Conversazione in Sicilia è probabilmente il libro più celebre di Elio Vittorini; nonostante la popolarità del testo, però, in pochi sanno che, sin dagli anni Quaranta, l’autore aveva in mente di illustrare l’opera.
Nella stesura del romanzo, Vittorini, memore dell’intervento censorio sul Garofano rosso, dovette prestare attenzione a non offrire alla censura fascista un motivo per intervenire sul testo; per questa ragione, lasciò molto all’intuizione del lettore. Terminata la fase compositiva, il libro venne pubblicato prima in cinque puntate su «Letteratura», dal 1938 al 1939, per poi uscire in volume nel 1941; nello stesso anno della pubblicazione in volume, lo scrittore stava meditando di completare il testo arricchendolo con alcune immagini che avrebbero avuto il fine di chiarire i passi più reticenti del libro, nei quali aveva dovuto lasciare spazio al non-detto per timore della censura. L’idea originaria era quella di illustrare il libro con i disegni del pittore neorealista Renato Guttuso, che si stava affermando proprio in quegli anni, ma il progetto non venne inspiegabilmente mai portato a termine, anche se l’artista aveva già approntato diverse illustrazioni.
La realizzazione di una prima edizione illustrata di Conversazione in Sicilia avviene solo nel 1953; tre anni prima, infatti, Vittorini sottopone l’iniziativa di impreziosire il libro aggiungendovi alcune fotografie – non più disegni – all’editore Bompiani, il quale accetta di buon grado. L’autore, a questo punto, torna sull’isola natale, nei luoghi della propria infanzia, per scattare le immagini che confluiranno nell’edizione del ’53. Le due parti, visuale e scritta, funzionano, in questa edizione, come le braccia di un uomo: sono necessarie l’una all’altra e si aiutano reciprocamente. Lo scrittore, scattando e pubblicando le fotografie, compie un processo a ritroso, naviga al contrario dal punto di arrivo al punto di partenza, come ha giustamente osservato Giovanni Falaschi: «all’origine del testo scritto c’è un’immagine reale, o meglio l’immagine di qualcosa di vero […]. Attraverso le fotografie […] Vittorini si autointerpretò, risalendo non al testo scritto ma alle immagini per così dire iniziali».
Una seconda edizione illustrata viene pubblicata nel 1973; le fotografie, questa volta, sono di Elio Ragazzini e il progetto è commissionato dalla Olivetti. Sebbene il volume non abbia potuto ottenere il benestare di Vittorini, morto ormai da sei anni, la selezione di fotografie sarebbe piaciuta all’intellettuale di origini siciliane per la carica simbolica delle immagini scelte, che consuona perfettamente con la natura realistico-simbolica del romanzo.
La vicenda testimonia il continuo lavoro dell’autore sul testo: come i migliori scrittori, egli non si dà pace, nemmeno quando l’opera è stata pubblicata, ma ritorna ossessivamente sui propri passi; la storia che vuole raccontare sembra, così, non avere mai fine. Vittorini posticipa all’infinito non solo la vera conclusione dei libri che scrive, ma anche quella dei romanzi che legge: «di tutti i libri che mi piacciono straordinariamente non conosco le ultime dieci o venti pagine. Ho dovuto sempre fermarmi prima della fine. Come se non volessi esaurirli. Come se volessi riservarmi un ignoto in loro. Ho letto quindici volte il Robinson […] ma ancora ho da conoscerne le ultime trenta pagine. Ho letto dodici volte Guerra e pace di Tolstoj ma non ho ancora letto (nemmeno una volta) il suo ultimo capitolo. Idem per Moby Dick che ho letto cinque volte. Coi libri suoi questo mi è successo per Farewell to Arms […] è uno dei libri coi quali voglio continuare a vivere, e voglio che non finiscano», scrive a Ernest Hemingway nel marzo del 1949.

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