Basterebbe la frase che fa da copertina a questa rubrica per raccontare il rapporto carnale, intimo, per chi non lo ama ridicolo, che lega lo sport e l’Italia in un legame indissolubile. Autore Winston Churchill, ovvero colui che con gli italiani si trovò prima costretto a trattare e poi a combattere, mentre questi pensavano a vincere un Mondiale dopo l’altro e a fare bella figura alle Olimpiadi organizzate dall’amica Germania.

Abbiamo votato. Si è detto (e sbraitato) tanto. Sicuramente le parole non finiranno qui, anzi, verosimilmente sono proprio iniziate con il 4 marzo. Ed eccolo ancora una volta qui, il puntuale riassunto di come lo sport abbia avuto una relazione stabile anche con questo importante evento del mese.

Difficile non partire dalla madre di tutte le vicende sportive ad impatto politico in Italia. Era la prima Italia senza un re, quella di una o forse due (visti gli ultimi verdetti elettorali) repubbliche fa. Per la prima volta si doveva votare per decidere quale immagine dare al mondo di sé e quale linea dare al futuro del Paese e a quei 30 anni successivi che sarebbero stati gli anni della Grande Crescita. Due mondi a confronto, quello della Dc e quello del Pci, che affidarono alle due ruote la loro resa dei conti. Anno 1948, in piazza la tensione alle stelle. Fuori dalla penisola la nazionale italiana a più di un’ora di ritardo dalla vetta della carovana per la vittoria del Tour de France (si correva ancora divisi per Paesi). Poi una chiamata, un misto di verosimile storia fatta attraverso due cornette e leggenda: era De Gasperi che implorava Gino Bartali, “Ginaccio il democristiano” di fare l’impresa, perché il leader comunista Togliatti era appena stato colpito in un attentato, creando scompigli di piazza. Il resto è storia, con un’impresa quasi impossibile di Bartali che si trasformò nel principale antidoto per l’odio intestino italiano: la guerra civile imminente era scongiurata dalla vittoria al Tour de France e l’Italia ringraziò per la prima volta il campione toscano. Passeranno ottant’anni per il secondo “Grazie”, quando si scoprì che proprio in sella ad una bicicletta “Ginaccio” aveva salvato decine di ebrei durante la guerra, pedalando da nord a sud con i loro falsi documenti nel telaio.

Quasi trent’anni dopo fu uno sparo a mettere in crisi quella democrazia raggiunta con tanta fatica (e sangue) dai nostri (bis)nonni. Ad esploderlo nel 1977 un gioielliere romano, che decise di farsi giustizia da sé per sedare una presunta rapina avvenuta nel suo negozio proprio in orario di chiusura. Una legittima difesa ante litteram, insomma. Peccato che ad essere colpito ed a morire fu Luciano Re Cecconi, nato quando Bartali vinceva in Francia salvando l’Italia e poi diventando centrocampista della Lazio campione d’Italia nel 1974. Una squadra strana, di capelloni comunisti e pistoleri neofascisti, come molti racconteranno. La morte del biondo laziale gettò caos in un Paese già afflitto da esplosioni ben più roboanti da otto anni a quella parte, tra terrorismo di destra e di sinistra. C’era chi parlò di uno scherzo finito male, con il gioielliere che sparò per timore, ma molti paventarono un regolamento di conti di stampo politico, a testimonianza della grande tensione del tempo. La verità non è mai venuta a galla.

Terzo ed ultimo balzo del nostro racconto in quel di Milano, venticinque anni fa. A portare il calcio nella politica (e, prima, la politica nel calcio) un noto imprenditore lombardo, che divenne per tutti il Cavaliere. Stiamo parlando ovviamente di Silvio Berlusconi e di quel suo Forza Italia, il primo partito personalizzato (e personale) della storia, nato proprio nel 1993 per tentare un’impossibile scalata a Palazzo Chigi in vista delle elezioni del 1994, le prime dopo l’apocalisse di Tangentopoli. Vincerà, il Cavaliere, trasferendo nelle urne una narrazione che conosceva bene: quella del suo Milan, campione d’Europa a più riprese a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, prima di essere definito “la squadra del secolo” per il suo calcio rivoluzionario. Forza Italia, appunto, come i tifosi cantavano guardando la nazionale, guarda caso vestita d’azzurro, proprio come i nuovi liberali italiani. E poi “la squadra di ministri”, la proverbiale “discesa in campo”, gli “avversari”. Il calcio di un imprenditore, poi divenuto presidente vincente, che trasformava la politica, addomesticandola e accompagnandola nel mondo post-crollo del Muro.

Tre aneddoti, ma ce ne sarebbero a migliaia, in Italia e non. Dagli Usa delle Black Panthers all’endorsement della nazionale francese nei confronti di Chirac nel 2002. Che lo si voglia o meno, siamo la società dello sport, e lì ci raccontiamo. Dimmi che fai nello sport e ti dirò chi sei.

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