La forza delle parole

Ci sono parole che non vanno sprecate, vanno prese e accostate all’immagine che si vuole esprimere solo se questa è degna di tale significato. La parola è l’anima di un discorso, è emozione che non può essere sprecata. È sentimento che colpisce chi ascolta, che penetra chi la fa sua fino nel profondo.
Innumerevoli sono stati i discorsi fatti in questi giorni: Renzi-Ue, Jobs Act, caso Cucchi, comportamento della polizia alle manifestazioni,… Eppure molte parole sono state scritte solo a rigor di cronaca. Per riempire uno spazio bianco che altrimenti sarebbe stato vuoto.
Parole parole parole… A volte perfino prive di dignità. Cosa potrebbe dire Stefano Cucchi se fosse ancora qui? Non lo sapremo mai. Possiamo fidarci solo di quanto è riferito dalla famiglia, dai testimoni e dalla magistratura. Invece tutti ne parlano, accusando l’uno o l’altro.
Non pretendo di decifrare cosa sia successo e fare giustizia, ma credo che il rispetto e la dignità siano parole da accostare a queste situazioni. Quindi uno spazio bianco in più è una scritta in meno, soprattutto da chi non è chiamato in causa, possono portare a una degna riflessione su un caso che chiede solamente tanto rispetto, non urla da stadio.
Perché a volte è inutile fare gli indomabili per qualche giorno e poi tacere per sempre. È utile tacere, riflettere e ridare dignità a un qualcosa, che in qualunque modo sia andato, non deve più ripetersi.
Avere a cuore un qualcosa non vuol dire solo provare passione, quel furore che non fa più ragionare, ma anche amore: farlo proprio e portarlo dentro con sè. E anche se non grida fuori da ognuno di noi, è fondamentale che stia dentro.
Le parole giuste, come in questo caso, portano anche al giusto comportamento. Infatti non tutto deve essere rumoroso, confusionario o esagerato. Perché, come dice un detto cinese, fa rumore un albero quando cade, non una foresta quando cresce.

Luca Lazzari

 

Ciò che ieri non era

Ogni giorno ha un significato diverso se vissuto da essere umano. Non che il giorno da persona umana abbia durata differente rispetto a quello vissuto da un cane, ma l’uomo in quanto tale sa amare, patire (come veniva inteso nell’antica Grecia: ira e furore che portano all’azione), gioire. Sa fare proprio il giorno che vive. Ma troppo spesso se ne dimentica.

Quasi ogni data è ricorrenza di una festività, di una celebrazione per qualche conquista di diritti o di sviluppo che la gente umana si è guadagnata nel tempo. Con lotte, rivoluzioni, movimenti silenziosi e azioni di gruppo. Digiuni, ma anche forza di pensiero e speranza per il prossimo futuro. Perchè ci si metteva in gioco per migliorare le proprie condizioni di vita con la convinzione che un sacrificio oggi sarebbe stato un regalo per i propri figli.

Per ricordare la bellezza e la grandezza di queste vittorie vorrei fossero istituiti i giorni del “non cambiamento”.

Il 9 maggio si celebra la festa dell’Europa. Immaginiamo di organizzare una “festa della non-Europa”, dove tutto quello che è stato costruito a livello europeo è sospeso per 24 ore: reintroduzione dei confini nazionali; reinserimento di tariffe doganali; annullamento delle leggi sulla tutela dei consumatori, sulla protezione degli animali, sulla sostenibilità ambientale e via dicendo.

Il 20 novembre è la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Pensiamo a un giorno in cui lo studio non è più un diritto. Zappare la terra a sette anni ed essere in ferma militare mentre si frequenta la scuola media legge. Un giorno dove non essere amati da mamma e papà sia la normalità.

Per non parlare del 25 aprile, festa della Liberazione e del 2 giugno, festa della Repubblica. Vorrei un giorno in cui fascismo e monarchia, con le loro conseguenze, fossero con noi. Non per masochismo, ma per apprezzare maggiormente la mia vita quotidiana. Queste sono poche date simbolo che ci ricordano la bellezza e la virtù di poter vivere nel 2014.

Eppure per noi ogni giorno è così noioso, così monotono e così inutile che quasi non ha senso di essere vissuto. E questo è il male peggiore che stiamo facendo ai nostri antenati che con determinazione speravano in un futuro migliore per noi. Forse sì, non tutte queste conquiste sono definitive o tanto apprezzate da essere indispensabili alla quotidianità come potevano sembrare ieri, ma certamente sono da ricordare perchè sono state fatte pensando a noi, al nostro benessere.

Noi che scelte stiamo per compiere? Che mondo vogliamo lasciare? Di certo ognuno di noi ha qualcosa che vuole cambiare. Come?

Intanto iniziamo a vivere l’oggi, magari con gratitudine, per scrivere il domani.

 

Luca Lazzari

La terra delle opportunità mancate

Opportunità è una di quelle parole che sono tutto tranne che internazionali. Mi spiego: non tutti possono vantare di averne, nella propria esistenza.

Ci sono posti in cui ti capita di avere una buona opportunità nella vita e basta. Una botta di culo. Da noi è un po’ diverso: possiamo, nei limiti economici della faccenda, viaggiare, andare all’università, lavorare, avere una casa, indossare vestiti diversi ogni giorno. Gesti scontati per noi, probabilmente neanche considerati come opportunità da molti, ma se vengono confrontati con chi ha poco o niente di tutto questo, allora lo diventano.

Tra le opportunità che ho avuto nella mia breve, ma fino ad ora, intensa vita, c’è stata quella di conoscere una terra senza opportunità. In questo caso mi riferisco al Kenya, al piccolo villaggio di Buoye in cui sono stata due anni fa. Penso però che il discorso si possa generalizzare per tutta l’Africa.

Non starò di certo a parlare di quanta miseria ci sia in Kenya, perché lo si sa. Forse ci si tappa un po’ troppo le orecchie, fa meno male non stare a sentire, comunque ci si può fare un’idea delle case di fango, dei bambini con le pance gonfie, del numero spropositato di affetti da AIDS etc. Ci sono immagini su google di tutto questo.

Quello di cui vorrei parlare invece è proprio di quella botta di culo che a qualcuno di loro è capitato di avere nella vita.

Una ragazza di Boves, Mary, ha fondato un’associazione chiamata Progetto Orfani Lago Vittoria. Sono stata a Buoye con loro. Si occupano di adozioni a distanza. Alcune famiglie italiane pagano la retta scolastica ed altre spese come l’uniforme a un centinaio di bambini che vivono sulle rive del lago Vittoria, vicino alla città di Kisumu.

A questi bambini si regala la possibilità di andare a scuola, di vivere in una casa con dei genitori a cui sono affidati e di avere almeno un pasto al giorno.

Non voglio raccontarvi quello che ho visto come se fosse una favola. Non ci sono solo finali felici. Anzi. Spesso i bambini muoiono. Ma la realtà africana è affascinante perché estremamente complessa e piena di paradossi.

Il fare volontariato in una terra senza speranza e senza opportunità ti fa capire di quante tu ne abbia quotidianamente. E ti fa venir voglia di impiegare le tue energie per darne a chi non ne ha. Si tratta semplicemente di decidere di fare in questo modo la propria parte nel mondo.

Perché lo si fa? Perché si sente di avere già avuto abbastanza dalla vita, talmente tanto da mettersi in cammino verso questa terra per condividere quanto ricevuto.

Per poi tornare a casa con molto di più di quanto si è riusciti a dare.

Perché chiunque sia stato in Africa lo sa: ti riporti indietro, nel tuo mondo di tutti i giorni, molte più cose di quelle che avevi prima. È una terra che, con niente, ti arricchisce.

È un paradosso: è l’Africa. Andateci.

Cecilia Actis

Verso un Noi transnazionale

L’Unione Europea nasce da un sogno di pace e armonia tra popoli che per millenni si sono sterminati vicendevolmente. Un sogno che comincia a svilupparsi all’indomani del più spietato massacro che la razza umana abbia mai messo in atto. L’Unione Europea nasce, nelle sue intenzioni, per far sì che tutto ciò venga cancellato con un colpo di spugna e che antichi nemici si trasformino in fraterni collaboratori. Un fine oltremodo elevato e ambizioso che nasconde nelle sue viscere le sue fragilità: gli egoismi campanilistici, i nazionalismi esasperati e la grandeur di popoli e governanti che hanno generato quelle macerie su cui si cercava di costruire.

Fino al secondo Dopoguerra tutti coloro che hanno cercato di unire l’Europa l’hanno fatto con gli eserciti. Da Roma a Carlo Magno, Napoleone, Hitler, in tanti hanno guerreggiato per unificare il Vecchio Continente sotto un unico vessillo: il proprio. Il Sogno dell’Unione Europea rappresenta un cambio di direzione in questo: passare da un Io di dimensioni continentali a un Noi transnazionale ed unitario. Il primo testo in cui compare un progetto politico di «pace perpetua in Europa» è addirittura del 1712 (concetto poi ripreso da Mazzini e Cattaneo in tempi più recenti), ma evidentemente i tempi non erano ancora maturi perché governanti e popoli provassero a trasmutare delle belle parole in fatti. Il sangue versato da milioni e milioni di europei nei due conflitti mondiali si è fatto liquido amniotico all’interno del quale sono cresciute le aspirazioni di grandi uomini come Spinelli, Rossi, Einaudi e persino Einstein e Freud.

Il passaggio dalla teoria alla prassi è stato messo in atto da un terzetto di grandi politici del calibro di De Gasperi, Adenauer e Shuman sul finire degli anni Quaranta. Tenendo conto, saggiamente, di tutte le problematiche esistenti subito dopo la Guerra, il Trio ha deciso di procedere verso l’unificazione con cauta gradualità. Un passettino alla volta. La CECA, il MEC, la CEE e via via tutte le altre sigle che hanno unificato i più vari aspetti della vita europea, fino ad arrivare all’€uro (nato per affrancarsi dal dollaro, moneta utilizzata per gli scambi transnazionali anche all’interno del MEC). La prematura scomparsa dalla scena politica di De Gasperi ha però buttato all’aria quel progetto unitario che era stato concepito per arrivare ad uno stato federale europeo. Una Difesa comune e una politica estera ed economica comune avrebbero fatto l’Europa in modo molto più profondo dell’accozzaglia posticcia di norme contemporaneamente centripete e centrifughe che abbiamo oggi.

Oggi il dibattito sull’UE è essenzialmente un sordo urlarsi contro di tifosi pro o contro l’€uro, ma tutte le critiche che vengono mosse contro la moneta unica (anche a ragione) derivano proprio da quella sorda mancanza di comunione di intenti e di comunicazione che li porta a urlarsi contro come tifosi. Non è possibile trovare soluzioni rimanendo fermi dietro la barricata del proprio ego. Bisogna scavalcarla, ascoltarsi e capirsi, ponderare e decidere un qualcosa di utile per tutti: nulla di diverso rispetto alla vita familiare, ma in una famiglia di mezzo miliardo di persone.

Igor Caputo

Il dilemma dello scrittore

E’ il dilemma del lettore. Prima o poi, per quanto si cerchi di ignorarla, comincia a pungere sotto la pelle la voglia di mettere le proprie parole proprio lì, dove si è letto quelle di altri.

E’ il dilemma dell’ascoltatore. Troppe vite si affacciano vibrando alle sue orecchie e il fastidio di non saperne far racconti ostacola i suoi sogni.

E’ il dilemma di chiunque viva, della mamma che legge una favola la sera, del ragazzo che vorrebbe dire ma non osa, del vecchietto che strascicando le parole un po’ mi insegna.

Siamo tutti potenziali romanzi, assolute opere d’arte. Siamo tutti venditori di preziosi racconti a basso prezzo, davanti alla macchinetta o con una birra in mano. Siamo tutti imitatori di storie altrui, ladri di poesie che abbiam sentito di sfuggita, protagonisti della nostra, che ancora stiam scrivendo.

Scrivere davvero, poi, diventa un’esigenza. E’ come respirare, e non basta prender fiato: occorre buttar fuori, tutta questa vita che ci gonfia. Si può scoppiare dentro delle storie in cui affondiamo, se siamo incapaci di farne una storia tutta nostra, tutta piena di parole.

Ogni storia messa sul foglio diventa forse un’altra cosa, diventa un po’ più libro, un po’ meno ustionante. Eppure è il vero modo per farne carne viva, che palpita sotto le dita, che finalmente vive e può essere vissuta. Riuscirci, però, è tutta un’altra storia. I brividi sulla pelle non hanno ancora scelto con che parole preferiscono esser raccontati, e così chi si appresta all’arduo compito, rischia di scoprirsi sterile, banale, ermetico o ampolloso, e alla fine, rinunciare.

Lo stesso dilemma è un dramma, una tragedia. Nell’ultima scena, l’apprendista scrittore si accusa di essere un cattivo osservatore, e, per questo, di non saper far poesia di tutto ciò che lo circonda e si chiede: “Per questo mi cadon le parole, perché non so guardar davvero?”

Un dilemma, in quanto tale, non avrà mai soluzione.

Tuttavia, forse, sarà di ispirazione.

Le parole che ora non abbiamo compariranno forse quando meno le attendiamo e ne faremo poesia sul momento, dentro noi. Scriveremo, qualche volta nella vita, nel nostro pensiero-poeta, e comporremo capolavori che nessuno leggerà, ma che qualcuno forse saprà leggerci nella parte più scura degli occhi. Butteremo fuori l’aria colma di emozioni, per così tanto tempo trattenuta, e la nostra mente si popolerà di storie favolose.

Magari qualcuno di noi scoprirà in sé quelle altre parole, quelle che sono fatte per baciare la carta, e scriverà davvero. Lo farà per tutti noi e sarà un capolavoro.

 Simona Bianco

Domani è bello

Camminando a testa alta, guardando negli occhi chi si incrocia per strada, si possono fare due scelte: sfidare il passante o scorgere le gioie e paure che pervadono dalle sue pupille. A meno di istinti violenti è preferibile la seconda possibilità, anche se farsi carico dei sentimenti degli altri probabilmente non spetta a noi. Eppure ogni tanto incontrare qualche occhio turbato può essere un’ottima cura per ricordarci che siamo uomini, animali capaci di stupirci della nostra esistenza.

Rimanere meravigliati è tanto più difficile quanto maggiore è il livello di normalità. Ad oggi la nostra esistenza si sta trasformando in un’ordinaria vita condotta dall’assioma del benessere. Una legge oltre i pilastri economici e sociali come comunismo e capitalismo, ma che è ormai così dentro al nostro essere che regola il nostro modo di essere, di agire, al solo scopo di stare meglio noi, nel nostro egoismo. Si potrebbero elencare infiniti esempi di questo comportamento e ognuno di noi, analizzando se stesso, trova certamente proprie espressioni di tale atteggiamento. L’obiettivo comune di ognuno è diventato il soddisfarsi, il nascondere i propri difetti a discapito del proprio stare bene. L’omologarsi alla normalità per non distinguersi, per non essere se stessi. L’aspirare al copiare l’altro anziché sviluppare se stessi, i propri talenti che ciascuno possiede.

Fedor Dostoevskij scriveva che sarà la bellezza a salvare il mondo. La bellezza è copiare l’altro o essere originali? È indagare se stessi per provare a scoprire i propri pregi e difetti o assumere quelli altrui? La bellezza è marchiata dal copyright, dall’originalità: non è espressione di cose già esistenti. E ognuno di noi è espressione del proprio copyright, della propria originalità. Come si fa a spiegarci che tra gli 80 miliardi di esseri umani che hanno calpestato il suolo non ce n’è uno o una come me stesso? Come si fa a farci credere che si è la propria biografia, ma che soprattutto la propria autobiografia?

È allo stesso preoccupante e speranzoso pensare al domani. L’unica certezza è che saremo noi a incontrarci con il nostro prossimo futuro e se non proprio in prima persona, magari il nostro figlio o nipotino. Eppure il domani è già qui, perché si inizia a costruirlo ora. Meglio un domani col copyright e il certificato di eccellenza, in cui ognuno trova posto perché esprime la sua bellezza o un domani dove non c’è posto per tutti, perché si è la copia dell’altro? La speranza è che siamo noi, oggi, a scegliere il domani per tutti che vogliamo.

 

Luca Lazzari

Ricevi i nostri aggiornamenti

Ricevi i nostri aggiornamenti

Iscriviti alla newsletter di 1000miglia per non perderti nemmeno un articolo! Una mail a settimana, tutti i martedì.

Grazie per esserti iscritto!