Ore 8.02. Partenza dalla stazione centrale di Tokyo. Destinazione: Kyoto.
Attenzione Signori, si chiudono le porte. Ci lasciamo alle spalle la grande metropoli, pronti per una nuova avventura.
Dal finestrino sfilano diversi paesaggi: campi, abitazioni, colline, foreste di bambù, grattacieli e poi di nuovo campi. A volte sembra che esista una città unica.
È questione di un attimo: gli occhi hanno giusto il tempo di percepire un’immagine che questa è già subito svanita. Viaggiamo ad alta velocità: 300 km/h. E in circa 3 ore riusciamo a percorrere una distanza pari a 400 Km. Il Giappone viaggia veloce.
Il battito del mio cuore è irrequieto, un misto di ansia e aspettativa. È in attesa di un nuovo piacere, di cui non conosce il retrogusto.
All’arrivo siamo avvolti da un’ondata di pendolari. Le persone, scese, si dirigono con sicurezza e decisione verso un’altra meta. Qui sembra che le persone non abbiano tempo da sprecare.
Le scritte in giapponese non aiutano molto e così decidiamo di affidarci a una cartina di fortuna e alla guida della Lonely Planet, sperando di trovare la giusta direzione al primo colpo. Evidentemente dai nostri visi traspare una forte insicurezza, tanto che si avvicina a noi una signora che, con un inglese un po’ impacciato, ci domanda se può aiutarci con un sorriso sul volto.
Sì, grazie, molto gentile. Stiamo cercando la Soy Guest House. Saprebbe indicarci?
Osserva con attenzione la cartina e l’indirizzo su Google Maps. Tranquilli, posso accompagnarvi io.
È puro stupore: ho incontrato la bellezza in questa donna, in modo del tutto inaspettato.
La seguiamo e ci facciamo guidare all’interno della città. Ci muoviamo tra strade affollate, tipiche di una grande metropoli, e piccoli quartieri che svelano la Kyoto più antica e tradizionale. Si mescolano il nuovo e l’antico e lentamente vengono alla luce tutte le sfaccettature di questa città del Sol Levante.
Osservo attorno a me: tutto è così diverso, tutto è così affascinante. Cammino con lo zaino sulle spalle in uno stato di perdizione: si susseguono case, negozi, supermercati, bancarelle, passanti, turisti, palazzi, templi dai colori vivaci e sgargianti. Mi faccio travolgere da questa umanità e rimango sospesa, a bocca aperta e con le braccia abbandonate.
Luna (così si chiama la nostra gentile accompagnatrice) ci rivela il suo amore per questa città. Son nata e vissuta qui. Ho viaggiato molto in giro per il mondo ma Kyoto rimarrà sempre la mia casa. È qui che si trova il mio cuore.
Dopo poco arriviamo alla nostra destinazione e la ringraziamo enormemente per la disponibilità: Arigato Luna. Addio.
La guest house in cui trascorreremo qualche notte si rivela essere molto carina e particolare. La nostra camera dà su un piccolo giardino e ha un piano rialzato, ricoperto con tatami e su cui, per la notte, si può stendere un futon (tipico materasso della cultura giapponese utilizzato per dormire).
Posiamo i nostri zaini, ci rifocilliamo e siamo pronti a ripartire. Dopo aver consultato la guida, decidiamo di incamminarci verso Il Kijomizu-dera, uno tra i più frequentati ed interessanti templi buddhisti della città.
Si erge su una delle colline che abbracciano la città e che domina il bacino di Kyoto. Il complesso fu fondato nel 798 ma gli edifici attuali sono ricostruzioni del 1633. Oggi è uno dei siti più emblematici della città.
Veniamo subito accolti da un imponente edificio, lo Hondō, contornato da un vasto portico colonnato che si affaccia sulla collina. I colori sono intensi: arancio, rosso, verde. Ripresi anche sui kimono di alcune giovani ragazze che, come noi, si godono il fascino di quel luogo.
Il complesso è completamente immerso nella natura, il che lo rende ancora più suggestivo, e circondato da una miriade di statue e lanterne in pietra.
Ci spostiamo tra padiglioni e santuari, pagode e piccoli templi in legno, decorati con nastri o piccole bandiere colorate, in ricordo di preghiere espresse da qualche fedele. L’aria è impregnata da un odore dolceamaro: è incenso. Viene utilizzato durante le cerimonie religiose o acceso davanti ad immagini buddhiste. Dà un piacevole senso di rilassatezza.
Lungo il percorso incontriamo anche un anziano monaco che gentilmente ce ne offre alcuni bastoncini.
Ci ritroviamo così lungo le vie dell’antica Kyoto, costellate di negozi che vendono artigianato tradizionale e piccoli ristoranti con specialità gastronomiche locali. Queste si ergono lungo pendii più o meno ripidi, collegati da un’infinità di scale. Ci inoltriamo in questi vicoli e ci facciamo guidare dal vociare ininterrotto dei negozianti: quadri, teiere, ciotole, vestiti, statuine, cartoline. Sembra una festa, tutti sembrano preda dei preparativi. Ad un certo punto, il mio sguardo è catturato dal passaggio di una ragazza che subito si distingue dalle altre: è una geisha. Il suo viso è di un bianco pallido ma spiccano i suoi occhi, contornati da un ombretto rosso, come le sue labbra. I capelli sono raccolti in un’acconciatura complessa e, tra una ciocca e l’altra, si distinguono dei fermagli preziosi o dei boccioli di fiori. Il suo kimono è di un rosa tenue, con qualche sfumatura di rosso e bianco. Ha un passo sicuro, veloce, sembra quasi non voglia farsi notare ma è ingannata dalla sua stessa grazia. Posso fotografarti? Mi risponde con un cenno del capo e un timido sorriso. Arigato. Grazie. E come è comparsa, così sparisce velocemente.
Il sole è ormai quasi sceso all’orizzonte e il cielo si tinge di incantevoli sfumature arancioni e rosate.
Al termine di una scalinata, ci ritroviamo all’inizio del Tetsugaku-no-Michi, il cosiddetto “Sentiero della Filosofia”. Il sentiero prende il nome da un famoso filosofo del XX secolo, Nishida Kitarō, che era solito passeggiare qui, perso nei suoi pensieri. Il percorso, fiancheggiato da un piccolo canale, si snoda fra una gran varietà di piante, cespugli e alberi in fiore che ci regalano una sfilata di colori. È molto tranquillo, e ci lasciamo cullare dalla piacevole sensazione di benessere, mentre un vento leggero ci accarezza.
Dopo poco più di mezz’ora, un intenso vociare ci fa capire che ci troviamo in una delle vie principali del centro città. I lati della strada sono costellati di bancarelle che si estendono a perdita d’occhio. Veniamo colpiti dalla quantità di teiere, ciotole, tazze, posate, vasi, tutti in ceramica decorata con splendidi disegni e motivi orientali. A causa della luce sempre più scarsa, vengono accese numerose lampade: come delle lucciole indicano il percorso ai viandanti.
È pura poesia.
Ci lasciamo trasportare, spinti dalla curiosità. Respiro a pieni polmoni questa sensazione di serenità e bellezza. E chiudo gli occhi. Sul mio viso nasce un sorriso e <<’l naufragar m’è dolce in questo mar>>.

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