Asia Licalsi vince il 1000 Miglia 2025 con “Trama d’acqua”

Ci riempie di orgoglio ospitare sulle nostre pagine “Trama d’acqua”, l’opera con cui Asia Licalsi si è aggiudicata il primo premio nella sezione Poesia del contest 1000 Miglia 2025, dedicato quest’anno al tema “La Trama”.

Quello di Asia non è solo un componimento, ma un’esperienza sensoriale che trasforma il sentimento in elemento naturale. Con una scrittura che fonde sapientemente echi classici e sensibilità contemporanea, l’autrice tesse un dialogo serrato tra l’anima e il mare. La “trama” del titolo si sfilaccia e si ricompone sotto la forza della marea, in un gioco di abbandono e resistenza, dove il calore del sole e il sale dell’acqua diventano metafore di un amore che travolge e rigenera.

Celebriamo oggi il talento di una voce giovane capace di ridare voce al silenzio della battigia, regalandoci un testo che è, allo stesso tempo, ferita e cura.

Sei come la marea, quasi acuminato spillo

in cui subitamente dopo

leni carezze alla

cocente sabbia, la trama

de’ miei pensieri si incaglia;

si fa indietro

come l’orizzonte fosse

immane, impietosa calamita;

tutto si straccia in un brandello.

Come la marea

subitamente

solletica le caviglie e i ginocchi

facendo scivolar via i baci

di Febo, intessuti con devozione

e poi immensa sopra ‘l capo

si chiude:

cadi, rivolta, senza forza, mia tela

lacera, ammogliati nella salsedine tutti

i miei fili.

Come subitamente

la marea

rode la battigia, suggendone

i grani, minimi e infiniti

l’ingloba dentro se

senz’annunzio ch’abbia voce

tutto scompare nell’azzurro, si scompone.

Sei come la marea, ma

ho bisogno d’un sonno d’amore

che ‘l sole mi sciolga le membra

che sulla battigia riversa

noncurante

io cada preda

della tua marea.

 

ConLeTueParole – Agosto 2025

Quante volte ci siamo detti: “quest’estate stacco tutto”? Lo abbiamo promesso agli amici, scritto nei gruppi, magari anche postato sotto qualche foto di un tramonto: tempo di detox, tempo per me. E poi?
Poi arriva davvero, l’estate. Le giornate si allungano, le chat si riempiono di programmi e inviti e mentre fuori il sole picchia, dentro di noi qualcosa continua a correre. A voler fare, vedere, postare, raccontare.
Nella redazione di 1000miglia ci stiamo chiedendo se questa storia del “riposo” non sia, in fondo, l’ennesimo mito da smontare. Perché anche quando dovremmo rallentare, ci sentiamo comunque sotto pressione. Sotto pressione di vivere bene, vivere forte, vivere abbastanza da meritare uno scatto in più.

In redazione le teste si muovono lente — non solo per il caldo (non tutti hanno l’aria condizionata, e qui il pensiero genera sudore) — ma perché il tempo libero, d’estate, sembra quasi sospeso. Eppure, anziché sentirci più leggeri, spesso ci sentiamo più fragili. Ci chiediamo se ci stiamo perdendo qualcosa, se stiamo usando bene il nostro tempo, se i nostri “giorni vuoti” valgano quanto le spiagge piene di chi sta lontano. E poi c’è Instagram, che ti mostra le vacanze degli altri mentre tu sei fermo in ufficio, o peggio: in pausa ma senza voglia di fare nulla.

Ci siamo accorti che anche il tempo libero ormai si porta dietro un compito. Non basta riposare: devi anche dimostrare che ti stai godendo tutto. Che stai facendo qualcosa di memorabile, o quantomeno condivisibile.
E allora abbiamo iniziato a farci qualche domanda seria, tra una riunione online e un caffè troppo caldo. Che significa davvero “rilassarsi”, oggi? È possibile non fare nulla senza sentirsi in colpa? Perché anche mentre spegniamo le notifiche, c’è una parte di noi che continua a chiedersi cosa si sta perdendo altrove?

È da qui che nasce questa riflessione. Dal bisogno di guardarci in faccia, anche solo attraverso uno schermo, e dirci che no, forse non siamo i soli a sentirci fuori tempo, fuori scena. 

Forse l’estate non è più quel tempo sospeso in cui ci si ritrova. O forse sì, ma bisogna imparare a farlo in modo nuovo, più vero, più nostro.
E magari, insieme, possiamo trovare un modo per stare bene anche nei giorni che non raccontiamo. Anche nei momenti senza foto. Anche quando non succede niente — e va bene così.

Da qualche anno vivo un rapporto difficile con i social, in particolare con Instagram. Non l’ho mai considerato strettamente necessario, ed è per questo che è difficile per me capire se è un bene per me usarlo, e se si come. 

In estate ho più tempo libero rispetto al resto dell’anno, in quanto studentessa universitaria. Però mi sono chiesta spesso se davvero posso definirmi libera, soprattutto da quella necessità fortissima di postare le cose più belle (o le foto più belle?) che ho vissuto o che ho visto. Spesso mi rendo conto che pubblico delle immagini per me belle esteticamente o che mi ricordano di un’esperienza positiva che ho vissuto. Ma la maggior tempo che “trascorro” su Instagram non è per pubblicare le mie foto (e quindi le cose che vissuto, le mie esperienze di vita), bensì per vedere le foto (e le esperienze) degli altri. E mi sono resa conto che la maggior parte delle volte “esco” dall’app con un senso di magone, di invidia, di tristezza, insomma con delle sensazioni non così positive. A vedere le cose che postano gli altri, mi viene naturale e istintivo confrontarle con quello che sto vivendo io. Magari una mia conoscente si trova in un posto bellissimo, io sul divano dopo una brutta giornata. E allora vedere un’immagine del genere mi fa sentire peggio, perché confronto quello che penso essere la sua vita, con la mia in quel momento. Il problema è che non è un confronto equo, quello tra un’immagine e la mia vita quotidiana, reale, in un certo momento.

Annalisa

Quando ho sentito parlare per la prima volta di FOMO ho pensato che fosse un fenomeno psicologico che non mi riguardava. Da persona introversa, ho sempre sentito l’esigenza di ricaricare le mie batterie sociali prendendomi del tempo per me, piuttosto che forzandomi a mille attività in compagnia che, seppur piacevoli, non mi riposavano. Quest’estate sento che qualcosa è cambiato: sarà che ho iniziato a lavorare, ma percepisco diversamente il mio tempo. Gli anni scorsi, quando ero ancora all’università, il mio tempo libero mi apparteneva e potevo decidere liberamente quando riposarmi e quando andare in vacanza. Adesso è diverso: parte del mio tempo è necessariamente dedicato al lavoro, che pure mi piace, mentre il tempo delle ferie è condensato in pochi giorni l’anno. Certamente, ho tempo di leggere, di vedere film e di fare tante altre attività rilassanti. Ma ora, il tempo con gli amici, il tempo per divertirmi e staccare completamente la testa, anche solo per un po’, dov’è? Ho iniziato a provare invidia per i miei amici che frequentano ancora l’università: ogni giorno postano storie dal mare, dalla montagna o dai musei, ritrovano amici in comune che anche io non vedo da una vita, festeggiano la laurea di quell’amico di lunga data che io non posso più andare a trovare quando e come mi va. Ogni giorno mi appaiono le storie dei miei amici che riescono ancora ad andare in vacanza quando desiderano, senza dover vivere l’ansia di sfruttare ogni minimo secondo dei pochi giorni di ferie. Quest’estate sento forte la paura che il lavoro risucchi il mio tempo libero. Provo una forte ansia di voler fare sempre di più e al contempo invidia per i miei amici che sui social mostrano tutto quello che non ho più il tempo di fare. So che i social sono un falso specchio della vita delle persone, ma come non provare frustrazione vedendo le foto del mare mentre tu sei in ufficio? Mi aiuta l’introversione, perché anche se volessi fare tutte le cose che ho ansia di fare, non potrei: alla fine della giornata non riesco a non crollare sul divano sfinita e stressata da tutti gli stimoli avuti nella giornata. Che alla fine l’introversione sia la cura alla mia strana forma di FOMO?

Giulia Z.

Questa estate è strana perchè mi sono laureato e mi sono successe tante altre cose belle. E sicuramente quando sto bene come in questo momento tendo a sentirmi più portato ad esprimermi anche attraverso i social. Quindi faccio cose, riprendo momenti e decido di darli in pasto a chi mi segue. Il principio però non è ostentare, onestamente, ma condividere. So perfettamente che chi mi segue bene o male, chi più chi meno, mi vuole bene, o se non mi vuole bene, non gliene frega un cazzo di quello che posto. A questo punto, a me interessa il parere solo di chi mi vuole bene, e accetto questi “giudizi” perchè so (o spero) che vengono fatti con una certa cura. 

Invece, per quanto riguarda la fruizione delle condivisioni degli altri, ricevo, capto. Di nuovo, se sono persone a cui voglio bene, mi interessa sapere cosa fanno e magari mi sento contento delle loro vicende. Se invece non mi interessano, mi interessa poco cosa combinano. E questo per me vale 365 giorni l’anno. D’estate vedo tante spiaggie, sì, ma non è che durante il resto dell’anno succedano meno cose. Si va in vacanza anche ad aprile, a settembre, a dicembre. Io guardo curioso o disinteressato, dipende dalla luna. Tanto so che spegnendo lo schermo troverò qualche cosa di vivo di fronte al mio sguardo.

Giacomo

L’estate è l’estate per il caldo o per la leggerezza che porta con sé? E quel senso di serenità è un riflesso di ciò che provavamo da bambini, quando l’estate era il momento di staccare, di passare intere giornate a non fare nulla, ad annoiarsi, a giocare, al mare, in montagna, nel salotto o nel giardino; diventava la stagione dello “stare”. Di quella condizione, tanto amata e narrata dagli americani, del “dolce far niente”.

E oggi? Che siamo cresciuti e che spesso di dolce, nel fare nulla, ci sono i sensi di colpa per lo studio tralasciato, il timore di star sacrificando emozionanti vacanze in strepitose isole iperturistificate e l’invidia per chi invece su queste isole ci è andato.

E quindi oggi? Stesa sul divano, dedita a scrollare le storie Instagram, a immaginare le vite degli altri mi chiedo quando arriverà il mio turno di “staccare la spina”. Di dimenticarmi il telefono in valigia e stappare la crema solare, senza il bisogno viscerale e inconscio di aprire Instagram, per un secondino, giusto per dare un’occhiata.

Per cui voglio fare una proposta a me e a chi mi sta intorno, proviamo a realizzare questo sogno: un’estate vuota di paragoni e piena di confronti reali, sinceri (e qualche partita a beach volley perché della spiaggia non ci stancheremo mai).

Alessia R.

Alla fine, ognuno di noi ha un’estate diversa da raccontare. C’è chi la vive con ansia, chi con nostalgia, chi con invidia, chi con gratitudine. C’è chi prova a staccare e non ci riesce, chi si rifugia nel silenzio, chi cerca il mare dentro a un pomeriggio qualunque. Eppure, in tutte queste voci — le nostre — qualcosa si intreccia. Una domanda comune, una fatica condivisa, un desiderio che forse ci unisce più di quanto pensiamo: quello di sentirci liberi di vivere l’estate (e il tempo, in generale) a modo nostro.

Liberi dal confronto costante, dai filtri, dalle aspettative. Liberi di non essere sempre “al massimo”.
Perché il tempo non si misura solo in cose fatte o in posti visitati, ma anche nei respiri che ci concediamo, nei momenti in cui smettiamo di guardarci da fuori e iniziamo a sentirci da dentro.
Forse non serve per forza staccare tutto. Forse basta iniziare a guardarci con più tenerezza. A restare presenti, anche nei giorni lenti, anche quando non succede niente.
Anche quando non abbiamo nulla da postare, ma tutto da sentire.

 

ConLeTueParole – Luglio 2025

Quante domande ti sei fatto oggi? Io credo di arrivare almeno a duecento solo di questa mattina, tutte nella mia testa, con risposte fittizie e ulteriori dubbi aperti.
E invece, quante domande hai fatto oggi alla tua combriccola? Alle persone a te vicine, quelle con cui “ti fai i viaggi”, con cui ti perdi tra le parole, tra i silenzi e i concetti troppo complicati o astratti per essere racchiusi in poche e semplici frasi.
Ecco, nella redazione di 1000miglia abbiamo deciso che ci piace farci domande, scoprire come i volti, che vediamo durante le riunioni a distanza, vivano quesiti che ci tormentano.
Non è stato facile, decidere che si, forse vogliamo “scoprirci” un po’, renderci un po’ più vulnerabili davanti a questo muro di dubbi che ci troviamo davanti (qualcuno la chiama giovinezza, ma a noi piace pensare che si trattino di dubbi esistenziali).
Per cui siamo partiti da una cosa che ci accomuna più o meno tutti, chi più chi meno; siamo partiti dal territorio che abbiamo condiviso, gli spazi che abbiamo attraversato e che continuiamo ad animare: Cuneo e la sua provincia, i suoi angoli più insospettabili, le collettività più silenziose, circondata dalle montagne che ne custodiscono le tradizioni e limitano le azioni.
Siamo partiti da un dato: le province si stanno spopolando, i giovani preferiscono le grandi città.
Appresa questa informazione ci siamo sentiti divisi. Molti di noi ormai hanno lasciato i paesi della provincia cuneese per sparpagliarsi tra le metropoli italiane ed estere, medie e grandi città a chilometri e chilometri di distanza, ma ancora manteniamo la testa tra questi campi, in queste valli e tra le cime delle montagne (ormai non innevate, maledetto cambiamento climatico; prossima domanda di redazione?). Ci siamo resi conto che una delle poche cose che ci permette di rimanere legati a questo territorio, insieme, è proprio questo piccolo spazio redazionale: come? Perchè? Cosa ci apporta e cosa dà a chi ci sta intorno?
Nel tentare di rispondere a queste mille domande che ci sono venute in mente ne abbiamo formulata una come si deve, di quelle da proporre nelle interviste importanti, per cui: perché è importante portare avanti progetti come 1000miglia e come agisce sulla comunità?


All’ultimo Salone del Libro stavo vagando con una mia amica nel padiglione Oval, quello dei grandi editori che ha anche un bosco dentro, quando ci siamo fermati allo stand di Chora e Will dove un mucchio di gente era accumulata sugli sgabelli e su appoggi di fortuna ad ascoltare in cuffia Vera Gheno. Lei è una linguista. La voce è forte come quella di chi sa cosa dire e come dirla, tesa verso una fruizione degli strumenti della linguistica con l’obiettivo di avere un impatto sulla realtà delle persone. Gheno è convinta che basti un semino inculcato nella testa di chi ci sta intorno, parola o gesto che sia, per riuscire a dare il proprio contributo nel definire gli orizzonti del nostro mondo.
Ecco, vorrei dire lo stesso riguardo a quello che fa 1000Miglia. Siamo pochi, abbiamo poche risorse, ma io credo che il nostro poco possa essere seme buono nel caso in cui anche una sola persona si senta diversa – anche inconsapevolmente – rispetto a com’era prima.

Giacomo

Negli ultimi anni (o forse da sempre?), sempre più giovani lasciano le province per trasferirsi nelle grandi città. Questo esodo silenzioso è dettato spesso dalla mancanza di opportunità lavorative, dalla scarsità di spazi culturali e dalla sensazione diffusa che, per costruire un futuro, serva andare altrove. Le aree interne e i piccoli centri si svuotano, e con le persone se ne vanno anche energie, idee, possibilità. La provincia diventa così, nell’immaginario collettivo, un luogo da cui partire piuttosto che un luogo in cui restare o tornare. Per questo trovo fondamentale portare avanti progetti come 1000miglia. Perché offrono quello che normalmente manca: un tempo e uno spazio dove potersi incontrare davvero. Dove si può parlare di sé senza filtri, costruire relazioni autentiche, riattivare legami, mettere in comune interessi, vissuti e domande. È uno spazio che non è solo “culturale”, nel senso classico del termine, ma profondamente umano. In questi contesti ci si sente visti, accolti. Si ha la sensazione di far parte di qualcosa, e non di essere semplicemente “di passaggio”.
Un altro aspetto che considero importante è che questi progetti non parlano solo a chi partecipa direttamente ma anche a chi guarda da fuori — chi assiste, chi ne sente parlare, chi inciampa in un frammento. Infatti, si entra in contatto con una dimensione diversa del vivere la provincia. Una dimensione spesso invisibile, ma ricchissima, fatta di idee, visioni e relazioni che normalmente restano ai margini del discorso pubblico.
Va riconosciuto che la presenza di spazi istituzionali pensati per i giovani è, di per sé, un valore. Avere luoghi fisici e iniziative promosse da enti pubblici o amministrazioni locali rappresenta un tentativo concreto di contrastare l’isolamento e creare occasioni di socialità. Tuttavia, questi spazi — se sono presenti — spesso risultano frammentati, poco aggiornati rispetto alle reali esigenze del pubblico a cui si rivolgono e costruiti senza un confronto profondo con chi dovrebbe viverli. L’offerta è rigida, legata a modelli consolidati che faticano a rinnovarsi e a dialogare con i linguaggi, i bisogni e le trasformazioni dei fantomatici “giovani d’oggi”. In questi contesti, progetti come 1000miglia si propongono non come una sostituzione, ma come un’aggiunta necessaria: uno spazio aperto, non vincolato da logiche di consumo, capace di accogliere soggettività diverse e costruire senso a partire dall’ascolto e dalla partecipazione. È proprio in questa complementarità che sta la sua forza: non contrapporsi, ma affiancarsi, ampliando le possibilità di espressione, confronto e appartenenza.
Partecipare a progetti come 1000miglia è qualcosa che ci riguarda da vicino. Non solo perché ci offre un’occasione per esprimerci, per sentirci parte di qualcosa, ma anche perché rappresenta una forma di impegno collettivo. Prenderne parte significa contribuire a costruire spazi più aperti, più accessibili, capaci di raggiungere anche chi, per tanti motivi, non si sente rappresentato altrove. È un gesto che fa bene a noi, ma che può fare bene anche agli altri. A volte basta poco per far sentire qualcuno meno solo, meno fuori posto. E forse è proprio da qui che può partire un’idea diversa di provincia: non come luogo da lasciare, ma come terreno fertile per creare nuove possibilità. Per alcuni sarà un modo per restare, per altri potrebbe diventare, un giorno, anche un motivo per tornare.


Alessia

Se da un lato è giusto e necessario viaggiare, sperimentare e allargare le proprie prospettive, dall’altro bisogna anche prendere coscienza che non tutto il mondo è fatto a nostra misura. Capita che la nostra città di appartenenza spesso sia chiusa, bigotta, pigra e che, per questo motivo, molti gio-vani ricerchino la grande metropoli, dove le persone sono meno giudicanti e le opportunità più variegate. Capisco le motivazioni che portano un giovane a trasferirsi in una grande città: ma d’altro canto è nelle piccole comunità, dove molte conquiste non sono ancora scontate, che inventare, costruire, cambiare e comunicare hanno veramente la possibilità di cambiare le cose e di avere effetti visibili sulle persone. È più facile instaurare un dialogo quando si è in pochi, è più formativo dibattere quando vivi in un ambiente che può non pensarla come te, anche se nessuno nega che sia difficile e talvolta demoralizzante; ma abbiamo la grandissima facoltà di costruire attivamente il tessuto sociale delle nostre città. E possiamo farlo attraverso l’associazionismo: per questo credo che una realtà come 1000miglia sia in grado di dialogare efficacemente con il tessuto cittadino, proprio perché si pone a portata di tutti, senza pregiudizi, ma con una grande voglia di aprire e arricchire il nostro tessuto sociale. Trasferirsi in una grande città, dove la società ha già le misure che tu desideri, è confortante, certo. Ma lavorare per far cambiare idea anche solo al tuo vicino di casa, credo sia molto più soddisfacente perché ti dà la misura di come noi possiamo trasformare attivamente la società.


Giulia

In conclusione, 1000miglia si configura come uno spazio di possibilità, un laboratorio collettivo che nasce da una tensione comune: quella tra il desiderio di partire e il bisogno di restare legati alle proprie radici. È un progetto che prende forma a partire da domande genuine, spesso scomode, che trovano nella condivisione – tra amici, redattori, concittadini – un terreno fertile per generare pensiero, comunità e senso.
Le voci raccolte testimoniano posizioni diverse ma complementari: chi è partito e continua a portarsi dentro la provincia cuneese come punto di riferimento affettivo e culturale; chi resta e ogni giorno si confronta con le difficoltà di un territorio che rischia di svuotarsi; chi vede in queste terre un luogo ancora capace di cambiamento, proprio perché più lento, più prossimo, più umano.
1000miglia agisce quindi come un ponte tra le città e la provincia, tra il desiderio di altrove e la cura dell’origine. Non si limita a raccontare, ma genera relazioni, accende riflessioni, produce senso dove spesso il silenzio prende il sopravvento. È uno spazio in cui la cultura non è un fine, ma un mezzo: per vedersi, riconoscersi, costruire legami e – soprattutto, e speriamo – sentirsi meno soli. Nel contesto cuneese, troppo spesso percepito come periferico e immobile, una realtà come questa ha un valore prezioso e quasi raro: è un atto di presenza, un esercizio di immaginazione sociale e un invito a credere che anche nei luoghi “minori” si possa innovare, creare, trasformare. Non con grandi risorse o proclami, ma con il lavoro quotidiano di chi sceglie di esserci, di fare comunità e di dare voce alle domande – e alle possibilità – che ancora resistono.

Perché è importante leggere, ascoltare, vedere, vivere queer?

E no, non intendo dire che dovremmo tutti guardare Sex Education, anche se può essere un buon punto di partenza per chi vuole uscire dall’oscurità della cis-eteronormatività. Ma possiamo fare molto di meglio (o quanto meno ci possiamo provare).

Prima di tutto, per favorire una partecipazione attiva

Quando si parla di “leggere/ascoltare/vedere/vivere” queer, si intende dare voce alle persone LGBTQIA+ (si, è noioso cercare di esseri inclusivi, ci metto 3 secondi in più a scrivere questa sigla, non so se potrò sopravvivere, aiuto) e quindi evitare di ridurre le loro esperienze attorno al fatto di appartenere alla comunità, a mere parentesi di una discussione più ampia, a semplici oggetti all’interno dei media più comuni, adatti solo a “mettere la spunta” ad uno dei personaggi da inserire all’interno di un prodotto (pseudo) artistico per essere considerati politically correct e in pace con la propria coscienza (nella speranza che essa ci sia, forse sono troppo ottimista e ingenua).

È cruciale non solo parlare di loro, ma permettere alle persone trans e queer di prendere in mano la narrazione (inteso come il singolo racconto all’interno di un sistema di comunicazione), di farle passare “dall’altra parte del bancone”, permettendo loro di raccontare senza esistere solo in funzione di trame perbeniste che le riducono a strumenti didattici per chi non fa parte della comunità. Quanto ne gioveremmo a smettere di filtrare le loro voci attraverso la lente eteronormativa e cisnormativa che distorce e ovatta le loro esperienze? Quanto una più giusta e sincera rappresentazione potrebbe sbloccare menti che ora come ora non riescono ad empatizzare con una persona LGBTQIA+ ? 

Non è questa la potenza della narrazione? Raccontare il mondo non solo com’è, ma anche come potrebbe essere.

Quando le narrazioni vengono raccontate da chi non vive da vicino (almeno) o in prima persona, queste risultano filtrate, distorte, ridotte a caricature che perpetuano stereotipi. Un esempio lampante di questo squilibrio lo troviamo nel panel sull’aborto a Porta a Porta, andato in onda il 18 aprile 2024, dove sette uomini discutevano di aborto. Sette uomini, a discutere di una questione che riguarda principalmente i corpi femminili. Il problema è lo stesso: una lente eteronormativa e patriarcale che continua a filtrare argomenti che non gli appartengono.

Pensiamo a cosa accadrebbe se, invece, fossero le persone queer e trans a creare le proprie narrazioni e a dare voce alle proprie storie. La visibilità e la rappresentazione sarebbero più rispettose delle esperienze reali di chi vive queste identità? Io credo proprio di si.

La necessità di spazi dedicati e di voce autentica

Creare e sostenere spazi queer, spazi dedicati alla comunità LGBTQIA+ è fondamentale perchè spesso, la loro voce arriva smorzata, distorta, proprio perché chi prende le scelte all’interno degli spazi di rappresentazione mainstream appartiene a una classe sociale cis e etero che non conosce queste esperienze e quindi le dipinge attraverso le proprie percezioni, altrettanto spesso, distorte.

É importante parlare di spazi dedicati perché dobbiamo considerare la presenza strisciante di omotransfobia che si manifesta in una serie di microaggressioni a danno delle persone LGBTQIA+. Secondo i dati ISTAT del 2020-2021, 6 persone LGBTQIA+ su 10 hanno riportato di aver subito microaggressioni sul posto di lavoro. Questo clima di ostilità rende difficile esprimere in modo sereno la propria identità, i propri pensieri, le proprie opinioni (vorrei specificare “per le persona della comunità LGBTQIA+”, ma credo sarebbe difficile per chiunque nella stessa posizione).

Tentativo rivoluzionario

“Leggere/ascoltare/vedere/vivere” queer è un modo per sfidare il silenzio, per abbattere i pregiudizi e per creare un mondo più inclusivo, in cui ogni voce possa risuonare senza filtri o distorsioni. Non si tratta solo di consumare passivamente contenuti, ma di immergersi in storie che ampliano le nostre prospettive, mettendoci in contatto con esperienze umane che troppo spesso vengono messe al lato, permeate da ipotesi senza conferme e senza confronto.

 

Dizionario essenziale:

Cis-eteronormatività = sistema sociale che presume e privilegia l’eterosessualità e l’identità di genere cisgender come norma, le identità e relazioni non eterosessuali o non cisgender sono considerate devianti o meno valide.

LGBTQIA+ = Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersessuali, Asessuali e altre identità di genere e orientamenti sessuali. 

Omotransfobia = avversione ossessiva per gli omosessuali e l’omosessualità, i transessuali e la transessualità.

Queer = un termine ombrello che indica identità di genere e orientamenti sessuali non conformi alle norme eterosessuali e cisgender. 

 

Riflessioni tratte dall’incontro: “(Re)fuse L’informazione verso il 25 novembre” presso la libreria Zalib – Centro Giovani

 

 

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