Cuneo, 24 novembre 2017

Il numero 49 era incollato sullo stipite della porta verniciata di grigio come tutte le altre lungo il corridoio. Le pareti intorno erano beige, scrostate in alcuni punti. La porta a sinistra, la 48, era socchiusa: si sentiva una musica ritmata e si intravvedeva un uomo sulla cinquantina, jeans sbiaditi e canotta, che cantava di fronte ad uno schermo. Al suono della canzone se ne aggiungevano altri, provenienti dagli appartamenti vicini. C’era rumore, ma si riuscivano lo stesso a distinguere i passi di qualcuno che si avvicinava e che, arrivato davanti al numero 49, posò a terra un vassoio avvolto in una carta rosa. Si affacciò alla porta accanto e disse: «Ho lasciato qualcosa da mangiare per Giovanni»
L’uomo all’interno dell’appartamento annuì senza smettere di cantare.
Passò quasi mezz’ora prima che si sentissero altri passi nel corridoio.
Era una donna giovane, vestita con abiti sportivi, che si avvicinò al 49, aprì ed entrò, lasciando il vassoio lì dov’era, sullo zerbino. Uscì poco dopo stringendo tra le mani un sacco nero della spazzatura e chiuse la porta dietro di sé allontanandosi verso l’uscita della palazzina.
Erano quasi le cinque quando arrivò Giovanni. Aveva le cuffie alle orecchie e faceva oscillare la testa a ritmo di musica. Frugò per qualche secondo nelle tasche, tirò fuori le chiavi e entrò al numero 49. Prima di chiudere la porta dietro di sé si chinò a raccogliere il vassoio. Tenendolo in mano con attenzione fece qualche passo verso il tavolo che si trovava sulla sinistra della disordinata cucina e, spostando alcuni CD abbandonati lì sopra, lo posò. Sollevò la carta rosa che ricopriva la confezione e intravvide focaccine, pizzette, qualche biscotto e un paio di pezzi di torta di mele. Ne prese una fetta canticchiando la canzone che aveva ancora nelle orecchie. Mentre andava verso il divano si inciampò in un filo dimenticato per terra, probabilmente il carica batterie di qualcosa, e cadde tra i cuscini. Sorrise. Si sistemò e, sollevando qualche rivista e un cumulo di capi di abbigliamento, prese in mano un joystick. Accese la televisione e iniziò la prima partita. Era in svantaggio: era appena incominciata e già avevano ucciso il suo compagno. Era rimasto solo e i suoi avversari lo inseguivano su tortuose stradine che mano a mano di materializzavano sullo schermo. Gli sparavano. Le dita si muovevano rapide da un tasto all’altro per evitare i colpi e per fuggire il più in fretta possibile. Prese una scala che saliva, poi svoltò a sinistra, si girò per sparare qualche colpo e cercare di liberarsi di qualcuno dei suoi nemici. Ne uccise alcuni e continuò a correre. Ancora qualche metro e poi si voltò di nuovo, non era più molti. Nascondendosi dietro ad un muretto colpì quelli rimasti. E vinse.

Giovanni, 29 anni, vive solo da tre e da uno non prende più farmaci. Dopo aver passato gran parte della sua vita in comunità di riabilitazione psichiatrica, grazie al progetto “Habitat”, ora ha una vita normale. Guadagna tra i 300 e i 400 euro al mese per una borsa lavoro. Alcuni operatori lo vanno a trovare un paio di volte a settimana, gli riempiono la dispensa e lo aiutano a riordinare l‘appartamento. Giovanni ha vinto la sua battaglia contro la psicosi, superando ogni aspettativa.

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