Due chiacchiere dopo il compito

Entrò, portando in una mano la borsa con i libri e nell’altra un plico di fogli, e lasciò la porta aperta dietro di sé. Nell’aula si respirava quell’atmosfera di tensione tipica dei compiti in classe.

Chiese a un ragazzo di distribuire le fotocopie e cancellò, con calma, gli esercizi scritti alla lavagna durante l’ora precedente.  Guardando quei numeri e simboli di cui non aveva mai capito nulla sperò che nessuno dei suoi alunni provasse per la sua materia ciò che lui aveva provato per la fisica. Se l’avesse saputo si sarebbe sentito vuoto, senza senso, proprio come quelle formule.

  • Prof, quanto tempo abbiamo?

La voce della ragazza lo distolse, fortunatamente, da quei pensieri.

  • Tre quarti d’ora. Così vi abituate per l’esame.

Il prof ignorò chi borbottava che era troppo poco, che l’esame era tra mesi e chi per adesso non voleva preoccuparsene.

Mentre tutti scrivevano, il professore cominciò ad assaporare il suo momento preferito: in questi casi non staccava gli occhi dai suoi studenti, non per controllare che non copiassero, ma perché era l’unica occasione in cui poteva osservarli davvero. Uno per uno. Finalmente i suoi studenti smettevano di essere una massa grigia di persone tutte uguali, come durante le lezioni, e i loro visi si illuminavano di luci, ognuna diversa dall’altra.

Lo sguardo gli cadde su un volto preoccupato, la classica alunna del “non so niente” che alla fine qualcosa di buono da quella mente tira fuori. Avrebbe voluto tranquillizzarla, dirle che era sicuro che il suo compito sarebbe stato buono, ma sapeva che un’affermazione del genere l’avrebbe mandata ancora più in panico.

Spostò l’attenzione su uno di quei ragazzi che studiano poco e riescono bene, un po’ perché hanno buona memoria, un po’ perché sanno come cavarsela anche quando non hanno idea di che cosa riguardi una domanda e un po’ perché li aiuta una buona dose di fortuna. Lui non aveva un’espressione agitata, e probabilmente quel compito lo viveva come una sfida, che fosse tra lui e il libro che avrebbe dovuto leggere o tra lui e il prof, faceva poca differenza.

E poi c’era quello che tutti i suoi colleghi definivano uno studente modello, l’aria tranquilla di chi sa di sapere tutto ciò che gli è richiesto e senza dubbio anche di più. L’insegnante aveva l’impressione che non studiasse la sua materia per interesse, ma semplicemente perché non poteva permettersi di far abbassare la sua media spaziale.

Si stava chiedendo se fosse giusto spiare i suoi ragazzi, quando si accorse che i fatidici tre quarti d’ora erano passati. Comunicò la fine alla classe e attese, giocherellando con una penna, che ognuno si arrendesse e consegnasse il suo foglio.

Lasciò calmare gli animi e sapendo di andare incontro a un mare di proteste annunciò: – Nei dieci minuti che ci restano vorrei spiegare un po’.

Non si era sbagliato. Fu investito da onde di “No, prof, per favore, non ce la possiamo fare”, ma insistette.

Si sedette sulla cattedra e rassicurò: – Non è nulla di pesante, promesso. Dai, ditemi che ne pensate dei canti della Divina Commedia che abbiamo letto dalla terza fino a ora.

In tutta risposta ricevette smorfie e sguardi in cui leggeva un forte e chiaro “Sei sicuro di volerlo sapere?”.

  • Ok, ora ditemi se vi è mai capitato di provare un po’ di invidia per Dante o per Beatrice. No? Allora non l’avete capito. Altrimenti sono sicuro che invidiereste a morte uno dei due. Non ditemi che non vorreste trovare una persona che vi ama così tanto da scrivere, ispirandosi a voi, l’opera d’arte più bella del mondo. Oppure che non vorreste poter regalare alla persona che amate qualcosa di meraviglioso, il meglio che sapete fare, il meglio che chiunque saprebbe fare. Ragazze, ma se qualcuno vi dicesse “Ti ho fatto un disegno” e vi mostrasse, non so, la Cappella Sistina, non accettereste di andare a prendere un aperitivo con lui? Un’occasione se la guadagnerebbe, no?

Vide venti facce cambiare espressione, le osservò accendersi, capì che finalmente era riuscito a farli sentire vicini a un autore vissuto settecento anni prima. A un autore così “sfigato” da non essere riuscito a comunicare il suo amore alla donna che amava, se non narrandolo in tantissimi versi.

Si rese conto di aver ritrovato lo scopo del suo mestiere che da tempo aveva messo in dubbio. Quelle espressioni, quelle mani alzate erano il motivo per cui aveva voluto fare scuola. Ora negli sguardi dei suoi alunni vedeva voglia di ascoltare. E lui si accorse di essere uscito dai sui libri, che tanto aveva sentito vicini, dopo anni in cui vi si era nascosto. Era il momento di accompagnare quei ragazzi attraverso le loro pagine, perché esse potessero parlare a qualcun altro. Perché potessero continuare a parlare infinite volte.

 

Anna Mondino

Un incrocio tra passato e futuro

Cominciò tutto con quell’attacco di cuore. In quel momento gli sembrò di essere arrivato al capolinea della sua vita. Successe tutto troppo in fretta: stava camminando quando gli mancò il respiro, perse le forze e cadde a terra, con quel forte dolore al petto a cui ormai era quasi abituato. Non c’era nessuno che potesse sostenerlo e per questo credette che sarebbe morto lì per terra. Mentre chiudeva gli occhi un forte tremito si impossessò di lui, rendendolo incosciente.

La stanza d’ospedale in cui si ritrovò era identitica a quella di sei mesi prima: il letto vicino alle grandi finestre, un vaso di fiori rossi finti sul davanzale e quell’odore di chiuso che riempiva le narici. Insomma, sembrava non essere cambiato nulla.

Era il terzo attacco nel giro di pochi mesi, ed era certo che non sarebbe sopravvissuto ad un altro. Sembrava che il suo corpo gli stesse mandando dei segnali precisi e la sua mente, rassegnata da tempo, presto avrebbe ceduto a quegli invitanti richiami. Dopo la morte di sua moglie tutto aveva perso senso, non sentiva più la forza di vivere. Era rimasto solo, prima incompreso e poi allontanato da quelli che aveva creduto essere suoi amici. Ogni mattina l’unica cosa che voleva era camminare ed osservare. Si accorgeva sempre troppo tardi però che era inutile cercare un pò di felicità nella vita degli altri, se la propria non regalava più alcun brivido.

Si accorse di non essere solo nella stanza solo quando la sentì respirare. Un respiro lieve e regolare che lo catturò all’istante. Quando si voltò e la vide, gli sembrò di rinascere: una bambina riposava sul letto. La sua bambina. Quella bambina che aveva sempre desiderato avere ma che la sorte gli aveva negato. Rimase incantato dai lineamenti del suo volto e dai capelli castani. Era ranicchiata su quel letto, sola ed indifesa, senza nessuno che le stesse accanto. Perché? Poco dopo un infermiere entrò nella stanza, e si accorse che lui la stava fissando.

“Buongiorno signor Malakoff, come si sente?”

“É bellissima, vero?” furono le uniche parole che riuscì a dire.

“Chi?”

“Quella bambina! Come si chiama? Perché non c’è nessuno con lei?”

“Signor Malakoff, le devo parlare di una cosa importante. Riguarda la sua salute..”

“Mi dica qualcosa di quella bambina, la prego!”

“In realtà non sappiamo nulla, l’hanno trovata ieri sera in un cassonetto, con una forte tracheite. Si rimetterà presto.”

I suoi occhi brillarono per un istante che sembrò infinito.

“Signor Malakoff, ha capito? Signore? Non potrà più uscire tutti i giorni, non le rimane molto da vivere. Un anno o due.”

“Cosa si può fare per quella bambina dottore? Intendo dopo la guarigione.”

“Immagino che chiameremo i servizi sociali e..”

“Vorrei adottarla.”

Una settimana dopo il suo incidente, stavano uscendo insieme, mano nella mano. Gli sembrava incredibile. Le avrebbe detto tutta la verità riguardo la sua malattia. Avrebbe cercato di darle tutto l’amore che aveva e di sfruttare ogni attimo che gli rimaneva per farla crescere. Doveva riuscirci. Ormai era lei l’unica cosa che lo teneva aggrapato alla vita. In quel preciso istante lei salì sulla macchina dei servizi sociali e lo salutò dolcemente.

Sarebbero stati due anni indimenticabili.

Gabriele Arciuolo

Intervista a Perlasca

– Ciao Franco. Benvenuto a Cuneo! Perché proprio qui?

– Ciao ragazzi. Innanzitutto sono stato invitato a Cuneo dagli organizzatori di “Scrittori in città” e quando ho saputo che il mio intervento sulla vita di mio papà Giorgio sarebbe stato rivolto a giovani delle scuole superiori non ho potuto dire di no.

– Qual è stata la più grande virtù di tuo padre?

– Mio papà Giorgio è stato un uomo sempre volenteroso e determinato. Un uomo che ha deciso, consapevole dei pericoli a cui sarebbe andato incontro, di non tirarsi indietro, che con la sua forza ha salvato molte vite oppresse ingiustamente e che non ha pensato solamente a se stesso, ricorrendo ad ogni mezzo possibile per compiere il bene verso l’altro. Un uomo che dopo aver fatto tutto ciò, è tornato alla quotidianità, senza voler ottenere alcun riconoscimento, ma conservando intatto dentro di sé il ricordo di quegli anni. Quindi direi l’umiltà. Infatti, la scelta di rimanere in silenzio rende mio papà Giorgio un “Giusto tra le Nazioni”, titolo conferitogli dallo Stato di Israele nel 1989.

– Giorgio è italiano, ma anche un po’ spagnolo?

– Durante la Seconda Guerra Mondiale si trova lontano dall’Italia, in Ungheria, con il compito di importare carne per l’Esercito Italiano, con un permesso diplomatico. Nel 1943 inizia ad essere ricercato dai tedeschi ed è costretto a rifugiarsi nell’ambasciata spagnola di Budapest. Qui ottiene documenti spagnoli grazie alla sua partecipazione, in età giovanile, alla guerra civile in Spagna al fianco del generale Francisco Franco. Comincia a rilasciare salvacondotti che garantiscono copertura diplomatica agli ebrei ungheresi perseguitati, ospitati in “case protette”.

 – Così tanto spagnolo da diventare “ambasciatore” in Ungheria?

– L’aver conosciuto la grave realtà della persecuzione influenza a tal punto Giorgio che decide di rimanere a Budapest anche dopo la partenza, alla fine del 1944, di Sanz Briz che non riconosce il nuovo governo filofascista istituito dagli invasori tedeschi. Mio padre si finge quindi sostituto di Briz, continuando e intensificando la sua missione: mette infatti in salvo gli ebrei ungheresi che stanno per essere deportati in treno nei campi di sterminio, a volte anche inventando sul momento le persone che avevano diritto ai salvacondotti. Impedisce inoltre l’incendio del ghetto di Budapest e lo sterminio degli oltre sessantamila ebrei presenti in esso, ricorrendo anche a minacce inventate.

– Come decide di muoversi alla fine della guerra?

– Egli avverte i Governi italiano e spagnolo del suo rientro e del suo operato. Torna alla normalità della sua Padova senza raccontare la sua storia né alla stampa né alla sua famiglia fino al giorno in cui due delle donne che aveva salvato lo trovano, nel 1987.

– Un messaggio da suo padre alla generazioni future?

– Giorgio ha permesso a molte persone di avere una famiglia, dei figli e dei nipoti, moltiplicando il numero dei salvati anno dopo anno, in modo silenzioso. Il suo motore era l’amore incondizionato. Ecco, auguro a tutti voi di lottare per i diritti e per la dignità di ognuno, affinché chiunque possa sentirsi amato e di conseguenza dare il proprio aiuto al proprio vicino.

L’intervista qui riportata è frutto dell’immaginazione di me giornalista dopo aver partecipato all’incontro con Franco Perlasca a Scrittori in Città nel novembre 2013 a Cuneo.

 

Gabriele Arciuolo

Mille splendidi sforzi

Debolezza, anemia, pallore. Disturbi addominali, soprattutto in corrispondenza della milza e del fegato. Perdita di appetito e dimagrimento. Emorragie, palpitazioni, linfonodi rigonfi. Progressivo calo della speranza, proporzionale al diminuire dell’efficacia delle cure, che contribuisce in misura determinante all’esaurimento della voglia di vivere. Febbre, sudorazione eccessiva, dolori ossei e muscolari. Morte.

Leucemia mieloide cronica, il cancro del sangue, che dallo spavento diventa bianco. Meno globuli rossi, più globuli bianchi, il cui numero cresce senza nessun controllo. Alla base di tutto una mutazione genica, che colpisce il DNA delle cellule del midollo osseo, da cui origina ogni cellula del sangue. Le cellule bianche proliferano ostinatamente, sono più resistenti, muoiono difficilmente. Viaggiano nel circolo sanguigno, per loro è facile spostarsi, dato che quella è la loro natura. Raggiungono sedi lontane. Fuoriescono dai vasi, metastatizzano. È un’invasione.

Due tratti genici di due cromosomi diversi, il 9 e il 22, si uniscono, in seguito ad una traslocazione: è questa l’origine del male. Risultato di tutto ciò, è una proteina chimerica iperattivata, coinvolta nei meccanismi di proliferazione cellulare. Il gene mutato e la proteina alterata sono malintesi molecolari, ma non vengono identificati come irregolarità dai sofisticati sistemi di riconoscimento degli errori della cellula, perché anche le sequenze geniche che codificano per proteine coinvolte in tali meccanismi sono mutate. Sono necessarie almeno due mutazioni perchè la patologia si manifesti. Esistono fattori di rischio ambientali, costituzionali e genetici che potenziano la probabilità di svilupparle e di mantenerle. E poi c’è la casualità.

Questa è solo una faccia della medaglia.

L’altra faccia è che Davide a 19 anni non pensava che si sarebbe ammalato. Lui non ci pensava alla morte, alla malattia, agli ospedali, ma pensava alla sua vespa, all’estate e quanto bastava al futuro, senza perdersi l’immediato.  Chissà cosa ha pensato quando gli dissero che invece era toccato a lui. Chissà quanto si è disperato quando gli riferirono la gravità della situazione. L’altra faccia della medaglia è la speranza che ha provato quando gli proposero tutte le terapie possibili. E poi la delusione del loro fallimento. Lo scoraggiamento. Perdersi di nuovo senza aver fatto un passo fuori dall’ospedale. È passato un anno. Chissà cosa ha pensato quando ha capito che non c’era più niente da fare. Chissà se la stanchezza degli ultimi stadi gli ha consentito di continuare a pensare. Chissà se uno si sente di morire, un attimo prima. Chissà se Davide se lo sentiva.

La principale cura della leucemia è la chemioterapia, un trattamento che consiste nella somministrazione di un cocktail di potenti farmaci che interferiscono coi meccanismi di proliferazione e sopravvivenza cellulare. Di recente è stato creato un nuovo farmaco, il Gleevec, che sembra avere una grande efficacia soprattutto nei pazienti cronici. È possibile che vengano usati tre diversi chemioterapici: le cellule malate possono portare in sé diverse combinazioni di mutazioni, che gli conferiscono resistenza a particolari farmaci, ma è improbabile che ciascuna cellula mutata sia resistente a tutti e tre. Inoltre un problema che può insorgere è una nascente resistenza al trattamento, con conseguenti ricadute nella malattia. Il cancro sembra essere nato per combattere. Ultima opzione è il trapianto di midollo osseo, ma è difficile trovare un donatore compatibile, anche se non impossibile. Ultimo filo di speranza.

Chissà cosa deve aver pensato Davide quando i medici gli dissero che non c’era più nulla da fare e che non c’erano donatori compatibili. Pensate al valore che deve aver avuto la speranza, dopo tempi tanto privi di luce. Chissà quante energie spese attaccati ad essa. E poi essere travolti dalla rassegnazione. Chissà se gli aveva procurato pace, o se l’aveva solo scaraventato nella più cupa angoscia della fine.

Sono stati fatti passi avanti nella cura della leucemia, anche se in realtà muoiono ancora troppi Davide per vedere il lato positivo della questione. Grazie ai progressi della biologia molecolare possiamo individuare le mutazioni patogene, che possono essere diverse in diversi pazienti con la stessa malattia. Scoprendo il problema a livello molecolare è possibile prescrivere una terapia personalizzata, che ha maggiori possibilità di successo. Ma la strada è ancora lunga, e la velocità di percorrenza è lenta, a causa della mancanza di fondi, di strumenti adeguati, di alcune conoscenze biologiche che sono tante, ma in alcuni casi ancora insufficienti. Gli ostacoli non ci fanno paura di fronte alla morte, per questo la ricerca, la medicina e la scienza si ostinano ad andare avanti. Tra lo sgomento e la disperazione, le vittime della leucemia ci ricordano che anche noi siamo fatti per combattere. E le vittorie sono tutte quelle persone a  cui riusciamo salvare la vita.

Di Ylenia Arese

Non c’è schiavitù più dolce

E’ difficile riuscire a comprendere se ciò che scriviamo è frutto della nostra volontà o se la rappresentazione perfetta dei pensieri sulla carta è provocata da una forza interna al nostro corpo, inarrestabile e incontrollabile, che guidandoci e comandandoci, genera la creazione della bellezza.

A volte il richiamo delle parole è così forte da non lasciar pensare, e l’unico modo che hai per smettere di sentire quel ronzio assordante ed incessante nella testa, quel peso sullo stomaco, quella sensazione di malessere che non ti permette di star fermo, è di darla vinta a loro. Fin dalle prime righe però, ciò che credevi fosse una stupidità inizia a prendere una forma, una linearità che non ti aspettavi: da questo momento in poi le parole si sono impossessate di te, ti restituiranno al mondo solo quando avranno portato a termine il loro vero compito. Mostrare la tua vera essenza. Dare un senso alla tua giornata. Riuscire a strappare un sorriso alle tue labbra, ancora incredule di ciò che hai creato. Senza accorgertene quella piccola voglia di imprimere la tua fantasia su un foglio ti ha contagiato a tal punto da farti perdere la cognizione di tutto quello che ti circonda.

Per un tempo indefinito rimani sospeso in una dimensione che ti appartiene fin troppo, che conosci come le tua stanza, anche se è la prima volta che la esplori. Ti scopri più sensibile, più fragile. E’ come se per la prima volta dopo tanto tempo ti stessi presentando a te stesso, mostrandoti per quello che sei veramente. Sei sbalordito. In pochi minuti ti compaiono davanti centinaia di termini, che presi singolarmente non avrebbero nulla da comunicare, ma che nel loro insieme mostrano un desiderio che non può più starsene nascosto. Sei sfinito e svuotato completamente di ogni forza, eppure ti senti finalmente libero, come appena nato, purificato. Hai lasciato una piccola parte di te stesso su quella pagina e farla leggere a qualcuno sarebbe come svelargli i tuoi segreti più intimi. Spegni il computer e ritorni alla normalità.

Qualche giorno dopo però, di nuovo quel richiamo, solamente un po’ più forte, ti costringe a sederti alla scrivania e continuare quello che avevi iniziato. Allora ricominci, e quella pagina si trasforma in una storia, la storia in una trama. Una trama per qualcosa che non hai mai fatto in tutta la tua vita, e che credi sia una follia, appena ti accorgi di volerlo seriamente. Non può esserti venuta in mente una cosa del genere, sei pazzo. Non ci riuscirai mai! Quanti come te ci hanno provato, magari ci stanno provando in questo momento? No, non lo farai di certo. Ma non hai capito che non puoi più decidere, loro ormai ti hanno in pugno. D’ora in avanti appartieni a loro. E non c’è schiavitù più dolce.

Gabriele Arciuolo

Relazione tra persone. Prof aiutaci tu!

Caro professore,

Come è possibile che una persona susciti in un’altra sempre lo stesso profondo sentimento? E come è possibile che bastino poche parole o azioni sbagliate a cambiarlo del tutto?

Ilaria

Caro ProfessoreCara Ilaria, Mi incuriosisce la tua domanda: stessa persona = stesso sentimento (a volte profondo), credo che tu intenda sia in positivo sia in negativo. Come può una persona suscitare lo stesso sentimento a distanza di tempo in un’altra? Proverò a risponderti seguendo questo percorso: a) lo stesso sentimento non nasce per la natura dei soggetti; b) per mantenere un sentimento profondo bisogna essere attivi e non passivi. a) Lo stesso sentimento non nasce per la natura dei soggetti. Allora che cosa accade quando due persone provano lo stesso sentimento? Avviene come tra due magneti? È perché la parte positiva attrae sempre quella negativa o perché le parti con lo stesso segno si respingono continuamente? Ossia avviene per la loro intrinseca natura? Credo di no. È allora come è possibile che due persone, che vivono incessanti cambiamenti interiori ed esteriori, possano provare lo stesso “profondo sentimento” quando si incontrano? Io penso perché continuano ad alimentare nuovi pensieri positivi (o negativi) sulla stessa persona. La presenza dell’altra persona attiva dentro la nostra mente mappe neurali (della felicità o della repulsione) che in passato avevamo creato. Vengono richiamate alla memoria queste emozioni di piacere o di dolore. La consapevolezza di queste emozioni produce sentimenti positivi o negativi e da questi nascono nuovi pensieri che già ci dispongono positivamente o negativamente verso di lei. L’altro, d’altra parte, reagisce allo stesso modo e, se la comunicazione era stata positiva, ossia aveva prodotto piacere, ognuno dei due si dispone già in una modalità di apertura, di ascolto, di fiducia e di comprensione. Questa modalità di relazionarsi influenza nuovamente i sentimenti e le emozioni. Il fatto che si provi continuamente un profondo sentimento non indica che le parti sono invariate come nella calamita, indica all’opposto che questo è possibile proprio perché nelle due persone avvengono microscopici adattamenti, continue rielaborazioni, e che viene alimentato un flusso costante di pensieri e di sentimenti, anche a distanza. È grazie al continuo rinnovamento dell’immagine e della rappresentazione dell’altro che si possono mantenere affetti così profondi e duraturi. I pensieri sono certamente responsabili di questo continuo rinnovamento. Grazie al rinnovamento, si consolida la nostra affettività.

b) Per mantenere un sentimento profondo bisogna essere attivi e non passivi. Penso che potremo riassumere questa idea con questa espressione: nella ripetizione si conquista l’(ir)ripetibile. Cioè la profondità della relazione. Vediamo. Di solito ci viene ricordato che la nostra vita è irripetibile, ma noi sappiamo che nella nostra vita avvengono moltissime ripetizioni: persone, eventi, comportamenti. Quello che spesso dimentichiamo è che proprio nelle ripetizioni si crea l’unicità e la specificità dell’esistenza. Mi spiego. Facciamo l’esempio del ripetersi del movimento di una lancetta dell’orologio. Dopo qualche tempo la lancetta ripercorre lo stesso movimento sul quadrante, ma è indifferente agli infiniti passaggi precedenti. Tutto è nuovo, anche se inaugura lo stesso giro. Oppure consideriamo la ruota di una bicicletta: ogni rotazione generata dai pedali sembra identica a quella precedente. C’è dunque una ripetizione invariata nel movimento delle lancette dell’orologio e nel movimento della ruota. Per le persone non è diverso: ogni volta che incontri un’amica, una compagna di scuola, una persona a cui sei affezionata avviene qualcosa di particolare. Tutte le mattine entri in classe e dici ‘Ciao’ ai tuoi compagni. Come un rito. Tutte le mattine, come il giro della ruota. Ma dopo qualche tempo ti rendi conto che quel ‘Ciao’ è più affettuoso o più distaccato, che a volte può essere premuroso, tenero, caldo o più indifferente e disinteressato. Pensa solo alla differenza tra il ‘Ciao’ d’inizio anno e il ‘Ciao’ che vi congederà alla fine dei cinque anni di liceo. Stessa parola, stessa persona, risultati completamente diversi: quella parola è dunque in grado di produrre un’iniziale curiosità, un timido interesse, una profonda gioia, un grandissimo sorriso e anche una nostalgia da nodo alla gola che ti farà sciogliere anche molte lacrime. Questo è per dirti che la ripetizione anche di frasi simili produce un cambiamento dentro di noi. Crea un legame e genera la nostra storia.

Ora torniamo al punto 1: l’esperienza origina pensieri che influenzano i sentimenti che a loro volta condizionano le emozioni. In quell’apparente ripetizione si creano infinite variazioni che producono davvero l’unicità della vita. Allora la ripetizione non è noiosa piattezza, invariabile monotonia, ma è come il movimento del cavatappi: ogni giro consente di scendere in profondità. Oppure, se preferisci pensare alla puntina di un giradischi (anche se non se ne vedono più), ogni giro non scorre nello stesso solco, ma in solchi sempre diversi, e questo movimento invece di produrre uniformità genera invece la melodia unica della vita. Quello che apparentemente è lo stesso incontro con la stessa persona, in realtà ha subito moltissime variazioni. Sono queste microscopiche variazioni che, giro dopo giro, generano la profondità dell’emozione e del sentimento. La profondità dell’affetto si ottiene cioè con il cambiamento, e il cambiamento avviene proprio là dove noi pensiamo che ci sia semplice consuetudine (Il filosofo danese Kierkegaard ha scritto pagine molto belle sulla “ripetizione”, facendola diventare l’emblema della vita matrimoniale: non monotonia, ma graduale conquista di sé nella relazione con l’altro). La ripetizione di una bella esperienza, d’altra parte non necessariamente è bella. La bellezza si ottiene non dalla semplice reiterazione di un momento o di un’avventura, ma dall’impegno a creare situazioni nuove in un’esperienza simile. Cioè, dipende dall’attività della persona. Ed è per questo che due persone continuano ad amarsi profondamente, non solo per l’attrazione, ma perché si impegnano a generare nuovi pensieri che interpretano continuamente l’altro; l’attrazione rimane alta perché c’è un’attività creativa e ingegnosa incessante fatta di continua immaginazione e rappresentazione dell’altra persona. Da questo potremmo spingerci oltre e dire che l’amore non è (solo) sentimento, ma è un’attività. Ma per questo, facciamo un’altra volta. È  però vero che, a volte, bastano “poche parole o azioni sbagliate” a cambiare i sentimenti. Seneca ricorda che:“Basta un solo giorno a disperdere e a distruggere quanto ha costruito un lungo periodo di tempo con molte fatiche e col favore degli dèi. Chi parlò di un giorno ha assegnato un tempo troppo lungo ai mali che incalzano: basta un’ora, un attimo per rovesciare degli imperi. Ci sarebbe un po’ più di conforto per la debolezza nostra e delle nostre cose, se tutte le cose andassero in rovina con la stessa lentezza con cui si formano: invece, gli accrescimenti avvengono lentamente, la rovina rapidamente” [Lettere a Lucilio]. La costruzione dell’amicizia o dell’amore avviene lentamente, ma la distruzione talvolta può essere fulminea. Perché il linguaggio ha il potere di modificare il nostro sentire. Modificando in modo negativo i nostri sentimenti e la modalità di cogliere i segnali che provengono dall’altra persona, ci dispone in modo diverso nei suoi confronti. Se non ci sentiamo più stimati o amati e sentiamo venire meno il rispetto e la considerazione ottenuti in precedenza, ci convinciamo che la relazione si è danneggiata e di conseguenza il nostro corpo attiva emozioni di tristezza e di sfiducia che condizionano i nostri sentimenti e i nostri pensieri. A loro volta, i pensieri intervengono a ritoccare le emozioni. Quello che apparentemente è immobile è invece ciò che si ottiene da un lungo lavoro, in parte conscio in parte inconscio, per mantenere un delicato e fragile equilibrio.

Un caro saluto, Alberto Lusso

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