democrazia ha avuto fino ad oggi nel Paese.

L’ispirazione di Kamala Harris

Kamala Harris è la nuova vicepresidente degli Stati Uniti, nonché la prima donna a ricoprire tale carica. Quando Joe Biden l’ha scelta come candidata alla vicepresidenza i servizi segreti le hanno assegnato il nome in codice “Pioneer” che, finora, ha rispecchiato perfettamente la sua identità e il suo modo di agire.

Nel corso della sua vita Kamala Harris si è sempre distinta dalla massa, infrangendo barriere e rompendo convenzioni sociali, lo dimostra il fatto che sia stata la prima procuratrice distrettuale a San Francisco, la prima procuratrice generale della California, la prima donna di origini indiane a essere eletta in senato e ora la prima donna vicepresidente degli Stati Uniti. In un’intervista al Washington Post ha dichiarato che uno dei problemi più grossi che ha affrontato quando si è candidata la prima volta è stato proprio quello del venir “etichettata”: “Ti chiedono di definire te stessa in modo da rientrare in una categoria che altre persone hanno creato, ma io sono quello che sono. Forse gli altri hanno bisogno di inquadrarmi, ma a me va bene così”.

La determinazione a emergere e il rifiuto di farsi limitare dalle aspettative della società sono dei valori che Kamala ha ereditato dalla madre, Shymala Gopalan, di origini indiane. Durante le interviste e nel corso della campagna elettorale la vicepresidente ha richiamato più volte la figura della madre, una fonte d’ispirazione che negli anni ha anche condizionato il suo atteggiamento politico.

Prima ancora che Kamala nascesse, Gopalan stava già abbattendo numerose frontiere. Dopo essersi laureata in scienze domestiche In India decise di far domanda per un dottorato a Berkeley in nutrizione ed endocrinologia e, dopo l’approvazione dei genitori, partì. Gopalan arrivò negli Stati Uniti in anni in cui le leggi sull’immigrazione erano molto severe e a solamente cento indiani all’anno veniva concesso l’ingresso nella nazione. All’epoca la comunità indiana conviveva con un notevole razzismo, Gopalan era una dei dodicimila indiani arrivati in America, di cui la maggior parte erano uomini. Partire oltreoceano, iniziare un dottorato in un paese sconosciuto ed entrare in contatto con una cultura completamente diversa da quella indiana fu prova di forte coraggio e gran determinazione, soprattutto in quegli anni fu una scelta molto progressista.

Non appena mise piede negli Stati Uniti Gopalan scese in piazza e partecipò a numerose proteste. Era sempre in prima fila per combattere le ingiustizie sociali, il razzismo, la guerra in Vietnam e l’imperialismo. Fu proprio grazie all’attivismo politico che conobbe Donald Harris, un dottorando di Berkeley di origini giamaicane. I due si sposarono pochi anni dopo e chiamarono la loro prima figlia Kamala, che significa “fior di loto” in sanscrito. 

Il rapporto tra Gopalan e Harris fu rivoluzionario, all’epoca era raro che una donna indiana si sottraesse alla tradizione del matrimonio combinato e, oltretutto, decidesse di sposare un nero. In india la discriminazione per il colore della pelle è ancora molto diffusa. Il matrimonio fu per Gopalan un atto di amore, ma anche una atto di ribellione verso le convenzioni sociali. 

Pochi anni dopo Harris e Gopalan divorziarono e questo, come accadde per il matrimonio, fu fonte di polemiche e scandalo. Kamala racconta che per la madre il divorzio fu una sconfitta: “Credo che per mia madre il divorzio abbia rappresentato un tipo di fallimento che non aveva preso in considerazione. Spiegare il matrimonio ai genitori era già stato difficile, spiegare il divorzio, immagino, fu ancora più difficile. Dubito che le abbiano detto ‘te l’avevo detto’, ma queste parole le saranno comunque riecheggiate nella testa”.

Dopo il divorzio Gopalan si trasferì a Montréal con le figlie, accettando un posto di lavoro all’Università McGill. Anche in Canada continuò a crescere Kamala e la sorella Maya coltivando entrambe le identità, quella indiana e quella nera. All’epoca per un’indiana era una scelta insolita, ma Gopalan voleva che crescessero orgogliose delle loro origini, senza pensare a cosa avrebbero pensato la famiglia o gli altri. Ripeteva spesso di “Non lasciare che siano gli altri a dirti chi sei perché sei tu che devi dirglielo”. Con questa filosofia di vita si fece strada e riuscì a emergere in quella società che la trascurava, trattandola come una “outsider”.

Sin da piccola Kamala venne condizionata dalla figura materna, da adolescente organizzò una protesta a Montréal, reclamando il diritto di poter giocare a calcio nel cortile del condominio. Ancora oggi il suo atteggiamento politico rispecchia molto le ideologie, i valori e i modi di agire di Gopalan. Kamala è una delle poche dirigenti le cui politiche non si allineano chiaramente con un polo ideologico del Partito Democratico, diviso tra progressisti e moderati. Durante la propria carriera ha vacillato tra i due fronti, prendendo anche posizioni che non rappresentavano nessuno dei due campi. Questo ha messo in dubbio l’autenticità delle sue convenzioni. Eppure il fatto di non appartenere strettamente a nessuno dei due schieramenti l’ha probabilmente resa la scelta giusta come vicepresidente di Biden. 

Quando lanciò la campagna per diventare procuratrice distrettuale di San Francisco, la madre la aiutò e la sostenne: faceva da autista, coordinava i volontari e le attività e raccoglieva i consensi per la candidatura della figlia. Non esisteva incarico che Kamala non potesse ricoprire. Per tutta la vita Shymala Gopalan si differenziò dalla massa, continuando a coltivare la sua idea di cosa fosse possibile. Forse il fatto che un giorno sua figlia avrebbe raggiunto il vertice della piramide politica statunitense è una delle cose che avrebbe potuto immaginare.

Keep strong Portland

Ho conosciuto Portland nel 2015 quando ho deciso di frequentare il quarto anno di superiori in una high school americana.

La città è diventata immediatamente la mia seconda casa, il mio mondo lontano, la mia isola segreta. E sottolineo il “mia” per enfatizzare la sensazione di appartenenza, quasi gelosa, alla città.

C’è poco da discutere, chiunque sia stato nella metropoli può affermare quanto sia bella e come sia facile innamorarsene.

Mentre Los Angeles è sole e oceano, i newyorchesi sono ossessionati dalla carriera e a Chicago c’è sempre vento, Portland è famosa per essere la casa degli eccentrici. Merito dello slogan pubblicitario Keep Portland weird e del successo della serie tv Portlandia che dipinge la metropoli come luogo ideale per gli anticonformisti e mecca per gli hipster. Molti giovani si sono trasferiti in Oregon per seguire le proprie passioni e sentirsi liberi di scegliere, vivendo una vita tranquilla.

La quiete e la serenità vengono alimentate dalle bellezze naturalistiche che caratterizzano l’Oregon: Portland è circondata dalla foresta, viene attraversata dal Willamette River e presenta numerosi giardini pubblici e parchi. Viene definita la città delle rose e ricalca perfettamente l’immagine della green city coniugando ecologia e urbanizzazione. Gli abitanti sono tutti amanti della natura, dello sport e dell’aria pulita.

Oltre a essere considerata attiva dal punto di vista ecologico, la città è anche famosa per il suo attivismo politico. A differenza di moltissimi stati americani, l’Oregon si può affermare democratico: da sempre si lotta per la parità, l’uguaglianza e i diritti dell’uomo. Si svolgono innumerevoli scioperi e manifestazioni a cui partecipano migliaia di persone, di tutte le etnie.

È un luogo eterogeneo, cosmopolita e progressista.

Spesso le mostre del Portland Art Museum denunciano ingiustizie e disparità del mondo, stimolando i visitatori a essere più solidali verso gli altri e creare un clima equo e paritario. Si crede nella lealtà, nell’unione e nella condivisione.

Basta vedere cosa è successo negli ultimi mesi: la città ha reagito al movimento Black Lives Matter e la gente è scesa in downtown a protestare 24/7. Conosco dei ragazzi a cui hanno spruzzato lo spray al peperoncino in faccia, altri a cui le forze federali inviate da Trump hanno portato via un familiare mentre era in strada a protestare.

Eppure, è una metropoli che resiste e non si arrende, che continua a lottare per supportare i propri ideali.

Il 2020 la sta mettendo duramente alla prova: prima l’epidemia, poi gli scontri violenti e misteriosi tra manifestanti e federali, ora gli incendi che si stanno propagando in tutta la zona.

Moltissime persone hanno dovuto lasciare la propria casa ed evacuare dalle città oregoniane. Se prima non si usciva dalla propria abitazione per paura del virus o di venir rapiti da veicoli senza targa, ora non si esce per l’impossibilità di respirare a pieni polmoni: il cielo è rosso fuoco, il fumo e la nebbia si possono tagliare con la lama di un coltello.

Le fiamme si alimentano ogni giorno, aiutate da incendi dolosi e dal fatto che ci sia tantissimo verde. Piano piano distruggono alcuni dei luoghi naturalistici più antichi e famosi d’America.

La città sta soffrendo, sia per le conseguenze del cambiamento climatico, sia per le decisioni prese dal presidente americano. Ancora più spaventoso è pensare cosa potrebbe succedere se Trump vincesse di nuovo le elezioni, ipotesi da non sottovalutare.

Fa male pensare che la propria città del cuore sia in difficoltà, che gli affetti che ci vivono siano in pericolo e che bisognerà aspettare la stabilità prima di rivedersi.

Spero che l’anima della città non venga modellata dall’odio e dai disagi che sta vivendo. Spero che rimanga pura e che esca vincitrice dalle complicazioni di questo anno crudele, più forte e, se possibile, ancora più vera.

Keep strong.

 

1940, Charlie Chaplin l’aveva già capito

1936, Olimpiadi di Berlino. Jesse Owens conquista 4 medaglie d’oro, la Germania nazista si inchina a un “inferiore uomo nero dai tratti primitivi”.

Nel 1976 il presidente degli Stati Uniti Gerald Ford lo premia con la Medaglia presidenziale della libertà, il massimo titolo per un civile americano.
“Owens ha superato le barriere del razzismo, della segregazione e del bigottismo mostrando al mondo che un afro-americano appartiene al mondo dell’atletica”.

1939, a Marian Anderson viene negato il permesso di cantare in pubblico a Washington D.C. per via del colore della propria pelle. Grazie all’aiuto del Presidente e della First Lady Roosevelt, la cantante si esibisce in un concerto al Lincoln Memorial, scontrandosi con quelle che erano le ideologie e la mentalità dell’epoca.

1940, Charlie Chaplin conclude il capolavoro cinematografico Il Grande Dittatore con un monologo che ha segnato la storia. Nello stesso anno in cui Hitler era salito al potere, dando il via alla Seconda Guerra Mondiale e all’orrore dell’Olocausto, l’attore ha pronunciato il Discorso all’Umanità. Un inno in difesa della libertà, un appello alla collaborazione e all’amore, un tentativo di risveglio della sensibilità individuale.
“We all want to help one another, human beings are like that.
We want to live by each other’s happiness.
Not by each other’s misery.
We don’t want to hate and despise one another.
And this world has room for everyone, and the good Earth is rich, can provide for everyone”.

1955, Montgomery. Rosa Parks si rifiuta di lasciare il posto a un passeggero bianco su un bus. Diventa eroina dei diritti dei neri, coinvolti nella lotta contro la segregazione razziale che colpiva l’Alabama e altri Stati del Sud: dà il via a una protesta tanto rabbiosa quanto non violenta.

1963, Martin Luther King pronuncia il celebre discorso I Have a Dream, alla fine della marcia su Washington per protestare in favore dei diritti umani, del lavoro e della libertà.
I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin, but by the content of their character. I have a dream today!”.

1964, Sudafrica. Nelson Mandela viene condannato all’ergastolo perché ritenuto colpevole di sabotaggio e alto tradimento. Combatteva pacificamente contro l’apartheid e il razzismo. Dopo esser stato scarcerato diventa presidente. La squadra sudafricana degli Springboks partecipa alla Coppa del Mondo di Rugby nel 1995. Mandela confida che un’eventuale vittoria possa rafforzare l’orgoglio nazionale e lo spirito di unità del paese. La nazionale vince contro gli All Blacks e il successo aiuta il riavvicinamento della popolazione nera alla popolazione bianca e stimola l’integrazione del paese.

1966, New Jersey. Il pugile Rubin Carter viene accusato di un triplice omicidio e incarcerato per 20 anni. L’accusa viene poi sollevata perchè l’incriminazione è probabilmente stata alimentata da un pregiudizio razziale.
Bob Dylan dedica la celebre canzone Hurricane alla sua storia.
Here comes the story of the Hurricane,
the man the authorities came to blame
for somethin’ that he never done.
Put in a prison cell, but one time he could-a been
the champion of the world”.
Sempre Bob Dylan nel 1964 scrive, sull’onda emotiva provocata dall’assassinio di Kennedy e dal discorso di Martin Luther King, The Times They Are A-Changin’ che viene definita un “Inno di battaglia per un’intera generazione”.

1967, Muhammad Ali si rifiuta di combattere in Vietnam.
“No Vietcong ever called me nigger”.
L’opposizione gli costa il titolo di campione dei pesi massimi e la licenza di boxer. Viene condannato a 5 anni di carcere e solo nel 1971 gli viene riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza.

1971, John Lennon scrive Imagine, in un periodo storico segnato dal conflitto in Vietnam e dalla guerra fredda. La canzone invita a pensare a un mondo senza barriere, né religioni, libero dai conflitti e in cui regnano pace e comunione tra i popoli, dove non c’è niente per cui uccidere o morire.
“Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people living life in peace”.

L’elenco è ancora lungo. Personaggi che hanno segnato la storia, che hanno fatto valere le loro idee, fatto sentire la propria voce e che hanno lottato per un mondo migliore, più corretto e tollerante. Negli Stati Uniti la lotta per i diritti dei neri si è fatta sentire particolarmente. Negli anni la mentalità statunitense si è evoluta e sono state raggiunte grandi conquiste: la schiavitù, la segregazione e le leggi razziali non esistono più. Eppure alcuni avvenimenti continuano a succedere.

2012, Florida. Il diciassettenne Trayvon Martin viene ucciso dal poliziotto George Zimmerman perché sospetto di furto in un negozio. Il ragazzo aveva con sé una bibita e un pacchetto di caramelle. Zimmerman viene dichiarato dalla Corte non colpevole perché ha sparato per legittima difesa.

2014, Missouri. Mike Brown, diciottenne afroamericano, viene ucciso da Darren Wilson. Cosa sia successo non è chiaro ancora oggi, sembra però che la ricostruzione dei fatti relativi all’uccisione sia stata ridimensionata. L’agente non viene incriminato.

2014, Ohio. Il dodicenne Tamir Rice non obbedisce all’ordine di alzare le mani, aveva in mano una pistola giocattolo.

2014, New York. Mentre cerca di vendere illegalmente delle sigarette, Eric Garner viene fermato dalla polizia. L’agente Daniel Pantaleo lo blocca per terra, facendo pressione sul collo, Garner soffoca poco dopo e Pantaleo non viene incriminato. I Can’t Breathe, le ultime parole pronunciate dall’uomo diventano un simbolo di protesta.

Tutte persone che si trovavano al momento sbagliato nel posto sbagliato. E così tanti altri. Omicidi non giustificati, vittime innocenti che muoiono per futili motivi, oppresse dall’odio di un paese che avrebbe dovuto già da tempo evolversi completamente.

2020, George Floyd viene ucciso dall’agente Derek Chauvin a Minneapolis. Ancora una volta violenza e intolleranza hanno vinto e le conquiste fatte fino ad oggi sembrano dimenticate.

L’episodio fa traboccare il vaso e gli Stati Uniti d’America vanno in fiamme. Il Presidente Donald Trump minaccia di mobilitare l’esercito contro i manifestanti, la popolazione è esausta e arrabbiata. Le proteste contro l’abuso di potere della polizia e il razzismo ricordano quelle del 1968, quando M. L. King è stato assassinato. C’è anche chi approfitta del momento e della rabbia e crea disordine ingiustificatamente, saccheggiando negozi e usando la violenza senza limiti. Siamo tornati indietro, ancora una volta.

Nel 2016 Colin Kaepernick, quarterback americano di colore, non si alzò durante l’inno nazionale statunitense all’inizio di una partita. Il gesto, in segno di protesta contro le ingiustizie e le oppressioni subite dalla minoranza nera, venne imitato da molti sportivi scatenando discussioni e polemiche.
La foto è tornata virale, accompagnata dallo scatto dell’omicidio di Floyd.
“Questo è il motivo per il quale protestiamo. Svegliati, hai capito ora o non è ancora chiaro?” ha scritto Lebron James, unendosi all’indignazione collettiva che ha coinvolto tutto il Paese.

In questo periodo storico bisogna stare uniti, amarsi e capire che essere “antirazzisti” non basta più. É necessario alzare la voce e farsi sentire per curare le ferite ed evitare di aprirne di nuove. Bisogna imparare ad ascoltare, raccontare, educare ed educarsi. Fa male pensare alle ingiustizie commesse e a quelle che avverranno se non ci sarà un cambiamento. Questo discorso vale per tutti, in tutto il mondo, da un punto di vista politico, culturale e religioso.
Vorrei lasciare a ogni lettore le proprie conclusioni, riportando qui sotto un altro pezzo del discorso di Chaplin del 1940 sperando di addolcire l’odio e portare speranza.

“You, the people, have the power to make this life free and beautiful, to make this life a wonderful adventure.

Then – in the name of democracy – let us use that power – let us all unite.
Let us fight for a new world – a decent world that will give men a chance to work – that will give youth a future and old age a security.

Let us fight to free the world – to do away with national barriers – to do away with greed, with hate and intolerance.

Let us fight for a world of reason, a world where science and progress will lead to all men’s happiness.

Soldiers! In the name of democracy, let us all unite!”. 

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