“Il lusso della scelta, il mondo che rimane una questione aperta”

19 anni, nome di fiore, si prende cura di 4 bambine tra i 5 e i 9 mesi e altri 6 che ne hanno 12 o qualcuno di più. Ride quando le dico che non ho mai dato il latte con il biberon o cambiato un pannolino: “Da voi non ci sono bambini orfani?”.
Orfanotrofio di Tosamaganga, Tanzania centrale. 65 bambini tra gli 0 e i 6 anni, 4 malati di AIDS, tutti orfani di madre, morta durante il parto, con un padre che non può, non sa o non vuole prendersi cura di loro.

“I papà non possono dare il latte ai bambini quindi li portano qua”, mi racconta Violette, figlia di un mondo in cui la crescita dei bambini è affidata interamente alle donne che, ai nostri occhi incapaci di astenersi da giudizio, sembrano spesso troppo fredde o troppo distaccate per essere madri. Ma chi lo sa cosa vuol dire essere madre in Africa?

Anga.

Il cielo. Che non smette di farsi guardare. Le nuvole attaccate alla terra.
Il cielo, tutto intorno. Sconfinato: senza confini. Immenso. Maestoso.
Respiro per i polmoni.
Luce per gli occhi.

Infuocato al tramonto, stellato di notte, fa da orizzonte – mai da frontiera – a questa terra rossa.

Regole non scritte.

Sul dalladalla – mezzo di trasporto locale, un minivan con 9 o 12 sedili e una effettiva capacità di 30 passeggeri tra quelli seduti e i tanti in piedi – affollatissimo da togliere il respiro, con la testa piegata di lato per l’altezza sproporzionata alle possibilità del mezzo, una signora mi tocca la schiena e mi dice di passarle il mio zaino, che lo tiene lei sulle sue gambe perché tanto è seduta. La ringrazio e glielo passo.

Il vecchio che trasporta cose.

Nella città di Iringa da molti anni un tanzaniano sui 60-70 anni ogni giorno cammina per le strade della città trasportando oggetti che trova in terra o nei container di spazzatura a cielo aperto dispersi nei quartieri cittadini. Un casco da moto, una radio, una cintura stretta sui fianchi a cui ha attaccato una lunga corda che trascina altri oggetti che strisciano per terra dietro di lui come un cane fedele al suo padrone. Tubi, pneumatici, schermi di computer, cesti di vimini, sacchi di iuta, pezzi di plastica scartati nei cantieri.

Un tempo autista di bus o di camion, ora trascinatore di cose a causa di una maledizione lanciata da qualche suo parente con l’intervento di uno stregone. Mi dicono sia diventato così: pazzo e felice di trascinare oggetti per strada. La stregoneria abita i villaggi africani.

I bambini.

Le urla, i colori, i vestiti. Il loro palese bisogno di affetto, di una mano stretta, di un sorriso, di uno sguardo che accompagni la discesa da uno scivolo. I vestiti che sanno di pipì, la pelle unta di olio, i funghi che crescono tra i capelli rasati. L’amore: credi di essere tu a stringerli al petto e invece sono loro che sorreggono te – ti sei aggrappata. L’amore: pensi di dare e invece ricevi.

Ringrazio per la foto Chiara Ragno.

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