Inedito.
Inedito nel senso di inimmaginabile ed inimmaginato.

Inedita la zanzariera intorno al letto. La prima cosa del mattino e l’ultima della sera. Sembra di essere su una barca a vela.

Inedito il cielo africano, ancora e ancora, di giorno e di notte.
Il tramonto è veloce. Mezz’ora. Il cielo diventa la tela di un pittore impressionista, con sfumature di colori mai viste o pensate ed accostate in modo sempre nuovo. Poi, silenzioso come è arrivato, sparisce per lasciare posto al blu scuro puntinato di stelle.
In queste sere la luna è piena e luminosissima. Ci sono poche luci di lampione in centro città, ancor meno in collina. Esci di casa per buttare la spazzatura, fai tre passi, alzi lo sguardo ed inizi a girare su te stesso, come in un rituale, solo per provare a cogliere quella bellezza in una volta sola. Ma non ti sazi e continui a girare e a contare nuove stelle e a cercare la luna dietro a qualche nuvola passeggera, in un firmamento che una sera ti sembra vicinissimo, la sera dopo ti sembra troppo lontano per poterti addirittura illuminare.
La luna. È la sola a schiarire il nostro cammino incerto su sentieri sterrati a cui i nostri piedi ed i nostri occhi ancora non sono abituati. Noi, timide erranti in un continente troppo vasto per essere compreso, a inseguire la luna, come i marinai di questa parte di mondo inseguivano la Croce del Sud, come i Re Magi inseguivano la stella cometa. Affascinate, senza oro, incenso o mirra ma con il solo dono dello stupore che conserviamo tutti noi e che in questa terra riesce ancora a manifestarsi con una certa magica insistenza.

Inediti i Sungura ya Pasaka, i coniglietti di Pasqua.
Un sabato mattina qualsiasi al centro nutrizionale dell’associazione Papa Giovanni XXIII. 10 bambini seduti attorno ad un tavolo in religioso silenzio intenti a colorare rotoli di carta igienica finiti, uova sode e cartoncini. Non hanno i colori a tempera a casa, non hanno i pennelli, non hanno i pastelli a cera. Viviamo in un mondo dove i bambini non disegnano o colorano, né a casa né a scuola. Non ha senso spendere dei soldi per comprare questi materiali.
“Che cosa disegni?”
“Una tazza”
“E tu?”
“Una finestra”
“Tu invece stai disegnando una casa! Puoi disegnare anche un animale qui vicino? Tipo un gatto o un leone?”
“No, non riesco. Ma posso disegnare un pollo”

Cento volte tanto. Questa è la sensazione della vita africana. Nel bene e nel male.
Pensi di riuscire a trasmettere un po’ di felicità ai bambini del centro o alle bambine dell’orfanotrofio, ma loro te ne restituiscono cento volte tanto. Pensi di tenerli per mano ma sono loro a tenere per mano te, tu e le tue fragilità, le tue presunzioni sul poter fare del bene, i tuoi sorrisi a volte sinceri a volte sforzati.
Ci sono cose difficili cento volte tanto rispetto a casa. Essere bianchi in Africa a volte è più complicato che bello. Ma per ogni piccolo traguardo raggiunto, ti senti davvero soddisfatto.
Si vive di sensazioni intense. O forse semplicemente inedite, sconosciute. Inimmaginabili ed inimmaginate. C’è bisogno di tempo per capire, come per tutte le cose vere della vita.

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