Sta di fianco ai carrelli della Coop perché non sempre trovo da lavorare, è difficile.

Jeans blu, felpa nera e cappellino colorato con la visiera nera.

Risata coinvolgente – saluta tutti, soprattutto chi cammina di corsa.

Cerca di racimolare qualche euro fuori dal supermercato.

Ciao. Posso fare qualcosa per te?

Ciao. Da dove arrivi?

Nigeria.

Da che città?

Perché, conosci le città della Nigeria?

No, in effetti no.

 

È in Italia da 5 o 6 anni, ma il suo italiano è ancora incerto.

Da noi c’è guerra, lo sai?

 

Scambiamo due parole, mi chiede che faccio, gli chiedo che fa, poi lo saluto. Mi incammino verso la macchina.

Aspetta, come ti chiami?

Cecilia. Tu?

Senty.

Ciao Senty.

Ciao Cecilia.

 

È prezioso dare un nome.

Quanto ci sembrerebbe più umana questa benedetta immigrazione se potessimo chiamare ogni donna, uomo, ragazza, ragazzo, bambina, bambino con il proprio nome.

 

 

 

 

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