29 Agosto 2014 | Vorrei, quindi scrivo
– Ciao Franco. Benvenuto a Cuneo! Perché proprio qui?
– Ciao ragazzi. Innanzitutto sono stato invitato a Cuneo dagli organizzatori di “Scrittori in città” e quando ho saputo che il mio intervento sulla vita di mio papà Giorgio sarebbe stato rivolto a giovani delle scuole superiori non ho potuto dire di no.
– Qual è stata la più grande virtù di tuo padre?
– Mio papà Giorgio è stato un uomo sempre volenteroso e determinato. Un uomo che ha deciso, consapevole dei pericoli a cui sarebbe andato incontro, di non tirarsi indietro, che con la sua forza ha salvato molte vite oppresse ingiustamente e che non ha pensato solamente a se stesso, ricorrendo ad ogni mezzo possibile per compiere il bene verso l’altro. Un uomo che dopo aver fatto tutto ciò, è tornato alla quotidianità, senza voler ottenere alcun riconoscimento, ma conservando intatto dentro di sé il ricordo di quegli anni. Quindi direi l’umiltà. Infatti, la scelta di rimanere in silenzio rende mio papà Giorgio un “Giusto tra le Nazioni”, titolo conferitogli dallo Stato di Israele nel 1989.
– Giorgio è italiano, ma anche un po’ spagnolo?
– Durante la Seconda Guerra Mondiale si trova lontano dall’Italia, in Ungheria, con il compito di importare carne per l’Esercito Italiano, con un permesso diplomatico. Nel 1943 inizia ad essere ricercato dai tedeschi ed è costretto a rifugiarsi nell’ambasciata spagnola di Budapest. Qui ottiene documenti spagnoli grazie alla sua partecipazione, in età giovanile, alla guerra civile in Spagna al fianco del generale Francisco Franco. Comincia a rilasciare salvacondotti che garantiscono copertura diplomatica agli ebrei ungheresi perseguitati, ospitati in “case protette”.
– Così tanto spagnolo da diventare “ambasciatore” in Ungheria?
– L’aver conosciuto la grave realtà della persecuzione influenza a tal punto Giorgio che decide di rimanere a Budapest anche dopo la partenza, alla fine del 1944, di Sanz Briz che non riconosce il nuovo governo filofascista istituito dagli invasori tedeschi. Mio padre si finge quindi sostituto di Briz, continuando e intensificando la sua missione: mette infatti in salvo gli ebrei ungheresi che stanno per essere deportati in treno nei campi di sterminio, a volte anche inventando sul momento le persone che avevano diritto ai salvacondotti. Impedisce inoltre l’incendio del ghetto di Budapest e lo sterminio degli oltre sessantamila ebrei presenti in esso, ricorrendo anche a minacce inventate.
– Come decide di muoversi alla fine della guerra?
– Egli avverte i Governi italiano e spagnolo del suo rientro e del suo operato. Torna alla normalità della sua Padova senza raccontare la sua storia né alla stampa né alla sua famiglia fino al giorno in cui due delle donne che aveva salvato lo trovano, nel 1987.
– Un messaggio da suo padre alla generazioni future?
– Giorgio ha permesso a molte persone di avere una famiglia, dei figli e dei nipoti, moltiplicando il numero dei salvati anno dopo anno, in modo silenzioso. Il suo motore era l’amore incondizionato. Ecco, auguro a tutti voi di lottare per i diritti e per la dignità di ognuno, affinché chiunque possa sentirsi amato e di conseguenza dare il proprio aiuto al proprio vicino.
L’intervista qui riportata è frutto dell’immaginazione di me giornalista dopo aver partecipato all’incontro con Franco Perlasca a Scrittori in Città nel novembre 2013 a Cuneo.
Gabriele Arciuolo
24 Agosto 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Debolezza, anemia, pallore. Disturbi addominali, soprattutto in corrispondenza della milza e del fegato. Perdita di appetito e dimagrimento. Emorragie, palpitazioni, linfonodi rigonfi. Progressivo calo della speranza, proporzionale al diminuire dell’efficacia delle cure, che contribuisce in misura determinante all’esaurimento della voglia di vivere. Febbre, sudorazione eccessiva, dolori ossei e muscolari. Morte.
Leucemia mieloide cronica, il cancro del sangue, che dallo spavento diventa bianco. Meno globuli rossi, più globuli bianchi, il cui numero cresce senza nessun controllo. Alla base di tutto una mutazione genica, che colpisce il DNA delle cellule del midollo osseo, da cui origina ogni cellula del sangue. Le cellule bianche proliferano ostinatamente, sono più resistenti, muoiono difficilmente. Viaggiano nel circolo sanguigno, per loro è facile spostarsi, dato che quella è la loro natura. Raggiungono sedi lontane. Fuoriescono dai vasi, metastatizzano. È un’invasione.
Due tratti genici di due cromosomi diversi, il 9 e il 22, si uniscono, in seguito ad una traslocazione: è questa l’origine del male. Risultato di tutto ciò, è una proteina chimerica iperattivata, coinvolta nei meccanismi di proliferazione cellulare. Il gene mutato e la proteina alterata sono malintesi molecolari, ma non vengono identificati come irregolarità dai sofisticati sistemi di riconoscimento degli errori della cellula, perché anche le sequenze geniche che codificano per proteine coinvolte in tali meccanismi sono mutate. Sono necessarie almeno due mutazioni perchè la patologia si manifesti. Esistono fattori di rischio ambientali, costituzionali e genetici che potenziano la probabilità di svilupparle e di mantenerle. E poi c’è la casualità.
Questa è solo una faccia della medaglia.
L’altra faccia è che Davide a 19 anni non pensava che si sarebbe ammalato. Lui non ci pensava alla morte, alla malattia, agli ospedali, ma pensava alla sua vespa, all’estate e quanto bastava al futuro, senza perdersi l’immediato. Chissà cosa ha pensato quando gli dissero che invece era toccato a lui. Chissà quanto si è disperato quando gli riferirono la gravità della situazione. L’altra faccia della medaglia è la speranza che ha provato quando gli proposero tutte le terapie possibili. E poi la delusione del loro fallimento. Lo scoraggiamento. Perdersi di nuovo senza aver fatto un passo fuori dall’ospedale. È passato un anno. Chissà cosa ha pensato quando ha capito che non c’era più niente da fare. Chissà se la stanchezza degli ultimi stadi gli ha consentito di continuare a pensare. Chissà se uno si sente di morire, un attimo prima. Chissà se Davide se lo sentiva.
La principale cura della leucemia è la chemioterapia, un trattamento che consiste nella somministrazione di un cocktail di potenti farmaci che interferiscono coi meccanismi di proliferazione e sopravvivenza cellulare. Di recente è stato creato un nuovo farmaco, il Gleevec, che sembra avere una grande efficacia soprattutto nei pazienti cronici. È possibile che vengano usati tre diversi chemioterapici: le cellule malate possono portare in sé diverse combinazioni di mutazioni, che gli conferiscono resistenza a particolari farmaci, ma è improbabile che ciascuna cellula mutata sia resistente a tutti e tre. Inoltre un problema che può insorgere è una nascente resistenza al trattamento, con conseguenti ricadute nella malattia. Il cancro sembra essere nato per combattere. Ultima opzione è il trapianto di midollo osseo, ma è difficile trovare un donatore compatibile, anche se non impossibile. Ultimo filo di speranza.
Chissà cosa deve aver pensato Davide quando i medici gli dissero che non c’era più nulla da fare e che non c’erano donatori compatibili. Pensate al valore che deve aver avuto la speranza, dopo tempi tanto privi di luce. Chissà quante energie spese attaccati ad essa. E poi essere travolti dalla rassegnazione. Chissà se gli aveva procurato pace, o se l’aveva solo scaraventato nella più cupa angoscia della fine.
Sono stati fatti passi avanti nella cura della leucemia, anche se in realtà muoiono ancora troppi Davide per vedere il lato positivo della questione. Grazie ai progressi della biologia molecolare possiamo individuare le mutazioni patogene, che possono essere diverse in diversi pazienti con la stessa malattia. Scoprendo il problema a livello molecolare è possibile prescrivere una terapia personalizzata, che ha maggiori possibilità di successo. Ma la strada è ancora lunga, e la velocità di percorrenza è lenta, a causa della mancanza di fondi, di strumenti adeguati, di alcune conoscenze biologiche che sono tante, ma in alcuni casi ancora insufficienti. Gli ostacoli non ci fanno paura di fronte alla morte, per questo la ricerca, la medicina e la scienza si ostinano ad andare avanti. Tra lo sgomento e la disperazione, le vittime della leucemia ci ricordano che anche noi siamo fatti per combattere. E le vittorie sono tutte quelle persone a cui riusciamo salvare la vita.
Di Ylenia Arese
24 Agosto 2014 | Vorrei, quindi scrivo
E’ difficile riuscire a comprendere se ciò che scriviamo è frutto della nostra volontà o se la rappresentazione perfetta dei pensieri sulla carta è provocata da una forza interna al nostro corpo, inarrestabile e incontrollabile, che guidandoci e comandandoci, genera la creazione della bellezza.
A volte il richiamo delle parole è così forte da non lasciar pensare, e l’unico modo che hai per smettere di sentire quel ronzio assordante ed incessante nella testa, quel peso sullo stomaco, quella sensazione di malessere che non ti permette di star fermo, è di darla vinta a loro. Fin dalle prime righe però, ciò che credevi fosse una stupidità inizia a prendere una forma, una linearità che non ti aspettavi: da questo momento in poi le parole si sono impossessate di te, ti restituiranno al mondo solo quando avranno portato a termine il loro vero compito. Mostrare la tua vera essenza. Dare un senso alla tua giornata. Riuscire a strappare un sorriso alle tue labbra, ancora incredule di ciò che hai creato. Senza accorgertene quella piccola voglia di imprimere la tua fantasia su un foglio ti ha contagiato a tal punto da farti perdere la cognizione di tutto quello che ti circonda.
Per un tempo indefinito rimani sospeso in una dimensione che ti appartiene fin troppo, che conosci come le tua stanza, anche se è la prima volta che la esplori. Ti scopri più sensibile, più fragile. E’ come se per la prima volta dopo tanto tempo ti stessi presentando a te stesso, mostrandoti per quello che sei veramente. Sei sbalordito. In pochi minuti ti compaiono davanti centinaia di termini, che presi singolarmente non avrebbero nulla da comunicare, ma che nel loro insieme mostrano un desiderio che non può più starsene nascosto. Sei sfinito e svuotato completamente di ogni forza, eppure ti senti finalmente libero, come appena nato, purificato. Hai lasciato una piccola parte di te stesso su quella pagina e farla leggere a qualcuno sarebbe come svelargli i tuoi segreti più intimi. Spegni il computer e ritorni alla normalità.
Qualche giorno dopo però, di nuovo quel richiamo, solamente un po’ più forte, ti costringe a sederti alla scrivania e continuare quello che avevi iniziato. Allora ricominci, e quella pagina si trasforma in una storia, la storia in una trama. Una trama per qualcosa che non hai mai fatto in tutta la tua vita, e che credi sia una follia, appena ti accorgi di volerlo seriamente. Non può esserti venuta in mente una cosa del genere, sei pazzo. Non ci riuscirai mai! Quanti come te ci hanno provato, magari ci stanno provando in questo momento? No, non lo farai di certo. Ma non hai capito che non puoi più decidere, loro ormai ti hanno in pugno. D’ora in avanti appartieni a loro. E non c’è schiavitù più dolce.
Gabriele Arciuolo
24 Agosto 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Caro professore,
Come è possibile che una persona susciti in un’altra sempre lo stesso profondo sentimento? E come è possibile che bastino poche parole o azioni sbagliate a cambiarlo del tutto?
Ilaria
Cara Ilaria, Mi incuriosisce la tua domanda: stessa persona = stesso sentimento (a volte profondo), credo che tu intenda sia in positivo sia in negativo. Come può una persona suscitare lo stesso sentimento a distanza di tempo in un’altra? Proverò a risponderti seguendo questo percorso: a) lo stesso sentimento non nasce per la natura dei soggetti; b) per mantenere un sentimento profondo bisogna essere attivi e non passivi. a) Lo stesso sentimento non nasce per la natura dei soggetti. Allora che cosa accade quando due persone provano lo stesso sentimento? Avviene come tra due magneti? È perché la parte positiva attrae sempre quella negativa o perché le parti con lo stesso segno si respingono continuamente? Ossia avviene per la loro intrinseca natura? Credo di no. È allora come è possibile che due persone, che vivono incessanti cambiamenti interiori ed esteriori, possano provare lo stesso “profondo sentimento” quando si incontrano? Io penso perché continuano ad alimentare nuovi pensieri positivi (o negativi) sulla stessa persona. La presenza dell’altra persona attiva dentro la nostra mente mappe neurali (della felicità o della repulsione) che in passato avevamo creato. Vengono richiamate alla memoria queste emozioni di piacere o di dolore. La consapevolezza di queste emozioni produce sentimenti positivi o negativi e da questi nascono nuovi pensieri che già ci dispongono positivamente o negativamente verso di lei. L’altro, d’altra parte, reagisce allo stesso modo e, se la comunicazione era stata positiva, ossia aveva prodotto piacere, ognuno dei due si dispone già in una modalità di apertura, di ascolto, di fiducia e di comprensione. Questa modalità di relazionarsi influenza nuovamente i sentimenti e le emozioni. Il fatto che si provi continuamente un profondo sentimento non indica che le parti sono invariate come nella calamita, indica all’opposto che questo è possibile proprio perché nelle due persone avvengono microscopici adattamenti, continue rielaborazioni, e che viene alimentato un flusso costante di pensieri e di sentimenti, anche a distanza. È grazie al continuo rinnovamento dell’immagine e della rappresentazione dell’altro che si possono mantenere affetti così profondi e duraturi. I pensieri sono certamente responsabili di questo continuo rinnovamento. Grazie al rinnovamento, si consolida la nostra affettività.
b) Per mantenere un sentimento profondo bisogna essere attivi e non passivi. Penso che potremo riassumere questa idea con questa espressione: nella ripetizione si conquista l’(ir)ripetibile. Cioè la profondità della relazione. Vediamo. Di solito ci viene ricordato che la nostra vita è irripetibile, ma noi sappiamo che nella nostra vita avvengono moltissime ripetizioni: persone, eventi, comportamenti. Quello che spesso dimentichiamo è che proprio nelle ripetizioni si crea l’unicità e la specificità dell’esistenza. Mi spiego. Facciamo l’esempio del ripetersi del movimento di una lancetta dell’orologio. Dopo qualche tempo la lancetta ripercorre lo stesso movimento sul quadrante, ma è indifferente agli infiniti passaggi precedenti. Tutto è nuovo, anche se inaugura lo stesso giro. Oppure consideriamo la ruota di una bicicletta: ogni rotazione generata dai pedali sembra identica a quella precedente. C’è dunque una ripetizione invariata nel movimento delle lancette dell’orologio e nel movimento della ruota. Per le persone non è diverso: ogni volta che incontri un’amica, una compagna di scuola, una persona a cui sei affezionata avviene qualcosa di particolare. Tutte le mattine entri in classe e dici ‘Ciao’ ai tuoi compagni. Come un rito. Tutte le mattine, come il giro della ruota. Ma dopo qualche tempo ti rendi conto che quel ‘Ciao’ è più affettuoso o più distaccato, che a volte può essere premuroso, tenero, caldo o più indifferente e disinteressato. Pensa solo alla differenza tra il ‘Ciao’ d’inizio anno e il ‘Ciao’ che vi congederà alla fine dei cinque anni di liceo. Stessa parola, stessa persona, risultati completamente diversi: quella parola è dunque in grado di produrre un’iniziale curiosità, un timido interesse, una profonda gioia, un grandissimo sorriso e anche una nostalgia da nodo alla gola che ti farà sciogliere anche molte lacrime. Questo è per dirti che la ripetizione anche di frasi simili produce un cambiamento dentro di noi. Crea un legame e genera la nostra storia.
Ora torniamo al punto 1: l’esperienza origina pensieri che influenzano i sentimenti che a loro volta condizionano le emozioni. In quell’apparente ripetizione si creano infinite variazioni che producono davvero l’unicità della vita. Allora la ripetizione non è noiosa piattezza, invariabile monotonia, ma è come il movimento del cavatappi: ogni giro consente di scendere in profondità. Oppure, se preferisci pensare alla puntina di un giradischi (anche se non se ne vedono più), ogni giro non scorre nello stesso solco, ma in solchi sempre diversi, e questo movimento invece di produrre uniformità genera invece la melodia unica della vita. Quello che apparentemente è lo stesso incontro con la stessa persona, in realtà ha subito moltissime variazioni. Sono queste microscopiche variazioni che, giro dopo giro, generano la profondità dell’emozione e del sentimento. La profondità dell’affetto si ottiene cioè con il cambiamento, e il cambiamento avviene proprio là dove noi pensiamo che ci sia semplice consuetudine (Il filosofo danese Kierkegaard ha scritto pagine molto belle sulla “ripetizione”, facendola diventare l’emblema della vita matrimoniale: non monotonia, ma graduale conquista di sé nella relazione con l’altro). La ripetizione di una bella esperienza, d’altra parte non necessariamente è bella. La bellezza si ottiene non dalla semplice reiterazione di un momento o di un’avventura, ma dall’impegno a creare situazioni nuove in un’esperienza simile. Cioè, dipende dall’attività della persona. Ed è per questo che due persone continuano ad amarsi profondamente, non solo per l’attrazione, ma perché si impegnano a generare nuovi pensieri che interpretano continuamente l’altro; l’attrazione rimane alta perché c’è un’attività creativa e ingegnosa incessante fatta di continua immaginazione e rappresentazione dell’altra persona. Da questo potremmo spingerci oltre e dire che l’amore non è (solo) sentimento, ma è un’attività. Ma per questo, facciamo un’altra volta. È però vero che, a volte, bastano “poche parole o azioni sbagliate” a cambiare i sentimenti. Seneca ricorda che:“Basta un solo giorno a disperdere e a distruggere quanto ha costruito un lungo periodo di tempo con molte fatiche e col favore degli dèi. Chi parlò di un giorno ha assegnato un tempo troppo lungo ai mali che incalzano: basta un’ora, un attimo per rovesciare degli imperi. Ci sarebbe un po’ più di conforto per la debolezza nostra e delle nostre cose, se tutte le cose andassero in rovina con la stessa lentezza con cui si formano: invece, gli accrescimenti avvengono lentamente, la rovina rapidamente” [Lettere a Lucilio]. La costruzione dell’amicizia o dell’amore avviene lentamente, ma la distruzione talvolta può essere fulminea. Perché il linguaggio ha il potere di modificare il nostro sentire. Modificando in modo negativo i nostri sentimenti e la modalità di cogliere i segnali che provengono dall’altra persona, ci dispone in modo diverso nei suoi confronti. Se non ci sentiamo più stimati o amati e sentiamo venire meno il rispetto e la considerazione ottenuti in precedenza, ci convinciamo che la relazione si è danneggiata e di conseguenza il nostro corpo attiva emozioni di tristezza e di sfiducia che condizionano i nostri sentimenti e i nostri pensieri. A loro volta, i pensieri intervengono a ritoccare le emozioni. Quello che apparentemente è immobile è invece ciò che si ottiene da un lungo lavoro, in parte conscio in parte inconscio, per mantenere un delicato e fragile equilibrio.
Un caro saluto, Alberto Lusso
24 Agosto 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Se c’è una cosa che l’uomo moderno è davvero bravo a fare, è correre. Lo dimostriamo ogni giorno: fin da piccoli impariamo a muoverci all’incalzante ritmo di scuola-casa-amici-compiti-sport, o se preferite, in un altro contesto, lavoro-casa-famiglia-amici-sport-supermercato-traffico…aggiungete le situazioni in cui vi rispecchiate. Per moltissimo tempo si può vivere su questa giostra senza rendersene conto, col rischio di realizzarlo all’improvviso e avvertire un terribile desiderio di cambiare vita, di trasferirsi nel cuore di un bosco, o su un’isola deserta in cui esistono solo palme e sabbia bianca.
Ma perché organizziamo la nostra vita in modo da dover continuamente correre? È troppo facile pensare che la società ce lo imponga, come una regola assoluta da rispettare se vogliamo far parte del “sistema”.
C’è chi afferma che correre sia un meccanismo di autodifesa, un espediente che ci inventiamo per non dover fare i conti con istanti “vuoti” in cui siamo spinti a pensare, a riflettere e forse a giungere a conclusioni – su di noi, su chi ci sta vicino, su ciò che facciamo – scomode.
“Ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo” scrive Eugenio Montale nell’articolo del 1961 “Ammazzare il tempo”. Abbiamo la necessità di fare, di non fermarci mai, tanto che cerchiamo di riempire di impegni anche quello che chiamiamo “tempo libero”, perché ci spaventa l’idea di avere un momento che ci costringa ad accettare i pensieri che cerchiamo di allontanare. In breve, corriamo perché abbiamo paura di farci male fermandoci.
Di certo questa è una faccia della medaglia. Ma non l’unica. Se dovessimo semplicemente evitare di pensare, basterebbero un divano e un televisore. Ciò che ci spinge a correre in bilico tra mille impegni è anche il non voler rinunciare a nessuno di essi. Perchè ognuno è un aspetto della nostra vita che in qualche modo la rende unica, e non la sentiremmo nostra se non fosse formata dai mille pezzetti che compongono le nostre giornate. E per quanto correre possa essere stancante e faticoso, siamo disposti a farlo, ad arrivare a casa la sera con i piedi doloranti ma sapendo di aver riempito il nostro tempo di tanti momenti che ci hanno fatti stare bene.
Ogni tanto avvertiamo comunque l’impulso di scappare, di fermarci per un po’, di allontanarci dalla pista per prenderci una pausa. Ma questo non significa per forza non volerne sapere della nostra vita abituale: è semplicemente un momento in cui abbiamo bisogno di riprendere fiato, per poi rimetterci a correre con più grinta e più passione.
Non è una corsa contro qualcun altro; non c’è un primo o un secondo classificato. È una corsa in mezzo ad uno splendido paesaggio, in cui se acceleriamo è solo per vederne il più possibile. Mettere un piede davanti all’altro meccanicamente, con gli occhi chiusi e le orecchie tappate per scacciare i pensieri, è un modo di affrontare questa strada, ma di certo ci fa perdere qualcosa. Correre ad occhi aperti, ammirare ciò che ci sta intorno, fermandoci quando serve e ripartendo quando siamo pronti…credo sia il miglior modo per godersi il viaggio.
Di Anna Mondino
24 Agosto 2014 | Vorrei, quindi scrivo
Non tutti, forse, sanno che Richard Nixon, trentasettesimo presidente degli Stati Uniti, ricordato universalmente (e quasi esclusivamente) per lo scandalo Watergate, ormai più di quarant’anni fa, allarmato dalla crescente minaccia che tale patologia costituiva, dichiarò “guerra” al cancro, con il National Cancer Act (1971). In altre parole, a partire da quel momento, sul trono delle priorità scientifico-tecnologiche degli USA non sedette più la fisica, bensì la biologia, elevata indiscutibilmente a scienza regina. L’interesse fino ad allora rivolto alle missioni spaziali e alla fisica nucleare fu incanalato, almeno in parte nella biomedica e nella ricerca. Ebbene, dopo un quarantennio di guerra senza frontiere, contro un nemico che colpisce senza discriminazioni di razza, classe sociale e orientamento politico, dove siamo giunti?
Oggi, grazie al formidabile progresso scientifico dell’ultimo cinquantennio, sappiamo esattamente che cosa sia il cancro, come si generi e come progredisca; ne conosciamo le basi molecolari e il comportamento patologico, al punto da essere in grado di delineare quale sia il possibile decorso della malattia e, possibilmente, da elaborare terapie mirate.
Il discorso è molto semplice: l’essere umano è costituito da un elevatissimo numero di cellule (in base a stime recenti, 100 mila miliardi), contenenti tutte lo stesso identico patrimonio genetico, sia quantitativamente che qualitativamente, racchiuso nel loro nucleo sotto forma di DNA. Tutte queste cellule derivano da una singola cellula “capostipite”: lo zigote, che si forma al momento della fecondazione dall’unione tra la cellula uovo femminile e lo spermatozoo maschile. Lo zigote può praticamente tutto, Aristotele lo definirebbe la “potenza” massima: per divisione e differenziamento può diventare qualsiasi cosa, tant’è che è stato definito “cellula staminale totipotente”. Da esso derivano le cellule che formano il nostro cervello così come quelle che assemblano i nostri organi interni e gli arti. Tutto da una singola cellula. Essa va incontro a divisione cellulare, dalla quale si formano due cellule; queste andranno incontro al medesimo destino, e ne otterremo quattro; da queste quattro, otto, e così via, originando tutte le cellule che formano il corpo umano, classificate in circa 200 tipi diversi, che formano tessuti diversi, che a loro volta costituiscono differenti organi. Come sia possibile che da una cellula originino cellule così differenti è stato presto spiegato nel corso della storia della biologia: tutte le cellule, come detto, hanno lo stesso patrimonio genetico, ossia gli stessi geni; tuttavia hanno anche la capacità di esprimere questi geni in modo diverso, cioè di silenziarne alcuni e impiegarne altri in base al proprio programma di differenziamento; per questa ragione un globulo bianco appare così diverso da un neurone, pur avendo entrambi, alle origini, lo stesso progenitore. Possiamo immaginare il programma di differenziamento cellulare come un enorme albero con innumerevoli ramificazioni: il tronco rappresenta lo zigote, le ramificazioni sono le diverse vie differenziative che le cellule intraprendono man mano che l’organismo cresce, da embrione a feto, da feto a neonato, da neonato ad adulto. Le foglie alle estremità dei rami rappresentano le cellule completamente differenziate: cellule muscolari, pneumociti, osteociti, astrociti, linfociti e così via. I punti di biforcazione dei rami rappresentano invece un concetto chiave nella comprensione di cosa sia e come agisca il cancro: quello di staminalità. Essa non è nient’altro che la capacità, propria di una cellula non differenziata, di andare incontro a differenziamento e dare origine a cellule diverse. Va da sé che più le biforcazioni sono prossime al tronco, più la capacità di intraprendere, ramificazione dopo ramificazione, vie diverse è elevata (cioè è elevata la staminalità). Di qui deriva la suddivisione delle cellule staminali in base alla loro potenzialità differenziativa; partendo dal tronco: totipotenti, pluripotenti, multipotenti e unipotenti. Queste ultime sono quelle cellule che possono dare origine a un solo tipo di cellula differenziata, essendone l’immediato precursore: possiamo immaginarle come le estreme propaggini dei rami che precedono le foglie.
Grazie a questa schematizzazione risulta più semplice comprendere come agisca il cancro: esso è dovuto alla mutazione, o meglio alla concomitanza di più mutazioni, a carico di una stessa cellula. Le mutazioni colpiscono i singoli geni e alterano il comportamento della cellula. Ne consegue che alcune di esse potranno essere del tutto irrilevanti e prive di conseguenze, mentre altre, a seconda del tipo di cellula colpita, più o meno gravi; se ad essere colpita da mutazione è una singola cellula epiteliale, questo non causerà alcun effetto: nel giro di pochi giorni essa morirà e verrà rimpiazzata, senza che noi ce ne accorgiamo; se invece la mutazione è a carico di una cellula più a monte nell’albero differenziativo, ad esempio di una cellula emopoietica, potremo avere conseguenze molto gravi, come la leucemia.
La malignità di un tumore, in altre parole, è inversamente proporzionale al differenziamento della cellula colpita da alterazione genica: se viene colpita una delle miliardi di foglie o una delle cellule più lontane dal tronco si potrà originare, nel peggiore dei casi, un tumore benigno, cioè differenziato; se viene colpito un grosso ramo vicino al tronco possiamo andare incontro a una completa disfunzione di un’intera linea cellulare o tissutale (si parla pertanto di “cellule staminali del cancro”). Questo ramo prolifererà e si differenzierà, originando cellule tutte recanti la mutazione del progenitore, e costituendo quello che è definito tumore maligno, le cui cellule sono in grado, proprio perché poco differenziate, di muoversi dal tessuto di origine e invadere tessuti anche molto lontani, raggiunti tramite i vasi sanguiferi (metastasi).
Insieme a quello di staminalità, l’altro concetto chiave per comprendere il cancro è quello di proliferazione: tutte le cellule staminali vanno incontro a proliferazione; quelle più a monte nella via differenziativa hanno il compito di preservarsi e di originarne altre a cui destinare il compito di proliferare e originare i tessuti. Queste sono dette “cellule del complesso di amplificazione transiente” e, benché non godano del medesimo grado di staminalità delle loro progenitrici, hanno un alto potenziale differenziativo: sono numerose e si dividono frequentemente, formando un gran numero di cellule differenziate che andranno a costituire il tessuto definitivamente formato. Ebbene sì, “definitivamente”. Infatti, una volta che il tessuto ha raggiunto le sue dimensioni fisiologiche e può ottemperare perfettamente alle funzioni a cui è destinato, cessa di crescere. Ciò non significa che le cellule staminali smettano di proliferare, ma diciamo che rallentano il loro frenetico lavoro, in modo da limitarsi a garantire il ricambio generazionale e rimpiazzare cellule morte con cellule appena formate. Questo è quanto avviene normalmente, nell’ambito della fisiologia. Si sfocia invece nella patologia quando questo processo, che, come abbiamo visto, dovrebbe arrestarsi, non si arresta né si limita, ma continua imperterrito. La proliferazione, a causa di mutazioni a carico di una cellula staminale più o meno potente che l’ha tramandata alle sue cellule figlie, prosegue, originando quello che è stato intuitivamente definito tumore (dal latino “tumor”, gonfiore).
Il cancro è pertanto uno sviluppo aberrante di un tessuto ed è caratterizzato, come tale, sia da cellule staminali che da cellule differenziate. Le prime costituiscono la fonte di rinnovamento per le seconde, che invece rappresentano la “massa” vera e propria, quella che forma la maggior parte del tessuto tumorale. Possiamo immaginarle rispettivamente come le radici, ben nascoste e protette sotto il suolo, e le erbacce, visibili e ben riconoscibili. Ad oggi siamo oltremodo attrezzati nel tagliare queste erbacce e col tempo siamo divenuti sempre più abili nel farlo: da un lato la chirurgia, dall’altro la chemio- e la radio-terapia, tutti strumenti volti a ridurre e rimuovere le masse tumorali. Tuttavia, spesso, ancorchè queste tecniche possano recare giovamento al paziente, si può andare incontro al rischio di “recesso” del tumore. Questo avviene perché, sfortunatamente, le cellule staminali del cancro da un lato manifestano, a differenza di quelle differenziate, una maggiore resistenza ai chemioterapici, e dall’altro non sempre vengono rimosse completamente durante un intervento chirurgico. Questo comporta che queste cellule, queste “radici”, rimangano nel paziente, pronte a dare avvio a una nuova proliferazione e alla genesi di un nuovo tumore. Mai trovò applicazione più adeguata il detto “tagliare il problema alla radice”. Per fare questo, per estirpare il cancro, occorre prima di tutto colpire le cellule staminali che lo generano e lo riforniscono. A questo proposito si stanno conducendo studi e sperimentazioni in ogni centro di ricerca, per trovare terapie molecolari o geniche che possano contrastare il cancro. Ciò potrebbe sembrare utopico dal momento che ci sono circa 25.000 geni in ogni cellula e che abbiamo centinaia di miliardi di cellule, e che, teoricamente, ognuno di questi geni in ognuna delle nostre cellule potrebbe andare incontro a mutazione, creando una varietà quasi infinità di tumori diversi. Per fortuna però i geni che mutano e che sono responsabili della cancerosità sono un numero limitato; inoltre diversi tipi di tumori sono da imputarsi a mutazioni diverse. Ciò significa, ad esempio, che la mutazione di un gene x in una cellula del fegato può non avere conseguenze, mentre la mutazione dello stesso gene in un cellula dell’intestino può causare un tumore maligno. Sulla base di queste conoscenze si stanno sperimentando farmaci mirati, che, si spera, possano inibire le cellule staminali del cancro permettendo così di risolvere un giorno il problema alla radice. Di certo non è possibile trovare una “cura” per il cancro come se fosse un raffreddore, perché, come si è visto, è una malattia complessa, che si presenta in innumerevoli varianti diverse le une dalle altre. Quello che si può fare è trovare una terapia standard mirata per i vari tipi di tumore, a partire da quelli più diffusi nella popolazione, ed è esattamente in questa direzione che si sta muovendo il mondo scientifico. È grazie a questi studi e a questi farmaci se ogni tanto ci capita di leggere su un giornale o su internet di quel paziente con un linfoma metastatico guarito completamente nel giro di poche settimane, ed è grazie a queste notizie che possiamo guardare al futuro con cautela ma anche con fiducia.
Di Diego Dalmasso