Con l’articolo di oggi inizierà una piccola rubrica di brevi pillole su artisti significativi nel panorama nazionale spesso dimenticati.

Per l’appuntamento di oggi parleremo di un artista poco noto al grande pubblico: Arturo Nathan. Triestino, nato nel 1891 si avvicina al mondo dell’arte da autodidatta ma la sua formazione è legata al clima romano degli anni ’20 di Giorgio De Chirico.

Le sue opere sono spesso ricondotte a sentimenti di disperazione e lacerazione, sensazioni amplificate dal suo destino, l’artista morì infatti nel 1944 nei campi di concentramento nazisti.

La pittura è spesso filosofica, ricca di riferimenti ai grandi maestri britannici come Turner che Nathan ebbe modo di studiare durante un suo soggiorno a Londra nel 1911. Ulteriori influenze derivano dall’entourage culturale di cui si circondava, costituito da psicanalisti come Edoardo Weiss, Linuccia Saba, dai più colti filosofi e pittori italiani del momento.

Le opere della sua maturità sono estremamente legate al mondo del mare, un elemento simbolo di casa, di quella Trieste che fin da piccolo lo attrae, ma che riconduce irrimediabilmente alla solitudine dell’uomo di fronte alla vita, al ricordo del passato.

Il suo è un mare, quello dei sentimenti di un uomo “nostalgico del mito”, come lo definisce lo stesso Vittorio Sgarbi, attore di una scena infinitamente silenziosa.

Molti quadri si caricano di simboli come statue, barche, cavalli che sono al contempo elementi scenografici e onirici dai quali emerge una solitudine totale, che non offre vie di scampo, fatta di luci fredde e sinistre in cui si avverte costantemente il terribile presagio della morte.

Nathan fu un artista interessante, al passo coi tempi arrivando a creare una “metafisica del mare” che sarà molto lodata dallo stesso Giorgio De Chirico.

Dopo la sua morte avvenuta nel terribile campo di sterminio di Biberac, sono molti coloro che hanno voluto omaggiarlo organizzando esposizioni e mostre personali in suo onore.

 

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