Davide non è un musicista qualunque, è un musicista con la “M” maiuscola: violinista, compositore, musicista folk e occitano, poi membro dei Marlene Kuntz, innovatore, curioso di cimentarsi con nuovi stili e generi, ma anche fondatore di band e persino solista. Sempre alla ricerca dell’autenticità del suono, attraverso una lunga carriera con non poche difficoltà e molte soddisfazioni, ha basato la sua vita sulla musica.
Il suo sguardo trasmette fiducia e tenacia, le sue parole toccano il profondo e si percepisce subito lo spirito artistico di un grande uomo. Non si può restare indifferenti di fronte ad una personalità così intrigante e melanconica e, forse, proprio questa sua caratteristica gli ha permesso di diventare così amato nel mondo della musica.

1) Come e quando ti sei avvicinato alla musica?

Ho iniziato prestissimo, intorno ai dieci anni. Giocavo in casa con il violino di mio padre insieme ai soldatini e ai pupazzi fino a quando lui mi ha iscritto al conservatorio, ho fatto il concorso e sono arrivato primo. Da lì è iniziato un percorso e nessuno mi ha mai forzato ad imparare a suonare, anzi, mi hanno lasciato libero di scegliere e di capire che la musica era una passione. Mi sono impegnato molto, ho studiato, ho scelto di vivere di musica e infatti a 20 anni ero già un professionista.

2) Perché dal violino sei passato al rock e alla musica elettronica? Quale genere ti rappresenta maggiormente?

In realtà il mio percorso è più complesso, graduale e variegato: ho iniziato con la musica classica, attorno ai 15 anni mi sono avvicinato al genere folk e occitano fondando dei gruppi con successo, tanto che abbiamo pubblicato un album e intrapreso un tour in Europa. Dal folk sono passato al rock con gli “Instrumental Quartet” e ho capito che per me la creatività era più importante della dedizione. Inoltre ho studiato per quattro anni il tabla indiano, ho fatto anche jazz per poi passare alla carriera da solista. Così mi sono fatto conoscere come compositore anche grazie ai “Vov”, un gruppo con Marta Mattalia, che ci ha portati a collaborare con vari artisti. Contemporaneamente mi sono arrivate altre proposte importanti, per esempio da L’Aura e poi dai Marlene Kuntz.
Sono sempre stato il più giovane e se da una parte era stimolante, dall’altra mi sono sempre dovuto confrontare con “i grandi” e ho imparato ad apprezzare di più il lato creativo che mi caratterizza. Comunque la mia direzione è stata l’elettronica, per la sua modernità e per l’affinità con il mio essere.

3) Parlaci della tua infanzia a Cuneo. Che scuola hai frequentato?

Ho frequentato il liceo classico e poi mi sono laureato in violino al conservatorio. 

La tua famiglia vive tuttora a Cuneo? Cosa ne pensano della tua carriera?
Sì, loro vivono qui. Mi hanno sempre supportato, non tanto sul lato economico, ma proprio psicologicamente e continuano a farlo. Per me è molto importante avere persone vicine che credono in ciò che faccio e che sono orgogliosi di me.

4) Come hai conosciuto i Marlene Kuntz e come sei entrato in contatto con loro?

A Cuneo c’è uno studio, il Modulo studio, dove ero andato per farmi fare un sito. Il ragazzo che faceva le grafiche era il blackliner dei Marlene e dato che una cosa tira l’altra, senza che me lo aspettassi, ho avuto la fortuna di farmi conoscere da loro e poi da Maroccolo (produttore discografico dei Marlene). Così il gruppo ha iniziato a studiarmi durante le tournée per ben tre anni e sono piaciuto a loro soprattutto per la mia attitudine spericolata sul palco.

 5) La collaborazione con una band così importante ti ha cambiato la vita?

Direi di sì, completamente: ero già prima un professionista a 18-19 anni con L’Aura, ma lo facevo per gioco. Quando ho iniziato, attorno ai 22 anni con i Marlene Kuntz avevo già esperienza e un buon numero di concerti alle spalle. Quello che loro mi hanno fatto capire è che la musica può essere un lavoro e quindi questo cambia la tua attitudine, amplia le tue possibilità, diventi parte di un qualcosa: la musica diventa la tua vita.

Suonerai ancora con loro?
Mai dire mai. Ho 34 anni e ho capito che non si può mai sapere cosa capiterà in futuro. Avevo fatto la scelta di rifiutare la loro proposta di una collaborazione dopo che i Marlene avevano mantenuto la loro idea di essere filologici ed erano tornati ai membri originali, cioè quattro: ci eravamo presi un periodo di riflessione. Poi circa un mese fa Rai radio 1 ha voluto omaggiare i vent’anni di “Ok computer” dei Radiohead e ha chiamato varie band italiane, tra cui i Marlene Kuntz e loro mi hanno ricontattato per produrre una cover che è piaciuta molto. Quindi, grazie a questo successo, la band mi ha nuovamente proposto di lavorare insieme ma io ho rifiutato perché sento il bisogno di concentrarmi al 100% sulla mia musica. Però non posso prevedere cosa succederà, vedremo…

 6) Come hai scoperto la passione per gli strumenti “alternativi” come il Mandobird?

Fa parte del mio essere: fin da bambino ho sempre avuto l’attrazione per il diverso e estraneo alla massa. Infatti, già il fatto di aver portato il violino nella musica rock, fa capire la mia idea di innovazione musicale. Io voglio cercare il suono vero, non quello uniformato e attraverso il Mandobird, che è un mandolino elettrico, ci sono riuscito. Però il bello sta nell’ambito completamente differente in cui suono questi strumenti: il Mandobird, il Moog, persino i Talba indiani vengono adattati alla musica elettronica. Inoltre ho sempre voluto concentrarmi sul concetto del suono e non sull’esibizione, andando così al di là del tradizionale e questi strumenti mi sono serviti per la mia ricerca sonora.

 7) I Marlene Kuntz non sono gli unici con cui hai suonato… Come è nata l’idea dei Vov? E di Perdurabo?

Credo che sia stato per il mio talento e perché destavo interesse. Mi hanno iniziato a cercare sin da quando avevo 18 anni, prima i New Trolls e poi i Pfm (due gruppi epici). Da parte mia sentivo l’esigenza di essere me stesso ed è per questo che ho fondato i Vov con Marta Mattalia. Oggi posso dire di essere riuscito nel mio scopo, dopo quattro anni nei quali ho mantenuto la riservatezza: Perdurabo sono io, è il mio nome, non è un progetto, non è una band e nemmeno una collaborazione. Non ho più costrizioni, non dipendo più dagli altri perché sono libero.

 Perché Perdurabo?
È un termine latino che significa “durerò fino alla fine”, ma anche il nome del padre dell’esoterismo moderno. A me non interessa tanto il lato oscuro di questa filosofia, bensì la concezione della libertà nel creare e di durare fino alla fine con la forza di affrontare ogni sfida che la vita ci pone davanti. Infine posso dire che Perdurabo è il mio mantra e il mio augurio che mi ripeto ogni mattina!

 8) Leggendo i testi e ascoltando alcune delle tue canzoni («La rossa tristezza», «La realtà della pioggia»…) si percepisce una nota di malinconia, come mai?

Più che altro direi di melanconia, è diverso. Fa parte del mio essere: mi è sempre interessato il lato nascosto delle cose e delle persone, quello malinconico e celato da un sorriso. Diciamoci la verità: Cuneo non aiuta ad essere allegri e l’attitudine dei cuneesi è proprio malinconica e melanconica e poi (ridendo) a Cuneo non c’è nient’altro da fare se non quello a cui ti piace dedicarti!
Da quelle mie prime canzoni non sono cambiato molto, forse ho aggiunto potenza e consapevolezza.

 9) Ritorniamo sul personale. Come ti descriveresti?

Difficile. Inizio con il dire che la mia musica è fuori dai canoni e indescrivibile (come è riportato sulla mia etichetta), proprio come la mia personalità. Mi piace molto il cambio di visione della musica che sta avvenendo oggi, dove si trova una canzone in base allo stato d’animo e questo perché io do molto peso all’emotività di ognuno. Penso che ogni persona abbia diverse facce e dunque è difficile descriverla, però posso affermare di essere osservativo, melancolico (mi piace l’aspetto poetico della vita), curioso, tenace…

 Che progetti hai per il futuro?
Portare la mia musica a tutti, proprio tutti.

Cosa sognavi di fare da grande?
Mentre suonavo la mia tastiera sognavo di essere dinanzi al pubblico su un palco. Volevo suonare e l’ho fatto e lo continuo a fare.

Cosa ami di più della musica?
La potenza che ha in sé e che non puoi evitare. Infatti la musica ti può dare molto, ma anche essere fastidiosa: non si può restare indifferenti perché lei ti entra dentro, non hai via di fuga. Per questo la amo.

A chi t’ispiri e quale canzone ti rappresenta meglio?
È difficile siccome la mia carriera è ampia. Il mio primo idolo è stato Paganini: ho suonato il suo violino, sono andato nella sua casa di campagna, ho cercato tra i vari archivi l’indirizzo e posso dire che in quello che sono oggi c’è tanto di lui… Lo stesso ho fatto con Yann Tiersen andando sull’isola in cui vive. Dunque il mio approccio è sempre stato fisico: dovevo conoscere la vita dei miei idoli e ciò mi ha influenzato molto. Per quanto riguarda la canzone direi “Ok computer” e “No surprises” dei Radiohead.

Dove vivi adesso e perché sei andato via da Cuneo?
Vivo a Berlino, bellissima città ma anche molto dispersiva che comunque offre molte possibilità ai giovani a differenza di Cuneo.

 10) A proposito di Cuneo. Chi ti ha aiutato durante il tuo percorso musicale?

La prima persona che ha creduto in me, dopo mio padre, è stato il mio insegnante di solfeggio, Aldo Sacco, che ha subito capito il mio talento. Un’altra persona che vorrei ringraziare è Paolo Beltrando, tecnico e musicista grazie al quale sono stato presentato ai Marlene. Lui mi ha fatto da tramite e ha avuto fiducia in me.

Ti piace la città? Cosa cambieresti?
Tutto ah ah ah! Potenzialmente è una città totale: buon cibo, natura strepitosa che ci invidiano ecc. Però c’è quel modo di essere cuneesi, come se bastasse il microcosmo attorno, come esistesse solo la propria vita e nient’altro. Fondamentalmente il cuneese sta bene economicamente ma non emotivamente: il suo microcosmo da protettivo diventa asfittico ed è difficile uscire da questa bolla. Quindi quello che io cambierei in Cuneo non è la città ma le persone. Faccio un esempio: quando ero adolescente il Nuvolari era molto in voga (è proprio lì che ho conosciuto L’Aura), in piazza Galimberti si organizzavano concerti davvero interessanti (persino uno con Patty Smith!). Oggi tutto questo non esiste più e per i giovani il massimo è andare dal dj del paese e farsi sparare la schiuma in faccia, allora mi chiedo: che tipo di messaggio stiamo trasmettendo ai giovani? Date loro qualcosa di stimolante e creativo! Non sono contro il cambiamento, sono contro l’impoverimento culturale, poiché la musica deve educare e a Cuneo manca questa idea.
Infine posso dire che sto assistendo ad una contaminazione culturale anche nella nostra città e almeno di una cosa a Cuneo sono felice.

Pensi sia più facile la vita di un musicista in Italia o all’estero?
È difficile ovunque. In Italia c’è una creatività unica, ma purtroppo manca la cultura musicale e il gusto. La mia esperienza all’estero mi ha insegnato che altrove (Londra, Berlino…) esiste un atteggiamento più serio nei confronti dei musicisti: non vengono sminuiti, anzi, vengono incentivati. Nel nostro Paese vige in cosiddetto “nonnismo” per cui i giovani vengono sottovalutati se non criticati e se non hai la forza di continuare ad inseguire il tuo sogno, ti arrendi, dai retta al giudizio altrui, non vivi come vorresti.

 11) Sappiamo che ti sei anche dedicato al teatro. Cosa rappresenta per te?

Il teatro è una parte importante della mia carriera. Sinceramente all’inizio non mi interessava, lo trovavo macchinoso e finto. Poi un anno, quando suonavo con i Marlene, abbiamo pensato ad una sorta di reading dove noi suonavamo contemporaneamente alla lettura di qualche scritto. Così siamo venuti in contatto con Tiziano Scarpa e abbiamo collaborato con lui creando “Lo show dei tuoi sogni”: uno spettacolo piaciuto persino al Festival delle letterature di Roma, uno dei più importanti d’Italia. Lì abbiamo conosciuto Fabrizio Arcuri, uno dei registi italiani di teatro contemporaneo della accademia degli artefatti, e ci ha proposto di far diventare lo show un vero e proprio spettacolo teatrale. Grazie a questo ho iniziato a vedere il teatro in modo diverso e ho capito che la mia musica aveva affinità con quel tipo di produzione: non ero solo più musicista, ma anche attore e recitavo in scena ecco perché mi piace il teatro sperimentale, fuori dalla norma. Dopodiché ho portato in scena la mia prima opera teatrale a Berlino e anche Hansel e Gretel in tutta Italia.
Il teatro è diventato una sorta di parentesi sensibile del mio modo di fare musica: teatro e musica devono interagire tra loro. Adesso sto per scrivere un’opera di Cechov e la cosa che mi piace di più è che ho carta bianca, come mi ha insegnato Arcuri, e posso essere musicista ma anche attore: è davvero molto stimolante.

12) Che messaggio vorresti dare ai giovani cuneesi e non?

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