È un pomeriggio freddo, l’autunno comincia a farsi spazio prepotentemente e la mia mente è ancora rivolta al caldo avvolgente e piacevole dei giorni scorsi. L’appuntamento è per le 17 ma sono in ritardo e rincorro i minuti perché non scorrano troppo veloci. Sono un po’ agitata, ma è quell’agitazione positiva.  Arrivo davanti al bar e lo trovo seduto su una panchina. Si sta guardando intorno, sembra spaesato, chissà a cosa pensa.

Ehi! Lo colgo all’improvviso e fa un piccolo salto.

Scusa il ritardo, è da tanto che aspetti?  Inizia così la nostra chiacchierata. Anche se non ci conosciamo, mi sento fin da subito in confidenza.

Elia è molto alto, mi devo come arrampicare per poterlo salutare. Ha uno zaino con sé e mi accoglie con un sorriso. Dopo poco, mi rivela i suoi prossimi progetti. Ha deciso di ripartire e la meta scelta è la Nuova Zelanda. Mi lascia un attimo spaesata questa rivelazione: wow, penso. Ammetto di provare un po’ di invidia, ma la tengo per me.

Ci sediamo e ordiniamo un caffè: nel caos che ci circonda cominciamo a raccontarci piccoli pezzi di viaggi e di vita.

Elia ha la mia età, 21 anni, ed è da poco tornato da un viaggio di 8 mesi in Australia. Scoprii la cosa tramite una storia su Instagram: una foto buia che ritraeva un paesaggio non bene identificato, indicante la localizzazione: Sydney.

Incuriosita, lo contatto, proponendogli una collaborazione per un articolo sulla sua avventura.

Quasi 7 mesi dopo eccoci qui, uno di fronte all’altra, due caffè e un tavolino da bar che ci separano e tanta curiosità.

In svedese, gli rivelo, esiste un sostantivo – resfeber – che indica il battito irrequieto del cuore di un viaggiatore prima che il viaggio cominci, un misto di ansia ed aspettativa. Se potessi rivolgerti al te stesso di un anno fa, conoscendo dubbi e curiosità, cosa gli diresti?

Gli direi che quel sostantivo è il motivo per il quale, molto spesso, le persone non possono più fare a meno di viaggiare. È un duetto che, bilanciato, suona melodie che quantomeno ti alzano dalla sedia, poi per ballare bisogna aggiungere altro.

Non fosse stato per le aspettative che mi ero creato non sarei mai partito per l’Australia. Che poi alcune non siano state soddisfatte poco importa, è però di vitale importanza averne.

E, allo stesso modo, non fosse stato per l’ansia non sarei, col senno di poi, così soddisfatto di quello che ho vissuto e creato.

Che cosa ti ha spinto a fare una scelta di questo tipo? Cos’era ciò che cercavi?

Il fatto che non avessi nulla da perdere ha contribuito in modo significativo alla mia scelta.

Sono un ragazzo di 21 anni, non ho grandi vincoli, navigo in una fascia d’età nella quale potenzialmente posso essere tante cose e mi è permesso sbagliare, quindi mi sono detto: perché no?

Bisognerebbe chiederselo più spesso ed evitare che sia la paura a rispondere.

Un altro fattore contribuente è stata la voglia di conoscermi maggiormente, valutare le mie abilità di adattamento in un ambiente non familiare e dimostrare a me stesso di poter uscire da solo di fronte a situazioni di difficoltà. Ne esco una persona molto più sicura e consapevole.

Cos’era ciò che ti spaventava o ti ha spaventato maggiormente?

La mia principale paura è stata, ed è legata, all’uso di una lingua diversa da quella madre. Sono approdato in Australia con un livello di inglese certamente non invidiabile e quindi le principali difficoltà sono scaturite dall’uso della lingua. Ho provato sulla mia pelle, e già sapevo in parte, di come sia difficile dire un qualcosa di esatto senza avere nel proprio vocabolario le parole giuste per poterlo fare. Si usano termini generici che non sempre aiutano la comprensione altrui. In risposta ho trovato una mentalità ed un paese aperti e abituati a questo tipo di difficoltà. Non mi sono quasi mai sentito in difetto, per esempio, nell’esprimermi gestualmente o nel chiedere di ripetere ciò che mi era appena stato detto.

Tra gli incontri fatti, pensi di esserti riflesso nelle storie degli altri? Sono stati incontri che ti porterai dietro nel tuo bagaglio di vita?

Nell’ultimo mese di permanenza ho viaggiato, insieme ad un amico, alloggiando e cambiando frequentemente ostelli. Ho incontrato una quantità notevole di persone e posso quindi affermare alcuni aspetti che ho avuto modo di appurare:

  • Per quanto si possa provenire da zone opposte del mondo, esiste una linea continua che accomuna la maggior parte di noi e che punta verso orizzonti simili;
  • L’uso corretto delle comunità virtuali, come i social networks, facilita e aumenta esponenzialmente la creazione di comunità reali;
  • La diversità, accolta nel modo giusto, migliora la nostra condizione personale e collettiva;
  • L’arte culinaria italiana è molto apprezzata dal popolo australiano e non solo (nulla di sconvolgente, ma è sempre bene ricordare che l’Italia ha una sua importanza nel mondo, più di quanto si potrebbe comunemente pensare);
  • Viaggiare è una figata.

In un mio vecchio articolo scrissi: «il viaggiatore è come un cantastorie: si fa strumento per poter diffondere, attraverso le sue parole e i suoi ricordi, le storie che, in silenzio, ha appreso e vissuto, per giungere al prossimo, toccarlo, fargli dono e alla fine ritornare in sé arricchito del viaggio intrapreso».

Qual è la tua storia?

La mia è una storia di paure, possibilità, personalità, libertà, avventure, mancanze, presenze.

Non so ancora bene definire una traccia, è passato troppo poco tempo dal mio ritorno, sono però felice di aver riempito le pagine bianche con storie di vita personale e altrui. Aprirò il libro della mia vita, capitolo Australia, ogni qualvolta avrò paura di un nuovo inizio, sicuro di aver scritto, in modo indelebile, storie dal sentore di oceano.

 

È una chiacchierata calda e rigenerante quella che ci accompagna in quest’ora. Alle parole di Elia si accompagnano anche splendide foto che mi fanno immaginare e quasi vivere la bellezza di quei posti così lontani e selvaggi. Piccoli frammenti di vita quotidiana, di esperienze vissute e di persone conosciute. Rimango affascinata da come, ancora una volta, mi nasca la sensazione di come a volte riusciamo a cambiare il mondo ma quasi sempre è il mondo a cambiare noi.

Tra poco devo essere ad allenamento, scusa.

Torno alla realtà e il racconto di viaggio deve terminare.

Usciamo nuovamente all’aria fresca della sera. Ciao Elia, è stato un piacere. Grazie.

Lo saluto e dentro di me gli auguro il meglio per questo nuovo viaggio.

Chissà dove lo porterà e chi incontrerà. Ma questa sarà un’altra storia.

 

 

 

 

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