Cecilia Sala, giornalista romana in Afghanistan

Ciò che è successo in Afghanistan nell’ultimo mese è noto a tutti: giornali e tv ne hanno discusso molto e, anche sui social, si sono diffuse notizie e aggiornamenti che hanno dimostrato, ancora una volta, quanto l’informazione digitale possa essere costruttiva se ben utilizzata. In particolare, ho trovato molto interessanti i reportage di Will_Ita, un account Instagram che ogni giorno spiega la politica e l’economia con la pubblicazione di stories, post e IGTV ai suoi oltre 980 mila follower. 

Nelle scorse settimane la comunicazione sulla situazione in Afghanistan è stata costante grazie a Cecilia Sala, una delle poche giornaliste occidentali a trovarsi a Kabul al momento. Romana, 26 anni, Cecilia è considerata una tra le maggiori promesse della tv e del giornalismo. Si fece notare la prima volta a 14 anni, quando parlò in una piazza contro la mafia. 

Nel 2018 ha completato la laurea in Economia Internazionale all’Università Bocconi di Milano. Negli anni precedenti ha collaborato come inviata e reporter per Vice Italia e poi per Servizio Pubblico con Michele Santoro a La7. Nel corso degli anni ha aumentato le collaborazioni e i lavori con molte testate italiane come Wired, Vanity Fair e L’Espresso, specializzandosi in politica estera, in particolare nei Paesi dell’America Latina e in Medio Oriente.

I suoi recenti interventi su quanto sta avvenendo in Afghanistan sono diventati virali sui social, soprattutto tra i giovani che sembrano apprezzare i suoi racconti e, soprattutto, ammirare il suo coraggio. È stata l’unica donna presente alla conferenza stampa del portavoce dei talebani. Nella mattinata del 7 settembre si era collegata con Omnibus, una trasmissione in onda su La7, era pronta a testimoniare sugli avvenimenti degli ultimi giorni quando si sono sentiti degli spari ed è stata costretta a rinunciare al collegamento. Proprio nei pressi dell’hotel in cui alloggiava era stata organizzata una protesta a favore della resistenza del Panshir.

Nonostante questo Cecilia non si arrende, infatti è ancora a Kabul: “Certo che ho paura, sarei stupida se non ne avessi, ma penso anche che sia molto importante capire esattamente cosa sta succedendo e credo che il modo migliore sia raccontarlo da qui”. 

Ogni giorno affronta la situazione a testa alta e testimonia la realtà dei fatti, dai più cruenti ai più scomodi da raccontare. Continua a battersi anche per i diritti delle donne: “La maggior parte delle donne ha paura di uscire di casa per scoprire che tutte le promesse fatte dai talebani in conferenza stampa – non saranno più obbligate a indossare il burqa, potranno continuare a lavorare o a studiare – non saranno rispettate“.

In effetti, i talebani hanno mantenuto una certa ambiguità sulle coperture imposte alle donne, citando ragioni di prudenza e sostenendo che i combattenti sparsi sul territorio potrebbero reagire male, non essendo abituati a vedere donne indipendenti che lavorano e si spostano liberamente. Cecilia indossa lo hijab quando esce ed è già stata invitata diverse volte a coprirsi anche il volto. 

Cecilia racconta non solo le sfide sociali ma anche quelle economiche del paese. Le file per gli sportelli bancari c’erano già prima della riconquista dei talebani, ma ora la crisi economica è l’emergenza principale: non si possono prelevare più di 200 dollari a settimana e, sebbene le riserve monetarie ammontino a 9,4 miliardi di dollari, per ora rimangono congelate. Se prima la maggior parte dell’economia si fondava e reggeva sugli aiuti della comunità internazionale, adesso c’è confusione, i talebani non sanno gestire i sistemi bancari e la fuga di cervelli che si è verificata complica ulteriormente la situazione. Questo spiega, in parte, l’atteggiamento “diplomatico” del regime nei confronti dell’Occidente. 

L’altra priorità del governo talebano è quella di consolidare il controllo del territorio. C’è la resistenza nel Panshir, le ribellioni di gruppi sparsi di hazãra sciiti e le minacce dell’ISIS-K (la presenza dello Stato Islamico in Afghanistan).

Il fatto che Cecilia si trovi fisicamente in Afghanistan ci permette non solo di sapere quotidianamente le novità raccontate e testimoniate con foto e video, ma ci aiuta anche a capire le dinamiche e la mentalità di un paese straniero e in guerra da anni. Cecilia, infatti, racconta anche scenari di tutti i giorni oltre che di politica ed economia, mostrando quello che vede camminando per strada da un punto di vista esterno, il suo.

Credo che la scelta della giornalista di stare sul posto e uscire di casa quotidianamente per capire cosa stia succedendo e raccontarlo sia onorevole, oltre che fonte di conoscenza e un enorme valore aggiunto per chi, come me, segue tutto a distanza.

Cecilia Sala, giornalista romana in Afghanistan

Ciò che è successo in Afghanistan nell’ultimo mese è noto a tutti: giornali e tv ne hanno discusso molto e, anche sui social, si sono diffuse notizie e aggiornamenti che hanno dimostrato, ancora una volta, quanto l’informazione digitale possa essere costruttiva se ben utilizzata. In particolare, ho trovato molto interessanti i reportage di Will_Ita, un account Instagram che ogni giorno spiega la politica e l’economia con la pubblicazione di stories, post e IGTV ai suoi oltre novecentottantamila follower. 

Nelle scorse settimane la comunicazione sulla situazione in Afghanistan è stata costante grazie a Cecilia Sala, una delle poche giornaliste occidentali a trovarsi a Kabul al momento. Romana, ventisei anni, Cecilia è considerata una tra le maggiori promesse della tv e del giornalismo. Si fece notare la prima volta a quattordici anni, quando parlò in una piazza contro la mafia. Nel 2018 ha completato la laurea in Economia Internazionale all’università Bocconi di Milano; negli anni precedenti ha collaborato come inviata e reporter per Vice Italia e poi per Servizio Pubblico con Michele Santoro a La7. Nel corso degli anni ha aumentato le collaborazioni e i lavori con molte testate italiane come Wired, Vanity Fair e L’Espresso, specializzandosi in politica estera, in particolare nei Paesi dell’America Latina e in Medio Oriente.
I suoi recenti interventi su quanto sta avvenendo in Afghanistan sono diventati virali sui social, soprattutto tra i giovani che sembrano apprezzare i suoi racconti e, soprattutto, ammirare il suo coraggio. È stata l’unica donna presente alla conferenza stampa del portavoce dei talebani. Nella mattinata del 7 settembre si era collegata con Omnibus, una trasmissione in onda su La7: era pronta a testimoniare sugli avvenimenti degli ultimi giorni quando si sono sentiti degli spari ed è stata costretta a rinunciare al collegamento. Proprio nei pressi dell’hotel in cui alloggiava era stata organizzata una protesta a favore della resistenza del Panshir.
Nonostante questo Cecilia non si è arresa, infatti è ancora a Kabul: «certo che ho paura, sarei stupida se non ne avessi, ma penso anche che sia molto importante capire esattamente cosa sta succedendo e credo che il modo migliore sia raccontarlo da qui». Ogni giorno affronta la situazione a testa alta e testimonia la realtà dei fatti, dai più cruenti ai più scomodi da raccontare. Continua a battersi anche per i diritti delle donne: «la maggior parte delle donne ha paura di uscire di casa per scoprire che tutte le promesse fatte dai talebani in conferenza stampa – non saranno più obbligate a indossare il burqa, potranno continuare a lavorare o a studiare – non saranno rispettate». In effetti, i talebani hanno mantenuto una certa ambiguità sulle coperture imposte alle donne, citando ragioni di prudenza e sostenendo che i combattenti sparsi sul territorio potrebbero reagire male, non essendo abituati a vedere donne indipendenti che lavorano e si spostano liberamente. Cecilia indossa lo hijab quando esce ed è già stata invitata diverse volte a coprirsi anche il volto.
Cecilia racconta non solo le sfide sociali ma anche quelle economiche del paese. Le file per gli sportelli bancari c’erano già prima della riconquista dei talebani, ma ora la crisi economica è l’emergenza principale: non si possono prelevare più di duecento dollari a settimana e, sebbene le riserve monetarie ammontino a 9,4 miliardi di dollari, per ora rimangono congelate. Se prima la maggior parte dell’economia si fondava sugli aiuti della comunità internazionale, adesso c’è confusione, i talebani non sanno gestire i sistemi bancari e la fuga di cervelli che si è verificata complica ulteriormente la situazione. Questo spiega, in parte, l’atteggiamento “diplomatico” del regime nei confronti dell’Occidente. L’altra priorità del governo talebano è quella di consolidare il controllo del territorio. Ci sono la resistenza nel Panshir, le ribellioni di gruppi sparsi di hazãra sciiti e le minacce dell’ISIS-K (la presenza dello Stato Islamico in Afghanistan).

Il fatto che Cecilia si trovi fisicamente in Afghanistan ci permette non solo di sapere quotidianamente le novità raccontate e testimoniate con foto e video, ma ci aiuta anche a capire le dinamiche e la mentalità di un paese straniero e in guerra da anni. Cecilia, infatti, racconta anche scenari di tutti i giorni oltre che di politica ed economia, mostrando quello che vede camminando per strada da un punto di vista esterno, il suo. Credo che la scelta della giornalista di stare sul posto e uscire di casa quotidianamente per capire cosa stia succedendo e raccontarlo sia onorevole, oltre che fonte di conoscenza e un enorme valore aggiunto per chi, come me, segue tutto a distanza.

La realtà di Brunello Cucinelli

Brunello Cucinelli è uno stilista e imprenditore italiano. Nato a Castel Rigone nel 1953, ha sempre mostrato una grande creatività e un forte interesse per l’arte. Si diploma, ma abbandona gli studi di ingegneria per aprire una piccola azienda nel 1978. Sin da subito attira l’attenzione del pubblico, la sua idea è quella di colorare il cashmere.
Cresciuto in una famiglia semplice e avendo visto il padre lavorare in un ambiente ostile, Cucinelli è sempre stato un attento osservatore e sin da bambino ha sviluppato una profonda etica del lavoro e del rispetto per il lavoratore. Negli anni è riuscito a sviluppare e diffondere il concetto di lavoro che assicura «dignità morale ed economica dell’uomo».

Credo in un’impresa umanistica: un’impresa che risponda nella forma più nobile a tutte le regole di etica che l’uomo ha definito nel corso dei secoli.
Nella mia organizzazione il punto di riferimento è il bene comune, come strumento di guida per il perseguimento di azioni prudenti e coraggiose. Nella mia impresa ho messo l’uomo al centro di qualsiasi processo produttivo, perché sono convinto che la dignità umana ci sia restituita solo attraverso la riscoperta della coscienza.

Questo suo credo è l’elemento fondamentale della sua personalità e del suo successo. La passione per l’arte, per la filosofia e per la storia alimenta i suoi sogni e i suoi ideali. Pur prendendo spunto dal passato, i suoi progetti e il suo sguardo sono costantemente rivolti al futuro e ogni sua azione è pensata per durare nei secoli.

Nel cammino di ogni giorno ascolto la parola dei grandi del passato, da Socrate a Seneca a Kant, da Marco Aurelio, ad Alessandro Magno a San Benedetto. Credo nella qualità e nel bello del prodotto artigianale; penso che non possa esservi qualità senza umanità.

Quando nel 1982 si trasferisce a Solomeo, dopo essersi sposato e aver avuto due figlie, lo stilista riesce a dare forma alle sue idee. Il piccolo comune umbro diventa sia la sua fonte d’ispirazione che la sua boutique. Anche il mercato internazionale, che in quegli anni si sviluppò enormemente, accoglie i suoi progetti e i suoi ideali. Nel 1985 acquista il castello del XIV secolo del borgo e lì costruisce la sede dell’azienda che negli anni si estende sempre di più.  Solomeo diviene un luogo dedicato all’arte e alla cultura. Nel Foro delle Arti nasce l’idea della Scuola di Arti e Mestieri, per cui la figura dell’artigiano deve essere conservata e tramandata. La Scuola è il laboratorio dove questa ispirazione diventa realtà.

Nell’impresa umanistica di Solomeo si lavora perseguendo un identico obiettivo, ma soprattutto si avverte una scala di valori non materiali nella quale ci si riconosce come parte dell’intera azienda. […] La creazione del profitto è congenita al tipo di attività eppure per me non è tutto. Non vorrei vivere in un mondo dove ogni cosa si riconduce sterilmente al solo profitto. Il denaro riveste un vero valore solo quando è speso per migliorare l’esistenza e la crescita dell’uomo, ed è questo il mio fine.

Nel 2012 presenta l’impresa alla Borsa di Milano, e anche in questa occasione il suo obiettivo non è arricchirsi, ma diffondere questa idea di «Capitalismo Umanistico». Nel 2014 viene presentato e approvato il Progetto per la Bellezza, con il quale si realizzano tre parchi nella valle ai piedi del borgo di Solomeo. Per Cucinelli la bellezza si riflette in ogni cosa, persona, idea, modo e parola. La bellezza non è un attributo esterno che rimane in superficie, ma la forma della qualità interiore delle persone e delle cose. Dove c’è Bellezza c’è positività. Il progetto prevede il recupero di terreni già occupati da vecchi opifici in disuso a favore di alberi, frutteti e prati. Con questa iniziativa Cucinelli vuole valorizzare l’importanza della terra e riavvicinare l’uomo alla natura. Si sente un piccolo custode del creato e dimostra che la Bellezza salverà il Mondo, tutte le volte che il Mondo, a sua volta, salverà la Bellezza.

Grazie ai suoi forti ideali e al suo concetto innovativo e genuino di moda e arte, Brunello Cucinelli ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui «pensatore concreto, promotore culturale e vero mecenate dei nostri tempi» come «Cavaliere del Lavoro», come colui che ha saputo «impersonare perfettamente la figura del Mercante Onorevole».
Ancora oggi l’azienda promuove gli ideali che l’hanno caratterizzata da sempre: il lavoratore è rispettato e il suo valore aggiunto è sempre prezioso e mai scontato. Pur essendo nata come piccola azienda locale, Cucinelli ha creato un vero e proprio stile di vita, con valori forti e un’etica sana, al contrario di tanti colossi del lusso e dell’arte.
Si spera che in futuro sempre più aziende prendano esempio dalla piccola, ma enorme realtà di Solomeo in cui coniugare antico e moderno, obiettivi aziendali ed esigenze umane è il segreto di un’impresa cui si guarda da più parti per la sua portata innovativa.

Norwegian Wood

Ho deciso di leggere Norwegian Wood quando l’ho visto delicatamente appoggiato sulla scrivania di un’amica. Due cose hanno catturato la mia attenzione, la copertina rossa e il fatto che avesse l’aria di uno di quei libri vissuti che, quando li guardi, ti chiedono di essere aperti e letti. Così me lo sono fatta prestare.

Norwegian Wood è un romanzo di Haruki Murakami, pubblicato nel 1987. Leggerlo è una sorta di rito di passaggio, quasi tutti i miei coetanei l’hanno fatto, chi più di una volta. I feedback sono vari, c’è chi lo ha amato, chi odiato, chi ha provato emozioni contrastanti avendolo letto in momenti diversi della propria vita. L’edizione che ho letto io era già passata  in diverse mani, con pagine gialline, alcune frasi sottolineate e gli angoli della copertina consumati.

Per quanto mi riguarda, sono solidale con le recensioni positive, mi sono affezionata molto in fretta sia alla storia che ai personaggi.

Norwegian Wood è un lungo flashback, narrato in prima persona dal protagonista Watanabe. Il ragazzo, ormai trentasettenne, si trova su un aereo diretto in Germania quando sente “Norvegian Wood” dei Beatles uscire dagli autoparlanti del mezzo. La canzone lo porta a ricordare con nostalgia eventi e persone del suo passato, quando frequentava l’università a Tokyo. Watanabe era uno studente semplice e curioso, appassionato di letteratura americana. All’inizio del primo anno di università ritrova un’amica, Naoko, che non vedeva dal funerale di Kizuki, migliore amico di lui e fidanzato di lei, morto suicida a 17 anni. Naoko è una ragazza bellissima di cui Watanabe si innamora. Inizia così la loro storia, un amore lento, delicato e intenso: Naoko è pericolosamente fragile, ma più lei mostra i sintomi del disagio mentale che la tormenta, più Watanabe si fa coinvolgere. Nel momento in cui Naoko si allontana da Tokyo per curarsi, Watanabe conosce ed inizia a frequentare un’altra ragazza, Midori, che pur avendo anche sofferto molto in passato, è vivace, vitale e disinvolta.

Watanabe incontra numerose persone durante il racconto, tutte molto diverse tra loro. Ciò che mi ha colpito è come l’autore sia riuscito perfettamente nella descrizione dei personaggi; personalmente non mi riconosco in nessuno di questi, ma, in qualche modo, capisco i loro pensieri, le loro emozioni e i loro gesti come se fossero miei. Riesco a immedesimarmi in ognuno di loro pur essendo totalmente diversa ed estranea alla loro realtà. L’atmosfera della storia è così personale e introspettiva che è impossibile non farsi coinvolgere né non portarsi dietro qualcosa una volta terminata la lettura.

Probabilmente le due ragazze, Naoko e Midori, rappresentano i due lati della personalità di Watanabe, motivo per cui lui ama entrambe e non sa con chi vuole stare. La sua indecisione rispecchia ognuno di noi: la nostra personalità viene rappresentata sia da Naoko, timida, impaurita, sola e triste, sia da Midori, combattiva, estroversa e leggermente volgare. Siamo sempre sospesi tra il desiderio di compagnia e lo stare in solitudine, la voglia di affermare noi stessi, ma anche di venire accettati dagli altri.

Un altro aspetto incredibile del romanzo è come l’autore affronti temi molto intimi e delicati in maniera semplice, ma non superficiale. Argomenti che ancora oggi vengono considerati tabù, come ad esempio la sessualità o il suicidio, viaggiano liberi e con la volontà di essere raccontati. É anche vero che il romanzo trattando temi complicati, non può che trasmetter anche un forte senso di inquietudine e malessere. Più di una volta ho interrotto la lettura perchè mi sentivo triste e malinconica, eppure non vedevo l’ora che questo sentimento si

affievolisse per poter portare a termine il capitolo. Questo perchè la storia rivela speranza e ciò porta a sopportare questa sensazione di disagio, protagonista della vita dei personaggi.

La narrazione mi ha quindi portata a fare un viaggio tra i sentimenti, le emozioni e le oscurità che si incontrano tra l’adolescenza e i primi anni della vita adulta. Gli amori, le amicizie, lo studio, il sesso, la consapevolezza di se stessi. In ogni esperienza che vive, il protagonista appare talmente reale e vivo che si rivela essere tremendamente umano. Ci rivela tutto, ogni singolo pensiero o sentimento, da quello più timido e ingenuo a quello più spinto e perverso.

Uno dei miei passaggi preferiti è il discorso tra Watanabe e Midori, quando lei gli racconta del club di musica folk a cui si è iscritta all’università e della sua sensazione di non appartenenza e disagio perchè si sente giudicata e viene presa di mezzo perché considerata intellettualmente e culturalmente inferiore rispetto agli altri:

– “Come è possibile che non capisci queste cose? mi dicevano. Come pensi di vivere senza un’idea nel cervello? Ma io sono quella che sono. Non sarò una persona intelligente. Sono una persona comune. Ma sono anche le persone comuni quelle che sostengono la società, e quelle che vengono sfruttate? E sbandierare di fronte alle persone comuni parole che non possono capire me lo chiamate rivoluzione? Trasformazione della società? Io vorrei fare veramente qualcosa per migliorare le condizioni della società. E credo che se ci sono veramente persone sfruttate bisogna mettere fine a questa cosa. E non è proprio per questo che facevo domande cercando di capire?

 –Sí, credo di sí.

 –Allora pensai: questi sono solo una massa di mistificatori. Si compiacciono di usare paroloni difficili a effetto per suscitare l’ammirazione delle ragazze appena entrate all’università, e in realtà pensano solo a infilare le mani sotto alle gonne. Poi quando arrivano al quarto anno si tagliano i capelli, trovano un bell’impiego alla Mitsubishi, alla TBS, all’IBM o alla Banca Fuji, si prendono una moglie carina che non ha mai letto una parola di Marx e affibbiano ai loro bambini i nomi piú pretenziosi che trovano. Altro che «Distruzione della cooperazione università-industria!» C’è da piangere dalle risate. Gli altri appena iscritti come me neanche a parlarne. Anche se non avevano capito un bel niente facevano la faccia di chi ha capito perfettamente ed è dalla parte giusta. E poi in privato mi dicevano: «Non fare la scema, anche se non capisci basta che dici “sí, sí” o “ah, ma davvero!” e tutto andrà bene».

[…] Tutta l’università è piena di questi ipocriti. Passano la loro vita tremando, nel terrore che gli altri possano scoprire che non hanno capito qualcosa. E naturalmente leggono tutti gli stessi libri, si riempiono tutti degli stessi paroloni, ascoltano tutti John Coltrane e si esaltano con i film di Pasolini. Sarebbe questa la rivoluzione?

-Non chiedere a me. Non mi è mai capitato di vederne ”

L’amicizia tra COVID e mafia

È passato un anno da quando è arrivata la notizia che un nuovo virus stava iniziando a espandersi in tutto il mondo e che sarebbe stato necessario adoperarsi per fronteggiarlo. In questo periodo i ritmi e le abitudini delle persone sono radicalmente cambiati, con la didattica a distanza, le innumerevoli, ma essenziali misure di sicurezza, i lockdown e la chiusura di moltissime attività della nostra penisola. Insomma, il COVID-19 ha sconvolto tutti e milioni di persone si sono ritrovate a dover affrontare all’improvviso situazioni sgradevoli, sia personali che economiche.
In Italia i dati sulla situazione economica sono allarmanti: circa il 7.7 per cento degli italiani vive in condizioni di povertà assoluta e non ha le risorse necessarie per il sostentamento, mentre il 14.7 per cento si trova in una posizione di povertà relativa ed è in difficoltà rispetto al livello economico medio della nazione. Molti lavoratori non possono contare su una rete di sicurezza sociale e la spesa pubblica è aumentata enormemente, soprattutto in settori come quello della sanità e dello smaltimento di rifiuti speciali (per smaltire o sterilizzare mascherine, guanti e altri sistemi di protezione).

In un clima così instabile e critico, la criminalità organizzata è riuscita a trarre dei vantaggi.
Le mafie sono multinazionali e, come tutte le organizzazioni internazionali, sono state colpite duramente dalla pandemia: le rotte della droga sono state bloccate e i canali per il traffico di esseri umani si sono ristretti. Anche i ristoranti, luoghi comuni per il riciclaggio di denaro, hanno dovuto chiudere e hanno perso i propri clienti. Da sempre, però, le mafie sono state brave a trovare grandi opportunità in momenti di crisi e malfunzionamento del paese. Capire come ribaltare la situazione a proprio vantaggio e guadagnarci è il loro punto di forza.
La pandemia ha offerto alla criminalità organizzata un’occasione imperdibile: rafforzare il controllo sul territorio. Federico Varese, professore di criminologia a Oxford ha scritto che «alcuni gruppi criminali sono alla ricerca di una merce preziosa e intangibile: la legittimità che si fonda sul consenso sociale»; così si guadagnano il rispetto e la fiducia dei locali, i quali diventano debitori: se si accetta un favore dalla mafia, poi verrà chiesto di ricambiare, prestando un telefono, votando per un candidato alle elezioni, ospitando una riunione, nascondendo un pacco o una persona. È una strategia antica, anche se solo recentemente è stato coniato il termine welfare mafioso.
In primavera 2020 a Palermo, mentre molte famiglie facevano fatica a fare quadrare i conti e il governo continuava a far rimanere tutti a casa, alcuni boss mafiosi si sono messi a distribuire pacchi di pasta in piazza. In Campania la Camorra ha sospeso il pizzo e ha cominciato a regalare zucchero e caffè. Sono diventati i Robin Hood del COVID-19, allargando la propria rete di contatti e potenziando il loro controllo sul territorio.
Nell’ultimo anno la criminalità organizzata si è diffusa notevolmente anche in quelle regioni che prima erano poco associate con l’attività mafiosa, ad esempio l’Emilia-Romagna. Sia gli episodi di usura che le denunce sono aumentati, l’obiettivo degli strozzini non è solo il guadagno, ma anche avere il controllo delle aziende quando il debitore non può pagare: gli imprenditori diventano burattini in mano agli usurai e la criminalità continua a circolare.
È nel riciclaggio e negli investimenti che oggi il crimine organizzato è più attivo: è la cosiddetta mafia trasparente, talmente pulita che non si nota neanche.

Il governo italiano si trova in estrema difficoltà: non offrire aiuti e prestiti significa spingere persone e aziende verso attività criminali, offrirli significa attirare l’attenzione e le intercettazioni mafiose. In tutto questo l’Italia sta per ricevere un notevole aiuto economico dal Fondo per la ripresa e, da sempre, la ‘ndrangheta ha dimostrato di avere le amicizie giuste ai vertici delle istituzioni nazionali e internazionali per intercettare questi fondi. È una situazione estremamente delicata, pur avendo leggi rigorose e agenzie dedicate a trattare determinate circostanze.
Il 13 gennaio 2021 è iniziato un processo alla ‘ndrangheta a Lamezia Terme in Calabria, il più grande degli ultimi trentacinque anni. Più di novecento testimoni saranno ascoltati in una sala enorme trasformata in tribunale per ospitare più di mille persone tra giudici, avvocati e pubblico. La maggioranza degli imputati non rispecchia lo stereotipo dell’italiano mafioso (un tarchiato fumatore amante del cibo e dei bordelli), al contrario è costituita da professionisti, ragionieri, avvocati, dirigenti d’azienda, politici e perfino poliziotti che indossano abiti eleganti.
Questo dimostra che la mafia attuale si sta allontanando sempre di più dai luoghi comuni e che è ovunque.

Negli anni sono state vinte numerose battaglie contro le organizzazioni criminali; la maggior parte degli italiani ha un forte senso civico e ama il proprio paese. Se la crisi dovuta al Coronavirus contribuirà a unire ancora di più il paese, a insegnare il valore delle regole e a diffondere un’idea di condivisione e armonia, allora continueremo a sviluppare i giusti anticorpi contro le attività criminali, combattendole e, eventualmente, sconfiggendole.

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