Prima dei social media gli artisti per essere riconosciuti come tali dovevano ottenere il sostegno della critica, delle gallerie e dei principali collezionisti. Già negli anni sessanta, con lo sviluppo dell’editoria artistica indipendente, gli artisti trovarono un primo modo per bypassare questo circuito. Oggi Instagram per molti artisti è l’equivalente online di un portfolio o di una galleria virtuale, o ancora un “diario di lavoro” pubblico, che registra passo dopo passo lo stato di avanzamento dell’opera e del processo creativo in cui vengono integrati, come testimoni virtuali, tutti coloro che interagiranno, visualizzando e commentando, col post.

In un’unica figura, quella dell’artista, convergono contemporaneamente i ruoli di creatore, venditore e curatore del proprio lavoro che diventa il centro delle interazioni tra il pubblico e l’artista senza che il primo debba recarsi in un preciso luogo fisico. Come sappiamo però tutte le rose hanno le spine e nel caso di Instagram le spine sono il tempo e le energie che un sistema che si nutre voracemente di immagini richiede perché i propri contenuti non vadano dispersi nel marasma di selfie, cibo e altre mode passeggere.

Pur non avendo alcuna funzionalità di vendita diretta l’app è comunque un fondamentale canale di marketing e sponsorizzazione a supporto dei siti web delle gallerie e degli artisti.
Anche il mondo delle case d’asta ha ben compreso le potenzialità di questo social network, ne è un esempio Loic Gouzer, vicepresidente del Dipartimento Post-War and Contemporary Art di Christie’s, che invece di inviare le solite newsletter per annunciare le aste ha invitato i suoi diecimila seguaci a utilizzare Instagram per scoprire in anteprima i lotti che saranno presentati alle aste, prima ancora della pubblicazione del catalogo. Inizia ad accadere così che grandi collezionisti come Alberto Mugrabi abbiano postato commenti, con tanto di emoji, sulla volontà di acquistare uno specifico lotto. 

Con la sua onnipresenza nella sfera del quotidiano, non stupisce che Instagram sia la piattaforma online più utilizzata dal sistema dell’arte, ovvero – in breve –  quella catena di istituzioni e persone che vanno dall’artista al collezionista con la funzione di legittimare un manufatto elevandolo a opera d’arte.
Sviluppata da Kevin Systorm e Mike Kreiger e lanciata il 6 ottobre 2010 l’app ha raggiunto poco tempo fa gli ottocento milioni di instagrammer attivi al mese, di cui cinquecento che la utilizzano quotidianamente.
La possibilità di fruire in maniera semplice ed immediata d’immagini e contenuti è la caratteristica peculiare di Instagram; per questo si configura come un’ottima vetrina per le gallerie e i musei (costituenti il sistema mercatale dell’Arte) e per i singoli artisti, al tempo stesso emergenti e non.
Un possibile acquirente ha così la possibilità virtuale di contattare autonomamente l’artista che gli interessa senza passare attraverso i canali “ufficiali” come i galleristi e gli art dealer.

In un’intervista a trentacinque grandi collezionisti redatta da Artsy.net, piattaforma online per la vendita di opere d’arte, la metà ha affermato di aver acquistato opere di artisti che avevano scoperto su Instagram.
Nello stesso sondaggio, l’87% dei collezionisti intervistati ha affermato di controllare Instagram più di due volte al giorno e, fra questi, il 55% più di cinque volte al giorno. Questi collezionisti non solo sono dei “consumatori”, ma sono anche instagrammer attivi: il 55% del campione posta sul social più volte a settimana, diventando così degli influencer.
Con le sue molteplici possibilità Instagram sta inequivocabilmente alterando le dinamiche della catena che va dall’artista al collezionista, legittimando non più il manufatto ma lo spettatore armato di pollice insù che si eleva a tastemaker, non è più il gusto di una sparuta élite che decide per tutti, ma è la massa, con il peso soverchiante dei numeri dalla propria, ad eleggere democraticamente a suon di like e hashtag i propri eroi e beniamini.

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