Mio fratello Bernard era l’unico membro della mia famiglia a potermi aiutare nei compiti senza che io mi chiudessi come un riccio. […]

«In matematica? Hai cominciato con l’aritmetica, sai, un giorno ti ho chiesto cosa fare di una frazione che avevi davanti agli occhi. Mi hai risposto meccanicamente: “Bisogna trovare il comune denominatore!”. Siccome io insistevo “Rifletti un po’, Daniel, qui c’è una sola frazione, quindi un solo denominatore”, tu ti sei incavolato: “L’ha detto il maestro: nelle frazioni bisogna trovare il comune denominatore!”». […] ‘Il prof ha detto che’ è una frase che tutti conoscono. Sì, la speranza riposta dal somaro in quella litania… Le parole del professore sono solo tronchi galleggianti cui lo studente che va male si aggrappa in un fiume dove la corrente lo trascina verso le cascate. Non perché questo abbia senso, non perché la regola si incarni, no, solo per trarsi momentaneamente d’impaccio, solo perché ‘mi lascino in pace’. O mi vogliano bene.

 

È il 2007 quando il romanziere francese Daniel Pennac, oggi acclamato e pluripremiato scrittore internazionale, consegna alle stampe il suo saggio Diario di scuola, in cui racconta la propria incredibile esperienza dietro ai banchi; incredibile, sì, ma non per l’impeccabilità del percorso. Il giovane Pennac, infatti, con la sua estrema ottusità nel comprendere la matematica, l’esasperante lentezza nell’imparare l’alfabeto e le quasi nulle abilità mnemoniche, è stato tutt’altro che uno studente modello. Il suo libro sulla scuola, quindi, non può che essere il racconto di come un “somaro” – come lui stesso si definisce – si possa risollevare, con l’ausilio di un valido sostegno quale quello di un professore appassionato e appassionante.

Diario di scuola non strizza affatto l’occhio allo studente degenere, ma ne sonda l’insicurezza, le motivazioni, consce e inconsce, le scuse più o meno plausibili, i sotterfugi, per capire come aiutarlo e per dimostrare, soprattutto ai docenti di vecchio stampo – più refrattari ad abbandonare la concezione risorgimentale dell’insegnante rigido e intransigente –, che nessuno è spacciato, che tutti possono essere salvati. D’altronde la stessa esperienza dell’autore, che da studente negligente è passato dal lato opposto della cattedra, per poi diventare uno scrittore di prim’ordine, ne è la prova lampante.

Al centro del saggio, più che il somaro, c’è il docente, che viene invitato a non demordere e a tenere sempre conto del potenziale inespresso di ciascun alunno. Quelli di Pennac non sono consigli avanzati senza cognizione di causa, ma ogni tesi è accompagnata da un gustoso aneddoto che ripesca dalla propria esperienza in qualità di pessimo discente o di imperterrito insegnante sopra le righe, che ha scelto come missione di far riemergere dagli abissi dell’insuccesso, del “tanto non sarò mai bravo” e del “l’ha detto il professore!” gli allievi con maggiori difficoltà.

Il testo, spassoso e al tempo stesso acuto, a volte un po’ surreale, è consigliato a chiunque. Perché tutti, controvoglia o benintenzionati, per obbligo o per scelta, assonnati, svegli, brillanti, ottusi, inerti, vivaci abbiamo messo piede in una classe e tutti, almeno una volta, abbiamo detto: “questa volta non ce la posso fare”. Ma poi ce l’abbiamo fatta.

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