«Perfetto, eccellente, tale da poter servire come modello di un genere, di un gusto, di una maniera artistica, che forma quindi una tradizione o è legato a quella che generalmente viene considerata la tradizione migliore». Questa è la bellissima definizione che il dizionario Treccani dà di una parola oggi messa sostanzialmente al bando dai nostri vocabolari mentali: «classico». Classico oggi è sinonimo di ciò che è vecchio, superato, noioso, a volte anche inutile: musica classica, liceo classico, classici letterari, filosofia classica… Che cosa stanno vivendo le nostre società?

La moda della modernizzazione è una gravissima malattia del nostro tempo e sta causando disastri epocali su diversi fronti. È impossibile non osservare l’attuale tendenza a liberarsi del passato e la continua ricerca di novità, come se la novità andasse ricercata con particolari strategie. Il deprezzamento del passato si manifesta chiaramente in alcune situazioni che si possono sperimentare abbastanza frequentemente: la negazione dell’utilità del greco che si spinge fino a volerlo eliminare dal curriculum di studio dei licei classici, il disimpegno non solo italiano verso la conservazione delle opere d’arte, la fatale svalutazione del sapere umanistico… L’elenco potrebbe continuare fino a toccare l’incredibile diffusione a macchia d’olio dell’ostilità nei confronti della vaccinazione: in effetti le idee dei No Vax, al di là delle strumentalizzazioni politiche e propagandistiche che ne vengono fatte, possono essere lette come sintomo di una spaventosa sfiducia nei confronti dei progressi (in questo caso scientifici) dei secoli passati. Eppure ci sono stati studi, rivoluzioni scientifiche, ci sono state tante persone sapienti che hanno fatto dono dei loro risultati al mondo intero. Con il tempo le conoscenze vanno certamente corrette, integrate, temperate, ma, se si butta a mare il passato, insieme si buttano a mare il presente e il futuro. Quello a cui si sta assistendo è una subdola epidemia che infetta pericolosamente le menti di ognuno, manifestandosi nelle forme esasperate del complottismo o nell’incredulità nell’ascoltare chi dovrebbe saperne di più. C’è il rischio di ritenere il passato come un enorme mucchio di errori che sì, forse a qualcosa hanno portato, ma non a molto oppure come un enorme mucchio di scoperte che alla fine non sono state poi tanto salvifiche.

Eppure urge capire che la storia è un insieme unitario e che non si può mai ritenere nulla come totalmente arretrato o avanzato, perché «l’umanità, per quanto diversa, non era per questo più incompiuta di quanto lo sia oggi», come suggerisce Jonas. Si evolve in qualche ambito e si regredisce in qualche altro; le cose però vanno inserite nel loro contesto di appartenenza, come dimostra il fatto che nella cultura cattolica vengano letti sia il Vecchio sia il Nuovo Testamento, anche se il primo è stato rivisto e ampliato dal secondo, perché il nuovo è in debito con il vecchio e perché tutto è prezioso. La storia è caratterizzata da una continua alternanza tra vincitori e vinti, ragione per cui oggi non siamo più sapienti o più ignoranti di un tempo in modo assoluto: semplicemente l’umanità cambia, e le conoscenze con lei.

La famosa immagine di Bernardo di Chartres, filosofo medievale del XII secolo, deve suonare come un imperativo al giorno d’oggi: «Siamo come dei nani seduti sulle spalle dei giganti». Dobbiamo esserlo, debellando la nostra terribile presunzione, abbattendo la nostra sfiducia, raggiungendo l’altezza dell’umiltà. Forse ci si domanda per quale ragione noi dovremmo essere nani e gli altri dei giganti: siamo nani perché si nasce piccoli. E perché la vita richiede di cambiare di tanto in tanto le proprie dimensioni, di farci a volte piccoli e a volte grandi. Ma siccome un gigante non potrebbe salire su un altro suo simile senza sopprimerlo, occorre essere leggeri, rendersi minuti e sperimentare la metamorfosi che conduce dalla superbia all’umiltà. Non ultimo, occorre un devoto rispetto per il passato, che si traduce nello studio e nell’ascolto dei pensatori antichi, lungi da un disinteresse per il tempo presente. Fiducia, rispetto e umiltà: questi dovrebbero essere i tre ingredienti per una sana sapienza e per una comprensione ricca e piena, solida il più possibile.

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