In foto, una delle aste di Christie’s, al momento della foto le opere in vendita dovevano essere i Three studies of Lucian Freud (1969) di Francis Bacon.

Fonte foto: http://www.christies.com/sales/post-war-and-contemporary-new-york-november-2013/images/overview/s1_carousel_post_sale_v3.jpg


“Se l’acquisizione di un oggetto d’arte significa, in ultima analisi, il riconoscimento da parte del compratore di un pezzo di se stesso nell’opera, il collezionare arte identifica un percorso, più o meno consapevole, di tale processo di auto-conoscenza. Le caratteristiche della raccolta diventeranno poi un ritratto del gusto e, in definitiva, del carattere del collezionista”.

Le parole di Pasquale Siniscalco (gallerista milanese, nda) sul cosa significhi collezionare arte, mi riportano alla mente il discorso del professor Antolini a Holden Caufield, sul vestire la propria mente, capirne le misure e assecondare la propria fame di conoscenza. Fortunatamente per far ciò non è necessario possedere un Picasso in casa ma basta un buon saggio di storia dell’arte. Leggere, studiare, sono pratiche però che molto spesso portano ad innamorarsi dei soggetti dei propri studi e così s’incomincia a sognare di possedere quel determinato quadro di cui abbiamo letto e sentito parlare tanto. Però non tutti possono permettersi  le cifre da capogiro che vengono battute nelle case d’asta. In verità sono in pochi a poterselo permettere, si tratta per lo più di magnati, squali della finanza, banche, fondazioni… insomma persone o fondazioni che hanno alle spalle capitali quantomeno ingenti.

Questa è in sintesi l’idea generale in merito al mercato dell’arte: un eden per pochi, proibitivo e regolamentato da leggi incomprensibili ai più; neanche si trattasse di Wall Street e del mercato finanziario.

L’elenco che segue non farà che radicare in voi questa falsa convinzione dato che riporta le dieci opere più pagate finora e le cifre a cui sono state battute in diverse case d’asta come Christie’s o Sotheby’s.

  1. Nafea daa ipoipo (Quando ti sposi) 1892, di Paul Gauguin; venduto dal collezionista svizzero Rudolf Staechelin per circa 300 milioni di dollari l’opera di pittore francese è, al momento, l’opera più cara di sempre.
  1. Paul Cézanne, I giocatori di carte, 1890; venduto nel 2011 ad una famiglia reale del Qatar per 250 milioni di dollari.
  1. Mark Rothko, 6 (Violet, Green and Red), 1951; acquistato nel 2014 da Dmitry Rybolovlev – imprenditore russo proprietario per due terzi dell’AS Monaco – alla cifra di 186 milioni di dollari.
  1. Pablo Picasso, Les Femmes d’Alger – version O, 1955; battuto per 179,3 milioni di dollari da Christie’s dove diciotto anni prima era stato venduto a 28 milioni di dollari.
  1. Nu couchè, 1917; l’opera di Amedeo Modigliani viene venduta da Christie’s a 170,4 milioni di dollari.
  1. Three studies of Lucian Freud, 1969; il trittico di Francis bacon viene battuto da Christie’s per 142,4 milioni di dollari.
  1. L’homme au doigt, 1947; l’opera di Alberto Giacometti, venduta per 141,2 milioni di dollari è la scultura più costosa mai acquistata.
  1. Jackson Pollock, 5, 1948; venduta a 140 milioni di dollari.
  1. Willem de Kooning, Woman III, 1953; venduta privatamente per 137,5 milioni di dollari al collezionista americano Steve A. Cohen.
  1. Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer, 1907; venduta per 135 milioni di dollari nel 2006.

 

Per stilare l’elenco successivo ho scelto, secondo mio gusto personale, dieci opere selezionate dai cataloghi di due aste che si terranno prossimamente presso le case d’asta Christie’s e Sotheby’s; di ogni opera riporterò l’autore, il titolo e la fascia di prezzo stimata per l’opera. Riporterò anche il nome della casa d’aste presso cui l’opera si trova in vendita e il numero assegnatole nell’elenco del catalogo dell’asta di cui troverete al fondo dell’articolo il link corrispondente nel caso voleste approfondire l’argomento o anche solo guardare le opere in vendita.

  1. Edward Ruscha, Holliwood – 40.000/60.000 £, Christie’s n.219.
  2. Pablo Picasso, Minotaure caressant une dormeuse – 30.000/50.000 £, Sotheby’s n.76.
  3. Andy Warhol, Mobil, from Ads – 20.000/30.000 £ Chr. n.260.
  4. Pablo Picasso, La Colombe – 18.000/25.000 £ Sot. n.115.
  5. Louise Bourgeois, Ode à ma mère – 15.000/20.000 £ Sot. n.147.
  6. George Bracque, L’oisneau et son ombre II – 8.000/12.000 Sot. n.70.
  7. Robert Motherwell, Riverrun –000/7.000 £ Chr. n. 231
  8. Francis Bacon, Study of a human body after Ingres – 4.500/5.500 £ Sot. n.145.
  9. Alberto Burri, Untiled (Trittico) – 3.000/5.000 £ Sot. 146.
  10. Kurt Seligmann, Phantom of the past – 2.000/3.000 £ Sot. 134.

 

Salta subito all’occhio il divario economico tra le opere della prima classifica e quelle della seconda.

Sarebbe quindi naturale pensare ad un errore o che comunque ci sia “del marcio in Danimarca”.

La ragione della disparità di prezzo invece si spiega facilmente ed è dovuta alla scelta di utilizzare una tecnica artistica piuttosto che un’altra. Nel caso dell’opera di Gauguin trattandosi un’opera pittorica – come del resto sono quasi tutte le opere elencate nella prima classifica – ciò vuol dire che essa non è riproducibile in quanto non esiste una cosiddetta matrice, l’opera può essere si copiata fin nei minimi dettagli o riprodotta fotograficamente ma di essa ne esiste e ne esisterà un esemplare soltanto.

La ragione della disparità di prezzo però diventa abbastanza chiara se si precisa che le opere elencate nella prima classifica sono pezzi unici assolutamente irriproducibili dato che anche la più perfetta delle copie risulterà essere soltanto una copia realizzata da un artista/artigiano, nonché falsario, dal nome ignoto.

Il “limite” dell’unicità, per contro, non riguarda nessuna delle opere presenti nel secondo elenco. Tutte quante sono copie originali ottenute mediante la lavorazione, effettuata dall’artista a cui l’opera è attribuita, di una matrice che, come uno stampo, permette di produrre più copie di un’opera senza che questa venga snaturata dal processo di riproduzione, che contrariamente a quanto si possa pensare, è insito nella tecnica stessa. Si tratta dei cosiddetti “multipli d’artista” e il campo semantico è quello della grafica e della stampa d’arte.

Le tecniche grafiche si dividono tra loro in base alla natura del materiale di cui la matrice è costituita: lastre metalliche, generalmente di zinco o rame, vengono usate nella realizzazione di incisioni calcografiche; matrici di legni differenti vengono usate in xilografia mentre una particolare pietra calcarea tagliata in pesanti lastre viene usata in litografia e, infine, da delle sottili trame, un tempo di seta e oggi in nylon, fissate ad un telaio nasce la moderna serigrafia.

Queste tecniche, un tempo mal viste perché considerate di secondaria importanza rispetto alle privilegiate tecniche pittoriche o scultoree, non hanno invece alcunché da invidiare a queste ultime avendo sviluppato un linguaggio autonomo che da circa sei secoli a questa parte ha attirato a sé artisti di epoche, continenti e correnti d’ogni sorta, dal rinascimento alle avanguardie del novecento fino ai giorni nostri.

L’errore da non fare è quello di seguire il “feticismo” del pezzo unico o di banalizzare sentenziando giudizi del tipo “se costano poco varranno anche poco” perché il lungo lavoro dietro la realizzazione di un’opera di grafica originale è ben più consapevole e costituisce una testimonianza più autentica e rappresentativa dell’identità di un artista cosa che un pezzo unico, come potrebbe essere un disegno, non è detto sappia fare.

Voglio chiudere con una domanda, in parte retorica, indirizzata a voi lettori: Voi comprereste il disegno di una delle serigrafie di Andy Warhol o una stampa serigrafica numerata e firmata da Warhol stesso?

Vi invito a consultare i due cataloghi per compilare una vostra classifica e a postarla nei commenti.

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