Finalmente ci siamo. Dopo un conto alla rovescia lungo quattro anni, prenderanno il via proprio nel fine settimana i XXIII Giochi Olimpici Invernali dell’era moderna. I giochi che, tanto per essere sintetici, sono già entrati nella storia per due ragioni: essere riusciti a riavvicinare Corea del Nord e Corea del Sud, ammansendo quel laccato inferocito di Kim Jong-un, ed aver riscritto la storia del nome più impronunciabile per una sede olimpica, con quel Pyenongchang che nasconde più insidie di una discesa sotto la bufera (anche più di Garmisch-Partenkirchen 1936).

Scherzi a parte, saranno di nuovo un crogiuolo di emozioni come pochi altri eventi (sportivi e non) sanno essere nel mondo. Qualche esempio? Come sempre è la pillola sportiva a darveli. Sono nomi di gente comune, perché spesso questo sono state le Olimpiadi: il racconto del ragazzo di tutti i giorni che diventa leggenda, anni di sacrificio trasformati in oro o sfumati per una scivolata all’ultima piroetta. Ed è proprio per questo che le amiamo.

Steven da Camden

Partendo da lui, l’ultimo divenuto primo, il Davide che sconfisse tutti i Golia ma perché i Golia non fecero altro che auto-distruggersi. È servito un video della Gialappa’s per rendere immortale l’impresa di Steven Bradbury, un nome una leggenda. Capello platinato stile Ringo, sguardo da pazzo e quell’insana follia che contraddistingue i baciati dalla fortuna. Questo è Steven da Camden, Australia, dove nacque nel 1973. Pattinatore sgraziato, dopo la vittoria della medaglia di bronzo nella staffetta dei Giochi di Lillelhammer 1994, quando si presentò a Salt Lake City nel 2002 sembrava non avere più nulla da chiedere alla carriera. Poi, l’incredibile. Difficile riassumere, lasciamo al video.

Successe sì, successe davvero. Vinse così e come solo i veri eroi sanno fare, salutò tutti da campione, lasciando il pattinaggio. Divenne commentatore, poi automobilista, uomo da francobollo e infine protagonista del programma Tv australiano “Dancing with the stars”. Chissà se avrà vinto anche lì…

Joannie da Montréal

Lasciate da parte l’ilarità suscitata da Steven, perché la storia di Joannie, invece, è storia di lacrime e bellezza. Storia di una donna, o meglio due. Joannie e Thérèse, entrambe da Montréal, entrambe a Vancouver, nell’inverno del 2010, per l’Olimpiade della prima. Joannie Rochette ha ventiquattro anni, specializzata in pattinaggio artistico ed è pronta a far sognare tutto il Canada perché si sente pronta al salto decisivo della sua carriera. Thérèse, invece, è sua madre, donna orgogliosa di 55 anni, che ha scelto di spostarsi perché sua figlia, no, non può restare da sola per un giorno così importante. Poi la tragedia: a due giorni dalla gara Thérèse muore, colpita da un attacco cardiaco, gettando nello sconforto la figlia ed una nazione intera. Eppure Joannie non si sente sola, sceglie di gareggiare, stupisce tutti e giunge terza. Non aveva mai vinto una medaglia olimpica fino a quel momento e mai più ne otterrà altre. Qualche giorno dopo, al funerale di Thérèse, Joannie posa quel bronzo sulla bara della madre e lo lascia lì, per sempre. Quella medaglia è sua, quella medaglia è stata vinta dall’amore.

Michael Thomas da Cheltenham

L’ultimo salto nelle favole olimpiche è nel Regno Unito. Qui, negli anni ’80, Michael Thomas Edwards, per tutti Eddie, un muratore di poco più di vent’anni, decise di fare ciò che nessuno si sarebbe mai aspettato. Aveva una passione: sciare. Aveva un sogno: partecipare ad un’Olimpiade. Peccato che la sua madre terra non avesse una grande tradizione negli sport invernali, visto che da decenni, ormai, nessuno sportivo fosse in attività. Per di più, scelse di andare oltre: voleva essere ricordato come saltatore con gli sci, non proprio la specialità più comune.

Quella di Michael Thomas diventa a questo punto storia di perseveranza, prima di trasformarsi in leggenda. Dalla seconda metà degli anni ’80 non fece altro che saltare. Si trasferì addirittura a Lake Placid, negli Usa, dove continuò ad allenarsi, perché lui un’Olimpiade voleva farla. E questa arrivò, nel 1988 a Calgary. Michael Thomas Edward c’era, come rappresentante del Regno Unito, grazie ad un regolamento che consentiva ad ogni nazione di portare almeno un’atleta per specialità.

E poco importa se Eddie a quel punto, fece ciò che era più pronosticabile. Nessun “effetto-Bradbury”, insomma. Chiuse ultimo, in entrambe le specialità affrontate, con un punteggio di molto inferiore alla metà di quello ottenuto dal penultimo classificato. Eppure Eddie divenne il più amato, la vera ragione d’interesse di quell’Olimpiade. Salti sgraziati, l’abbonamento all’ultimo posto e dei grandi occhiali da vista sotto quelli da sciatore, che spesso si appannavano durante il volo rendendo più complesso l’atterraggio. Eddie divenne l’eroe normale, l’esempio dell’uomo qualunque che ci prova, ottiene e lotta contro le avversità di ogni giorno.

Eddie, soprattutto, divenne “l’aquila”, così come ebbe a definirlo il presidente del Comitato organizzatore nella cerimonia di chiusura (“In questi giochi, alcuni atleti hanno vinto la medaglia d’oro, alcuni hanno battuto dei record, e alcuni di voi hanno addirittura volato come un’aquila.”). Da lì fu per tutti “Eddie the eagle”, tanto da ispirare un film del 2016 dal titolo “Eddie the Eagle. Il coraggio della follia”, dopo essere stato tedoforo del braciere olimpico per le Olimpiadi di Vancouver del 2010. Una leggenda, appunto.

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