27 Maggio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Il cielo era di un grigio spesso e impenetrabile, niente a che vedere con il tramonto di fuoco che gli era rimasto negli occhi la sera prima. Guardare su, adesso, lo riempiva di una strana nostalgia, chissà di cosa. Non che un bel panorama e un cielo limpido non gli facessero lo stesso effetto. Certo, nei giorni di sole quella sensazione era più dolce, più poetica forse, ma non meno intensa.
Ci conviveva da un po’. Appena il ritmo della giornata rallentava e le occupazioni si diradavano, lo coglieva quel senso di mancanza, di vuoto da colmare, inspiegabile ai suoi occhi.
E allora usciva di casa e camminava fino al mare, si sedeva, sempre sulla stessa roccia, e lasciava che le onde cullassero la sua malinconia.
Anche quella sera si incamminò per il sentiero che scendeva verso la spiaggia. L’aria era densa, umida, faceva quasi fatica a muoversi. Ma sapeva che probabilmente quell’impressione veniva da dentro di lui, dall’aver letto quel giorno la data sul calendario, che rivelava che un altro anno pesava su ciò che da tempo sentiva come la sua vecchiaia.
Tolse le scarpe e appoggiò i piedi sulla sabbia, più fredda del solito. Vicino alla sua roccia, notò subito, era seduto qualcuno. Si avvicinò.
Era un ragazzo dai capelli lunghi, con in mano un libro e una lattina di birra. Aveva l’aria di essere arrivato da un’altra epoca, il che strideva con il cellulare appoggiato sulla sua gamba e gli auricolari nelle orecchie. Quando vide il vecchio abbozzò un sorriso e con un accento strano disse “‘Sera”. Sottovoce però, come se un tono normale rischiasse di rompere qualcosa.
“Buonasera” si sentì rispondere. “In genere non c’è nessuno qui a quest’ora”.
“Già, è la prima volta che vengo qua. Mi piace esserci mentre fa buio, stare qui, solo io e la musica, e il silenzio attorno.”
Il vecchio guardò quel ragazzo arrivato dal nulla, e pensò che fosse bizzarro che lui, che fuggiva dal silenzio rifugiandosi nell’infrangersi delle onde sugli scogli, incontrasse qualcuno che, nello stesso luogo, cercava di isolarsi dal rumore della vicina città. Il destino aveva fatto uno strano calcolo per far unire, all’ora in cui notte e giorno si sfiorano, qualcuno che amava il buio e lui che non aspettava altro che il ritorno della luce.
Si sedette sulla solita roccia e cominciarono a chiacchierare. Ad una certa distanza e con una certa soggezione, come fanno gli sconosciuti. Il ragazzo spiegò cosa stava leggendo, il suo interlocutore raccontò le storie della sua giovinezza, come fanno tutti i vecchi, pensò.
Era calato il sole. Non rimaneva che aspettare l’alba, borbottò il vecchio tra sé. Oppure guardare le stelle, propose il ragazzo.
Si fermarono ancora qualche minuto, poi si salutarono. Forse il giovane non cercava silenzio. Cercava, come chiunque passasse da quella spiaggia, una finestra su un mondo diverso da quello in cui era abituato a vivere. Forse, anche senza silenzio, aveva trovato quella finestra nel vecchio, che in lui aveva trovato quel po’ di rumore e di luce che di notte gli mancavano.
“Tornerà qui domani?”
“Credo di sì. Non sono sicuro.”
“Nel caso, ci si vede.”
“Certo. Buona notte.”
“Buona notte. E buona alba, domani.”
23 Maggio 2015 | Eventi, Vorrei, quindi scrivo

COMUNICATO STAMPA
Flash Mob, Cuneo 5 giugno ’15
All’interno dell’Area giovani della Caritas diocesana di Cuneo è nato, qualche mese fa, tra le proposte diversificate di “Impronte di Pace”, un gruppo di giovani impegnati nella comunicazione sociale. Dopo alcuni mesi di formazione sulla Caritas e i servizi da essa offerti alle persone in difficoltà, è nata l’idea di realizzare un progetto finalizzato a sensibilizzare la cittadinanza sul tema della povertà. I ragazzi hanno deciso di concentrarsi sul nuovo Centro vestiario (via Manfredi di Luserna 8/d) e in particolare sulla sua utenza più giovane che spesso, a differenza dei coetanei, non ha la possibilità di scegliere cosa indossare e si deve accontentare “di quel che c’è”.
Con l’obiettivo di regalare ai loro coetanei in difficoltà un po’ di quella spensieratezza che si sta perdendo, Paolo, Lorenzo, Giulia, Cristina, Denise, Michele, Simone e Manfredi hanno dato vita all’iniziativa “AncheioAbitolacittà”: appuntamento venerdì 5 giugno alle ore 17,30 in piazzetta Audifreddi; ogni partecipante potrà portare uno o più capi d’abbigliamento da donare, purchè in buono stato.
Anche la modalità di raccolta è inusuale per questo tipo di iniziativa, un flash mob nel centro storico di Cuneo: si procederà tutti insieme verso piazza Galimberti dove i partecipanti appenderanno gli abiti ad un filo che mano a mano si srotolerà da una grande bobina.
I capi verranno poi raccolti da un furgone della Caritas e portati al Centro vestiario; sarà presente anche un gazebo informativo sulle attività di Caritas e in particolare sul servizio di raccolta vestiti.
Si cercano associazioni, aziende o privati disposti a collaborare all’iniziativa. Per informazioni:
Michele 347-9115593
Pagina Facebook: AncheioAbitolaCittà
mail: areagiovanicaritas@diocesicuneo.it
21 Maggio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Sentiamo meno dolore di quanto dovremmo provarne.
Definirci macchine è riduttivo. Siamo qualcosa di più di un meccanismo. Siamo un meccanismo con una volontà. Mi piace pensare di essere costituiti da un ammasso di cellule, atomi, cariche elettriche, tenuti insieme proprio dalla forza di volontà. Qualcosa di più di una semplice catena, di un calcolato effetto domino.
Alla base del puro meccanismo della trasmissione del dolore, c’è infatti, la volontà dell’autoconservazione. Detto in termini più concreti: sopravvivere. Siamo meraviglie imperfette, che l’evoluzione non ha preservato dal provare sofferenza. La sofferenza è il campanello di allarme, che ci rende consci del pericolo che stiamo correndo. Il pericolo può provenire dall’ambiente interno o dall’ambiente esterno. Siamo circondati da possibili tasti dolenti, che contro ogni logica, ci salvano. Una volta percepito il dolore, infatti, reagiamo.
Ogni volta ci salviamo, sopravviviamo, perché riusciamo a sentire quel dolore, che potrebbe farci morire. Sono sistemi complessi, quelli che ci compongono. Eppure la semplificazione, non riduce il loro incanto.
Siamo sensibili al dolore grazie ai nocicettori che captano le sensazione dolorifiche che originano dall’esterno o dall’interno di noi stessi. Sono presenti su ogni centimetro del nostro corpo, ad eccezione della sostanza grigia del cervello. Sono l’elemento primo, con il preciso compito di recepire quell’informazione e, attraverso una catena sinaptica composta da pochi neuroni, di trasmetterla ai centri della corteccia cerebrale, grazie alla quale siamo coscienti di quel dolore.
Eppure sentiamo meno dolore di quanto dovremmo provarne.
Molto spesso è il dolore a salvarci, ma non si può negare quanto faccia male. La sofferenza ci può rendere presenti a noi stessi, ma troppa, non è tollerabile, perché ci aliena.
Esistono dei rami collaterali, ovvero delle fibre che si dipartono da quelle stesse fibre nervose che hanno il compito di condurre le sensazioni dolorose, che sono deputate a contattare i primi neuroni coinvolti in questa via, con il compito di attenuare gli stimoli trasportati, attraverso la liberazione di sostanze che inibiscono la trasmissione del dolore. Sono come filtri che non fanno passare tutto. Bloccano quello che è più dannoso, lasciandone passare solo una piccola parte. Sentiamo meno dolore di quanto dovremmo percepirne. Una delle meravigliose contraddizioni dell’umano è il suo essere composto da meccanismi che lo espongono e nello stesso tempo lo proteggono dalla sofferenza. Come ad indicare che alla base della sua creazione od evoluzione ci sia una forza o una volontà che lo ama e lo odia. Continuamente lo fa scivolare e lo aiuta a rialzarsi. Lo spinge nel vuoto e gli apre il paracadute.
E’ la nostra umanità a permetterci di recepire il dolore, senza la quale, forse non soffriremmo.
Il dolore ci completa portandoci via dei pezzi. Che sia un ago che ci punge, o un amico che non c’è più, è il processo di guarigione ad attestare che siamo vivi. Carne e spirito in continua evoluzione. Andare avanti senza un pezzo, non può che fortificare quello che resta. E’ innegabile l’esistenza del dolore, e non possiamo sottrarci alla sua esperienza. Possiamo essere onesti, e non mentire quando lo proviamo. Sia esso originato da terminazioni recettoriali, che dalle più intangibili, eppure così pesanti, delusioni quotidiane. Andare avanti mancanti, ci rende più consapevoli degli innumerevoli casi della vita a cui possiamo essere sottoposti. All’inizio si tratterà solo di resistere, abituarsi, anestetizzarsi. Sarà un compromesso l’andare avanti, scoprendo poco per volta gli infiniti tasti dolenti a cui siamo più sensibili.
Ma sentiremo sempre meno dolore di quanto siamo progettati a sopportarne. Siamo insieme croce e salvagente di noi stessi. Sentiamo ed attenuiamo i colpi. Siamo forti guerrieri, senza nemmeno saperlo. Ci taglieremo con affilati tasti dolenti, ma troveremo anche molti filtri. Se guardiamo fuori e dentro noi stessi, dallo stesso posto da cui deriva il male, li troveremo. E reagiremo, grazie a quei filtri.
19 Maggio 2015 | Vorrei, quindi scrivo

ph: Alessia Mezzavilla
“Sai cosa c’è? C’è che sono qui per darti ciò di cui tu hai bisogno.” A questo pensiero mi sono emozionato e non posso negare che qualche profonda riflessione sia stata fatta.
Gli scambi internazionali tra studenti sono sempre più diffusi nelle nostre scuole e università, ma sfogliando le presentazioni dei vari programmi di scambio ho sempre letto le stesse motivazioni sotto la voce “scopo del viaggio d’istruzione”. Imparare la lingua, scoprire nuove culture, confrontarsi con studenti di un altro paese, vivere soli per un periodo senza l’aiuto della famiglia. Tutte cose vere, ma c’è di più. Ci sono dei ragazzi fantastici, ci sono le loro storie e poi c’è Bianca che arriva alla porta di casa per essere ospitata per un periodo di scambio.
La voglia, soprattutto per un fratello maggiore, di avere la sorella e la corrispondente in casa può esserci solo in un caso: se la ragazza ospitata è una gran bella giovane. Allora sì che si drizzano le antenne e il periodo di scambio diventa una missione da compiere con il mezzo del baccaglio.
L’interesse però è svanito al primo impatto. Bianca ha un handicap corporale, zoppica ed è sorda da un orecchio. Eppure deve stare due settimane in casa, mangiando a fianco a me e lavandosi i denti nel mio stesso lavandino. Vado a prenderla a scuola, ci parlo e da buon italiano ho il desiderio di farla sentire a casa sempre e comunque.
Leggendo una piccola storiella di “Le Lettere a Berlicche” di Lewis un piccolo diavoletto riesce a rivoluzionare il modo di pensare la realtà quotidiana. Il diavolo maestro gli sta insegnando a stuzzicare i bambini per indurli ad percorrere la strada di Lucifero e quando la lezione sembra terminata gli confida: “Non preoccuparti se un bambino è troppo vicino alle cose spirituali o carnali, ma se si innamora delle cose ovvie”. E Bianca ama le cose ovvie, dice sempre grazie, chiede scusa, sorride, ti abbraccia. Ha bisogno di affetto e allora ne dona tantissimo, cerca gioia di vivere allora ride, ha sete di vita allora vive.
Bianca mi ha aperto il cuore, mi ha fatto innamorare delle piccole cose belle. Perché quando la accompagni a fare due foto per le colline bovesane inizia a scattarle attraverso il finestrino ancora prima che la macchina si fermi e poi ti sussurra che non c’è tempo di aspettare la bellezza, bisogna coglierla quando la senti dentro, quando l’anima ti cattura e ti porta l’indice sul tasto per scattare. Bianca ha un sogno e per raccontarmelo mi ha fatto ridere. Mi ha aiutato a incontrare un Dio diverso, un Dio simpatico perché se un Creatore ha dato vita a un animale come la giraffa che, se quando beve alza il collo troppo velocemente, sviene, non può che essere un burlone. Con questo spirito Bianca guarda a sé, al suo corpo. Se l’orecchio sinistro non sente, il destro sente meglio di ogni altro orecchio. Se la gamba sinistra è zoppa e non le permette di salire in biciletta lei cammina e nuota per svilupparla in attesa di un’operazione che le permetta di pedalare. Se con lei Dio ha fatto lo scherzo fisico, le ha dato il dono di essere formidabile in scienze, chimica e biologia e le ha accesso una piccola fiamma nel cuore che brucia al pensiero di aiutare l’altro. E con qualche lacrima di gioia e di vita vera abbracciandomi mi ha fatto leggere il suo diario dove nella prima pagina scrive: “Ho bisogno di cure, il mio sogno è fare il medico”.
Uno scambio per imparare l’italiano, per imparare a conoscere una cultura diversa e per vivere da sola senza la famiglia per due settimane. Un viaggio d’istruzione formativo per la vita e per il quotidiano, perché senza ancora conoscermi, prima ancora che la ospitassi, Bianca aveva a cuore il prossimo, ogni persona che ha a fianco. Per Bianca la vita è un gioco dove c’è chi bara e chi gioca correttamente e chi come lei guarda l’altro dentro gli occhi per dire: “Sai cosa c’è? C’è che sono qui per darti ciò di cui tu hai bisogno.”
Luca Lazzari
13 Maggio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
“C’era una volta il West” è uno di quei film che continuano a trasmettere in televisione perché, anche se ha quasi cinquant’anni, continua a piacere. Non che Mike mostrasse una particolare passione per gli spaghetti Western, ma nell’annoiata sera di un mercoledì qualunque non aveva di meglio da fare. In realtà, già da qualche tempo, stava pensando che non gli succedeva niente, che in quel preciso momento della sua vita nulla faceva e nulla gli capitava. Perciò cercava l’ispirazione e si sa che, in genere, quando proprio si è disperati, lei arriva dal vecchio: un vecchio solaio, un vecchio conto in sospeso, una vecchia promessa, una vecchia canzone o, per l’appunto, un vecchio film. E, infatti, l’ispirazione venne, e questo è un bene, altrimenti non ci resterebbe nulla da raccontare. Non fu tanto il film in sé la ragione dell’improvvisa illuminazione, quanto la sua musica: Ennio Morricone, “Man with a harmonica”. “Potrebbe essere il nome di un quadro” – pensò – “un quadro cubista, in cui c’è l’uomo, c’è l’armonica, ma se non te lo dicono, non te ne accorgi”. Quella musica aveva acceso in lui un senso epico, una voglia di viaggio e di estrema semplicità: un uomo (lui), un’armonica (non ne aveva una, ma sarebbe andato a comprarla) e uno zaino con un cambio, un rasoio e i documenti. E il cellulare? Qualcuno, di certo, l’avrebbe cercato; magari, non avendo avvisato nessuno, si sarebbero preoccupati. Non gli importava più di tanto, ma non voleva comunque scatenare un’inutile caccia all’uomo. Ci dormì su, dopo aver preparato lo zaino. Il mattino dopo, lasciò un messaggio sulla segreteria telefonica della madre: “Vado via per un po’. Non mi cercate. Mi faccio sentire io. Ciao”. Niente cellulare, dunque. Con quello a portata di mano era convinto che sarebbe tornato a casa troppo presto. Dove sarebbe andato? Serve veramente andare lontano per fare un lungo viaggio? Mentre allacciava le scarpe, fischiettava la melodia che aveva ormai piantata in testa. E così decise di cominciare vagando a caso, per le vie di Torino, alla ricerca di un negozio. Tornò indietro a prendere qualche banconota, altrimenti non avrebbe saputo come comprare l’armonica. Poi partì.
Marco Brero
8 Maggio 2015 | Eventi, Vorrei, quindi scrivo
http://www.clubunescocuneo.it/
COMUNICATO STAMPA
Mercoledì 13 maggio 2015 nella Sala San Giovanni a Cuneo, via Roma n.4 dalle ore 9,00 alle ore 12,30 avrà luogo la giornata conclusiva della prima parte del Progetto “Anniversario della Prima Guerra Mondiale : 1914 – 1918, promosso dal Club UNESCO di Cuneo in collaborazione con la S.I.O.I. Sezione Piemonte e Valle d’Aosta, il Rotary Club di Cuneo, la Associazione Nazionale Alpini. Nel corso della mattinata verranno presentati e premiati gli elaborati sul tema, prodotti dagli studenti delle Scuole cittadine che hanno aderito al Progetto.
La cerimonia sarà preceduta da un intervento del Prof. Romain H. Rainero – Docente di Storia Contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano dal titolo “Due Premi Nobel di fronte alla 1* Guerra Mondiale : interventismo e pacifismo” quale ulteriore contributo alla conoscenza dell’evento bellico rivolto in modo particolare al giovane pubblico.
Il Club UNESCO di Cuneo
La Presidente
Prof.ssa Caterina Ricci Vigna