Dicembre, mese di festività, sogni sull’anno venturo e bilanci. Così è per la vita, così è per lo sport, che ad essa si lega spesso in modo inscindibile.

Così, arrivati agli ultimi trenta giorni dell’anno non si può non pensare a quelli che sono stati i trecentotrenta precedenti e a che cosa questi ci lascino in eredità. Anzi, qualcosa in più: che cosa di questi giorni non potremo proprio dimenticare.

L’ennesimo elenco, direte. Ma non c’è modo migliore per fare chiarezza e renderci conto di come gira il mondo e di quale ritratto esso concede di sé attraverso lo sport. «Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita», diceva Marx. E di questo “processo”, lo sport, nel Ventunesimo secolo, è diventato uno degli elementi cardine.

 

L’argentina (sportiva) alla ricerca di se stessa e George presidente

Boca Juniors-River Plate era la partita delle partite. Il cosiddetto Superclasico: una delle gare più sentite del calcio mondiale, che andava a coincidere con la finalissima della Copa Libertadores (la Champions League del Sudamerica), cioè il trofeo che coinvolge di fatto gran parte del Nuovo Continente. Insomma, un evento unico, pubblicizzato ovunque, ed una grande possibilità di presentarsi al mondo per la nazione che ha dato i natali a Diego Armando Maradona. Il doppio incontro, però, ha raccontato altro, con i fattacci della gara-non gara di ritorno, preceduta dall’assalto di centinaia di tifosi del River Plate al pullman dei “cugini” del Boca in una Buenos Aires sotto assedio, con feriti, furti e quant’altro. Un’immagine oscena, che racconta di un Paese che ancora molto ha da cambiare. Sulle pagine di «Internazionale», il giornalista Martin Caparròs ha riassunto il tutto in modo laconico: «Il mondo ha visto com’è messa davvero l’Argentina. Speriamo che serva a qualcosa».

Ma fuori dal nostro continente, si è assistito ad un altro fatto rilevante che coinvolge lo sport: l’elezione a presidente della Liberia di George Weah, primo Pallone d’oro africano, chiamato a rialzare una nazione ferita da anni di sofferenza. Ad oggi, pare questo il dribbling più difficile della sua vita.

 

Sara, Emiliano e Davide: campioni ed umani

Il 2018 è anche stato l’anno degli addii. Dolorosi, forti, indimenticabili. A Davide Astori, il capitano della Fiorentina, il classico campione in apparenza immune a tutto. Portato via da un malore improvviso, nel sonno, come il più umano degli esseri umani. Resta il ricordo di una nazione unita, indipendentemente dai colori e dalle passioni, per omaggiare chi rappresentava un patrimonio di tutti. E chissenefrega di cori e scritte sui muri apparsi qua e là, che non rispettano nemmeno la morte: dimentichiamoli, questi.

Ad Emiliano Mondonico, che ci ha insegnato l’umiltà e la voglia di non sottostare ai soprusi. Di lui non dimenticheremo mai un gesto del 1992: quella sedia alzata al cielo per mostrare il proprio dissenso nei confronti di una decisione arbitrale. Voglia di dire no, ma nei ranghi della compostezza.

A Sara Anzanello, la ragazza magica. Campionessa nel volley dei grandi, nella rosa delle vincenti ad inizio anni Duemila. Di lei, basta un video, con la sua ultima lettera.

Il/la Var

C’è ancora chi discute sull’articolo, ma quel che conta è l’apocalisse generata da questa introduzione. La tecnologia che aiuta l’uomo e che limita proteste ed accuse, arrivando là dove l’uomo stesso, ahinoi, non era in grado di arrivare. Sospinta dal calcio italiano, è divenuta solida realtà al Mondiale, con ben nove rigori assegnati già nella prima giornata. Le innovazioni, se ben utilizzate, servono e non ci privano dello spettacolo. E sono pure italiane…

Due rinvii e l’abbraccio di Genova

Resteranno indelebili nelle nostre menti, infine, i fatti di Genova, nel più brutto Ferragosto degli ultimi decenni per l’intero stivale. Il crollo del ponte Morandi, un popolo ferito, diviso in due e chiamato ad uscirne ancora una volta, dopo aver già lottato contro le intemperie del maltempo per anni. Non si giocarono Sampdoria-Fiorentina e Milan-Genoa, e non poteva essere altrimenti. L’abbraccio tra tifosi rossoblù e tifosi blucerchiati in una vignetta fortissima è l’esatto antidoto al dolore e la risposta ai fatti argentini con cui abbiamo aperto: lo sport deve unire.

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