Progetto e prototipo

Il passaggio dal disegno manuale a quello mediante sistemi CAD, acronimo di Computer Aided Design (in italiano: progettazione assistita al computer), ha permesso un’evoluzione del concetto di progettazione. La progettazione ha lo scopo di realizzare un prodotto funzionante e innovativo, riducendo i costi e i tempi di produzione attraverso lo sviluppo di metodi altamente tecnologici.

Una volta progettata una macchina, un dispositivo o un qualsiasi oggetto bisogna eseguire delle verifiche che servono per individuare quanto spazio occupa il mio oggetto, se l’oggetto riesce a eseguire la propria funzione senza rompersi o danneggiarsi e infine le ultime sono le verifiche di protezione della sicurezza e della salute dell’utilizzatore. Proprio per eseguire queste verifiche si decide di costruire un prototipo.

Il prototipo può essere costruito con i materiali utilizzati nel prodotto finale o con materiali sostitutivi (legno o polimeri), metodo questo meno costoso e più veloce. Per produrre un prototipo reale, la tecnica più moderna utilizzata è la prototipazione rapida. Questa consiste nel trasformare un disegno CAD tridimensionale in un modello matematico che suddivide il prodotto in strati, che a sua volta sarà trasformato nell’oggetto reale mediante una prototipatrice rapida.

La prototipatrice rapida è una stampante che utilizza, al posto dell’inchiostro, una resina o un polimero, generalmente ABS (Acrilonitrile Butadiene Stirene), sotto forma di fogli, fili, o polveri. Questo materiale viene posato su un piano tramite un ugello riscaldato che permette una microfusione e segue il percorso dettato dal modello matematico derivante dal disegno dell’oggetto. Depositato il primo strato, si passa al secondo, poi al terzo e cosi fino a ottenere il prototipo finito.

Con il prototipo non si possono fare prove sulle sollecitazioni e la resistenza delle parti meccaniche, essendo il suo materiale differente da quello dell’oggetto da produrre. Per questo motivo si è sviluppata la prototipazione digitale.

Attraverso software CAD di fascia alta si possono effettuare analisi, simulazioni e calcoli di dinamica, cinematica, fluidodinamica e di resistenza alle sollecitazioni. Queste prove possono essere ripetute per infiniti casi differenti senza dover costruire alcun prototipo. Un esempio è il caso di una cassa legata su un ponte di una nave: il software simula il moto ondulatorio delle onde e calcola la resistenza delle funi e lo spostamento della cassa, tutto questo senza caricare il prototipo su una nave e aspettare una tempesta.

Questa tecnologia informatica non ha ancora soppiantato l’uso del prototipo reale, ma ha permesso di estendere l’utilizzo delle stampanti 3D in altri campi, come la produzione di palette dei turbocompressori (attraverso la microfusione di polveri di metallo sinterizzato) o addirittura quello alimentare (stampaggio di pasta asciutta).

In un futuro prossimo le stampanti tradizionali, presenti in casa, saranno sostituite con quelle tridimensionali e ogni persona potrà produrre oggetti di qualsiasi forma senza aver bisogno di capacità e conoscenze particolari.

 

Di Silvio Quaglia

Associazione Latitudes

Avignone é conosciuta per l’elevata percentuale di elettori del Front National (partito di estrema destra, con a capo il leader Marine Le Pen) ma porta per fortuna in grembo diverse realtà associative che si impegnano quotidianamente nella sensibilizzazione alla cittadinanza attiva e solidale, come la lotta alle discriminazioni e allo spreco alimentare.

Una di queste é quella in cui lavoro attualmente: l’associazione ”Latitudes”. Come si può facilmente intuire dal nome scelto, l’associazione Latitudes interviene molto sull’interculturalità e la lotta alle discriminazioni, identificandosi e diffondendo l’educazione popolare francese. Questa corrente di pensiero, diffusa dal XVIII secolo, cerca di promuovere un miglioramento del sistema sociale affinché ognuno trovi un posto nella propria comunità. Secondo la filosofia dell’ « educ pop » come viene più sovente chiamata, la formazione e il « sapere» possono essere apportati da tutti, l’essenziale é che ci sia scambio di conoscenza, partecipazione e presa di coscienza attiva.

Fondata nel 2005 come associazione studentesca, Latitudes ha oggi ampliato le sue competenze attraverso l’integrazione in alcune reti di educazione popolare estese in tutta la Francia, che offrono appoggio e formazione ad animatori e semplici volontari. La rete “SENS”, ad esempio, riunisce le associazioni interessate aiutandole nella formazione e nella successiva informazione circa i progetti di sviluppo sostenibile. Grazie al sostegno del progetto « Grappe » invece, Latitudes e molte altre associazioni in diverse città francesi organizzano annualmente due tipi di eventi: la settimana della solidarietà internazionale, a novembre, e la settimana dell’ambiente, a marzo. Così, in modo disseminato sul territorio nazionale, queste settimane sono l’occasione per sensibilizzare fasce di pubblico assai diverse tra loro  sulle stesse problematiche, il tutto attraverso conferenze, cineforum, attività ludiche e festive. Anche grazie alle formazioni animate da « Starting’block » a Parigi, i membri di Latitudes possono continuamente arricchire le loro conoscenze e competenze per mantenersi al passo con le problematiche dell’attualità e con le loro continue evoluzioni. L’associazione si è consolidata ed implementata in tal modo sia nella sua struttura che sul territorio  nel corso degli ultimi due anni, allestendo un proprio catalogo di animazioni che vengono proposte alle scuole medie e superiori come opportunità per gli insegnanti di introdurre o sviluppare determinati argomenti, spesso nel quadro dell’educazione civica.

Lo scopo di inserire i metodi dell’educazione popolare nel sistema scolastico nazionale é anche quello di sensibilizzare allievi e professori ad un approccio più orizzontale nella trasmissione dei saperi, e soprattutto di sottolineare la loro bidirezionalità. Infatti attraverso il gioco e la riflessione che ne segue, il messaggio che si vuole far passare spesso scaturisce direttamente dalle riflessioni e considerazioni fatte  dagli stessi “animati”. In questo modo le conoscenze vengono assimilate più facilmente e la partecipazione degli allievi rimane costantemente attiva.

Inoltre Latitudes organizza mensilmente delle serate chiamate « Carnet de voyage » (Diari di viaggio), per presentare un paese e la sua cultura con lo scopo di allargare le vedute e gli orizzonti di chi vi partecipa. In queste occasioni vengono proposte attività riguardanti gli stereotipi diffusi, i luoghi comuni, le catalogazioni di popoli e persone che fanno nascere interessanti dibattiti. Questi tipi di serate permettono inoltre all’associazione di raccimolare sostegno economico e morale,al fine di espandersi nella sua attività per trovare sempre più spazio nella scena culturale e sociale avignonese.

I modi per dare il nostro contributo al cambiamento sono molti, e auguro a tutti di incontrare quello più pertinente al proprio modo di essere e di agire!

Di Giulia Marro

Innamoratevi!

Ragazzi, vi rendete conto di come tutto sia bellissimo quando si ama? Pensate ad esempio a quando vi prendete una cotta o vi imbattete in quell’amore semplice come un sorriso, puro come la prima neve che stende il suo velo sul mondo, libero come le acque impetuose di un torrente, fresco come la brezza di una bianca mattina d’inverno, pieno come le guance di un bambino che mangia un gelato, felice come una mattina di Natale; pensate a quando si ama, gli occhi che diventano piccoli cuoricini e luccicano tremolando come luce del sole sul mare appena increspato; pensate a quanto è bello amare, cogliersi ogni giorno nella gioia, sentire il bisogno di cantare e cantare, percepire il cuore reggersi a fatica nel petto così come le parole che si vorrebbero urlare al mondo intero.

Quando ci si innamora il mondo non diventa forse tutto più colorato, non cogliamo ogni cosa in tutta la sua innocente meraviglia? Amici… INNAMORATEVI!! Ma innamoratevi di tutto! Innamoratevi delle monotone parole di un professore, degli occhi appassionati di chi ama la sua vita, della vostra scuola, di quella materia fastidiosa da studiare, della voce squillante del compagno di banco, del sorriso del ragazzo che passeggia per il corridoio, del lunedì, delle ore di filosofia, innamoratevi pure della fatidica mattina che vi strappa al sonno innocente e della notte che vi accoglierà benevola fra le sue braccia, del sole che scalda ogni cosa e delle nuvole che offrono  pioggia. Poiché in ogni singola cosa è contenuto un incanto prezioso, bisogna solo imparare semplicemente a guardare il mondo con occhi amorevoli; sapremo allora cogliere l’indiscussa bellezza di ogni cosa.

Una persona ci sta “diversamente simpatica”? E allora impariamo ad amare la sua non-simpatia! Odiamo una materia? Ma innamoriamocene, cerchiamo di cogliere fra i libri qualcosa di bello! Non è impossibile ragazzi, fidatevi. Di odio e indifferenza siamo ormai pieni, adesso non c’è più spazio per questo, ora è il TEMPO DI AMARE! E a partire da adesso sorridete! Ce l’avete lo sguardo caldo e affettuoso? Bene, mo andate dai vostri compagni, scoccate loro un bacio sulla guancia, abbracciateli, dite loro che volete loro bene, e non vergognatevi di ciò! Pensate che bello sarebbe, se ognuno di noi ogni mattina ricevesse un “ti voglio bene”, un abbraccio, un bacio inaspettato J E quando andate a casa, aprite il libro di quella materia “odiosa” e via a leggerla con entusiasmo! Ragazzi, a che serve farci pesare le cose? De studià, se deve studià, quindi perché non avvicinarci allo studio con quel pizzico di amore che ci permetterebbe di renderlo meno faticoso e addirittura piacevole?

Insomma, riuscite a immaginare il potere che ha questo sentimento? Come dico sempre io, la vita è troppo corta per arrabbiarsi o annoiarsi, dunque AMATE, finché non sentirete il cuore pieno e una gioia traboccante da trasmettere, ed INNAMORATEVI!! E’ l’amore che trasforma ogni cosa, NOI POSSIAMO CAMBIARE IL MONDO se solo impariamo ad amare ed abbiamo il coraggio di innamorarci ancora. Si comincia sempre dalle piccole cose, dalla vita quotidiana, e pian piano l’amore ci permetterà di andare avanti ogni giorno, non essere mai stanchi della nostra vita ma ogni mattina alzarsi con una travolgente VOGLIA DI VIVERE, e far diventare il nostro amore gioia per tutti. E quando vi troverete a svegliarvi con un’incontenibile voglia di cantare, camminare per strada e aver voglia di urlare “Buongiorno mondo!”, camminare sorridendo-issimo per l’immensa gioia, abbracciare il compagno in assoluto più diversamente simpatico e dirgli “Aò, a cì, ‘n fonno ‘n fonno… Guarda che te vojo bene!”, e chi più ne ha più ne metta:  allora questi sono proprio segni inconfutabili del sentimento più bello! L’amore porterà tutto questo! E che aspettiamo?! A regà…. ‘NNAMMORAMOCEEE!

Di Annamaria De Lilla

 

 

Un giovedì di domenica

Accadde una domenica qualunque di un qualunque febbraio in cui dal cielo piovve neve; era carnevale, ma non in quell’ospedale. Da una porta della stanza in cui riposava una ragazza, scappò via con le lacrime agli occhi e il nodo in gola un ragazzo, che si scontrò con l’infermiera del cambio-flebo. Trovò una lettera d’addio appoggiata al vaso del comodino di quella stanza, la lesse: erano parole dolci, incisive, pensate ma, si vedeva, riscritte mille volte. Accadde il coraggio di consegnarla a lei, in una busta gialla. Poco dopo nel pronto soccorso di quello stesso ospedale accadde che arrivò un’ambulanza: un ragazzo, incidente in moto, travolto da un vecchio in auto, il ragazzo non andava veloce, il vecchio era troppo vecchio, ma c’erano la neve, il freddo e la fretta. E poi l’emozione di aver lasciato una lettera alla donna della sua vita, che era ormai in fin di vita. I medici lo stavano rianimando quella domenica di quel febbraio nevoso, che non sapeva di festa né di domenica. Stanza quindici letto tre, e accadde che una donna stava scoprendo di star per morire, l’ordinaria morte ormai accettata per qualunque ospedale, ma non per quello. Nel piano sopra, stessa stanza, stesso letto, una donna stava partorendo: era arrivata da poco, le contrazioni erano appena incominciate, ma dolorose. L’aveva portata il marito in macchina, l’altra figlia dal nonno. Ma le cose non funzionarono come avrebbero dovuto, la donna fu esaminata accuratamente. C’erano altre tre donne nella stanza, che stavano per partorire, ma in lei c’era qualcosa che non andava. Se ne accorsero i medici, dopo che scoprirono che quel nuovo essere aveva il cordone ombelicale attorno alla gola, ma niente di grave. Se ne accorse quel nuovo essere che appena uscì inizio a strillare e piangere. Chiamatelo sesto senso, ma tutti sapevano che c’era qualcosa che non andava. Eppure gli esami erano tutti in regola, non c’era nulla di evidente, e nessuno disse più niente. Accadde dunque che in una qualsiasi domenica nevosa di febbraio che non sapeva di festa, ma di un misero giovedì, nacque una bambina, aveva il cordone ombelicale attorno al collo, aveva urlato appena aveva potuto, si era accorta anche lei che c’era qualcosa che non andava. Neppure lei disse niente. Passò alla storia come una giornata qualunque in cui nacque una comune bambina, in un ospedale con nulla di straordinario.

 

Il primo pianto della storia di ognuno. Tu che nasci, svuotati di ogni lacrima che ora hai, altrimenti ti marciranno dentro. Nessuno ti rimprovererà per questo tuo primo pianto, perché oltre l’abbandono, nascere sarà l’esperienza più traumatica della tua vita. E dovrai ricordartelo per il resto della tua esistenza, quando piangerai per altri motivi. Quando davvero rinascerai, capirai tutta la sofferenza, il pericolo e la fatica di questo tuo primo nascere. Ti verrà in mente il ricordo di questo tuo primo dolore che ti ha fatto quasi morire, dopo essere riuscito a nascere tra mille sforzi. È il primo ossigeno nei polmoni come la prima pugnalata alle spalle da chi non ti aspetti. No, l’aria che ora respiri non è più fatta di acqua. Dedurrai con una logica che fila, che per nascere e per rinascere è stato necessario far morire un pezzo di te. Ora penserai magari ad altre vite prima di questa iniziata con un laconico pianto, ma chi lo sa, nessuno lo sa, al di fuori di te, che sei appena nato. Tu che sei forte e guerriero, hai superato la prima prova perché il fatto che sei qui vuol dire che sei capace a piangere e sei disposto a soffrire, e morire e rinascere decine e decine di volte.

Di Ylenia Arese

Medaglie d’argento

Tutti vogliamo essere primi. Essere primi è un po’ come sentirsi perfetti. Invincibili, insuperabili. Primi. Racchiude in sé un certo compiacimento della nostra potenziale grandezza. Pensiamo che il successo possiamo procurarcelo solo arrivando primi e lo associamo alla completezza e alla felicità. Il successo è la soddisfazione, che ci fa sentire traboccanti. Perché siamo convinti di sentirci vivi solo se trabocchiamo. Siamo disposti a lottare per essere primi. Ci diciamo che vale la pena lottare con tutti noi stessi per arrivare all’obbiettivo. Siamo convinti che solo arrivando primi abbiamo la possibilità di essere felici e soddisfatti. La prima posizione sarebbe la nostra unica possibilità della nostra completa realizzazione.

La realtà è che nessuno è primo in tutto. Viviamo la nostra esistenza con uno strascico di imperfezione, che ci viene a colpire nel vivo della questione. Spendiamo tutte le nostre energie per arrivare primi, per poi scoprire che primi in tutto non saremo mai. Nutriamo per tutta la vita questo nostro ideale di limpidezza e semplicità, fino a quando scopriamo che non esiste, e che è destinato solo a rimanere astratto. È la nostra immutabile imperfezione, che poi ci delude. Scoprire che possiamo solo tendere a certi nostri obbiettivi, senza poterli mai raggiungere pienamente.

Prendendo consapevolezza del fatto che primi in tutto non possiamo esserlo, allora cerchiamo di esserlo almeno in una cosa. Cresciamo pensando che ognuno di noi sia predisposto a raggiungere un qualsiasi primo posto, lo chiamando talento. Ci convinciamo che ognuno è bravo in qualcosa, e giustifichiamo in questo modo le mille altre carenze, in tutti gli altri ambiti.

Scoprire l’arte per cui siamo nati non è cosa semplice, perché non emerge subito in tutti; ognuno ha tempi di maturazione diversi, e deve passare del tempo prima di godere del proprio primato, e non più preoccuparsi di tutte le altre mancanze, di tutti gli altri buchi, che costituiscono le nostre imperfezioni, le nostre condanne.

Il dramma si mostra quando non troviamo il nostro primo posto. Il dramma è quando arriviamo secondi in tutto, a un soffio dalla felicità. Rimane poi la delusione di essere in coda, il pensiero che sarebbe bastato poco di più per essere sereni. Il dramma dei secondi è quello di non essere mai così perfetti da essere primi e di non essere mai così imperfetti da essere ultimi. La loro battaglia è una guerra vinta e persa a metà. In bilico tra due diverse verità, messi di fronte a una condizione che non sentono propria. Sono combattuti tra il ritirarsi e il continuare a lottare, anche se mai nessuno un primo posto gli riserverà. Il loro dramma è la fuga dall’ultimo posto, continuamente diretti verso il principio, la vetta. È la paura di rimanere ultimi che gli fa correre e li spinge a lottare. Gli eterni secondi sono inclassificabili, posti all’ombra degli splendenti primi e degli irrecuperabili ultimi. Sono una via di mezzo, un ostacolo, qualcosa di non indispensabile.

Così come i secondi, anche i primi, passano una vita a lottare: difendono la loro posizione dalle grinfie degli agguerriti secondi, che sono sempre così vicini, ma per fortuna mai troppo da raggiungerli. La vita dei primi è costruita sulla paura di non esserlo più.

Gli ultimi sono quelli che hanno capito tutto. Sembra che stagnino nella loro posizione, consapevoli di aver fallito in ogni ambito. Sarebbero dei perdenti, quelli stanchi di correre, senza più paura di essere presi. Eppure dal fondo vedono le cose da una prospettiva diversa: hanno capito che le classifiche non sono importanti. Loro sono quelli che hanno smesso di correre e che si godono il paesaggio. Non è vero che gli ultimi saranno i primi. Dal loro punto di vista, i primi e gli ultimi sono concetti che non esistono. Gli ultimi sono quelli che conoscono il sapore di cambiare idea, per il solo scopo di essere più sereni. Agli ultimi non sfugge niente e hanno capito tutto della corsa, che cioè non è necessario correre. Hanno capito che in fondo i primi non sono sempre i più felici. Hanno capito che i primi non sono sempre i migliori.

Di Ylenia Arese

ALESSANDRO BARICCO: un fuoco d’artificio nella scena italiana

Alessandro baricco

Piemonte: regione ricca di paesaggi indimenticabili, luoghi da scoprire, opere d’arte e sapori sublimi. Ma non solo: questa regione è ed è stata la casa di artisti e personaggi di successo. Uomini e donne che hanno sfruttato l’intelligenza e l’arguzia per far sì che la loro eredità non venga dimenticata e per dare un esempio positivo ai giovani che avrebbero letto, ascoltato o ammirato le loro opere. Forse all’inizio non erano in grado di capire quanto importante sarebbe stato il loro contributo, quanto quelle espressioni della loro identità più profonda sarebbero andate lontano. Nel panorama italiano contemporaneo, una figura mi balza in mente per descrivere questo fenomeno: Alessandro Baricco. Nasce a Torino nel 1958 e diventa un artista dalle mille sfaccettature. La sua storia artistica vanta successi in numerosi campi come la scrittura, la musica, il cinema e la filosofia. È un personaggio che divide la critica fra amore e odio, ma non la lascia mai indifferente. Studia filosofia e termina il suo percorso di studi con una tesi in cui tratta l’estetismo. Si diploma al conservatorio e riesce a coniugare la sua passione per la musica con quella per la scrittura facendosi conoscere inizialmente come critico musicale: manifesta il suo amore per la lirica classica, passione trasmessa dai genitori, pubblicando saggi che analizzano alcuni grandi personaggi del mondo delle note e successivamente scrive per la Repubblica. Prosegue la sua carriera pubblicando libri di narrativa di diverso spessore intellettuale, molti dei quali accomunati dalla sua visione dell’ esistenza che trova il suo significato intrinseco in pochi, ma penetranti momenti.In alcune scene dei romanzi si può notare una certa dose di teatralità, immagini vivide che trasportano il lettore su una realtà cinematografica parallela come se fosse messo davanti ad una sceneggiatura, lo spingono a costruire nel proprio immaginario un’ambientazione d’effetto piena di colpi di scena e questo fa sì che narrazioni di sparatorie, ad esempio, siano degne del migliore film d’azione. Si mantiene attivo nel mondo teatrale e in quello cinematografico curando la trasposizione cinematografica di alcune sue opere e parallelamente assiste la scuola di narrativa creativa che ha fondato. Cosa posso aggiungere alla storia di un personaggio così complesso e impressionante? Non molto, lui stesso ha scritto la sua storia e l’ha resa grande. L’unico augurio che posso fare è che il Piemonte possa far crescere ancora personaggi di questo calibro. È anche vero che l’essere famosi non è l’unico fattore che delinea una personalità ammirevole. Esistono numerosi uomini e donne che tutti i giorni con la loro eccezionale personalità rendono indimenticabile il quotidiano.

Andreina Conti

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