«È stato il Natale più meraviglioso che io abbia mai passato. Eravamo in trincea la vigilia di Natale e verso le otto e mezzo di sera il fuoco era quasi cessato. Poi i tedeschi hanno cominciato a urlarci gli auguri di Buon Natale e a mettere sui parapetti delle trincee un sacco di alberi di Natale con centinaia di candele. Alcuni dei nostri si sono incontrati con loro a metà strada e gli ufficiali hanno concordato una tregua fino alla mezzanotte di Natale. Invece poi la tregua è andata avanti fino alla mezzanotte del 26, siamo tutti usciti dai ricoveri, ci siamo incontrati con i tedeschi nella terra di nessuno e ci siamo scambiati souvenir, bottoni, tabacco e sigarette. Parecchi di loro parlavano inglese. Grandi falò sono rimasti accesi tutta la notte e abbiamo cantato le carole. È stato un momento meraviglioso e il tempo era splendido, sia la vigilia che il giorno di Natale, freddo e con le notti brillanti per la luna e le stelle».
Siamo nei giorni che vanno tra la notte di Natale ed il capodanno del 1914. A parlare, anzi scrivere, è Leon Harris, caporale del 13° battaglione del London Regiment. L’Europa da qualche mese non è più quella che i nostri trisnonni avevano imparato a conoscere. Quella della Belle Epoque, dell’avvento dell’automobile, del Novecento come il secolo della macchina e della pace. No. Da qualche mese un’era, anzi un secolo, il «secolo lungo» per dirla con le parole di Eric Hobsbawm, è finito, lasciandosi alle spalle i ricordi di un’Europa riappacificata e delle lunghe lotte romantiche dell’ ‘800. Dall’estate, infatti, il vecchio continente è afflitto da quella che al tempo verrà ribattezzata Grande Guerra, poi meglio conosciuta come Prima Guerra Mondiale.
Sono i giorni, quelli precedenti alla lettera di Harris ai genitori, tra i più tragici del conflitto. Si è infatti da poco compreso che quella che doveva essere una guerra lampo, blitzkrieg nella teorizzazione bellica tedesca, si è invece trasformata in una contesa che porterà malattie, tragedie umane, drammi psicologici e milioni di morti, coinvolgendo l’intero emisfero.
In quella cornice drammatica, il quadro dipinto dalle parole del soldato britannico. Perché proprio nella notte di Natale 1914 si consumò forse la più grande pillola sportiva della storia dell’umanità, una pillola nel marasma bellico.
Soldati britannici e tedeschi insieme, gli uni contro gli altri, senza armi come oggetto della contesa e morti avversari come obiettivi da raggiungere. Solo un pallone di pellame, la voglia di segnare un gol e gli stessi stivali bellici, indossati fino al giorno prima delle trincee, divenuti scarpe da gioco. Già, il calcio come simbolo della tregua. Tutti felici e contenti, a centinaia dietro ad una sfera, senza pensieri per la testa per ventiquattr’ore. Da lì, la leggenda della partita di Natale. Quel match che si sarebbe chiuso sul 3-2 per gli Alleati, ma del quale non si ha alcuna certezza. Più probabile che si giocò senza compagni di squadra o avversari, rendendo il tutto ancora più magico, in un melting pot di razze (al tempo quel termine era ancora in voga), lingue e schieramenti.
«I should think there were about a couple of hundred taking part. I had a go at the ball. I was pretty good then, at 19. Everybody seemed to be enjoying themselves. There was no sort of ill-will between us. There was no referee, and no score, no tally at all» – dirà Ernie Williams, altro reduce britannico in un’intervista rilasciata nel 1983, quasi settant’anni dopo quella partita.
A fare da contorno, Walgherem, la terra di nessuno. Provate a fare una breve ricerca su internet e vi renderete conto della forza di quel miracolo. Walgherem è cittadina del nord del Belgio, divenuta tragicamente famosa, a suo modo, per alcuni attacchi con il gas letale compiuti nel 1916 dall’esercito degli Imperi Centrali.
Quel giorno no, avevano vinto la pace, il Natale ed il calcio. Il giusto modo per avvicinarsi alle feste, ricordando che cosa producono gli odi nazionali, di che cosa è capace lo sport e quanto l’uomo possa essere infinitamente forte anche nelle avversità.

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