Correre ad occhi aperti

Se c’è una cosa che l’uomo moderno è davvero bravo a fare, è correre. Lo dimostriamo ogni giorno: fin da piccoli impariamo a muoverci all’incalzante ritmo di scuola-casa-amici-compiti-sport, o se preferite, in un altro contesto, lavoro-casa-famiglia-amici-sport-supermercato-traffico…aggiungete le situazioni in cui vi rispecchiate. Per moltissimo tempo si può vivere su questa giostra senza rendersene conto, col rischio di realizzarlo all’improvviso e avvertire un terribile desiderio di cambiare vita, di trasferirsi nel cuore di un bosco, o su un’isola deserta in cui esistono solo palme e sabbia bianca.

Ma perché organizziamo la nostra vita in modo da dover continuamente correre? È troppo facile pensare che la società ce lo imponga, come una regola assoluta da rispettare se vogliamo far parte del “sistema”.

C’è chi afferma che correre sia un meccanismo di autodifesa, un espediente che ci inventiamo per non dover fare i conti con istanti “vuoti” in cui siamo spinti a pensare, a riflettere e forse a giungere a conclusioni – su di noi, su chi ci sta vicino, su ciò che facciamo – scomode.

“Ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo” scrive Eugenio Montale nell’articolo del 1961 “Ammazzare il tempo”. Abbiamo la necessità di fare, di non fermarci mai, tanto che cerchiamo di riempire di impegni anche quello che chiamiamo “tempo libero”, perché ci spaventa l’idea di avere un momento che ci costringa ad accettare i pensieri che cerchiamo di allontanare. In breve, corriamo perché abbiamo paura di farci male fermandoci.

Di certo questa è una faccia della medaglia. Ma non l’unica. Se dovessimo semplicemente evitare di pensare, basterebbero un divano e un televisore. Ciò che ci spinge a correre in bilico tra mille impegni è anche il non voler rinunciare a nessuno di essi. Perchè ognuno è un aspetto della nostra vita che in qualche modo la rende unica, e non la sentiremmo nostra se non fosse formata dai mille pezzetti che compongono le nostre giornate. E per quanto correre possa essere stancante e faticoso, siamo disposti a farlo, ad arrivare a casa la sera con i piedi doloranti ma sapendo di aver riempito il nostro tempo di tanti momenti che ci hanno fatti stare bene.

Ogni tanto avvertiamo comunque l’impulso di scappare, di fermarci per un po’, di allontanarci dalla pista per prenderci una pausa. Ma questo non significa per forza non volerne sapere della nostra vita abituale: è semplicemente un momento in cui abbiamo bisogno di riprendere fiato, per poi rimetterci a correre con più grinta e più passione.

Non è una corsa contro qualcun altro; non c’è un primo o un secondo classificato. È una corsa in mezzo ad uno splendido paesaggio, in cui se acceleriamo è solo per vederne il più possibile. Mettere un piede davanti all’altro meccanicamente, con gli occhi chiusi e le orecchie tappate per scacciare i pensieri, è un modo di affrontare questa strada, ma di certo ci fa perdere qualcosa. Correre ad occhi aperti, ammirare ciò che ci sta intorno, fermandoci quando serve e ripartendo quando siamo pronti…credo sia il miglior modo per godersi il viaggio.

Di Anna Mondino

Cancro e cellule staminali

Non tutti, forse, sanno che Richard Nixon, trentasettesimo presidente degli Stati Uniti, ricordato universalmente (e quasi esclusivamente) per lo scandalo Watergate, ormai più di quarant’anni fa, allarmato dalla crescente minaccia che tale patologia costituiva, dichiarò “guerra” al cancro, con il National Cancer Act (1971). In altre parole, a partire da quel momento, sul trono delle priorità scientifico-tecnologiche degli USA non sedette più la fisica, bensì la biologia, elevata indiscutibilmente a scienza regina. L’interesse fino ad allora rivolto alle missioni spaziali e alla fisica nucleare fu incanalato, almeno in parte nella biomedica e nella ricerca. Ebbene, dopo un quarantennio di guerra senza frontiere, contro un nemico che colpisce senza discriminazioni di razza, classe sociale e orientamento politico, dove siamo giunti?

Oggi, grazie al formidabile progresso scientifico dell’ultimo cinquantennio, sappiamo esattamente che cosa sia il cancro, come si generi e come progredisca; ne conosciamo le basi molecolari e il comportamento patologico, al punto da essere in grado di delineare quale sia il possibile decorso della malattia e, possibilmente, da elaborare terapie mirate.

Il discorso è molto semplice: l’essere umano è costituito da un elevatissimo numero di cellule (in base a stime recenti, 100 mila miliardi), contenenti tutte lo stesso identico patrimonio genetico, sia quantitativamente che qualitativamente, racchiuso nel loro nucleo sotto forma di DNA. Tutte queste cellule derivano da una singola cellula “capostipite”: lo zigote, che si forma al momento della fecondazione dall’unione tra la cellula uovo femminile e lo spermatozoo maschile. Lo zigote può praticamente tutto, Aristotele lo definirebbe la “potenza” massima: per divisione e differenziamento può diventare qualsiasi cosa, tant’è che è stato definito “cellula staminale totipotente”. Da esso derivano le cellule che formano il nostro cervello così come quelle che assemblano i nostri organi interni e gli arti. Tutto da una singola cellula. Essa va incontro a divisione cellulare, dalla quale si formano due cellule; queste andranno incontro al medesimo destino, e ne otterremo quattro; da queste quattro, otto, e così via, originando tutte le cellule che formano il corpo umano, classificate in circa 200 tipi diversi, che formano tessuti diversi, che a loro volta costituiscono differenti organi. Come sia possibile che da una cellula originino cellule così differenti è stato presto spiegato nel corso della storia della biologia: tutte le cellule, come detto, hanno lo stesso patrimonio genetico, ossia gli stessi geni; tuttavia hanno anche la capacità di esprimere questi geni in modo diverso, cioè di silenziarne alcuni e impiegarne altri in base al proprio programma di differenziamento; per questa ragione un globulo bianco appare così diverso da un neurone, pur avendo entrambi, alle origini, lo stesso progenitore. Possiamo immaginare il programma di differenziamento cellulare come un enorme albero con innumerevoli ramificazioni: il tronco rappresenta lo zigote, le ramificazioni sono le diverse vie differenziative che le cellule intraprendono man mano che l’organismo cresce, da embrione a feto, da feto a neonato, da neonato ad adulto. Le foglie alle estremità dei rami rappresentano le cellule completamente differenziate: cellule muscolari, pneumociti, osteociti, astrociti, linfociti e così via. I punti di biforcazione dei rami rappresentano invece un concetto chiave nella comprensione di cosa sia e come agisca il cancro: quello di staminalità. Essa non è nient’altro che la capacità, propria di una cellula non differenziata, di andare incontro a differenziamento e dare origine a cellule diverse. Va da sé che più le biforcazioni sono prossime al tronco, più la capacità di intraprendere, ramificazione dopo ramificazione, vie diverse è elevata (cioè è elevata la staminalità). Di qui deriva la suddivisione delle cellule staminali in base alla loro potenzialità differenziativa; partendo dal tronco: totipotenti, pluripotenti, multipotenti e unipotenti. Queste ultime sono quelle cellule che possono dare origine a un solo tipo di cellula differenziata, essendone l’immediato precursore: possiamo immaginarle come le estreme propaggini dei rami che precedono le foglie.

Grazie a questa schematizzazione risulta più semplice comprendere come agisca il cancro: esso è dovuto alla mutazione, o meglio alla concomitanza di più mutazioni, a carico di una stessa cellula. Le mutazioni colpiscono i singoli geni e alterano il comportamento della cellula. Ne consegue che alcune di esse potranno essere del tutto irrilevanti e prive di conseguenze, mentre altre, a seconda del tipo di cellula colpita, più o meno gravi; se ad essere colpita da mutazione è una singola cellula epiteliale, questo non causerà alcun effetto: nel giro di pochi giorni essa morirà e verrà rimpiazzata, senza che noi ce ne accorgiamo; se invece la mutazione è a carico di una cellula più a monte nell’albero differenziativo, ad esempio di una cellula emopoietica, potremo avere conseguenze molto gravi, come la leucemia.

La malignità di un tumore, in altre parole, è inversamente proporzionale al differenziamento della cellula colpita da alterazione genica: se viene colpita una delle miliardi di foglie o una delle cellule più lontane dal tronco si potrà originare, nel peggiore dei casi, un tumore benigno, cioè differenziato; se viene colpito un grosso ramo vicino al tronco possiamo andare incontro a una completa disfunzione di un’intera linea cellulare o tissutale (si parla pertanto di “cellule staminali del cancro”). Questo ramo prolifererà e si differenzierà, originando cellule tutte recanti la mutazione del progenitore, e costituendo quello che è definito tumore maligno, le cui cellule sono in grado, proprio perché poco differenziate, di muoversi dal tessuto di origine e invadere tessuti anche molto lontani, raggiunti tramite i vasi sanguiferi (metastasi).

Insieme a quello di staminalità, l’altro concetto chiave per comprendere il cancro è quello di proliferazione: tutte le cellule staminali vanno incontro a proliferazione; quelle più a monte nella via differenziativa hanno il compito di preservarsi e di originarne altre a cui destinare il compito di proliferare e originare i tessuti. Queste sono dette “cellule del complesso di amplificazione transiente” e, benché non godano del medesimo grado di staminalità delle loro progenitrici, hanno un alto potenziale differenziativo: sono numerose e si dividono frequentemente, formando un gran numero di cellule differenziate che andranno a costituire il tessuto definitivamente formato. Ebbene sì, “definitivamente”. Infatti, una volta che il tessuto ha raggiunto le sue dimensioni fisiologiche e può ottemperare perfettamente alle funzioni a cui è destinato, cessa di crescere. Ciò non significa che le cellule staminali smettano di proliferare, ma diciamo che rallentano il loro frenetico lavoro, in modo da limitarsi a garantire il ricambio generazionale e rimpiazzare cellule morte con cellule appena formate. Questo è quanto avviene normalmente, nell’ambito della fisiologia. Si sfocia invece nella patologia quando questo processo, che, come abbiamo visto, dovrebbe arrestarsi, non si arresta né si limita, ma continua imperterrito. La proliferazione, a causa di mutazioni a carico di una cellula staminale più o meno potente che l’ha tramandata alle sue cellule figlie, prosegue, originando quello che è stato intuitivamente definito tumore (dal latino “tumor”, gonfiore).

Il cancro è pertanto uno sviluppo aberrante di un tessuto ed è caratterizzato, come tale, sia da cellule staminali che da cellule differenziate. Le prime costituiscono la fonte di rinnovamento per le seconde, che invece rappresentano la “massa” vera e propria, quella che forma la maggior parte del tessuto tumorale. Possiamo immaginarle rispettivamente come le radici, ben nascoste e protette sotto il suolo, e le erbacce, visibili e ben riconoscibili. Ad oggi siamo oltremodo attrezzati nel tagliare queste erbacce e col tempo siamo divenuti sempre più abili nel farlo: da un lato la chirurgia, dall’altro la chemio- e la radio-terapia, tutti strumenti volti a ridurre e rimuovere le masse tumorali. Tuttavia, spesso, ancorchè queste tecniche possano recare giovamento al paziente, si può andare incontro al rischio di “recesso” del tumore. Questo avviene perché, sfortunatamente, le cellule staminali del cancro da un lato manifestano, a differenza di quelle differenziate,  una maggiore resistenza ai chemioterapici, e dall’altro non sempre vengono rimosse completamente durante un intervento chirurgico. Questo comporta che queste cellule, queste “radici”, rimangano nel paziente, pronte a dare avvio a una nuova proliferazione e alla genesi di un nuovo tumore. Mai trovò applicazione più adeguata il detto “tagliare il problema alla radice”. Per fare questo, per estirpare il cancro, occorre prima di tutto colpire le cellule staminali che lo generano e lo riforniscono. A questo proposito si stanno conducendo studi e sperimentazioni in ogni centro di ricerca, per trovare terapie molecolari o geniche che possano contrastare il cancro. Ciò potrebbe sembrare utopico dal momento che ci sono circa 25.000 geni in ogni cellula e che abbiamo centinaia di miliardi di cellule, e che, teoricamente, ognuno di questi geni in ognuna delle nostre cellule potrebbe andare incontro a mutazione, creando una varietà quasi infinità di tumori diversi. Per fortuna però i geni che mutano e che sono responsabili della cancerosità sono un numero limitato; inoltre diversi tipi di tumori sono da imputarsi a mutazioni diverse. Ciò significa, ad esempio, che la mutazione di un gene x in una cellula del fegato può non avere conseguenze, mentre la mutazione dello stesso gene in un cellula dell’intestino può causare un tumore maligno. Sulla base di queste conoscenze si stanno sperimentando farmaci mirati, che, si spera, possano inibire le cellule staminali del cancro permettendo così di risolvere un giorno il problema alla radice. Di certo non è possibile trovare una “cura” per il cancro come se fosse un raffreddore, perché, come si è visto, è una malattia complessa, che si presenta in innumerevoli varianti diverse le une dalle altre. Quello che si può fare è trovare una terapia standard mirata per i vari tipi di tumore, a partire da quelli più diffusi nella popolazione, ed è esattamente in questa direzione che si sta muovendo il mondo scientifico. È grazie a questi studi e a questi farmaci se ogni tanto ci capita di leggere su un giornale o su internet di quel paziente con un linfoma metastatico guarito completamente nel giro di poche settimane, ed è grazie a queste notizie che possiamo guardare al futuro con cautela ma anche con fiducia.

Di Diego Dalmasso

Progetto e prototipo

Il passaggio dal disegno manuale a quello mediante sistemi CAD, acronimo di Computer Aided Design (in italiano: progettazione assistita al computer), ha permesso un’evoluzione del concetto di progettazione. La progettazione ha lo scopo di realizzare un prodotto funzionante e innovativo, riducendo i costi e i tempi di produzione attraverso lo sviluppo di metodi altamente tecnologici.

Una volta progettata una macchina, un dispositivo o un qualsiasi oggetto bisogna eseguire delle verifiche che servono per individuare quanto spazio occupa il mio oggetto, se l’oggetto riesce a eseguire la propria funzione senza rompersi o danneggiarsi e infine le ultime sono le verifiche di protezione della sicurezza e della salute dell’utilizzatore. Proprio per eseguire queste verifiche si decide di costruire un prototipo.

Il prototipo può essere costruito con i materiali utilizzati nel prodotto finale o con materiali sostitutivi (legno o polimeri), metodo questo meno costoso e più veloce. Per produrre un prototipo reale, la tecnica più moderna utilizzata è la prototipazione rapida. Questa consiste nel trasformare un disegno CAD tridimensionale in un modello matematico che suddivide il prodotto in strati, che a sua volta sarà trasformato nell’oggetto reale mediante una prototipatrice rapida.

La prototipatrice rapida è una stampante che utilizza, al posto dell’inchiostro, una resina o un polimero, generalmente ABS (Acrilonitrile Butadiene Stirene), sotto forma di fogli, fili, o polveri. Questo materiale viene posato su un piano tramite un ugello riscaldato che permette una microfusione e segue il percorso dettato dal modello matematico derivante dal disegno dell’oggetto. Depositato il primo strato, si passa al secondo, poi al terzo e cosi fino a ottenere il prototipo finito.

Con il prototipo non si possono fare prove sulle sollecitazioni e la resistenza delle parti meccaniche, essendo il suo materiale differente da quello dell’oggetto da produrre. Per questo motivo si è sviluppata la prototipazione digitale.

Attraverso software CAD di fascia alta si possono effettuare analisi, simulazioni e calcoli di dinamica, cinematica, fluidodinamica e di resistenza alle sollecitazioni. Queste prove possono essere ripetute per infiniti casi differenti senza dover costruire alcun prototipo. Un esempio è il caso di una cassa legata su un ponte di una nave: il software simula il moto ondulatorio delle onde e calcola la resistenza delle funi e lo spostamento della cassa, tutto questo senza caricare il prototipo su una nave e aspettare una tempesta.

Questa tecnologia informatica non ha ancora soppiantato l’uso del prototipo reale, ma ha permesso di estendere l’utilizzo delle stampanti 3D in altri campi, come la produzione di palette dei turbocompressori (attraverso la microfusione di polveri di metallo sinterizzato) o addirittura quello alimentare (stampaggio di pasta asciutta).

In un futuro prossimo le stampanti tradizionali, presenti in casa, saranno sostituite con quelle tridimensionali e ogni persona potrà produrre oggetti di qualsiasi forma senza aver bisogno di capacità e conoscenze particolari.

 

Di Silvio Quaglia

Associazione Latitudes

Avignone é conosciuta per l’elevata percentuale di elettori del Front National (partito di estrema destra, con a capo il leader Marine Le Pen) ma porta per fortuna in grembo diverse realtà associative che si impegnano quotidianamente nella sensibilizzazione alla cittadinanza attiva e solidale, come la lotta alle discriminazioni e allo spreco alimentare.

Una di queste é quella in cui lavoro attualmente: l’associazione ”Latitudes”. Come si può facilmente intuire dal nome scelto, l’associazione Latitudes interviene molto sull’interculturalità e la lotta alle discriminazioni, identificandosi e diffondendo l’educazione popolare francese. Questa corrente di pensiero, diffusa dal XVIII secolo, cerca di promuovere un miglioramento del sistema sociale affinché ognuno trovi un posto nella propria comunità. Secondo la filosofia dell’ « educ pop » come viene più sovente chiamata, la formazione e il « sapere» possono essere apportati da tutti, l’essenziale é che ci sia scambio di conoscenza, partecipazione e presa di coscienza attiva.

Fondata nel 2005 come associazione studentesca, Latitudes ha oggi ampliato le sue competenze attraverso l’integrazione in alcune reti di educazione popolare estese in tutta la Francia, che offrono appoggio e formazione ad animatori e semplici volontari. La rete “SENS”, ad esempio, riunisce le associazioni interessate aiutandole nella formazione e nella successiva informazione circa i progetti di sviluppo sostenibile. Grazie al sostegno del progetto « Grappe » invece, Latitudes e molte altre associazioni in diverse città francesi organizzano annualmente due tipi di eventi: la settimana della solidarietà internazionale, a novembre, e la settimana dell’ambiente, a marzo. Così, in modo disseminato sul territorio nazionale, queste settimane sono l’occasione per sensibilizzare fasce di pubblico assai diverse tra loro  sulle stesse problematiche, il tutto attraverso conferenze, cineforum, attività ludiche e festive. Anche grazie alle formazioni animate da « Starting’block » a Parigi, i membri di Latitudes possono continuamente arricchire le loro conoscenze e competenze per mantenersi al passo con le problematiche dell’attualità e con le loro continue evoluzioni. L’associazione si è consolidata ed implementata in tal modo sia nella sua struttura che sul territorio  nel corso degli ultimi due anni, allestendo un proprio catalogo di animazioni che vengono proposte alle scuole medie e superiori come opportunità per gli insegnanti di introdurre o sviluppare determinati argomenti, spesso nel quadro dell’educazione civica.

Lo scopo di inserire i metodi dell’educazione popolare nel sistema scolastico nazionale é anche quello di sensibilizzare allievi e professori ad un approccio più orizzontale nella trasmissione dei saperi, e soprattutto di sottolineare la loro bidirezionalità. Infatti attraverso il gioco e la riflessione che ne segue, il messaggio che si vuole far passare spesso scaturisce direttamente dalle riflessioni e considerazioni fatte  dagli stessi “animati”. In questo modo le conoscenze vengono assimilate più facilmente e la partecipazione degli allievi rimane costantemente attiva.

Inoltre Latitudes organizza mensilmente delle serate chiamate « Carnet de voyage » (Diari di viaggio), per presentare un paese e la sua cultura con lo scopo di allargare le vedute e gli orizzonti di chi vi partecipa. In queste occasioni vengono proposte attività riguardanti gli stereotipi diffusi, i luoghi comuni, le catalogazioni di popoli e persone che fanno nascere interessanti dibattiti. Questi tipi di serate permettono inoltre all’associazione di raccimolare sostegno economico e morale,al fine di espandersi nella sua attività per trovare sempre più spazio nella scena culturale e sociale avignonese.

I modi per dare il nostro contributo al cambiamento sono molti, e auguro a tutti di incontrare quello più pertinente al proprio modo di essere e di agire!

Di Giulia Marro

Innamoratevi!

Ragazzi, vi rendete conto di come tutto sia bellissimo quando si ama? Pensate ad esempio a quando vi prendete una cotta o vi imbattete in quell’amore semplice come un sorriso, puro come la prima neve che stende il suo velo sul mondo, libero come le acque impetuose di un torrente, fresco come la brezza di una bianca mattina d’inverno, pieno come le guance di un bambino che mangia un gelato, felice come una mattina di Natale; pensate a quando si ama, gli occhi che diventano piccoli cuoricini e luccicano tremolando come luce del sole sul mare appena increspato; pensate a quanto è bello amare, cogliersi ogni giorno nella gioia, sentire il bisogno di cantare e cantare, percepire il cuore reggersi a fatica nel petto così come le parole che si vorrebbero urlare al mondo intero.

Quando ci si innamora il mondo non diventa forse tutto più colorato, non cogliamo ogni cosa in tutta la sua innocente meraviglia? Amici… INNAMORATEVI!! Ma innamoratevi di tutto! Innamoratevi delle monotone parole di un professore, degli occhi appassionati di chi ama la sua vita, della vostra scuola, di quella materia fastidiosa da studiare, della voce squillante del compagno di banco, del sorriso del ragazzo che passeggia per il corridoio, del lunedì, delle ore di filosofia, innamoratevi pure della fatidica mattina che vi strappa al sonno innocente e della notte che vi accoglierà benevola fra le sue braccia, del sole che scalda ogni cosa e delle nuvole che offrono  pioggia. Poiché in ogni singola cosa è contenuto un incanto prezioso, bisogna solo imparare semplicemente a guardare il mondo con occhi amorevoli; sapremo allora cogliere l’indiscussa bellezza di ogni cosa.

Una persona ci sta “diversamente simpatica”? E allora impariamo ad amare la sua non-simpatia! Odiamo una materia? Ma innamoriamocene, cerchiamo di cogliere fra i libri qualcosa di bello! Non è impossibile ragazzi, fidatevi. Di odio e indifferenza siamo ormai pieni, adesso non c’è più spazio per questo, ora è il TEMPO DI AMARE! E a partire da adesso sorridete! Ce l’avete lo sguardo caldo e affettuoso? Bene, mo andate dai vostri compagni, scoccate loro un bacio sulla guancia, abbracciateli, dite loro che volete loro bene, e non vergognatevi di ciò! Pensate che bello sarebbe, se ognuno di noi ogni mattina ricevesse un “ti voglio bene”, un abbraccio, un bacio inaspettato J E quando andate a casa, aprite il libro di quella materia “odiosa” e via a leggerla con entusiasmo! Ragazzi, a che serve farci pesare le cose? De studià, se deve studià, quindi perché non avvicinarci allo studio con quel pizzico di amore che ci permetterebbe di renderlo meno faticoso e addirittura piacevole?

Insomma, riuscite a immaginare il potere che ha questo sentimento? Come dico sempre io, la vita è troppo corta per arrabbiarsi o annoiarsi, dunque AMATE, finché non sentirete il cuore pieno e una gioia traboccante da trasmettere, ed INNAMORATEVI!! E’ l’amore che trasforma ogni cosa, NOI POSSIAMO CAMBIARE IL MONDO se solo impariamo ad amare ed abbiamo il coraggio di innamorarci ancora. Si comincia sempre dalle piccole cose, dalla vita quotidiana, e pian piano l’amore ci permetterà di andare avanti ogni giorno, non essere mai stanchi della nostra vita ma ogni mattina alzarsi con una travolgente VOGLIA DI VIVERE, e far diventare il nostro amore gioia per tutti. E quando vi troverete a svegliarvi con un’incontenibile voglia di cantare, camminare per strada e aver voglia di urlare “Buongiorno mondo!”, camminare sorridendo-issimo per l’immensa gioia, abbracciare il compagno in assoluto più diversamente simpatico e dirgli “Aò, a cì, ‘n fonno ‘n fonno… Guarda che te vojo bene!”, e chi più ne ha più ne metta:  allora questi sono proprio segni inconfutabili del sentimento più bello! L’amore porterà tutto questo! E che aspettiamo?! A regà…. ‘NNAMMORAMOCEEE!

Di Annamaria De Lilla

 

 

Un giovedì di domenica

Accadde una domenica qualunque di un qualunque febbraio in cui dal cielo piovve neve; era carnevale, ma non in quell’ospedale. Da una porta della stanza in cui riposava una ragazza, scappò via con le lacrime agli occhi e il nodo in gola un ragazzo, che si scontrò con l’infermiera del cambio-flebo. Trovò una lettera d’addio appoggiata al vaso del comodino di quella stanza, la lesse: erano parole dolci, incisive, pensate ma, si vedeva, riscritte mille volte. Accadde il coraggio di consegnarla a lei, in una busta gialla. Poco dopo nel pronto soccorso di quello stesso ospedale accadde che arrivò un’ambulanza: un ragazzo, incidente in moto, travolto da un vecchio in auto, il ragazzo non andava veloce, il vecchio era troppo vecchio, ma c’erano la neve, il freddo e la fretta. E poi l’emozione di aver lasciato una lettera alla donna della sua vita, che era ormai in fin di vita. I medici lo stavano rianimando quella domenica di quel febbraio nevoso, che non sapeva di festa né di domenica. Stanza quindici letto tre, e accadde che una donna stava scoprendo di star per morire, l’ordinaria morte ormai accettata per qualunque ospedale, ma non per quello. Nel piano sopra, stessa stanza, stesso letto, una donna stava partorendo: era arrivata da poco, le contrazioni erano appena incominciate, ma dolorose. L’aveva portata il marito in macchina, l’altra figlia dal nonno. Ma le cose non funzionarono come avrebbero dovuto, la donna fu esaminata accuratamente. C’erano altre tre donne nella stanza, che stavano per partorire, ma in lei c’era qualcosa che non andava. Se ne accorsero i medici, dopo che scoprirono che quel nuovo essere aveva il cordone ombelicale attorno alla gola, ma niente di grave. Se ne accorse quel nuovo essere che appena uscì inizio a strillare e piangere. Chiamatelo sesto senso, ma tutti sapevano che c’era qualcosa che non andava. Eppure gli esami erano tutti in regola, non c’era nulla di evidente, e nessuno disse più niente. Accadde dunque che in una qualsiasi domenica nevosa di febbraio che non sapeva di festa, ma di un misero giovedì, nacque una bambina, aveva il cordone ombelicale attorno al collo, aveva urlato appena aveva potuto, si era accorta anche lei che c’era qualcosa che non andava. Neppure lei disse niente. Passò alla storia come una giornata qualunque in cui nacque una comune bambina, in un ospedale con nulla di straordinario.

 

Il primo pianto della storia di ognuno. Tu che nasci, svuotati di ogni lacrima che ora hai, altrimenti ti marciranno dentro. Nessuno ti rimprovererà per questo tuo primo pianto, perché oltre l’abbandono, nascere sarà l’esperienza più traumatica della tua vita. E dovrai ricordartelo per il resto della tua esistenza, quando piangerai per altri motivi. Quando davvero rinascerai, capirai tutta la sofferenza, il pericolo e la fatica di questo tuo primo nascere. Ti verrà in mente il ricordo di questo tuo primo dolore che ti ha fatto quasi morire, dopo essere riuscito a nascere tra mille sforzi. È il primo ossigeno nei polmoni come la prima pugnalata alle spalle da chi non ti aspetti. No, l’aria che ora respiri non è più fatta di acqua. Dedurrai con una logica che fila, che per nascere e per rinascere è stato necessario far morire un pezzo di te. Ora penserai magari ad altre vite prima di questa iniziata con un laconico pianto, ma chi lo sa, nessuno lo sa, al di fuori di te, che sei appena nato. Tu che sei forte e guerriero, hai superato la prima prova perché il fatto che sei qui vuol dire che sei capace a piangere e sei disposto a soffrire, e morire e rinascere decine e decine di volte.

Di Ylenia Arese

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