Quando i sorrisi abbondano

I sorrisi, si sa, sono contagiosi. E quando passano di persona in persona sembra che un alone di ottimismo e sicurezza si propaghi in tutto l’ambiente circostante ricreando un’atmosfera magica ormai sempre più rara da trovare ai giorni nostri. Come affermerebbe Aristotele, ogni cosa ha un inizio, e questo nostro inizio è da ricercare nel profondo di otto semplici ragazzi. Perché in fondo è nata così la realtà di 1000miglia: dalla voglia e dal coraggio di chi crede in quello che fa, dalla speranza di cambiare la cose, dall’impegno di dare voce a chi solitamente rimane fuori dai riflettori della società. Così, quando siamo stati invitati a partecipare all’incontro facente parte del progetto “Legami forgiati per il bene” con la partecipazione dell’ingegnere Chini, presidente della CalviHOLDING s.r.l., non sapevamo bene cosa aspettarci. Avevamo di fronte un manager di successo mondiale che era stato chiamato per parlare de “La forza dei legami di gruppo” in quanto direttore di una società che prima di mettere gli interessi economici davanti a tutto, parte dal concetto umile di “collettività” nel rispetto della tradizione. E noi eravamo e siamo otto semplici ragazzi che con l’impegno di duri mesi di riunioni, telefonate, accordi, speranze, erano riusciti a creare un giornale disponibile a tutti gli studenti al prezzo di una semplice lettura interessata, niente più. Cosa poteva esserci in comune tra noi e una persona di quel calibro? Senza dubbio l’impegno e la semplicità da cui nascono i progetti che arriveranno lontano grazie alla formazione di un gruppo solido che punta sulla collaborazione e l’aiuto reciproco.

Riccardo Chini non è il solito manager altezzoso che intimorisce gli impiegati, ma un tassello di un puzzle composto da 1400 impiegati totali che ha il compito di portare avanti un progetto che punta a creare dei valori attraverso un modello di rete che raccoglie indistintamente aziende europee come del Nord America. Una rete che si basa sulla comunicazione efficace tra ogni individuo, proprio come succede tra i redattori di 1000miglia: ognuno ha un compito, chi si occupa della grafica, chi degli sponsor, chi della correzione degli articoli, ecc; così quando sorge un problema ognuno sa a chi rivolgersi accelerando le tempistiche di lavoro. Per questo motivo ci siamo sentiti in qualche modo accumunati con l’ingegner Chini, con cui siamo riusciti a creare un dialogo costruttivo ed interessante anche grazie agli interventi esterni di scuole e cooperative sociali come “Il Laboratorio” presentati dal sindaco di Dronero, che ci ospitava in una sala del Comune.

Tutto questo aveva anche il fine di accogliere l’ingegner Chini nel paese natale di una delle storiche aziende della Calvi, “Le Falci” di Dronero, su cui, nonostante il calo di produzione nel settore, la Holding ha voluto investire per preservare la tradizione manifatturiera di un prodotto che nel suo campo <<…è il migliore del mondo>> secondo Chini.

Non ci siamo fatti quindi intimorire dal nostro primo incontro pubblico come redazione di 1000miglia, visto che si presentava davanti a noi un uomo semplice, geniale e disposto al confronto e allo scambio. Così quando la moderatrice si è rivolta a noi dicendo: <<Correndo da soli, è noto, si avanza più velocemente; ma camminando insieme si va più lontano. Può essere questa un principio alla base della creazione del vostro giornale?>> noi avevamo già la risposta pronta.

 

<< 1000miglia alla meta, tenendo alto l’ottimismo. 1000miglia più una, e poi sempre più una, perché la vera meta non è mai l’arrivare. E qui 1000miglia non sono 1609,344 chilometri. Qui il tempo non si misura in secondi, ma in racconti, in articoli, in sogni. Le miglia non sono lo spazio percorso, ma l’attesa della meta, che non è il traguardo. La meta è tutto il viaggio, ogni pagina, ogni singolo miglio, ogni singolo passo, qui, come fuori di qui. E sempre queste fatidiche 1000miglia devono essere accompagnate dall’ottimismo, dall’energia, dall’entusiasmo e dalla passione, ad ogni passo. Ad ogni singolo miglio. Perché senza cuore non si va da nessuna parte. Che siano imprese titaniche o che siano piccoli obiettivi quotidiani realizzati, nulla di ciò che esiste viene fatto senza l’apporto della passione. Come pure la pazienza è indispensabile per andare avanti, perché come dice Lao Tze:

“Un viaggio di mille miglia si incomincia sempre con un passo.” >>

Metafore

Il rischio che si corre studiando materie scientifiche è quello di distaccarsi da esse. È successo a tutti, almeno una volta. Memorizziamo concetti, formule, nomi complicati, magari ne comprendiamo il funzionamento, magari riusciamo a risolvere i problemi a fine capitolo…ma tutto come se ci occupassimo di qualcosa di astratto. Studiamo, e l’idea che quel processo, quella legge fisica hanno a che fare con noi, la consapevolezza che in un certo senso dipendiamo da essi, non è che un lontano presentimento.

Certo, è difficile immaginare, ad esempio, il lavoro degli enzimi che nelle nostre cellule partecipano alla duplicazione del DNA, o la trasmissione degli impulsi nervosi che dal cervello raggiungono, in una frazione di secondo, qualunque parte del nostro corpo. Personalmente mi vengono i brividi quando cerco di rendermi conto di tutto ciò che accade dentro di me senza che me ne accorga. Per non parlare del concetto di fotone: una particella di luce che però non è proprio una particella, ha una frequenza, come le onde, viaggia alla velocità della luce e ha massa uguale a zero. Fantascienza. Non mi avventuro, perché non ne sono in grado, nella matematica che traspare dalla realtà, dalla natura che ci circonda, ma una persona più preparata potrebbe scrivere un’enciclopedia a riguardo.

Se ricordassimo come le regole scritte sui nostri libri non siano solo una “materia”, ma il modo in cui funzioniamo e in cui funziona il mondo intorno a noi, impararle sarebbe, non dico più semplice, ma forse più interessante. Ma questo è un concetto, malgrado noi studenti distratti, piuttosto chiaro: se qualcuno ha descritto la respirazione cellulare, è perché davvero nelle cellule dei viventi il glucosio e l’ossigeno vengono trasformati in energia, acqua e anidride carbonica. E se succede davvero, succede anche nelle mie, di cellule.

Dietro a quelle pagine piene di formule si nasconde qualcosa di meno immediato, e forse più sorprendente, qualcosa per cui devo contraddire ciò che ho scritto e ragionare su un piano più astratto. Alcuni concetti legati al mondo scientifico possono essere letti come metafore. Splendide e reali metafore della condizione umana, della nostra vita, non nel senso biologico del termine, ma della vita interiore, fatta di emozioni e pensieri, appunto, astratti.

Una delle caratteristiche che distingue gli organismi unicellulari dai pluricellulari, ad esempio, è la morte. Gli unicellulari, come i batteri o i lieviti, sono potenzialmente immortali. Si riproducono per divisione cellulare e ogni cellula madre, pur smettendo di esistere, trasmette alle generazioni successive tutta la materia di cui è composta, senza mai andare incontro, salvo incidenti di percorso, ad una fine vera e propria. La morte è, se così si può dire, il prezzo che i pluricellulari pagano per la loro complessità, e per i vantaggi che essa comporta. Esattamente come l’uomo paga, con una sofferenza maggiore rispetto agli altri animali, la propria maggiore intelligenza. Non credo che Pascal, definendo l’uomo una “canna pensante”, intelligente e quindi consapevole della propria fragilità, e per questo tormentato, avesse in mente unicellulari e pluricellulari. Ma la natura ha rappresentato lo stesso concetto del filosofo francese, anche se in modo meno esplicito.

Un altro esempio è dato dal concetto di entropia, ovvero il “livello di disordine” nei sistemi, e da ciò che ne deriva. Tutto ciò che esiste in natura infatti si disordina, tende cioè ad abbassare il proprio livello di energia per raggiungere una maggiore stabilità e un maggiore equilibrio con l’ambiente, come succede all’acqua di una cascata che si muove dall’alto verso il basso o ad una tazza di tè che si raffredda.

L’eccezione a questa tendenza è data dai viventi, che sono tali in quanto ordinati. Questo significa che siamo, in qualche modo, in contrasto con l’ambiente esterno, ma ciò nonostante non possiamo fare a meno di scambiare energia con esso. Il punto è che se un essere vivente viene attraversato da un flusso maggiore di energia, entra in crisi. E ha due possibilità: può tracollare, oppure evolversi, raggiungendo un nuovo, superiore ed imprevedibile livello di ordine. Questo processo porta alla comparsa di strutture sempre più complesse, non solo a livello biologico. Fronteggiare un momento di crisi che, se superata, porta ad un miglioramento, è il concetto che sta alla base della nostra crescita, dell’apprendimento, del progresso tecnologico, dell’evoluzione dei rapporti tra noi e le persone che amiamo. Qualunque cosa ci disorienti può essere considerata un flusso maggiore di energia che ci attraversa. Possiamo collassare, oppure lottare per vincere il momento difficile, e raggiungere un “superiore livello di ordine”. Crescere. Imparare da un’esperienza.

È impressionante come un processo chimico-fisico-biologico, alla base di qualcosa di “distante” come l’origine della vita e l’evoluzione, rispecchi così chiaramente ciò che accade durante le nostre giornate.

Ecco il motivo per cui si studia: in ogni argomento, riferito a qualsiasi ambito, si trova qualcosa. Non solo semplici informazioni, che possono piacerci oppure no, essere più o meno interessanti.

Se ci si sforza di leggere in profondità, di pensare a ciò che si studia in maniera non convenzionale, di guardare processi, formule, ma anche poesie e romanzi, da più punti di vista, si scopre qualcosa che parla di noi. E allora quell’argomento, qualunque esso sia, diventa vero, stimolante, appassionante. Compare, ogni tanto, nei nostri pensieri, anche dopo l’interrogazione o l’esame. Ci spinge a parlarne ai nostri amici, o ai nostri genitori. Si stacca dalla massa grigia e indistinta delle “cose da studiare”, e diventa nostro. Una metafora che spiega, forse con un linguaggio che mai avremmo usato, una parte nascosta di noi stessi.

Anna Mondino

La scelta di essere unici

Che cosa è la crisi per un ragazzo liceale o che ha appena iniziato l’università? È difficile trovare una risposta esatta perché egli si sta affacciando su un mondo adulto, lavorativo, che ormai ha fatto sua la crisi. Come è usuale pensare in Euro e non più in lire, per un giovane è cosa comune avere uno spread elevato, dati occupazionali bassi e salari ai minimi. Questi elementi sono parte dell’habitat nel quale è cresciuto e vive giorno dopo giorno. Ma se a un adolescente si chiede come si fuoriesce da questa normalità, risponderà: “Cambiando”. Non dirà ritornando al passato.

Qui si accende la lampadina. Teoricamente l’idea c’è, bazzica tra i pensieri, non resta che realizzarla. Il cambiamento va messo in pratica. C’è da trovare la voglia, la motivazione per dare una svolta in ogni circostanza.

Chiunque può capire che di cose normali è pieno il mondo. Una passeggiata sotto i portici, una visita sul web o un giro al centro commerciale… Ovunque si trova l’ordinario. Ed è molto triste pensare che molti di noi definiscono ordinarie le proprie vite, la loro unica esistenza.

Se io sono diventato abituale, come posso aspirare allo straordinario?

Un nonno del mio paese ripete a ogni ragazzo che incontra: “Tutti noi siamo importanti. Se fossi stato solo sulle montagne, a combattere da partigiano, non avrei combinato nulla.” Detto un po’ più a effetto: la vita ha il miglior copyright.

Riuscire a convincersi umilmente della propria grandezza è un tassello fondamentale per dare adito al cosiddetto cambiamento che si vuole vedere nel mondo. Essenziale è la parola umilmente: se non so relazionarmi con gli altri, riconoscere le mie mancanze e apprezzare le capacità altrui, come posso farcela? Rimango solo. Essere grandi non sta per essere re superbi pronti a sottomette le altre persone grazie alle proprie inclinazioni, ma vuol dire essere se stessi, unici nei propri difetti.  Avere il copyright significa seguire le proprie passioni, vivere animati da sogni che sono propri.

L’indice di felicità pro capite, misurato da un’università statunitense, in Italia non è mai stato così basso come negli ultimi cinque anni. Proprio dall’inizio della crisi. È noto che ci sono difficoltà economiche che incidono sulla vita quotidiana di una famiglia, però nel nostro piccolo cosa possiamo fare? O ci si piange addosso o… si cambia. E si cambia a partire da se stessi. Ci si distingue dal proprio vicino mettendosi in gioco. Troppo spesso ci si abbandona alla speranza e non si fa altro che ammirare o disprezzare quanto succede intorno a noi. Non si partecipa. Perché dedicarmi a qualcosa quando ci sono altri che possono impegnarsi al mio posto? Forse è proprio vero che siamo la patria del dolce far nulla. Ci piace lamentarci, criticare. Al momento ci interessa anche l’idea di un cambiamento, ma non spetta a noi portare avanti un nuovo progetto.

Ad esempio se desidero un mondo più ecologico perchè non utilizzo la bicicletta anche d’inverno? Fa freddo? In Norvegia la usano per tutto l’anno con temperature ben più rigide delle nostre. Sono abituati? Prima o poi ci adatteremo anche noi a qualche grado in meno pedalando. Ma se non iniziamo a pedalare…

Con la crisi ci siamo chiusi in noi stessi, lasciamo guidare la nostra vita da altri. Non sappiamo più sporcarci le mani e stringere un rapporto straordinario con la nostra giornata, la nostra quotidianità. Non siamo motivati a una piccola metamorfosi. Siamo diventati egoisti con la nostra esistenza e con la terra in cui viviamo. Non siamo più in vero rapporto con noi e con il nostro paese. Infatti temo che la nostra sia diventata una relazione sbilanciata, una relazione basata sul fatto che noi cittadini ci prendiamo tutto quello che vogliamo, ignorando con grande tranquillità le cose che sono molto importanti per l’Italia. Saremo pure un paese piccolo, ma siamo anche grandi! Siamo la patria di Dante, di Manzoni, di Leonardo, di De Andrè, Benigni… di Roma, della pizza! Del destro di Andre Pirlo… e anche del sinistro di Andrea Pirlo! Dei canali di Venezia, del mare della Sardegna, delle Alpi. Siamo la patria di Cesare Augusto, delle opere dei Romani. Siamo la patria delle Cinque Terre, del cibo. E un amico che fa il prepotente con la propria terra, non è più un vero amico. E spesso non siamo più amici di noi stessi.

Siamo un paese di cui si piange addosso, un paese troppo spesso abbandonato dalle sue persone. Non sappiamo dire bene di noi, d’altronde l’erba del vicino è sempre più bella. Io non voglio crederci. Lo stivale non avrà tanti muscoli, non sarà un superometto, ma la bellezza vive in lui, come vive nelle persone che lo abitano. Se solo sapessimo apprezzare questa bellezza, ci renderemmo conto che per la nostra Italia, e soprattutto per noi, è giusto partecipare alla sua bellezza, promuovendo il suo bene, sperando nel suo meglio, che è anche il nostro meglio.

La politica non ci aiuta? Le leggi sono difficili da interpretare e il fisco è solo pronto a trovare errori nel mio bilancio? Probabilmente sì, ma non sono queste buone ragioni per abbandonarsi a se stessi. Anzi, sono motivazioni per essere ancora più forti, per portare avanti una politica dal basso, forte, giovane e ancorata alla nostra grandezza, che è la singola esistenza di ognuno di noi.

Il naturalista Darwin osò affermare che non è la specie più forte a sopravvivere e nemmeno quella più intelligente, ma la specie che risponde meglio al cambiamento. Non c’è citazione migliore per descrivere la situazione attuale, soprattutto quella economica che tanto condiziona il nostro vivere da farlo diventare monotono.

Perchè in fondo la crisi esiste, ma ci siamo anche noi. E tocca a noi scegliere come stare al mondo. Restare afflitti e desolati nel nostro io o aprirci a nuove opportunità? Rimpiangere il passato o vivere per ricordarsi del futuro?

 

Luca Lazzari

Gli occhiali del futuro

A cosa serviranno gli occhiali tra qualche anno? Di certo sempre a migliorare la vista. Ma lo sviluppo tecnologico ormai ha raggiunto risultati inimmaginabili, e può ancora stupirci. Ad esempio con la realizzazione di occhiali che servono anche a risolvere i difetti della vista. Ma non solo. Google Inc. ha infatti cominciato da tempo la progettazione e la realizzazione di occhiali a “realtà aumentata”, cioè occhiali capaci di arricchire la nostra percezione sensoriale tramite informazioni, generalmente elaborate elettronicamente, che con i nostri sensi non saremmo in grado di cogliere. Più semplicemente, questi “google glasses” sono in grado di cambiare il modo in cui ci relazioniamo con la realtà che ci circonda, grazie alle numerose funzioni che offrono. Gli occhiali, se connessi ad una rete wifi, si comandano tramite la nostra voce e/o tramite un piccolo touchpad inserito sul lato destro che, riconoscendo quattro semplici movimenti delle dita, permette di muoversi attraverso il menù principale. Con i Google Glass si può navigare in Internet, leggere notizie online, utilizzare i social networks, ricevere e mandare messaggi, chiamare i nostri amici, scattare foto e registrare video, condividere contenuti su canali sociali, utilizzare Google Maps come navigatore, tradurre testi e farsi suggerire le pronunce di frasi in altre lingue. E molto altro ancora. Solamente con la nostra voce si può chiedere agli occhiali di farci ascoltare i nostri brani preferiti, di suggerirci una ricetta speciale, di indicarci quale esercizi fisici eseguire per rimanere in forma, di trovare informazioni su aerei, treni e servizi metropolitani, di prendere note e ricordarci dei nostri impegni più importanti.

Gli occhiali sono costituiti di una montatura dal telaio resistente e da naselli regolari, che si adattano ad ogni tipo di viso. Il display a prisma sulla montatura proietta le immagini ad alta definizione sulla retina dell’utilizzatore, come se si trovasse a due metri da uno schermo di venticinque pollici fluttuante in aria. Essi sono dotati di una connettività wifi e bluetooth, di una macchina fotografica da 5 megapixel capace di girare video a 720p, oltre che di un comparto audio a conduzione ossea (il suono viene propagato dalla montatura attraverso le ossa del cranio dell’utilizzatore fino al suo timpano, in modo che solo lui senta cosa dicono gli occhiali). Il peso della montatura (senza lenti) è di 43 grammi. Questi occhiali sono acquistabili solo negli USA e nel Regno Unito al momento, al costo di 1000 euro circa, ma Google ha annunciato la loro commercializzazione mondiale per la fine del 2014. Google inoltre ha inizialmente fornito ad alcuni sviluppatori americani e vip la versione “Explorer” degli occhiali, una versione di prova senza tutte le possibili applicazioni future e con più di qualche difetto. Inoltre il colosso informatico americano ha stretto accordi con l’azienda italiana Luxottica che creerà i primi occhiali con lenti da vista, con la tecnologia dei Google Glass, unendola ad esempio al design dei Rayban.

Tralasciando i possibili problemi di privacy che questi occhiali futuristici potrebbero creare, si aspetta con grande ansia la commercializzazione mondiale del modello definitivo dei Google Glass, con la speranza che siano meno costosi e facili da utilizzare.

Gabriele Arciuolo

Soltanto per me stesso

A breve, tra non più di una decina di ore, scatterà l’ora x, il momento fatidico: il primo giorno di scuola, anzi, l’ultimo dei primi giorni di scuola. Il quinto anno, l’anno impossibile da immaginare in prima, l’anno in cui le ansie e le aspettative percorrono l’estenuante ultimo tratto di strada che decreterà poi le vincitrici e le sconfitte.
Alla partenza questa volta giungo consapevole e carico: già so che dovrò correre fino allo sfinimento senza abbassare mai la guardia, perchè è così che va nelle sfide, ed io, di sfide, di lotte insomma, ne ho combattute, ne combatterò e ne combatto abitualmente; vi è perenne competizione tra me ed i miei professori, tra me e lo stress, tra me e l’insonnia, tra me ed il mio ego, tra me e l’antica mia fame atavica, tra me ed il mio tempo. Quel tempo, impietoso ed incessante, che nessuno risparmia; può forse un uomo, un solo uomo, un uomo solo, sconfiggere il tempo tiranno? Lungamente negli scorsi quattro anni ho permesso che esso mi trascinasse con sè, disgregandomi inesorabilmente fino a rendermi nient’altro che il riflesso di me stesso; altrettanto lungamente ho poi anelato a combatterlo, spingendomi contro la sua impetuosa corrente, incurante della rabbia che mi aveva pervaso fino a consumarmi: sono stato prima arrendevole e disfattista, in seguito avventato e sciocco.
Sono tuttavia questi giorni nuovi. Giorni in cui la paura di volgere il mio sguardo dinanzi è sopraffatta da abbacicanti speranze e da nuovi e vecchi obiettivi, dalla voglia di incidere indelebilmente a fuoco, col tratto leggiadro e fermo degno dei più grandi pittori, il mio futuro, il mio nome e le mie liriche su questa colossale tela intonsa.
Possa questo ultimo primo giorno così paradossale generare un ulteriore paradosso, divenendo quindi l’inizio della rivincita di uno sconfitto! Aiuterò perciò i fratelli miei come loro aiutarono me, ricercherò con mente lucida il giusto equilibrio, inseguirò i miei sogni e farò sì che gli interminabili viaggi in treno e l’incolmabile distanza sopportata dai miei genitori non siano stati sacrifici vani: diverrò gigantesca sequoia dove prima era unicamente deserto. Punterò dapprima al mio massimo. Poi a quello assoluto.
Prometto solennemente di portare a termine questa parabola ch’ebbe inizio ormai parecchi anni or sono.
Prometto di lottare per ciò che di diritto mi spetta con le unghie, con i denti e con armi ben più temibili: mente fredda e cuore caldo.
Prometto di seguire attentamente e rendere miei ogni lezione, ogni discorso, ogni situazione.
Prometto di gestire, programmare e vivere al meglio ogni istante.
Prometto di restare ciò che sono, anzi, ciò che sono sempre stato, ed ancora prometto di rendere fiera la mia famiglia, mutando in inestimabile diamante ciò che era sozzura soltanto. Di certo non fuggirò: io non sono fuggito mai, poichè mai esisterà ostacolo tanto grande da non poter essere abbattuto, aggirato, saltato o lacerato con pazienza e determinazione.
Ciò che avete letto è e sarà la storia dell’anno speciale di un ragazzo dalla storia altrettanto speciale.
Nonostante essa sia ancora tutta da scrivere.

“IO HO VISSUTO DA COMPARSA, A SCUOLA SEDEVO IN FONDO E QUASI MI ABITUAVO AD ARRIVARE SEMPRE SECONDO. HO PERSO TROPPI ANNI, È STATA COSÌ PER MOLTO, ORA VOGLIO, VOGLIO QUELLO CHE MI HANNO TOLTO!”

Auguro a voi tutti un buon anno scolastico,

-Lorenzo Chiara

A scuola di funambolismo

Immaginate un funambolo alle prime armi alle prese con una corda, il rischio, il vuoto e le vertigini. Immaginatelo con le braccia tese alzate per mantenersi in equilibrio, in procinto di sollevare la pianta del piede per il primo passo… stop! Fermate qua la scena!

Non credete possa essere un distacco da brividi? Non si tratta di una partenza per un viaggio di cui non si conoscono meta e durata, ma è il distacco da una certezza, è il coraggio di correre dei rischi. Per essere funamboli è necessario aprirsi a nuove esperienze di vita: la lettura di un nuovo romanzo, la scoperta di un hobby, una decisione difficile da prendere, l’incontro con una persona, il coronamento di un sogno . Insomma, in fondo ogni scelta che si prende è pressoché esclusiva e comporta un distacco, materiale o non, dalle possibilità scartate. La scelta è un aprirsi e un chiudersi di porte che non sempre può risultare banale. Quante volte ci siamo ritrovati di fronte a due porte, con in mano entrambe le chiavi per aprirle? Quante volte siamo stati soddisfatti della decisione presa? Ma anche quante, invece, rimasti delusi?

In fondo il filosofo Kierkegaard direbbe che non è importante l’oggetto della scelta, ma è fondamentale il modo in cui si prende la decisione di infilare una chiave nella toppa e ”clac” fare il primo giro, mentre si butta alle spalle l’altra.

Ritornate al funambolo: ha trovato il coraggio dentro di sé, chiude gli occhi, fa un respiro profondo, alza il piede, è sospeso, lo riappoggia e, in quell’atmosfera quasi surreale, silenziosa, sempre con gli occhi chiusi abbozza sul suo viso un sorriso. Ce l’ha fatta, è nuovamente con entrambi i piedi sulla corda, mezzo metro più avanti, però. Ha corso un grande rischio; l’indecisione e la paura lo stavano per sopraffare.

La stessa cosa vale per chi decide di partire, di scegliere ed è consapevole che rinuncerà ad «un certo ”se stesso” […] per scommettere su un futuro ”se stesso” totalmente ipotetico», come riportava un’intervista dello scrittore Julio Monteiro Martins. Entrano in gioco una molteplicità di emozioni forti e contrastanti. Il pacchetto ”distacco” comprende anche dolore, difficoltà, incomprensione, solitudine.

Come può sentirsi il funambolo a quindici metri d’altezza sospeso nel vuoto? Come possiamo sentirci noi giovani con un nuovo mondo che si apre ed offre centinaia di porte con altrettante chiavi?

Mezzo metro più indietro il funambolo sarebbe al sicuro, sulla terra… Se noi giovani ci voltassimo indietro ci renderemmo conto che ci sono una famiglia, una casa, una scuola che ci hanno cresciuti e alla quale in fondo ci siamo affezionati…

Il distacco e le future difficoltà fanno paura, ma chissà che non potrebbero trasformarsi in occasioni di crescita o essere (come a tutti voi auguro!) le basi per un avvenire ricco di soddisfazioni.

Immaginate, ora, il nostro funambolo che, una volta riaperti gli occhi dopo il primo passo, alza la testa e si rende conto che può farcela!

Perché in fondo, come dice Jovanotti, ”la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare…”.

Eleonora Sarale

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