Girò lentamente la testa, ora lo specchio rifletteva la parte destra del collo e del viso. Passò il pennello sulla pelle lasciando una scia di cera profumata e inclinando ogni tanto il capo all’indietro per raggiungere ogni punto. Dopo che ebbe spalmato la cera su tutto il viso, allungò le braccia fino a raggiungere la schiena e dipinse di bianco le spalle, fino alle scapole, lasciando due spicchi di pelle scoperta dietro il collo.
Con un pennello sottile ripassò di rosso le labbra e di nero le sopracciglia.
Avvolse il kimono di seta intorno al corpo e uscì nel giardino.
L’aria era fredda e umida, un passo dopo l’altro si incamminò su uno dei sentieri di pietra che si aggrovigliavano tra gli alberi intorno al padiglione e che erano ricoperti da una patina di acqua scivolosa.
Già sulla soglia del padiglione l’odore dell’erba e della pioggia si mischiava a quello dell’incenso.
In fondo alla stanza, sul pavimento di legno, era adagiato il corpo di una donna. Un uomo era chinato su di lei, intento a lavare il viso cereo con un panno bianco.
Si avvicinò ancora e si inginocchiò.
Davanti a lei il corpo della donna era coperto con una stoffa azzurra sottile, su cui serpeggiavano fili argentei. Soltanto il viso era scoperto, con i capelli sciolti che ricadevano sul cuscino.
L’uomo intanto continuava a pulire il corpo e a cospargerlo con olii profumati. Quando ebbe terminato prese con delicatezza da sotto la stoffa le mani rigide della donna e gliele unì sul petto.
La geisha chinò la testa fino a sfiorare con la fronte quelle mani e stette ferma, con gli occhi chiusi.
In piedi vicino alla soglia un bambino le guardava.
L’uomo prese un pennello e stava per appoggiarlo sulla pelle della donna quando la geisha chiese: “Permette?”
Gli sfilò la cipria bianca dalle mani e iniziò a coprire il viso della donna.
L’uomo la fissava, gli occhi seguivano ogni suo gesto. Le parole gli uscirono in un soffio, come se temesse il suono della sua stessa voce: “La conosceva bene?”
“È stata la mia sorella maggiore, la geisha che mi ha insegnato ad essere un donna d’arte. Quand’ero un’apprendista era lei a truccarmi.”
La donna finì di dipingere la pelle della geisha, le acconciò i capelli in uno chignon intorno a cui appoggiò dei piccoli fiorellini bianchi, poi fece scivolare un piede in avanti e si alzò.
Quando uscì dal padiglione, sul mobile basso nell’angolo a destra, stava ormai cadendo sul portaincenso la cenere del terzo bastoncino bruciato.
Uscendo prese per mano il bambino che fino a quel momento aveva aspettato attonito all’inizio del padiglione. I suoi lineamenti infantili si confondevano con quelli della donna che giaceva fredda sul pavimento di legno alle sue spalle. La geisha gli strinse la mano e lo portò via con sé.

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