Venerdì 28 settembre la giovane artista francese Aurelia Dedieu, che da undici anni ha scelto l’Italia per vivere, ha portato sul palco del teatro Toselli il suo spettacolo “S.O.S storia di un’Odissea psicoSomatica”. A presentarla è stata l’assessora al benessere Franca Giordano, affiancata da rappresentanti della fondazione C.R.C., della scuola di musica Insieme Musica e del centro ostetrico Oasi, con cui la ragazza ha collaborato durante quest’anno trascorso a Cuneo. Alla regia Giuseppe Vetti che si è formato con Jango Edwards e da anni si dedica all’universo clown come performer e regista. 

Il pretesto per dare inizio allo spettacolo è il racconto di un banale ma fastidiosissimo mal di pancia che sorprende Aurelia mentre è in vacanza in un indefinito e sperduto paesino della provincia e la costringe a rivolgersi d’urgenza a un medico molto particolare. Questo è impersonato da una voce fuori campo, che propone alla ragazza un’analisi estremamente approfondita del suo corpo per dare una spiegazione finalmente esaustiva dei suoi sintomi. È a quel punto che l’inconsapevole protagonista è trascinata in un “viaggio allucinante” all’interno del suo stesso corpo. Un ascensore la porta, di piano in piano, a incontrare gli strani abitanti di sette fra i suoi organi (intestino, utero, stomaco, sistema ormonale, fegato, cuore, cervello), che le riveleranno la vita segreta e parallela che si svolge dentro di lei. 

S.O.S è un “one-woman-show” che colpisce per diversi motivi e ne voglio elencare almeno tre.

Primo fra tutti il talento poliedrico di Aurelia. Con un italiano perfetto, piacevolmente screziato dall’accento francese, è una bomba di energia: cabarettista, poi ballerina esplosiva, poi cantante (con una voce tanto emozionante quanto pulita e precisa tecnicamente). Ma è soprattutto una donna dotata di tutta la femminilità e la risolutezza di chi nel proprio corpo sta (o ha imparato a stare) bene e di un’ironia e un’autoironia naturale e travolgente, che ti strappa una risata dal monologo di apertura al congedo.

In questo spettacolo non solo si ride, ma, ed è la seconda cosa che colpisce, il pubblico è continuamente coinvolto, diventa parte attiva dello spettacolo. Senza voler fare troppi spoiler in uno sketch memorabile noi, da spettatori seduti in platea, ci ritroviamo improvvisamente ad essere gli enzimi/operai dello stomaco di Aurelia, riuniti a comizio per organizzare una rivolta/gastrite contro la proprietaria del corpo/fabbrica in cui ci spacchiamo la schiena pagando il prezzo dei suoi troppi caffè e delle sue abbuffate notturne. Poi eccoci in piedi a cantare “One Love” di marleyniana memoria, abbracciati ai nostri vicini: un Aurelia-hippy apparentemente fatta e ubriaca ci dà il ritmo accompagnandoci con una chitarra scordata mentre alle sue spalle il proiettore mostra una serie di edifici in crollo (le pareti del fegato?!). 

Terzo, gli sketch semplici e divertenti e il taglio apparentemente banale nascondono uno spettacolo che attraverso il prezioso strumento della risata va a toccare aspetti che ci riguardano tutti come possessori di un corpo nell’odierna società occidentale e lascia spazio a un finale che non si risparmia di spingere alla riflessione esplicita. Fin dove siamo disposti ad arrivare prima di iniziare ad ascoltare il corpo?  È questo che Aurelia vuole chiederci con S.O.S. 

Perché è vero che il corpo parla un linguaggio che abbiamo ormai dimenticato, ma il suo tentativo di comunicare con noi è costante. Allora forse vale la pena di provare a prendersi del tempo per ascoltarlo, prima di rivolgerci ai diversi metodi che il mercato ci fornisce per metterlo a tacere. Ascoltarlo per trattarlo meglio, per riconoscere le sue potenzialità e i suoi limiti, per amarlo in tutti i suoi spigoli scomodi e i suoi punti forti, nella sua unicità. Trattarlo meglio per stare bene e far fruttare le sue capacità peculiari. Farlo fruttare per dare voce al più importante strumento di espressione della nostra psiche, come fa Aurelia nel e con il suo spettacolo. Uno spettacolo per chi ha voglia di ridere, farsi coinvolgere, e per chi crede nell’importanza di farsi domande e ascoltarsi.

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